Conciliaboli sul celibato dei preti. Se ne dibatte da decenni, ma al Vaticano II non era in agenda. Questioni di identità e la trappola della pedofilia
31 marzo 2010 -
Se non fosse stato per l’obbligo del celibato, casi di preti che abusano su minori non si sarebbero verificati. O comunque ce ne sarebbero stati molto pochi. Non lo dice soltanto il teologo sulla carta più anti ratzingeriano di tutti, lo svizzero ribelle Hans Küng: per lui la regola del celibato è la “radice di ogni male”. L’hanno sottinteso a volte anche alcuni esponenti delle gerarchie della chiesa cattolica, quando in questi giorni hanno voluto ricordare che il celibato non è un dogma. Prima lo hanno detto. Poi hanno smentito le proprie dichiarazioni perché le reazioni – l’ultima è di ieri della Conferenza episcopale italiana che nel comunicato di chiusura del Consiglio permanente ha ribadito che il celibato “non costituisce affatto un impedimento o una menomazione della sessualità” – si erano fatte veementi. E’ successo due giorni fa al cardinale emerito di Milano Carlo Maria Martini: “Occorrerebbe ripensare alla forma di vita del prete”, ha scritto in una lettera ai giovani austriaci ripresa dal settimanale austriaco Presse am Sonntag. “Intendevo sottolineare l’importanza di promuovere forme di maggiore comunione di vita e di fraternità tra i preti affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore” ha però precisato poco dopo Martini. In scia, anche l’arcivescovo di Salisburgo, Alois Kothgasser, ha detto la sua. Spiegando, senza tuttavia ritrattare, che “nella situazione attuale della chiesa, la domanda da porsi è se il celibato è un modo appropriato di vivere per preti e credenti”. E ancora: “I tempi sono cambiati e la società è cambiata. La chiesa deve chiedersi in che modo può continuare a coltivare il suo particolare stile di vita, o cosa deve cambiare”.
“E’ normale che in un momento come questo dove c’è chi attacca la chiesa per gli scandali legati alla pedofilia dei preti vi sia chi mette in dubbio il celibato” commenta il vaticanista Sandro Magister. “Ma non credo che oggi chi guida la chiesa voglia mettere in discussione il celibato. Per Ratzinger è ancora questo il tempo di un ‘corpo scelto’ che stia nella battaglia abbracciando liberamente il celibato. Tra l’altro occorre dire una cosa: coloro che nella chiesa sono favorevoli all’abolizione non vengono mai fuori nei momenti che contano”. Cioè? “Nei recenti sinodi dei vescovi si è toccato il tema del celibato. Qualcuno ne ha parlato. Ma, paradossalmente, sono stati i rappresentanti di chiese che hanno esperienza di preti sposati, come gli orientali, a dire che l’abolizione del celibato non risolve nessun problema, anzi a guardare la vita di tutti i giorni dei preti sposati, stretti tra famiglia e vita di chiesa, li amplifica”.
Una riflessione diversa la fa un martiniano doc, don Giovanni Nicolini. Mantovano, fu a Bologna che conobbe e frequentò Giuseppe Dossetti. Quindi la lunga amicizia con il cardinale Martini che l’ha sostenuto nel progetto di fondazione della comunità le Famiglie della Visitazione. Dice che “la prospettiva non è quella dell’abolizione del celibato sacerdotale, ma quella dell’ordinazione presbiterale di uomini sposati”. “In questo” spiega “ci è di guida la tradizione dell’oriente cristiano. C’è anche un cristianesimo ortodosso, e quindi di rito orientale, legato alla chiesa cattolica romana, che come tale prevede il ministero di uomini sposati che vengono ordinati preti. E questo a fianco di uomini consacrati alla verginità che tali restano. Non si tratterebbe dunque di abolire qualcosa, ma di aggiungere qualcosa”. Certo, “occorrerebbe una grande riflessione dentro la chiesa: sulla condizione della donna, sul volto profondo della sua personalità, su domande delicate che si imporrebbero a donne che non potrebbero essere semplicemente ‘la moglie del prete’, ma che dal ministero dei loro mariti verrebbero necessariamente molto coinvolte”.
