La funambolica visita di B-XVI. Così la pancia dell’ebraismo si prepara ad accogliere (bene) il Papa in sinagoga

Non c’è soltanto il vertice della comunità ebraica, ovvero il consigliere e i presidenti degli enti ebraici italiani, ad attendere domenica Benedetto XVI nella sua prima visita alla sinagoga di Roma. C’è anche la pancia, la base del ghetto romano, a prepararsi ad accogliere Ratzinger, un Papa tedesco in visita in sinagoga quasi 24 anni dopo l’arrivo del Papa polacco, Karol Wojtyla (era il 13 aprile 1986). Una base, un popolo, che mostra differenti sensibilità e sentimenti. Come eterogenea è la percezione che gli ebrei hanno della chiesa cattolica e in particolare di questo pontificato. Difficile trovare univocità di giudizio. “Abbiamo parlato molto dell’arrivo del Papa”, dice un ragazzo ebreo che gestisce uno dei tanti fast-food ebraici di via del Portico d’Ottavia. “Alcuni non volevano questa visita. Altri sì. Io dico che se il Papa è stato invitato significa che ogni cosa è stata ponderata. Non lo si è invitato al buio: sappiamo chi è Ratzinger, cosa ha fatto e cosa fa. A me il fatto che sia tedesco non dà fastidio. Mi sembra che abbia fatto molti gesti verso di noi. Solo per quelli è degno d’essere accolto”. Così anche Giuliana. All’angolo tra via del Portico d’Ottavia e via Sant’Ambrogio gestisce la sua Yud Judaica, gioielli etnici e d’antiquariato: “Wojtyla aveva un suo carisma. Riuscì a fare molto sulla strada dell’unità tra diversi credo. Ma siamo contenti che domenica arrivi Benedetto XVI. Una visita è sempre gradita”.

“Le pietre, ogni pietra di questa piazza e di queste strade, trasudano sangue, ricordano le sofferenze del popolo ebraico di Roma”, dice Georges De Canino mentre assieme a Rina Menasci Pavoncello, moglie dell’indimenticato rabbino Nello Pavoncello, si gode le ultime ore di luce a due passi dalla sinagoga. De Canino, artista e storico della Shoah, è un’istituzione al ghetto. Ricorda date, nomi, episodi. La visita di Wojtyla, ovviamente, è il suo cavallo di battaglia: “Per noi significò tantissimo”. E ancora: “A Wojtyla donai nel 1986 una Menorah, un candelabro a sette braccia di colore giallo e bianco, i colori pontifici. Dopo la visita mi ricevette in Vaticano. Gli dissi che era arrivato il tempo per il Vaticano di riconoscere lo stato d’Israele. E così è avvenuto. L’ha fatto davvero. Giovanni Paolo II non è stato un Papa riformista. E’ stato un conservatore. Forse è per questo che lo sento vicino, amico. Ma nella chiesa cattolica ho tanti amici. Domenica però non accoglierò il Papa al ghetto. Andrò alle fosse ardeatine per commemorare i giusti, coloro che pur non essendo ebrei morirono per gli ebrei. Tra questi anche tanti cattolici. Perché è importante non dimenticare e insieme stare vicini ai fratelli che non ci sono più”. Certo, poi ci sono le colpe del passato. Il passato che sempre ritorna sui volti degli ebrei. Anche a Roma. De Canino si augura che il dialogo tra le due parti avvenga senza dimenticare questo tremendo passato: “La chiesa cattolica ha avuto in sé anche sentimenti antisemiti. E questa è una colpa che non può essere cancellata”.

Spiega Mordechay Lewy, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, che in generale vi sono due tipi d’ebraismo: “C’è l’ebraismo riformato e conservatore più aperto al dialogo coi cristiani – lo fanno dal punto di vista della loro esperienza americana dove la convivenza tra gruppi etnici e religiosi è intrinseca alla società in cui vivono –. Ma c’è anche la maggioranza del popolo ebraico che percepisce la propria storia durante la diaspora come una battaglia traumatica per la sopravvivenza contro i costanti sforzi da parte dei cattolici di convertirli gentilmente o, nella maggioranza dei casi, coercitivamente”. E, in parte, questi due tipi di ebraismo vivono e rivivono in tutte le comunità ebraiche, anche in quella romana.

