I patti lateranensi e un libro
15 febbraio 2010 -
Intensissima l’attività a palazzo Borromeo, sede giovedì delle celebrazioni dei patti lateranensi e dell’accordo di modificazione del concordato.
L’ambasciata d’Italia per prepararsi all’evento ha editato un libro bellissimo, da non perdere: è la ristampa dell’opera di padre Leonardo Sapienza che raccoglie gli scritti sul sacerdozio dell’allora arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Battista Montini. Il libro, pubblicato per la prima vota nel 2001, aveva riscosso grande e unanime successo ed era da tempo esaurito, mentre continuava a essere richiesto e ricercato da sacerdoti, religiosi e laici: Giovanni Battista Montini, “Cari Sacerdoti. Raccolta antologica” a cura di Leonardo Sapienza, 387 pagine.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 15 febbraio 2010
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Sodano torna in scena
15 febbraio 2010 -
Giovedì all’ambasciata italiana preso la Santa Sede ci sarà l’annuale ricevimento celebrativo dei patti lateranensi e dell’accordo di modificazione del concordato.
Ma i rapporti Vaticano-Italia sono entrati nel vivo già settimana scorsa. L’ambasciatore Antonio Zanardi Landi ha infatti offerto al cardinale Angelo Sodano, ex segretario di stato vaticano, un rinfresco. Sodano, eminente rappresentante di una diplomazia vaticana che sembra faticare a conservare i fasti antichi, ha potuto invitare chi voleva. In piena bufera per il protrarsi del caso “Boffo-Vian”, l’argomento della serata non poteva che essere uno.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 15 febbraio 2010
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Sotto Osservatore: ecco chi è Gian Maria Vian. Il trasversalismo congenito, le amicizie, gli allori e le pene del direttore del giornale del Papa. Sine ira ac studio
13 febbraio 2010 -
Quando il 28 ottobre del 2007 (marcia su Roma) Gian Maria Vian, 58 anni il prossimo 10 marzo, firmò il suo primo numero dell’Osservatore Romano, mise le mani avanti. L’Osservatore è “un giornale difficile, anzi difficilissimo”, scrisse nel suo primo editoriale citando parole pronunciate nel 1961 dall’allora cardinale Giovanni Battista Montini. Fare l’Osservatore è “difficilissimo”, scrisse il futuro Paolo VI, perché c’è “una sproporzione fra il vastissimo campo, di cui il giornale avrebbe dovuto essere specchio, il campo cattolico, e la relativa esiguità delle sue notizie, anzi, per vero dire, della stessa capacità a darvi voce e risalto”.
Vian si cautelò, dunque. Ma, nonostante la difficoltà dell’impresa, accettò la sfida con audacia. E la sua prima intervista rilasciata al mensile 30Giorni, uscita quando l’annuncio della nomina da parte del Papa era già stato fatto (29 settembre 2007) ma l’Osservatore era ancora firmato dal suo predecessore, il professor Mario Agnes, lo testimonia. Rispondendo a chi gli chiedeva se era pentito delle polemiche nelle quali più volte era incappato, quando collaborava con vari quotidiani, nei confronti della cosiddetta “scuola bolognese”, l’officina conciliare formatasi attorno a Giuseppe Dossetti e Giuseppe Alberigo, rispose: “Per nulla, né per il metodo né per il contenuto. Il confronto delle idee, anche vivace, è sempre positivo, a patto che sia corretto e con toni rispettosi dell’interlocutore”. Poche parole che lette col senno di poi dicono molto di Vian, del suo Osservatore, di un certo creativo subbuglio che la sua direzione, un giorno dopo l’altro, ha portato all’interno delle mura vaticane. Il “confronto delle idee” portato avanti con ostinazione, le idee più diverse messe in pagina, sulle pagine del giornale del Papa: questo fa Vian, qui risiede la sua principale colpa o, dipende dai punti di vista, il suo maggiore merito. Si è messo alla guida di un giornale “difficilissimo” non limitandosi a recepire meccanicamente il fiume di discorsi, messaggi, testi pontifici e curiali. Ai testi ufficiali Vian ha sempre affiancato in pagina, cosa che non fecero sempre i suoi predecessori, altre idee, altri concetti, per aprire il confronto. Un esercizio difficile, spregiudicato e coraggioso insieme, perché fatto all’interno di mura e stanze che a tutt’altri ritmi, tempi e modi sono abituate.