Non ci sono soltanto le chiese orientali ad ammettere preti sposati. Con la Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus dello scorso novembre, di fatto Benedetto XVI ha lasciato aperto un ulteriore spiraglio in questo senso. Dice infatti Luke Coppen, direttore del britannico Catholic Herald: “In Gran Bretagna nessuno lega il celibato alla pedofilia. Piuttosto il dibattito è focalizzato su quei preti anglicani ammessi dal Papa nella chiesa cattolica nonostante siano sposati. I critici verso il celibato dicono che è un’ingiustizia verso i preti cattolici non sposati. Mentre i sostenitori del celibato dicono che gli anglicani avevano ricevuto una dispensa temporanea”. E dunque il valore del celibato dei preti cattolici rimane immutato.
Che sia o non sia in discussione, del celibato nella chiesa cattolica se ne parla, soprattutto da dopo il Concilio Vaticano II. Complice un generalizzato calo delle vocazioni, si è fatta più pressante e insistente la richiesta di risolvere la crisi accettando i preti sposati. Si dice: se c’è carenza di clero non si potrebbero e non si dovrebbe fare spazio ai laici e, tra questi, a coloro che pur sposati desiderano accedere all’ordinazione? E ancora: non è arrivato il momento di democraticizzare il sacerdozio e consentirne l’accesso ai laici?
Al fondo di queste domande pare però esserci il problema dell’identità. Qual è l’identità sacerdotale? Chi è il prete? Il cardinale tedesco Paul Josef Cordes, presidente del pontificio consiglio “Cor Unum” ha dedicato all’argomento un recentissimo libro: “Perché sacerdote?” (San Paolo). O il sacerdote, dice, è definito in base alla “funzione” che ricopre nella chiesa, in base ai “servizi” che svolge, per cui ovviamente chiunque può sostituirlo nell’esercizio di tali funzioni (anche una donna o un uomo sposato), oppure la figura sacerdotale ha un’altra radice, il riferimento ontologico a Cristo: “La castità di Gesù include tutta una cristologia”, ha detto monsignor Angelo Amato, prefetto delle Cause dei santi, in un intervento che ha svolto il 4 marzo alla Pontificia università della Santa Croce. E cioè: la fonte del celibato, ciò che lo giustifica e lo chiarisce, è la verginità di Cristo. In sostanza, come diceva il teologo belga Jean Galot, il sacerdote è “per mezzo del celibato che può appartenere più completamente a tutti gli uomini. Se non è entrato nella via del matrimonio e se si è rifiutato di fondare una famiglia, è perché ha voluto, per la sua vita e per il suo cuore, un’apertura più universale”.
Il contrario, insomma, di una visione funzionalistica del sacerdozio. Visione che, come ha detto ancora Cordes presentando il suo libro a Roma lo scorso 24 marzo, “corrisponde senz’altro indiscutibilmente a una sensibilità moderna”. Alfiere di questa visione è, più di altri, Küng. Il quale, dice Cordes, “propone argomenti popolari perché facilmente convincenti”. E ancora: è “molto abile nel mettere il dito nelle piaghe della chiesa, certo spesso e volentieri senza curarle”.
Dire che il celibato è stato messo in discussione, nei temi moderni, principalmente dopo il Concilio significa affermare una verità: non è del celibato dei preti che il Concilio ha voluto parlare. Non così avvenne precedentemente. Il celibato è una legge della chiesa latina che risale al 1139 ed è stata poi fissata dal Concilio di Trento. Venne fissata nonostante tanti preti vivessero in stato di concubinato. Anzi, probabilmente i padri conciliari la stabilirono proprio a motivo di questo stato di cose. Non così invece andò il Vaticano II. Del celibato non vollero parlare, ovviamente perché non lo ritenevano discutibile, né colui che aprì il Concilio, Giovanni XXIII, e nemmeno chi lo chiuse, Paolo VI. Certo, nel decreto “Presbyterorum ordinis” del dicembre 1965 del celibato si parla. Ma lo si fa per ribadirne l’importanza: “Con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli”, recita il testo conciliare, “i presbiteri aderiscono più facilmente a Dio con un cuore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini”. Un concetto poi ripreso da Paolo VI nella “Sacerdotalis caelibatus” del 1967, un’enciclica che in anni turbolenti e difficli per la chiesa cattolica, ripropone tutte le “ragioni” del celibato, “fulgida gemma che conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo”.