“E’ difficile dire come la comunità sta attendendo l’arrivo del Papa”, spiega Guido Vitale, direttore di “pagine ebraiche”, il giornale dell’ebraismo italiano. Io condivido quanto ha detto Sergio Minerbi, ritenuto anche in Israele la voce più autorevole quanto allo studio dei rapporti tra ebrei e chiesa cattolica. Dice Minerbi che Ratzinger è ‘antipatico ma serio’. Ovvero, sembra meno effervescente di Wojtyla ma nello stesso tempo potrebbe stare di più sui contenuti e sulla sostanza rispetto al suo predecessore. Wojtyla andò al muro del Pianto dove lasciò un bigliettino. Quel gesto suscitò grande emozionalità. Ma c’è qualcuno che si è preso la briga di andare a leggere che cosa c’era scritto in quel biglietto? Certamente sì, ma ciò che è rimasto è l’immagine di lui sotto il muro e non principalmente il contenuto del messaggio. Dice ancora Minerbi che da Ratzinger non dobbiamo aspettarci una rivoluzione ma possiamo attenderci chiarezza. E con altrettanta chiarezza dovremmo rispondere”.

Le differenze tra i due Pontefici influenzano i sentimenti intorno alla visita di domenica. Differenze che si evidenziano anche se si paragona la visita del 1986 in cui i protagonisti furono Wojtyla e il rabbino Elio Toaff e quella prossima in cui i principali attori sono Ratzinger e Riccardo Di Segni. Dice Vitale: “L’incontro del 1986 fu molto emozionale. Quello di domenica avviene invece tra due persone più fredde ma non è detto che i contenuti siano meno rilevanti. Anzi”.

Il ghetto non è soltanto la base della comunità ebraica, è anche l’istituzionalità. Dice il rabbino capo Di Segni: “Abbiamo invitato Benedetto XVI in sinagoga perché vogliamo che quella caduta del muro della diffidenza tra noi e i cattolici inaugurata con la visita di Karol Wojtyla nel 1986 continui. L’arrivo di Giovanni Paolo II significò per la prima volta disponibilità, rispetto, condivisione dei cattolici nei nostri confronti – oltre a importanti risultati successivamente: il riconoscimento di Israele da parte del Vaticano e le visite in Israele di Wojtyla e recentemente di Ratzinger, ndr –. La disparità tra noi e loro venne messa da parte. Riteniamo importante che il nuovo Pontefice confermi questa impostazione”. Non è facile per Di Segni trovare le parole giuste. Perché ogni parola è misurata, calibrata, centellinata. Infatti, anche una virgola fuori posto può incrinare un equilibrio tra le due parti ancora oggi difficile da trovare. Talmente difficile che soltanto pochi giorni fa alla notizia della firma da parte di Ratzinger del decreto sulle virtù eroiche di Papa Pio XII la visita sembrava quasi compromessa. “C’è stato un dibattito tra di noi”, spiega Di Segni. “Nella comunità certe posizioni della chiesa cattolica provocano per forza di cose contrasti, ma alla fine tutto è stato confermato. Attendiamo con gioia il Papa. E siamo sicuri che l’evento di domenica non avrà connotati politici. Per noi la visita è prettamente di carattere religioso. Abbiamo differenze teologiche che non devono essere messe in discussione, ma da uomini di fede vogliamo dialogare e confrontarci”. Una volontà, quella del dialogo, auspicata ieri anche dal Papa che in un telegramma inviato a Di Segni si è augurato che la visita costituisca “un’ulteriore tappa nell’irrevocabile cammino di concordia e amicizia”.