Benny Lai faceva il vaticanista quando ancora la sala stampa era dentro le mura leonine, “quando cardinali e vescovi si fermavano a parlare coi giornalisti che li incalzavano su ogni cosa”. Lai – è sua la prima tessera da vaticanista firmata negli anni Cinquanta dall’allora sostituto alla segreteria di stato Montini – dice al Foglio che la differenza tra Vian e i suoi predecessori “è abissale”. Non è una questione di “qualità” ma di “forma e per certi versi di sostanza”. “Il più grande direttore dell’Osservatore – dice – fu Giuseppe Dalla Torre. Guidò il giornale vaticano dal 1920 al 1960. Quando c’era lui nella redazione di via del Pellegrino c’era sempre silenzio. Non si poteva parlare, tirare fuori idee, concetti personali. Non erano ammesse, insomma, contrapposizioni come si verificano ad esempio oggi tra Vian e il suo vice, Carlo Di Cicco. Quando Dalla Torre si apprestava a scrivere un pezzo tirava fuori un bavaglino di carta. Se lo metteva al collo e cominciava serio e silenzioso a battere sulla macchina da scrivere. Nessuno poteva fiatare. Il suo Osservatore non aveva idee. Era la voce del Papa messa su carta”.
Altri tempi. Altri anni. Un altro papato. Oggi Benedetto XVI ha scelto il salesiano Tarcisio Bertone come segretario di stato. Questi ha scelto Vian. E un Osservatore che riflette la sua personalità. Figlio di Nello, bibliotecario di fiducia e amico di Montini, Gian Maria venne battezzato da quest’ultimo. Un legame fortissimo, quello tra Montini e i Vian. Talmente forte da essere vivo ancora oggi: “Gian Maria Vian si è offeso con me perché nel mio libro sul cardinale Giuseppe Siri, ‘Il Papa non eletto’, mi sono permesso di scrivere che tra Montini e Siri vi fu qualche frizione”, dice ancora Lai. “Sembra quasi che di Montini possa parlare e scrivere soltanto lui”.
Gian Maria da giovane frequentò come borsista alcuni corsi alla scuola bolognese di Giuseppe Alberigo il quale gli propose di entrare nella sua squadra di ricercatori. Ma lui preferì seguire alla Sapienza i corsi di Manlio Simonetti, allievo di Ettore Paratore. E poi i seminari del medievista Raoul Manselli e quelli di Clara Kraus Reggiani, studiosa di Filone e del giudaismo ellenistico. Furono queste figure che lo introdussero alla patristica e lo portarono successivamente a divenire, proprio alla Sapienza, professore ordinario di Filologia patristica. C’è chi ha scritto che fu invece l’amicizia con Ernesto Galli della Loggia che lo introdusse al San Raffaele di Milano, dove dal 2006 è docente a contratto di Storia della tradizione e delle identità cristiane.
Assieme all’insegnamento, fin dalla giovinezza è forte in Gian Maria la passione per il giornalismo: la collaborazione con Avvenire iniziò nel 1973. Più recenti quelle con Europa e il Foglio. “Lei ha definito il suo Osservatore Romano il quotidiano più elegante dell’editoria italiana?”, gli chiese lo scorso dicembre Giuliano Zincone sul settimanale Sette. “Lo è. Per demeriti altrui… Si salva il Foglio”.
Già, il Foglio. La prima apparizione di Vian sul Foglio fu una lettera del 3 luglio del 2001 nella quale malignò intorno all’emozione che Massimo D’Alema avrebbe provato l’8 gennaio del 1999, quando fu ricevuto da Papa Wojtyla. Poi altre lettere, fino al primo articolo, un’intera pagina datata 18 ottobre 2003. Titolo: “Ecco chi ha dato da fare a Ratzinger, da Küng che non può più definirsi ‘teologo cattolico’ ai teologi della liberazione”. Interventi che evidenziano una caratteristica propria di Vian: la trasversalità. Da Alberigo a Ratzinger. Dalla Sapienza al San Raffaele. Dal Foglio a Europa. Da Avvenire all’Osservatore. Una trasversalità alla quale Vian tiene parecchio: “Alcuni suoi articoli sul Foglio le hanno guadagnato la fama di ‘teocon’. Che impressione le fa questa definizione?”, gli chiesero quelli di 30Giorni. “Mi fa un po’ sorridere – rispose lui –. Ho collaborato molto volentieri con il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, che ha molto innalzato il livello del giornalismo italiano e arricchito il dibattito culturale, ed è riduttivo definire il Foglio un giornale ‘teocon’. D’altra parte ho collaborato anche con Europa, e non per questo sono stato definito ‘teodem’”. Anche il passaggio da Avvenire all’Osservatore dice qualcosa di questo suo essere trasversale: “Nel 1975 arrivò la proposta di diventare redattore di Avvenire. La tentazione fu forte. Mio padre non ne era entusiasta e mi incoraggiò piuttosto a proseguire gli studi. Ascoltai il suo consiglio. Comunque l’esperienza giornalistica mi ha insegnato la necessità di parlare con tutti e quella della sintesi: molto devo a grandi professionisti e amici come Silvano Stracca, Angelo Narducci, Angelo