Sul tema torna più volte Joseph Ratzinger. Se già nel 1985 in “Rapporto sulla fede” dice allo scrittore Vittorio Messori che la crisi del sacerdozio è dovuta anche a uno smarrimento della sua identità – il sacerdote è un “alter Christus” – in favore di un ruolo basato principalmente sul consenso della maggioranza, è nel 1996, all’interno di “Il sale della terra” (un colloquio con Peter Seewald), che Ratzinger dice con disarmante semplicità un concetto che oggi molti teologi faticano a fare proprio: “Il celibato è legato a una frase di Cristo. Ci sono coloro, si legge nel vangelo, che per amore del regno dei cieli rinunciano al matrimonio e, con tutta la loro esistenza, rendono testimonianza al regno dei cieli. La chiesa è arrivata molto presto alla convinzione che essere sacerdoti significa dare questa testimonianza per il regno dei cieli”. E poi l’affondo: “La rinuncia al matrimonio e alla famiglia è da intendersi in questa prospettiva: rinuncio a ciò che per gli uomini non solo è l’aspetto più normale, ma il più importante. Rinuncio a generare io stesso vita dall’albero della vita, ad avere una terra in cui vivere e vivo con la fiducia che Dio è la mia terra. Così rendo credibile anche agli altri che c’è un regno dei cieli. Non solo con le parole, ma con questo tipo di esistenza sono testimone di Gesù Cristo e del vangelo e gli metto così a disposizione la mia vita”.
Chi contesta Ratzinger dice che il Concilio offre una visione dell’identità del prete in discontinuità col passato. E che dunque questa discontinuità, questa nuova visione, va valorizzata. Tra gli interventi più ascoltati del recente convegno teologico sul sacerdozio svoltosi alla Lateranense e organizzato dalla Congregazione per il clero c’è stato quello di Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht. Il quale ha detto: “Il Concilio non ha introdotto una discontinuità nell’identità del prete”. Anzi, “grazie al Concilio la continuità dell’identità intrinseca non è affatto stata minata, ma al contrario salvaguardata in tempo. Il Concilio, conficcando i picchetti giusto in tempo, ha prevenuto che la crisi minasse in modo ancora più grave la consapevolezza dell’identità intrinseca del prete”. (1. continua)
Pubblicato sul Foglio mercoledì 31 marzo 2010
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Ruini torna teologo
31 marzo 2010 -
Il cardinale Camillo Ruini vesti i panni del teologo e scrive le meditazioni per la Via Crucis del Papa. Solo qui: “Non chiudiamo gli occhi di fronte alla sofferenza.”
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 31 marzo 2010
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L’anatema di Hitchens
31 marzo 2010 -
Oltre a Maureen Dowd che quest’oggi sul New York Times sputa veleno su Joseph Ratzinger – chiede le dimissioni del Papa e chiede che al suo posto venga eletta una “Mama” – leggi qui “A Nope for Pope” –, da non perdere (si fa per dire) è il giornalista e scrittore Christopher Hitchens che su Slate si lascia andare a una furiosa requisitoria contro Ratzinger. Fino a individuare, nella sua ascesa al soglio pontificio, la mano del demonio. E per avvalorare la sua testi cita padre Gabriele Amorth (sempre lui, mannaggia a me e a quando ne ho scritto per primo sul Foglio) che disse che “il Diavolo è all’opera entro il Vaticano”.
Ecco un passaggio “significativo” di Hitchens per Slate: “La Chiesa cattolica romana è guidata da un mediocre burocrate bavarese a cui un tempo fu assegnato il compito di occultare la più atroce delle iniquità, e la cui inettitudine in quel compito ci mostra un uomo personalmente e professionalmente responsabile per aver consentito un’ondata di lercio crimine. Ratzinger può essere banale, ma tutta la sua carriera ha il fetore del male – un male persistente e sistematico che va al di là della possibilità di essere sradicato con gli esorcismi”. Se lo dice lui.
Leggi qui “The Great Catholic Cover-Up” di Christopher Hitchens.
Pubblicato su palazzopaostolico.it lunedì 29 marzo 2010
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Dove è nato l’Inferno
29 marzo 2010 -
E’ stata l’uscita del libro-intervista di Marco Tosatti con l’esorcista padre Gabriele Amorth – “Padre Amorth. Memorie di un esorcista. La mia vita in lotta contro Satana” – a far discutere parecchi media intorno all’esistenza di Satana e dell’Inferno. Un’esistenza ovvia per la dottrina della chiesa, seppure in molti (anche nella chiesa) facciano finta di niente (ovvero pensino che l’Inferno non esista).