Non c’è soltanto la recente decisione del Papa rispetto a Pio XII: giusto ieri il rabbino capo di Tel Aviv Yisrael Meir Lau ha auspicato che il Papa non santifichi Pacelli. E nemmeno è semplicemente una questione della revoca della scomunica concessa un anno fa da Ratzinger a quattro vescovi lefebvriani (tra questi al negazionista quanto alla Shoah Richard Williamson) o delle parole che, hanno sottolineato alcuni, il Papa non avrebbe osato dire durante la visita del maggio scorso al museo dello Yad Vashem in Israele. Sono gli oltre duemila anni di travagliati rapporti tra cattolici ed ebrei – e in particolare tra la più antica realtà ebraica della Diaspora, appunto quella romana, e il Vaticano – a far sì che la visita di Benedetto XVI in sinagoga avvenga nel segno della complessità. Soprattutto a livello più alto, a livello dei rapporti istituzionali tra le due parti. Infatti, c’è anche una certa linea da mantenere per non scontentare tutte la anime delle rispettive fedi. Da parte ebraica tutto ciò significa anzitutto non rinnegare il passato. Ovvero accogliere il Papa senza dimenticare quanto prima d’oggi ha diviso le due fedi e quanto le divide ancora. La spiega bene, questa complessità, una vignetta che Enea Riboldi ha dedicato alla visita su uno degli ultimi numeri di “Pagine ebraiche”: il filo che passa da una sponda all’altra del Tevere è un tenue collegamento sul quale il Papa prova a camminare. Il Papa lo percorre cercando un equilibrio fra desiderio di dialogo e tentazione di conversione. Un bambino, come fosse il simbolo della minoranza ebraica, piccola nei numeri ma carica di ventidue secoli di storia, gli viene incontro tendendo la mano. Dietro di lui il popolo ebraico mostra al Papa con alcuni cartelli le proprie attese, preoccupazioni e speranze: “Fermate i negazionisti”; “Grazie della visita”; Rispetta le diversità”; Benvenuto”; “Basta con la preghiera del venerdì santo”; Apriamo al dialogo”; “Ricordati della Shoah”. Quattro cartelli a favore del Papa e tre più o meno contro. Di per sé una differenza da nulla. Ma che il Vaticano ha notato se è vero (come è vero) che al giornale è arrivato un rimbrotto direttamente dalle alte sfere d’oltre il Tevere: segno, a conti fatti, che davvero anche le virgole contano in questa delicata visita di Benedetto XVI nel ghetto di Roma.

Non dimenticare la storia di duemila anni di rapporti non facili, per la comunità di Roma, significa rendere omaggio a questa stessa storia. E la mostra che la diaspora romana ha voluto domenica sia il Papa a inaugurare – s’intitola “Et ecce gaudium. Gli ebrei romani e la cerimonia di insediamento dei Pontefici” – proprio questo dice: la storia non va dimenticata. Ovvero, occorre non far cadere nell’oblio della memoria quanto sono stati difficili i rapporti tra ebrei romani e papato nei secoli scorsi. In mostra sono alcuni preziosi pannelli scoperti solo recentemente nell’archivio sottostante la sinagoga del ghetto. Nel Settecento, quando si eleggeva il nuovo Papa, un corteo in festa lo conduceva nei luoghi più significativi della città. Le strade e le piazze venivano abbellite per l’occasione e tutti erano chiamati a partecipare alla gioia della chiesa, anche gli ebrei. A loro spettava il compito di abbellire l’area che andava dal Colosseo fino all’Arco di Tito con arazzi e tessuti preziosi che facevano da sfondo a grandi tabelle decorate con figure simboliche e motti, in ebraico e in latino inneggianti al Pontefice. Si tratta di quegli stessi arazzi da poco recuperati e oggi offerti in mostra. Scrive in proposito la direttrice del museo ebraico, Daniela di Castro: “Gli omaggi che tradizionalmente gli ebrei porgevano ai nuovi Papi al momento della loro elezione servono a comprendere quale fu per secoli la particolare posizione di questa comunità: stretta tra gli obblighi del ghetto e del pregiudizio e la volontà, oltre che l’orgoglio, di essere parte attiva negli eventi che coinvolgevano l’Urbe, così da continuare a essere cittadini romani”.

E’ questo senso di contraddizione dolorosa, di simboli di dolore e di coraggio, di coercizione e vita, che si ritrova nei pannelli della mostra. E, per coincidenza forse non voluta, si ritrova simbolicamente anche nel giorno che gli ebrei hanno scelto per invitare il Pontefice: il 17 gennaio. O meglio, il 2 del mese di Shevat che nel 2010 corrisponde al 17 gennaio: il giorno del “Moed di piombo”, la data nella quale gli ebrei romani festeggiano lo scampato pericolo di un violento assedio antisemita, l’assedio delle grandi fiamme appiccate al ghetto nel 1793 dal quale gli ebrei riuscirono a salvarsi grazie a un improvviso acquazzone (il cielo si fece di piombo) che spense l’incendio.