Paoluzi, Pier Giorgio Liverani, Dino Boffo, il direttore che ha molto rinnovato il quotidiano cattolico, e…”. Dino Boffo? Proprio lui. Lui dal quale nel momento del massimo bisogno Vian non esitò a prendere le distanze: “Sulle vicende private di Silvio Berlusconi non abbiamo scritto una riga – disse Vian sul Corriere della Sera il 31 agosto scorso legittimando senza troppi scrupoli l’uscita di Vittorio Feltri contro Boffo e le voci tempestose che ne chiedevano la liquidazione. “Ed è una scelta che rivendico, perché ha ottime ragioni”, terminava stizzito. Sul motivo che ha spinto Vian a concedere quest’ampia intervista al Corriere, lui che era ed è direttore di un giornale per lo meno consanguineo, e che poteva mostrarsi amico di Avvenire, molte sono le interpretazioni. Ma un dato, stranamente, resta in ombra: il suo rapporto stretto e costante col giornale di via Solferino. Ha scritto il 4 febbraio Fausto Carioti su Libero: il direttore dell’Osservatore, “anche per la posizione presa dal suo mentore e per certi suoi rapporti personali, si è trovato a suo agio nel ruolo di spalla del Corriere della Sera. Via Solferino lo intervista ogni volta che può, nella certezza che Vian dirà sempre che i bravi cattolici sono proprio come li vorrebbe il Corriere: ai margini del dibattito politico”. Un ruolo, quello di Vian verso il Corriere e anche verso altri quotidiani e agenzie di stampa, che in qualche modo sembra sovrapporsi a quello del portavoce vaticano padre Federico Lombardi, recentemente declassato dall’Osservatore, con stizza, a semplice “gesuita”. I fatti sono noti: il 23 dicembre Lombardi rispose alle critiche levatesi nel mondo ebraico per l’attribuzione delle “virtù eroiche” a Pio XII. La nota venne relegata dall’Osservatore in un colonnino in ultima pagina dove Lombardi non comparve con la qualifica di “direttore della sala stampa” ma semplicemente come “il gesuita padre Lombardi”. Perché questa “diminutio”? Difficile dirlo. Di certo c’è che Lombardi nella nota spiega che la chiesa non voleva beatificare Pacelli sul piano storico, che resta aperto, bensì additarlo alla venerazione per le sue virtù cristiane. Mentre l’Osservatore in passato aveva puntato le sue carte, anche con buoni argomenti, sulla leggenda storiografica che circonda Pio XII, con elementi mitici.
Trasversalità significa anche, come detto, idee diverse. Il confronto delle idee. Vian, il confronto, lo fa proprio in quel giornale, l’Osservatore, che Bertone ha amato definire (almeno fino a qualche settimana fa), “il foglio” d’oltre Tevere. Idee, il che significa anche personalità tra le più disparate chiamate a scrivere. Tutto avviene nei primi tre mesi della direzione Vian. In novanta giorni il giornale è stravolto con firme nuove e contenuti diversi: bellissime le pagine centrali dedicate alla cultura, da leggere e da conservare. Spiccano – oltre al banchiere Ettore Gotti Tedeschi, che poi diventerà presidente dello Ior – anche new entry femminili: la studiosa ebrea Anna Foa, la giurista Patrizia Clementi, e poi Sandra Isetta, Maria Maggi, Irene Barocci e, in posizione eminente, Lucetta Scaraffia (il Foglio fece un ritratto apologetico della editorialista nouvelle vague il 9 novembre 2008): occupano, con la storica postfemminista Scaraffia, la colonna destra di prima pagina. La Scaraffia, legata da salda amicizia con Vian, partecipa a volte anche alle riunioni di redazione dell’Osservatore suggerendo autorevolmente titoli e contenuti. E fin qui non c’è niente di male. Anche se, a volte, qualcosa non va per il verso giusto. E’ capitato, ad esempio, qualche mese fa. In Brasile una bambina rimasta incinta di due gemelli a seguito di violenza sessuale subita dal patrigno venne fatta abortire dai medici, incalzati da collettivi femministi, attestando un inesistente (secondo la diocesi) pericolo di vita. L’arcivescovo della città, José Cardoso Sobrinho, condannò la cosa dicendo che coloro che avevano aiutato la bambina ad abortire erano, ai sensi del diritto canonico, scomunicati latae sententiae. Feroci polemiche scoppiarono in tutto il paese e arrivarono in Europa. La Scaraffia, secondo la ricostruzione non smentita dell’importante vaticanista Sandro Magister, avvertì Vian delle polemiche. Vian avvertì Bertone che pensò di chiedere a monsignor Rino Fisichella un articolo per acquietare gli attacchi contro la chiesa. Fisichella scrisse, Bertone approvò il testo e lo mandò alle stampe. Fisichella condannò la posizione di Sobrinho provocando reazioni indignate: in molti ritennero l’uscita dell’Osservatore senza fondamento dottrinale, e la polemica continua, con serio danno per il monsignore che è considerato un candidato alla diocesi di Milano.