Così molto attuale è questo libro di padre Giovanni Cavalcoli, dell’Ordine Domenicano (docente di Metafisica presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna e di Teologia sistematica alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Officiale della Segreteria di Stato dal 1982 al 1990, è Accademico pontificio dal 1992). S’intitola “L’Inferno esiste. La verità negata”.
Trovi qui una sua intervista a Zenit, da leggere tutta d’un fiato: “Esistono davvero Inferno e Paradiso?“.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 22 marzo 2010
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Benedetto, cinque anni sotto attacco. Da Ratisbona ai lefebvriani, dal Concilio alla pedofilia. Senza lo scudo mediatico di Wojtyla, il Papa professore governa “con il pensiero e la preghiera”. Apparenza debole e contenuti forti. L’accusa di tornare al passato
28 marzo 2010 -
Era il 10 marzo scorso. Mentre i casi di preti accusati di aver commesso abusi su minori investivano la Germania, Benedetto XVI spiegava in piazza San Pietro la sua idea di governo della chiesa. Prese esempio da san Bonaventura dicendo che per lui “governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare”. “Per Bonaventura” disse “non si governa la chiesa solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime”. Dal 10 marzo a oggi Ratzinger non è più tornato sull’argomento. Ma di fronte alle accuse sulla gestione della chiesa che si sono fatte sempre più importanti – le ultime dicono di un New York Times che riporta i casi di due preti pedofili, lo statunitense Lawrence C. Murphy e il tedesco Peter Hullermann, per mettere in discussione il Ratzinger cardinale, prefetto dell’ex Sant’Uffizio dal 1981 – ha risposto mettendo in pratica l’insegnamento del teologo francescano. Ovvero lasciando un proprio “pensiero illuminato”, come vuole essere la lettera pastorale alla chiesa d’Irlanda.
Così è sempre successo nel corso dei suoi cinque anni di pontificato, che ricorrono il 19 aprile prossimo. Le parole sono il primo modo con cui il Papa guida e indirizza la chiesa, consapevole che la divulgazione dell’autentico pensiero cristiano è la vera “spada” portata nel mondo. “Intendiamoci – spiega il vaticanista Luigi Accattoli – non è una novità. Reazioni furenti al pensiero del Papa avvennero già in passato”. Quale l’elemento scatenante? “L’idea che il Papa vuole tornare indietro, a prima del Concilio, agli anni bui dell’era tridentina. Che le sue parole sono retrograde se paragonate alla cultura contemporanea, al progressismo dei tempi nuovi. Paolo VI scrisse l’Humanae Vitae e dopo un primo momento di speranza per la cultura mediatica di stampo più ‘liberal’ divenne d’un colpo il Papa del diavolo. ‘Il Papa e il diavolo’, scrisse non a caso Vittorio Gorresio nel 1973. ‘La svolta di Paolo VI’ scrisse il vaticanista dell’Espresso, l’ex prete Carlo Falconi nel 1978. Dove per svolta s’intende l’accento preconciliare che Montini volle dare al proprio pontificato con l’Humanae Vitae. Le medesime accuse vennero rivolte a Giovanni Paolo II. Fino al 1989 Wojtyla era una speranza per tutti. Dopo la caduta del Muro di Berlino il suo pensiero non serviva più, e arrivarono le critiche. Ma il più retrogrado per la stampa era Ratzinger. ‘Restaurazione’ titolarono tutti i giornali quando nel 1985 anticiparono l’uscita del suo ‘Rapporto sulla fede’ scritto con Vittorio Messori. ‘Restaurazione’, una parola che suonava quasi come un’infamia”.
Tutto comincia il 22 dicembre 2005. Benedetto XVI tiene il suo primo discorso alla curia romana. E lancia la sfida a coloro che vorrebbero una chiesa non tanto “per il mondo”, o “vicina al mondo”, ma una chiesa “del mondo”. Ratzinger parla del Concilio. Dice che non fu una rottura col passato. Spiega che chi svolge questa interpretazione altro non fa che allinearsi alla “simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna”. “E’ il 22 dicembre del 2005 che tutti hanno definitivamente capito chi è Ratzinger” dice il primo dei vaticanisti, Benny Lai. “E’ qui che tutti hanno intuito con chi avrebbero avuto a che fare. Fino al 2005 c’era ancora qualcuno che sperava che il primo Ratzinger, quello ritenuto più progressista, sarebbe tornato. E invece non fu così. Ma già ai tempi del Concilio in molti presero un abbaglio ritenendo che Ratzinger fosse un teologo progressista. Lo pensava anche il cardinale Giuseppe Siri. La prima volta che lo vide non ne ebbe una buona impressione. Ma poi Ratzinger dimostrò d’essere altro dall’etichetta che gli era stata appiccicata addosso inizialmente. Ed è questo cambiamento che ancora oggi dà fastidio fuori e dentro la chiesa”.