Il ghetto aspetta il Papa senza che la vita al suo interno subisca particolari stravolgimenti. Soltanto attorno alla sinagoga si nota un certo fermento: alcuni operai sono al lavoro per ridipingere le ringhiere che si affiancano alle scale che accompagnano i turisti nella discesa al seminterrato. Dentro il museo si allestiscono gli ultimi addobbi. Fuori si studia il percorso che s’intende far fare al Papa: all’imbrunire di domenica Ratzinger attraverserà il Tevere per sostare per qualche minuto nella piazza intitolata al 16 ottobre 1943: assieme a Di Segni renderà omaggio alla memoria dei 1022 ebrei romani (fra questi oltre 200 bambini) che nell’ottobre del ’43 furono deportati verso Auschwitz. C’è chi ricorda ancora il rumore dei motori dei camion. Arrivarono, prelevarono la gente, e sparirono nel buio. Il Papa e Di Segni poi cammineranno da soli lungo via Catalana che costeggia il perimetro della sinagoga. Si fermeranno ancora qualche minuto sotto la lapide che commemora Stefano Gaj Taché, il bambino di due anni ucciso nell’attentato del 9 ottobre 1982 quando terroristi palestinesi attaccarono civili inermi che avevano da poco terminato le preghiere delle festività autunnali. Quindi la sosta appena fuori la sinagoga. Di Segni riceverà un antico manto rituale conservato nel museo ebraico, simbolo della storia degli ebrei della capitale italiana e lo indosserà prima di varcare la soglia. Con lui, molti altri rabbini vestiranno la tradizionale veste bianca, quella delle cerimonie solenni. Altri non lo faranno e opteranno per un semplice vestito scuro. Dopo il clou della visita, nel tempio, il passaggio al museo ebraico e il saluto ai consiglieri e ai presidenti degli enti ebraici italiani nella sala del tempio spagnolo.

La complessità della visita resta, ma la pancia, la base del ghetto, sa anche andare oltre. Nei giorni scorsi c’è stato chi ha ipotizzato all’arrivo del Papa delle contestazioni per la decisione presa su Pio XII. Dice però Giuseppe Massimo Piperno, presidente dei giovani ebrei: “Pur riconoscendo l’importanza e il rilievo di certi recenti attriti di natura storico politica, noi ci saremo ad accogliere il Papa. E lo accoglieremo in modo degno, come merita la massima carica religiosa del cattolicesimo”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 13 gennaio 2010


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Galeotti senza freni

L’attacco di ieri (martedì) dell’Osservatore Romano (il giornale del Papa) contro “il razzismo degli italiani” (leggi QUI) ha stupito i più.

All’attacco hanno reagito i vescovi italiani i quali, per voce di Bruno Schettino, presidente della Commissione Cei per le migrazioni, hanno detto di non condividere l’analisi dell’Osservatore: leggi QUI.

La cosa poteva finire lì. Ma la Galeotti ha rincarato la dose con un’intervista sul Riformista (mi spiace ma proprio non la trovo sul web) nella quale in sostanza dice che lo rifarebbe ancora. E invita tutti a farsi un giro sui treni italiani, tutti pieni zeppi di razzisti. Proprio così.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 13 gennaio 2010


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Ha ragione don Rocco

Ha ragione don Rocco: la chiesa non è un’agenzia a gettoni, che serve solo all’occorrenza. Leggi QUI.