Sono i temi etici a rappresentare spesso per l’Osservatore e il suo direttore un terreno scivoloso. Lo scorso aprile, mentre i vescovi degli Stati Uniti protestavano con forza per la decisione dell’Università cattolica di Notre Dame di conferire una laurea ad honorem a Obama, mentre da settimane gran parte del mondo cattolico americano si diceva preoccupato per le politiche della nuova Amministrazione Obama sulla vita, l’Osservatore uscì con un pezzo così titolato: “I cento giorni che non hanno sconvolto il mondo”. Un’analisi dei primi cento giorni della nuova presidenza americana dove si riconosce in Obama qualità di grande comunicatore e dove si scrive che “anche sulle questioni etiche Obama non sembra avere confermato le radicali novità che aveva ventilato”. L’articolo fece il giro del mondo. I capofila del pensiero cattolico neoconservatore, Michael Novak, George Weigel (grande biografo di Wojtyla) e Deal Hudson si infuriarono ed espressero pubblicamente il proprio dissenso. Novak arrivò ad accusare l’Osservatore di non capire la realtà americana, col risultato che “si è messo al fianco degli abortisti e contro la minoranza emarginata dei fedeli cattolici praticanti”. I Papi che hanno definito l’aborto un “male intrinseco” è come se avessero parlato invano: “Abbiamo chiesto del pane a Roma, e l’Osservatore ci ha dato pietre”. Dice in proposito al Foglio Robert Royal, teologo, filosofo cattolico, presidente del Faith & Reason Institute di Washington, corresponding fellow del Centro Studi Tocqueville-Acton: “Obama disse molte cose che hanno fatto applaudire diversi esponenti del cattolicesimo. E anche l’Osservatore era molto ottimista verso Obama e l’ha applaudito. Ma la realtà è che l’ottimismo manifestato dall’Osservatore nei confronti di Obama non aveva motivo d’esistere. E non ce l’ha oggi perché Obama per i cattolici non ha fatto nulla”.
Polemiche suscitò anche un articolo della Scaraffia con il quale riaprì la discussione sui criteri con cui stabilire la morte di una persona umana. La tesi della Scaraffia era che per accertare la morte di una persona non basta, come dice il cosiddetto rapporto di Harvard, l’arresto del cervello. Una tesi per certi versi esplosiva tanto che riaprì la discussione sui prelievi d’organi da “cadaveri caldi” a cuore battente. Le polemiche divamparono. Molte vennero dai più autorevoli esponenti del mondo cattolico. Ma qui occorre dire una cosa: anche se l’articolo portò il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, a precisare che non si trattava di “un atto del magistero della chiesa né un documento di un organismo pontificio” e che le riflessioni ivi espresse erano “ascrivibili all’autrice del testo e non impegnano la Santa Sede”, probabilmente quella volta il pensiero espresso dalla Scaraffia non era tanto lontano da ciò che pensa Joseph Ratzinger in merito.
Un discorso a parte merita il capitolo Eluana Englaro. A differenza di Avvenire, l’Osservatore si è sempre mantenuto prudente, a tratti prudentissimo. Impegnato a lavorare, sulla scia delle indicazioni di Bertone, per la concordia tra le due sponde del Tevere, ha mantenuto il massimo distacco possibile dalla vicenda. Mentre l’Avvenire dell’allora ancora direttore Dino Boffo picchiava duro mettendoci la faccia, l’Osservatore non diceva praticamente nulla. Si limitava in sostanza a rilevare “le polemiche” che da più parti “divampano”. Qualcuno dice che fu qui che la spaccatura tra la linea concordataria di Bertone e quella più presenzialista e combattiva di Ruini arrivò al suo apogeo.