Dal discorso alla curia romana a oggi il “Ratzinger pensiero” si è manifestato in più forme andando a scatenare la reazione indignata di diversi mondi. “Beninteso” dice ancora Benny Lai, “va detto che Ratzinger parte svantaggiato rispetto a Wojtyla perché per lui la folla non ha una funzione terapeutica, come ce l’aveva per il Papa polacco. Ma il problema è all’origine. Folla o non folla sono i contenuti che porta che danno fastidio e che generano avversioni. Anche nel caso dei preti pedofili: quanto fastidio dà, dentro la chiesa, il fatto che Ratzinger continui a insistere sul celibato dei preti? Comunque il Papa non si scompone. Come ha fatto quando gli venne negata la possibilità di parlare alla Sapienza. Non si presentò nell’aula magna ma mandò ugualmente il suo discorso e lasciò un segno: ‘Non voglio imporre la fede’ disse. E tutti i giornali ci fecero il titolo. E la stessa cosa avvenne quando partì per l’Africa. Disse che l’Aids non si può superare con la distribuzione dei preservativi. Apriti cielo. L’intellighenzia laica di mezza Europa lo attaccò. Ma aveva detto una cosa giusta: per combattere l’Aids serve un’educazione dell’uomo che lo porti a considerare il proprio corpo in modo diverso. L’opposto, insomma, di una concezione narcisistica e autoreferenziale della sessualità”.
Un’altra reazione importante a Benedetto XVI si ebbe, già prima, a Ratisbona. Parlò del rapporto tra fede e ragione. Toccò il nesso esistente tra religione e civiltà spiegando che convertire usando la violenza è contro la ragione e Dio. La citazione di una frase di Manuele II Paleologo, secondo il quale Maometto introdusse solo “cose cattive e disumane come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede” scatenò l’indignazione del mondo musulmano. “Quella pagina” spiega Piero Gheddo, missionario, giornalista e scrittore del Pime, “è sintomatica di cosa sia questo pontificato. Parte del mondo musulmano reagì indignato. Eppure le parole del Papa restarono. Perché alle sue parole non si può sfuggire. E, infatti, il suo discorso produsse frutto. Un anno fa, ad esempio, sono stato in Bangladesh. Qui diversi musulmani stanno lavorando sulle parole del Papa in particolare sul rapporto che ci deve essere tra fede e ragione”.
Ratzinger ferisce non solo quando parla. Ma anche quando prende decisioni che entrano nel cuore della vita della chiesa. Tra queste, la firma del Summorum Pontificum che ha liberalizzato il rito antico e la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani. Il ripristino della messa antica provocò reazioni soprattutto in Francia. “Che cosa dice a coloro che in Francia temono che il Summorum Pontificum segni un ritorno indietro rispetto alle grandi intuizioni del Vaticano II?” chiesero i giornalisti al Papa nel settembre del 2008, sull’aereo che lo portava verso Parigi. “E’ una paura infondata” rispose il Papa. “Perché questo motu proprio è semplicemente un atto di tolleranza, a fini pastorali, per persone che sono state formate in quella liturgia, la amano, la conoscono, e vogliono vivere con quella liturgia”. L’accusa è sempre la medesima: il Papa vuole tornare a prima del Concilio. E, quindi, è contro la modernità. E’ la stessa accusa che in molti hanno rivolto al Papa quando revocò la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Anche qui Ratzinger reagì spiegando: da una parte “non si può congelare l’autorità magisteriale della chiesa all’anno 1962”. Dall’altra disse a coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio che “chi vuole essere obbediente al Vaticano II, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive”.