Pubblicato sul palazzoapostolico.it mercoledì 13 gennaio 2010


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Melloni: Bonino su, Ruini giù

Si può essere d’accordo o meno. Ma Alberto Melloni quando parla non è nella banalità che cade. Così anche QUI, in questa intervista al Sole 24 Ore di oggi, dove l’ordinario di storia del cristianesimo all’università di Modena-Reggio Emilia manifesta il proprio “sì” alla candidatura di Emma Bonino nel Lazio e il “no” alla stagione culturale di Ruini e del “protagonismo della conferenza episcopale italiana che ha segnato la via migliore per il cattolicesimo di farsi del male”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 12 gennaio 2010


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Il Papa diplomatico. Così B-XVI invoca la difesa dei cristiani in medio oriente e del cristianesimo in occidente

La tradizionale udienza d’inizio anno nella quale Benedetto XVI incontra il corpo accreditato presso la Santa Sede è un momento importante perché evidenzia la posizione della chiesa nello scenario geopolitico mondiale. Anche nell’udienza del 2010, svoltasi ieri in Vaticano, il Papa non ha tradito le attese evidenziando le sue priorità davanti ai 178 paesi con i quali la Santa Sede intrattiene rapporti diplomatici ufficiali.
Non è un momento facile per la chiesa cattolica nel mondo. In più paesi, soprattutto in quelli a maggioranza islamica, i cattolici e più in generale i cristiani subiscono violenze e restrizioni quanto al libero esercizio della propria fede. Benedetto XVI non ha parlato di casi specifici, non si è soffermato – ad esempio – sulle violenze di questi giorni in Malesia. Semplicemente ha citato alcuni paesi nei quali i cristiani subiscono attacchi – Iraq, Pakistan, Egitto, medio oriente – e ha chiesto che la pace torni a regnare. E poi, le parole dedicate all’occidente: in alcuni paesi, soprattutto occidentali, si diffonde negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, “un sentimento di scarsa considerazione, e talvolta di ostilità”. A questi sentimenti, invece, occorre rispondere con modelli di “laicità positiva” nei quali la fede abbia piena libertà d’espressione e sia pienamente considerata.

Il centro del discorso di ieri è stato la ripresa di un concetto già ben enucleato nella giornata mondiale della pace, celebrata a Capodanno: “Se vuoi coltivare la pace, coltiva il creato”. Il Papa ha ricordato come sia l’egoismo a essere alla base della recente crisi economica. L’egoismo che è la causa anche del degrado ambientale. Facendo l’esempio dei regimi comunisti il Papa ha affermato: “La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione”.

Infatti, prima di fare esempi concreti, prima di ricordare situazioni particolari, il pensiero del Papa è andato a quella “mentalità corrente egoistica e materialistica, dimentica dei limiti propri a ciascuna creatura”, che “minaccia anche il creato”. Ne è esempio, ciò di cui ci si è resi conto in Europa dopo la caduta del Muro, quando si è potuto constatare “la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell’uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla natura, con l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria”. I questo senso “la negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione!”.

Pubblicato sul Foglio martedì 12 gennaio 2010


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Contrordine. Il Vaticano ricorda Yao

Sabato scorso ho scritto un pezzo sul Foglio dedicato alla scomparsa in Cina di monsignor Leo Yao Liang, vescovo coadiutore della diocesi di Xiwanzi, spentosi il 30 dicembre scorso all’età di 86 anni. Aveva passato trent’anni della sua vita in un lager, costretto all’isolamento dal regime perché appartenente alla chiesa clandestina. Nel pezzo riportavo il silenzio del Vaticano in merito.

Ma oggi questo silenzio è rotto: ecco un comunicato (leggi QUI) con il quale la Santa Sede ricorda Yao e gli rende la giustizia che merita.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 11 gennaio 2010


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Ed ecco a voi la vera riforma del papato ratzingeriano: il cardinale Cañizares spiega come restituire al culto divino il significato e il vigore perduti nella banalizzazione post conciliare

L’ex arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, guida il “ministero” vaticano che si occupa di liturgia da poco più di un anno. Un compito delicato in un pontificato, come è quello di Benedetto XVI, in cui la liturgia e la sua “ristrutturazione” dopo le derive post conciliari hanno un ruolo centrale. Come centrale, del resto, è la liturgia nella vita dei fedeli. Lo ha detto ancora il Papa la notte di Natale: come per i monaci, anche per ogni uomo “la liturgia è la prima priorità. Tutto il resto viene dopo”. Occorre “mettere in secondo piano altre occupazioni, per quanto importanti esse siano, per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo”.