Se la linea di Vian quanto a politica estera segue sull’Osservatore direttamente le indicazioni della segreteria di stato e come tale è meno ascrivibile all’iniziativa personale del direttore del giornale, diverso è il discorso per i pezzi di costume. L’Osservatore in due anni ha polemizzato su Sanremo, “Spettacolo surreale”, sui talent show, “Scuole di perfidia”, sul musicista Giovanni Allevi, “un fenomeno costruito a tavolino”. Ha rivalutato il grande eretico Calvino e pure Karl Marx. Di recente una collaboratrice ha scritto, rozzamente, che tutti gli italiani sono razzisti. Ancora, ha riesumato Pimpa, cagnolina a pallini rossi del Corriere dei piccoli.
Sul settimanale Sette, Vian ha dato un premio ideale a Francesco Valiante “per un articolo su un merlo bianco trovato dal Papa nei giardini vaticani. Francesco è il nostro Manzoni”, ha detto Vian. E, quindi, la rivelazione finale, di delicata vanità: “Solo io scrivo meglio di lui”. Manzoni… e pensare che su Wikipedia di lui si dice: “Sandro Magister ha rivelato che Vian sul Giornale firma articoli sotto lo pseudonimo Diana Alfieri”.
Pubblicato sul Foglio sabato 13 febbraio 2010
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Stendiamo un pietoso velo (di neve)
12 febbraio 2010 -
Sulle polemiche e tutto il resto, per ora, è meglio lasciar parlare la neve.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 12 febbraio 2010
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Rassegna stampa da cattivo umore: non proprio calda l’accoglienza all’inusuale comunicato sul caso Vian
11 febbraio 2010 -
Il Vaticano ieri era di cattivo umore. Il giorno dopo, si parla dell’inusuale comunicato della segreteria di stato sul caso Boffo-Vian ricordando gli anni che furono. Si dice: al tempo di un grande come Agostino Casaroli (segretario di stato dal 1979 al 1990) o si ribatteva subito e con argomenti forti alle accuse, oppure si stava in silenzio per mesi, a volte per anni. “Posso dire che negli anni di Casaroli cose del genere non sono mai successe”, ha detto il 4 febbraio a Repubblica il cardinale Achille Silvestrini. Ieri pomeriggio il cardinale Tarcisio Bertone è partito per la Polonia. In mattinata ha letto i giornali non senza notare l’accoglienza particolare che è stata riservata alla sua nota. Sul Corriere della Sera è il notista politico Massimo Franco – cattolico, ex editorialista di Avvenire – a dire che la difesa vaticana non fa che “porre altri interrogativi”. E ancora: “Sembra la posizione di una struttura che si sente aggredita; e reagisce facendosi scudo del Papa, convinta di essere fortissima”. Su Repubblica il vaticanista di lungo corso Giancarlo Zizola liquida il comunicato come “una paginetta in cui l’affanno dei dinieghi, pari alla fretta della produzione, tradisce troppo facilmente la ricerca di una rimozione dei fatti”. Su Libero, invece, Antonio Socci dice che c’è una cosa che il comunicato non riesce a fare: “Fermare le polemiche”.
“Lo scudo del Papa” – è Ubaldo Casotto sul Riformista a domandarsi perché “la smentita di accuse generiche sente il bisogno di coinvolgere il Papa?” – resta il punto più singolare della precisazione vaticana. Benedetto XVI era stato tenuto fuori da questa vicenda da tutti. Nessun dubbio c’era e c’è sulla sua persona. Eppure gli è stato chiesto di metterci la faccia, di approvare un comunicato che esce in grave ritardo – il 23 gennaio uscì il primo pezzo del Foglio che ha riaperto la vicenda –, che non esce dagli uffici della sala stampa vaticana, e che addirittura arriva a smentire un blog: era stato il blog dell’informato Sandro Magister (vaticanista evidentemente molto temuto in certe stanze vaticane) a dire che fu Gian Maria Vian a ispirare un articolo del Giornale uscito in settembre con lo pseudonimo Diana Alfieri e nel quale si parla del “caso Boffo” arrivando a citare lo zio di Vian, Ignazio, “uno dei più illustri eroi della resistenza”.
Il Papa non si è tirato indietro. Nelle ultime righe del comunicato si dice che si augura si affermino la “verità” e la “giustizia”. E che rinnova “piena fiducia ai suoi collaboratori”: nel gergo vaticano i “collaboratori” sono gli ecclesiastici, non i laici.