Il Vaticano II ritorna sempre. La revoca della scomunica ai lefebvriani è per il mondo ebraico un ritorno a un passato ostile. Tra i quattro vescovi lefebvriani c’è Richard Williamson, negazionista quanto alla Shoah. Benedetto XVI è costretto a ribadire un concetto per lui ovvio, e cioè che non condivide in nulla la posizione del vescovo. Ma si capisce che parte del mondo ebraico non è soddisfatta. Del resto, è dalla visita ad Auschwitz e dal viaggio in Terra Santa che diversi rabbini di città importanti, soprattutto europee, criticano Ratzinger giudicando insufficienti la maggior parte delle parole che egli dedica agli ebrei. Dal tedesco Ratzinger si vuole di più, anche se è uno dei teologi che più hanno lavorato per il riavvicinamento con l’ebraismo. Ma nonostante le pressioni il Papa continua per la sua strada decidendo di comunicare, a pochi giorni dalla visita alla sinagoga di Roma, la firma del decreto sulle virtù eroiche di Pio XII, ultimo passo prima della beatificazione. Il mondo ebraico reagisce. Ma il Papa ha deciso e in sinagoga ridice un concetto già più volte espletato: “La sede apostolica svolse un’azione di soccorso verso gli ebrei spesso nascosta e discreta”.
C’è anche un certo mondo protestante che non comprende Ratzinger. E’ del novembre scorso la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus con la quale quei gruppi di anglicani che lo desiderano possono tornare con Roma. Il Papa ha spiegato il gesto come una risposta a una richiesta avanzata dagli stessi anglicani. Ma molti anglicani e anche parte della chiesa cattolica non l’hanno capito e l’hanno accusato di saper pescare “soltanto a destra”, ovvero in quei settori della cristianità scontenti per le derive progressiste e ‘liberal’ delle proprie chiese. Il primo febbraio scorso il Papa risponde alle accuse. E ai vescovi d’Inghilterra e Galles ricevuti in visita ad limina dice: “Vi chiedo di essere generosi nel realizzare le direttive della costituzione apostolica per assistere quei gruppi di anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la chiesa cattolica. Sono convinto che questi gruppi saranno una benedizione per tutta la chiesa”. Dice Piero Gheddo: “Ho girato il mondo e ho conosciuto diverse realtà anglicane. Perché vogliono tornare in comunione con Roma? Perché una chiesa che apre al mondo in modo sconsiderato accettando l’ordinazione femminile e i matrimoni gay non ha senso. Il Papa combatte per salvaguardare una chiesa ancorata alla verità e per questo c’è chi lo osteggia”.
Pubblicato sul Foglio sabato 27 marzo 2010
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La chiesa italiana è una sola e sull’aborto sta col Papa (e con Bagnasco)
26 marzo 2010 -
Leggi qui l’intervista a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, che ho fatto oggi sul Foglio: “La chiesa italiana è una sola e sull’aborto sta col Papa (e con Bagnasco)“.
Pubblicato sul Foglio venerdì 26 marzo 2010
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Storia di in “crimen sollicitationis”. Un tragico caso di abusi, il ruolo non neutrale di un vescovo liberal
26 marzo 2010 -
Trovi qui il mio pezzo sul Foglio di oggi: “Il tragico caso di padre Murphy“.
Leggi qui: “La carne e padre Murphy” di Giuliano Ferrara.
Pubblicato sul Foglio giovedì 26 marzo 2010
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Le lezioni americane
25 marzo 2010 -
Escono domani (venerdì) sul Foglio un lungo articolo di Giuliano Ferrara dedicato al “caso padre Murphy” e un mio articolo di cronaca di quanto avvenuto oggi (dal pezzo del Nyt alle reazioni vaticane).
Ma non è di questi due articoli che voglio parlare. Voglio dire qualcosa sul giornalismo americano. Spesso i colleghi degli Stati Uniti scrivono che noi vaticanisti italiani diamo notizie che in realtà non esistono. Anticipiamo cose che poi, chissà, forse un giorno avverrano o forse no. La cosa, a volte, è vera. Altre volte no.