Quanto dice Cañizares al Foglio è più d’un bilancio dopo un anno trascorso in curia romana: “Ho ricevuto – spiega – la missione di portare a termine, con l’aiuto indispensabile e validissimo dei miei collaboratori, quei compiti che sono assegnati alla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nella costituzione apostolica Pastor Bonus di Giovanni Paolo II rispetto all’ordinazione e alla promozione della liturgia sacra, in primo luogo dei sacramenti. Per la situazione religiosa e culturale in cui viviamo e per la stessa priorità che corrisponde alla liturgia nella vita della chiesa, credo che la missione principale che ho ricevuto è promuovere con dedizione totale e impegno, ravvivare e sviluppare lo spirito e il senso vero della liturgia nella coscienza e nella vita dei fedeli; che la liturgia sia il centro e il cuore della vita delle comunità; che tutti, sacerdoti e fedeli, la consideriamo come sostanziale e imprescindibile nella nostra vita; che viviamo la liturgia in piena verità, e che viviamo di essa; che sia in tutta la sua ampiezza, come dice il Concilio Vaticano II, ‘fonte e culmine’ della vita cristiana. Dopo un anno alla guida di questa congregazione, ogni giorno sperimento e sento con forza maggiore la necessità di promuovere nella chiesa, in tutti i continenti, un impulso liturgico forte e rigoroso che faccia rivivere la ricchissima eredità del Concilio e di quel gran movimento liturgico del diciannovesimo secolo e della prima metà del ventesimo – con uomini come Guardini, Jungmann e tanti altri – che rese feconda la chiesa nel Concilio Vaticano II. Lì, senza alcun dubbio, sta il nostro futuro e il futuro stesso del mondo. Dico questo perché il futuro della chiesa e dell’umanità intera è riposto in Dio, nel vivere di Dio e di quanto viene da Lui; e questo accade nella liturgia e attraverso essa. Soltanto una chiesa che viva della verità della liturgia sarà in grado di dare l’unica cosa che può rinnovare, trasformare e ricreare il mondo: Dio e soltanto Dio e la Sua grazia. La liturgia, nella sua più pura indole, è presenza di Dio, opera salvifica e rigeneratrice di Dio, comunicazione e partecipazione del Suo amore misericordioso, adorazione, riconoscimento di Dio. E’ l’unica cosa che può salvarci”.

Guardini, Jungmann, due pilastri del rinnovamento liturgico dei decenni passati. Figure alle quale anche Joseph Ratzinger si è ispirato nel suo “Introduzione allo spirito della liturgia”. Figure che, probabilmente, l’hanno ispirato anche nelle promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. Si è detto che il Motu Proprio ha rappresentato anche (c’è chi dice anzitutto) una mano tesa del Papa ai lefebvriani. E’ così? “Di fatto lo è. Però credo che il Motu Proprio abbia un grandissimo valore per se stesso e per la chiesa e per la liturgia. Sebbene ad alcuni questo dispiaccia, a giudicare dalle reazioni arrivate e che continuano ad arrivare, è giusto e necessario dire che il Motu Proprio non è un passo indietro, né un ritorno al passato. E’ riconoscere e accogliere, con semplicità, in tutta la sua ampiezza i tesori e l’eredità della grande Tradizione, che ha nella liturgia la sua espressione più genuina e profonda. La chiesa non può permettersi di prescindere, dimenticare o rinunciare ai tesori e alla ricca eredità di questa tradizione, contenuta nel Rito romano. Sarebbe un tradimento e una negazione verso se stessa. Non si può abbandonare l’eredità storica della liturgia ecclesiastica, né volere stabilire tutto ex novo, come alcuni pretenderebbero, senza amputare parti fondamentali della chiesa stessa. Alcuni intesero la riforma liturgica conciliare come una rottura, e non come uno sviluppo organico della tradizione. In quegli anni del post Concilio il ‘cambiamento’ era una parola quasi magica; bisognava modificare ciò che era stato al punto da dimenticarlo; tutto nuovo; bisognava introdurre novità, in fondo opera e creazione umana. Non possiamo dimenticare che la riforma liturgica e il post Concilio coincisero con un clima culturale marcato o dominato intensamente da una concezione dell’uomo come ‘creatore’ che difficilmente si accompagna bene a una liturgia che, soprattutto, è azione di Dio e sua priorità, “diritto” di Dio, adorazione di Dio e anche tradizione di ciò che riceviamo e ci è dato una volta e per sempre. La liturgia non siamo noi a farla, non è opera nostra, ma di Dio. Questa concezione dell’uomo ‘creatore’ che conduce a una visione secolarizzata di tutto, dove Dio, spesso, non ha un posto, questa passione per il cambiamento e la perdita della tradizione non è stata ancora superata; e per questo, a mio parere, fra le altre cose, ha fatto sì che alcuni vedessero con tanta diffidenza il Motu Proprio o che dispiaccia tanto ad alcuni recepirlo e accoglierlo, rincontrare le grandi ricchezze della tradizione liturgica romana che non possiamo dilapidare, o cercare e accettare l’arricchimento reciproco nell’unico Rito romano fra la forma “ordinaria” e quella “straordinaria”. Il Motu Proprio Summorum Pontificum è un grandissimo valore, che tutti dovremmo apprezzare, che non ha soltanto a che fare con la liturgia ma con l’insieme della chiesa, di ciò che è e significa la tradizione, senza che la chiesa si converta in una istituzione umana in mutamento e, ovviamente, ha anche a che vedere con la lettura e l’interpretazione che si fa o si sia fatta del Concilio Vaticano II. Quando si legge e si interpreta in chiave di rottura o di discontinuità, non si capisce nulla del Concilio e lo si travisa del tutto. Per questo, come indica il Papa, soltanto ‘un’ermeneutica della continuità’ ci porta a una giusta e corretta lettura del Concilio, e a conoscere la verità di ciò che dice e insegna nel suo insieme e in particolare nella Costituzione Sacrosantum Concilium sulla liturgia divina, inseparabile, per lo più, da questo stesso insieme. Il Motu Proprio, di conseguenza, ha anche un valore altissimo per la comunione della chiesa”.