Il comunicato della segreteria di stato dice anche che la gendarmeria vaticana non c’entra nulla in questa storia. La cosa è stata discussa prima della stesura dello stesso comunicato: il capo della gendarmeria, Domenico Giani, è rimasto in udienza dal cardinale Bertone per parecchi minuti. Dopo Giani è stato chiamato Vian. Questi si è intrattenuto con Bertone e con il sostituto Fernando Filoni. Insieme hanno redatto il testo e l’hanno fatto avere al Papa prima di pranzo. Benedetto XVI l’ha approvato e il tutto è uscito prima sul bollettino della Santa Sede e poi sull’Osservatore dove, per fugare ogni dubbio circa le genesi del testo, è stato scritto che “il Santo Padre ha approvato il comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione”.
Anche la Conferenza episcopale italiana aveva emanato un suo comunicato. Avvenire, diretto dal moderato e competente Marco Tarquinio, l’ha pubblicato senza commenti in seconda pagina. La Cei prende atto della smentita vaticana, non cita né Bertone né Vian, e si augura che la presa di posizione del Vaticano possa contribuire a “rasserenare il clima”. Poche righe che riflettono la posizione della sua guida, il cardinale Angelo Bagnasco. Il quale si mantiene defilato, ma spende senza riserve le sue note doti di fermezza. Si sa che Bagnasco ha le idee chiare su come si sono svolti i fatti. E la prudenza riproposta ieri è un indizio significativo.
Pubblicato sul Foglio giovedì 11 febbraio 2010
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Il Corriere si smarca
10 febbraio 2010 -
Ieri la segreteria di stato vaticana ha fatto uscire un comunicato per dire che né il direttore dell’Osservatore Romano né il segretario di stato hanno a che fare col “caso Boffo”.
La cosa però non ha convinto parecchi giornali. Tra questi spicca il Corriere della Sera. Per giorni il Corriere più che un giornale laico sembrava la sala stampa vaticana (il megafono di un ufficio voci ben noto). Ma oggi proprio il Corriere si smarca da se stesso pubblicando un editoriale in prima pagina di tutt’altro tenore.
Leggi QUI Massimo Franco, “Una ferita che resta”.
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 10 febbraio 2010
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Un’altra storia difficile in Vaticano: l’accademia pontificia della vita, guidata da Fisichella, e il caso Recife
9 febbraio 2010 -
E’ passato quasi un anno dal “caso Recife”, quello della bambina brasiliana di nove anni cui venne inflitto un aborto gemellare e sul quale la chiesa, l’Osservatore Romano e la diocesi locale parlarono con voci aspramente discordi. Le conseguenze di quella storia potrebbero farsi complicate per monsignor Rino Fisichella, presidente della pontificia accademia per la vita. Giovedì, infatti, la pontificia Accademia si riunisce in Vaticano: qui una parte dei suoi membri chiederà a Fisichella spiegazioni per quanto da lui scritto sull’Osservatore Romano il 25 marzo 2009 proprio a proposito di Recife. Gli chiederà spiegazioni e, secondo quanto scrive il vaticanista Sandro Magister, anche le dimissioni.
Tutto cominciò un anno fa. In Brasile, nella città di Recife, una bambina rimasta incinta di due gemelli a seguito di violenza sessuale subita dal patrigno venne fatta abortire dai medici, incalzati da collettivi femministi, attestando un inesistente (secondo la diocesi) pericolo di vita. L’arcivescovo di Recife, José Cardoso Sobrinho, condannò la cosa dicendo che coloro che avevano aiutato la bambina ad abortire erano, ai sensi del diritto canonico, scomunicati latae sententiae. Feroci polemiche scoppiarono in tutto il paese e arrivarono in Europa. I giornali francesi scrissero articoli di condanna contro il “fanatismo” e la “durezza di cuore” della chiesa: erano concordi in difesa della bambina e di coloro che l’avevano aiutata ad abortire. Racconta Magister: il caso volle che in quei giorni in Francia si trovasse una delle editorialiste di punta dell’Osservatore, Lucetta Scaraffia. Questa avvertì il direttore Gian Maria Vian delle polemiche. Vian avvertì il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone che pensò di chiedere a Fisichella un articolo per acquietare gli attacchi contro la chiesa. Fisichella scrisse, Bertone approvò il testo e, senza farlo controllare dalla Congregazione per la dottrina della fede, lo mandò alle stampe. Che cosa scrisse Fisichella? Condannò la posizione di Sobrinho.