Oggi però occorre chiedersi una cosa. E’ giornalismo quello che ha fatto il Nyt in prima pagina oggi? E’ giornalismo la trovata di tirare fuori dal nulla un caso vecchio di anni per dire (senza dimostrare alcunché) che Ratzinger e il Vaticano insabbiarono gli abusi commessi su minori da parte di un prete? Nessuno nega che padre Murphy abbia commesso abusi (non l’ha negato nemmeno padre Lombardi questa mattina). Ma dopo aver letto QUESTO articolo (e domani spero ce ne siano tanti altri) di lezioni dai colleghi americani non ne voglio più sentire.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 25 marzo 2010
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Padre Murphy. Tutta la verità (solo qui)
25 marzo 2010 -
Questa mattina i media di tutto il mondo sono stati svegliati da questo articolo del New York Times, “Vatican Declined to Defrock U.S. Priest Who Abused Boys“, nel quale si legge: “Alti funzionari vaticani – incluso il futuro papa Benedetto XVI – non sconsacrarono un prete che aveva molestato qualcosa come 200 ragazzi sordi, malgrado diversi vescovi americani avessero ripetutamente avvertito che la mancanza di una azione decisa in materia avrebbe potuto mettere in imbarazzo la chiesa”.
E questo pomeriggio è il sito web di Avvenire a spiegare ogni cosa, dall’inizio alla fine. A dire, insomma, la verità. Solo qui: “Prete pedofilo in Usa, ecco come è andata veramente“.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 25 marzo 2010
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Madre Joan McGlinchey, suora cabriniana, dice che la riforma sanitaria di Obama non è poi così male e non dividerà la chiesa
24 marzo 2010 -
Da una parte il “ramo maschile” della chiesa cattolica degli Stati Uniti. E cioè i vescovi guidati dal cardinale Francis George, arcivescovo di Chicago, che inizialmente si erano espressi contro la riforma sanitaria di Barack Obama per tre motivi: non impedisce il finanziamento all’aborto, non offre un’adeguata protezione all’obiezione di coscienza e non è abbastanza inclusiva nei confronti degli immigrati. Dall’altra parte il “ramo femminile”, ovvero le suore degli Stati Uniti, più favorevoli alla riforma perché, come ha detto la portavoce di Network, suor Simone Campbell, “noi religiose lavoriamo ogni giorno accanto a chi soffre poiché non ha l’assistenza sanitaria, ne conosciamo bene i bisogni e sappiamo che migliaia di persone muoiono ogni anno negli Stati Uniti per questa ragione”. Ma le cose stanno davvero in questo modo? Davvero la chiesa cattolica americana è repubblicana nel suo ramo maschile e democratica in quello femminile come alcuni commentatori anche autorevoli hanno sostenuto?
“Le cose sono un po’ diverse” dice al Foglio suor Joan McGlinchey, assistente generale delle cabriniane per la provincia degli Stati Uniti e, insieme, vicario dell’arcidiocesi di Chicago per i religiosi e le religiose. “E’ vero, la chiesa cattolica in merito alla riforma proposta da Obama esprime al suo interno punti di vista differenti. Ma ciò non significa che le suore sono contro i vescovi come alcuni hanno scritto. Tra l’altro le cinquantanove religiose responsabili di ordini femminili che hanno espresso il proprio appoggio alla riforma, lo hanno fatto perché hanno ritenuto che alla fine, grazie a un ordine esecutivo, il presidente riaffermerà le limitazioni imposte all’uso di fondi federali per l’aborto. Certo, adesso occorre aspettare e vedere se le cose andranno davvero in questo modo oppure no”.
Nel giorno in cui Obama firma la legge che estende la copertura sanitaria a 32 milioni di americani, trenta vescovi appartenenti al comitato amministrativo della Conferenza episcopale del paese sono riuniti a Washington. In tarda mattinata diramano un comunicato nel quale applaudono lo sforzo di Obama di estendere la copertura sanitaria ma, insieme, sottolineano la necessità che i fondi federali non vengano impiegati per favorire l’aborto. Dice suor McGlinchey: “E’ comprensibile che molte suore americane siano favorevoli a questa riforma. Tutti i giorni hanno a che fare con i poveri, lavorano in ospedali che rischiano di chiudere, sono a contatto con le tante ingiustizie del sistema sanitario americano. E del resto anche i vescovi hanno lavorato per modificare il sistema sanitario. E credo quindi che anche a loro parte di questa riforma piaccia. Poi, certo, su molti punti i cittadini, e dunque anche i cattolici, la pensano in modo diverso. Ma la posizione dei vescovi mostra come non sia corretto continuare a dipingere, come fanno i giornali, la situazione della chiesa statunitense come polarizzata: da una parte i pro Obama, dall’altra i contro”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 24 marzo 2010
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