C’è il Papa dietro il lento ma necessario processo di riavvicinamento della chiesa a un autentico spirito liturgico. Eppure, non mancano divisioni e contrapposizioni. Ne parla il cardinale Cañizares: “Il grande apporto del Papa, a mio parere, è che ci sta portando fino alla verità della liturgia, con una saggia pedagogia ci sta introducendo nel genuino ‘spirito’ della liturgia (come recita il titolo di una delle sue opere prima di diventare Papa). Lui, prima di tutto, sta seguendo un semplice processo educativo che chiede di andare verso questo ‘spirito’ o senso genuino della liturgia, per superare una visione riduttiva molto radicata della liturgia. I suoi insegnamenti così ricchi e abbondanti in questo campo, come Papa e prima di diventarlo, così come i gesti evocatori che stanno accompagnando le celebrazioni che presiede, vanno in questa stessa direzione. Accogliere questi gesti e questi insegnamenti è un dovere che abbiamo se siamo disposti a vivere la liturgia in modo corrispondente alla sua stessa naturalezza e se non vogliamo perdere i tesori e le eredità liturgiche della tradizione. Inoltre, costituiscono un vero dono per la formazione, così urgente e necessaria, del popolo cristiano. In questa prospettiva bisognerebbe vedere lo stesso Motu Proprio che ha confermato la possibilità di celebrare con il rito del messale romano approvato da Giovanni XXIII e che risale, con le successive modifiche, al tempo di san Gregorio Magno e ancora prima. E’ certo che sono molte le difficoltà che stanno avendo coloro che, nell’utilizzo di quello che è un loro diritto, celebrano o partecipano alla Santa Messa conforme al ‘rito antico’ o ‘straordinario’. Di suo, non ci sarebbe bisogno di questa opposizione, né tantomeno di essere visti con sospetto o essere etichettati come ‘pre conciliari’, o, ancora peggio, come ‘anti conciliari’. Le ragioni di questo sono molteplici e diverse, però, in fondo, sono le stesse che portarono a una riforma liturgica intesa come rottura e non nell’orizzonte della tradizione e dell’‘ermeneutica della continuità’, che reclama il rinnovamento e la vera riforma liturgica nella chiave del Vaticano II. Non possiamo dimenticare, in più, che nella liturgia si tocca quanto di più essenziale c’è delle fede e della chiesa e, per questo, ogni volta che nella storia si è toccato qualcosa della liturgia tensioni e anche divisioni non sono state rare”.