L’articolo di Fisichella provocò le proteste dei difensori della vita di ogni concepito e il plauso dei sostenitori della libertà dell’aborto. Sobrinho s’indignò: disse che Fisichella era disinformato sia sulla bambina (non era in pericolo di vita) sia sulla dottrina della chiesa. Scrisse in Vaticano chiedendo di pubblicare una sua nota in merito sull’Osservatore ma non ebbe risposte. Un silenzio che l’Osservatore aggravò quando, qualche tempo dopo, citò un testo di Lucia Annunziata dove, riferendosi espressamente all’articolo di Fisichella, riconosceva alla chiesa “una trasparenza mai vista”.
Per molti la misura era colma anche perché fino ad allora il Papa non era stato informato della gravità della cosa. Ma grazie all’intercessione del cardinale Renato Raffaele Martino, cinque membri della pontificia commissione vennero ricevuti da Benedetto XVI. Gli spiegarono tutto. Ratzinger rimase amareggiato e mormorò: “Si deve fare qualcosa”. L’8 giugno disse a Bertone di far pubblicare sull’Osservatore una nota che riconfermasse come immutata la dottrina della chiesa sull’aborto. La nota uscì, con fatica, il 10 luglio: non si diceva che l’articolo di Fisichella era sbagliato, ma che era stato oggetto di “strumentalizzazione”. Fu un espediente retorico che consentì a Fisichella e Bertone di uscire indenni dalla vicenda.
Ma giovedì ogni cosa potrà essere chiarita. Alla riunione parteciperà anche il belga Michel Schooyans, professore emerito a Lovanio e specialista in antropologia, filosofia politica e bioetica. Questi ha recentemente scritto una dura requisitoria contro la “trappola” nella quale anche Fisichella è caduto: l’uso ingannevole del concetto di “compassione”. Naturalmente l’arcivescovo Fisichella, che è anche cappellano della Camera e rettore della lateranense, avrà modo di contrattaccare con i suoi argomenti. Da seguire, sebbene la riunione sia a porte chiuse.
Pubblicato sul Foglio martedì 9 febbraio 2010
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Caso Boffo: padre Lombardi rompe il silenzio e apre un nuovo scenario
6 febbraio 2010 -
La notizia è che ieri per la prima volta dopo quattordici giorni – il 23 gennaio il Foglio dando notizia dell’udienza concessa dal Papa al cardinale Camillo Ruini offrì un’inedita lettura del “caso Boffo” – il portavoce vaticano padre Federico Lombardi è intervenuto sulla vicenda aprendo, con una breve e studiata dichiarazione, un nuovo scenario. Lombardi a proposito di un articolo di Repubblica che parlava di una lunga nota esplicativa che il Papa avrebbe chiesto alla segreteria di stato “per cercare di capire di più”, ha dichiarato: “Il Papa sa quel che succede ed è informato della realtà”. Lombardi, dunque, non solo non ha smentito Repubblica ma ha confermato un retroscena del quale si è iniziato a parlare già l’altro ieri: Ratzinger ha deciso di prendere in mano le redini del “caso Boffo”, riservandosi poi una decisione. Al Foglio risulta che un dossier è già da tempo nelle mani del Papa e risulta che in queste ore qualche contatto è stato messo in campo con alcuni vescovi e cardinali italiani tra quelli di più stretta fiducia del Pontefice. Perché prima di agire Benedetto XVI vuole sentire tutte le campane, anche quelle fuori la curia romana. Le parole di Lombardi sembrano poter confermare questo scenario, la cui soluzione è a lungo termine.
Pubblicato sul Foglio sabato 6 febbraio 2010
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Geografia curiale
6 febbraio 2010 -
“I figli di don Bosco sono attualmente i più rappresentati nella Curia Romana. Oltre a Bertone abbiamo il cardinale Raffaele Farina come archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, l’arcivescovo Angelo Amato come prefetto della Congregazione delle cause dei santi e il neonominato vescovo Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace”.
E’ uno stralcio di un interessante articolo uscito il 3 febbraio su Avvenire e che dice la ripartizione del clero regolare in Vaticano. Utile per capire come è strutturata la macchina governativa di Ratzinger.
Da non perdere, leggi qui sotto:
La geografia del clero regolare in Vaticano
Sono numerosi gli esponenti di ordini religiosi che ricoprono incarichi di responsabilità nella Curia Romana. Accanto alle congregazioni «storiche», non mancano realtà ecclesiali di più recente origine come l’Opus Dei e i Legionari di Cristo
DA ROMA
Gianni Cardinale
Negli ultimi decenni il numero dei sacerdoti religiosi è calato in modo particolare, con un trend ancora più negativo rispetto ai preti diocesani. Non si può dire lo stesso invece riguardo alla presenza di esponenti del clero cosiddetto regolare in posti di responsabilità in Vaticano. Beninteso, nei Sacri Palazzi la presenza istituzionale di ordini e congregazioni non è una storia di oggi. Anzi. Basti pensare ai Gesuiti, che gestiscono la Radio e la Specola vaticana. O ai Salesiani che si occupano della Tipografia.
O gli Orionini cui sono affidati le poste e i telefoni. Senza contare poi che il teologo della Casa pontificia è storicamente un domenicano – oggi padre Wojciech Giertych –, mentre il predicatore ufficiale è un frate cappuccino – ora padre Raniero Cantalamessa.
Particolarmente durante il pontificato di Benedetto XVI, non pochi religiosi sono stati anche chiamati a ricoprire incarichi di prestigio tra gli officiali superiori dei vari dicasteri della Curia Romana. A cominciare dal segretario di Stato, il più stretto collaboratore del Papa nel governo della Chiesa universale. A questo incarico nevralgico papa Ratzinger ha chiamato il cardinale salesiano Tarcisio Bertone e per trovare un altro religioso tra i suoi predecessori bisogna risalire alla prima metà dell’ 800.
I figli di don Bosco sono attualmente i più rappresentati nella Curia Romana. Oltre a Bertone abbiamo il cardinale Raffaele Farina come archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, l’arcivescovo Angelo Amato come prefetto della Congregazione delle cause dei santi e il neonominato vescovo Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. (Bisogna ricordare comunque che già negli anni Ottanta in Curia operarono tre cardinali salesiani: Stickler, Javierre Ortas e Castillo Lara).
Anche i seguaci di Sant’Ignazio, dopo un periodo di assenza dai vertici, con Benedetto XVI hanno riacquistato visibilità nella Curia. Sono ratzingeriane infatti le nomine dei Gesuiti Luis Ladaria e Cyril Vasil come arcivescovi segretari della Congregazione, rispettivamente, per la dottrina della fede e per le Chiese orientali. Gesuita è poi padre Federico Lombardi, scelto sempre da Benedetto XVI a guidare la sala stampa vaticana.
All’attuale pontificato risalgono poi le nomine dei Domenicani Joseph Augustine Di Noia e Jean- Louis Brugues a segretari di altri due dicasteri: quello per il culto divino e l’educazione religiosa. Alla famiglia francescana appartengono invece il prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Claudio Hummes ( frate minore) e i Conventuali Gianfranco Gardin ( arcivescovo segretario del dicastero per i religiosi) e Gianfranco Girotti ( reggente della penitenzieria pontificia): i primi due sono di nomina ratzingeriane, il terzo venne scelto da Giovanni Paolo II. Gardin comunque è stato da poco inviato a guidare la diocesi di Treviso.
Altri «regolari» presenti nella curia romana sono poi il cardinale lazzarista Franc Rodé ( prefetto della Congregazione per i religiosi), il premostratense Frans Daneels (vescovo segretario della Segnatura apostolica), l’ospitaliero José Luis Redrado Machite ( vescovo segretario del Consiglio per la pastorale sanitaria), lo scalabriniano Velasio de Paolis ( arcivescovo presidente della prefettura per gli affari economici) e il barnabita Sergio Pagano ( vescovo prefetto dell’Archivio vaticano).
Questo per quanto riguarda gli ordini e le congregazioni storiche. Ma nella Curia Romana sono presenti anche esponenti di realtà ecclesiali di più recente fondazione. Così abbiamo il vescovo Juan Ignacio Arrieta dell’Opus Dei come segretario del pontificio Consiglio per i testi legislativi ( mentre alla fraternità sacerdotale della Santa Croce appartiene il neonominato sottosegretario al clero, monsignor Celso Morga Iruzubieta). O il vescovo Brian Farrell dei Legionari di Cristo, segretario del Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani. Amici dei Focolarini sono poi il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Consiglio per la famiglia e l’arcivescovo Luciano Suriani, delegato delle rappresentanze pontificie in Segreteria di Stato. Senza dimenticare infine che sono Memores Domini (Comunione e liberazione) le laiche consacrate che accudiscono l’appartamento pontificio.
Avvenire, 3 febbraio 2010
Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 6 febbraio 2010
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Compro una vocale
5 febbraio 2010 -
Il “caso Boffo” sta agitando parecchio le tranquille e placide stanze vaticane. Della cosa ho scritto molto sul Foglio e non intendo aggiungere altro.
Piuttosto, anche per sdrammatizzare un po’, mi domando: esiste un lancio di agenzia più criptico e insieme indecifrabile di QUESTO?
Io non c’ho capito nulla. Qualcuno mi aiuti. Compro una vocale.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 5 febbraio 2010
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