E’ dal discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005 che la necessità di leggere il Vaticano II non in un’ottica di discontinuità col passato ma di continuità è diventata centrale nell’attuale pontificato. Dal punto di vista liturgico questo cosa significa? “Significa, fra le altre cose, che non possiamo portare a termine il rinnovamento della liturgia e metterla al centro e alla fonte della vita cristiana, se ci poniamo davanti a essa in chiave di rottura con la tradizione che ci precede e che porta questa ricca sorgente di vita e di dono di Dio che ha alimentato e dato vita al popolo cristiano. Gli insegnamenti, le indicazioni, i gesti di Benedetto XVI sono fondamentali in questo senso. Per questo bisogna favorire la conoscenza serena e profonda di quanto ci sta dicendo, compreso quello che ha detto prima di diventare Papa, e che tanto chiaramente si riflette, per esempio, nella sua esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’”.

La congregazione che Cañizares presiede si è riunita lo scorso marzo in plenaria e ha presentato delle propositiones al Papa. “L’assemblea plenaria della congregazione si è occupata soprattutto dell’adorazione eucaristica, l’eucarestia come adorazione, e l’adorazione al di fuori delle sante messe. Sono state approvate alcune conclusioni poi presentate al Santo Padre. Queste conclusioni prevedono un piano di lavoro della congregazione per i prossimi anni, che il Papa ha ratificato e incoraggiato. Si muovono tutte sulla linea di ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico che, fedele in tutto agli insegnamenti del Concilio e seguendo gli insegnamenti di Benedetto XVI, collochi la liturgia nel posto centrale che le corrisponde nella vita della chiesa. Le conclusioni delle propositiones riguardano l’impulso e la promozione dell’adorazione del Signore, base del culto che si deve dare a Dio, della liturgia cristiana; inseparabile dalla fede nella presenza reale e sostanziale di Cristo nel sacramento eucaristico; assolutamente necessaria per una chiesa viva. Porre un freno agli abusi, che disgraziatamente sono molti, e correggerli non è qualcosa che derivi dalla plenaria della congregazione, ma è qualcosa che reclama la stessa liturgia e la vita e il futuro della chiesa e la comunione con essa. Su questo, sui tanti abusi liturgici e sulla loro correzione, alcuni anni fa la congregazione pubblicò un’istruzione importantissima, la ‘Redemptionis Sacramentum’ e a essa dobbiamo rimetterci tutti, è un dovere urgentissimo correggere gli abusi esistenti se vogliamo come cattolici portare qualcosa al mondo per rinnovarlo. Le proposizioni non si occupano di mettere a freno la creatività, ma anzi di incoraggiare, favorire, ravvivare la verità della liturgia, il suo senso più autentico e il suo spirito più genuino; non possiamo nemmeno dimenticare o ignorare che la creatività liturgica come spesso la si è intesa e la si intende, è un freno alla liturgia e la causa della sua secolarizzazione, perché è in contraddizione con la naturalezza stessa della liturgia”.

Si parla nelle propositiones dell’uso della lingua latina? “Non si dice nulla a proposito del dare più spazio alla lingua latina, compreso nel rito ordinario, né di pubblicare messali bilingue, come in realtà già si è già fatto in alcuni luoghi dopo la conclusione del Concilio; non bisogna comunque dimenticare che il concilio nella costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ non deroga il latino, lingua venerabile alla quale è vincolato il rito romano”.

Ci sono poi tante altre questioni importanti, l’orientamento… “Non solleviamo la questione dell’orientamento ‘versus Orientem’, né della comunione per bocca, né di altri aspetti che a volte vengono fuori come accuse di ‘passi indietro’, di conservatorismo o d’involuzione. Credo, del resto, che le questioni come queste, l’orientamento, il crocifisso visibile al centro dell’altare, la comunione in ginocchio e in bocca, l’uso del canto gregoriano, sono questioni importanti che non si possono sminuire in maniera frivola o superficiale e delle quali, in ogni caso, si deve parlare con cognizione di causa e con fondamento, come fa, per esempio, il Santo Padre, e vedendo anche come queste cose corrispondono (e anche favoriscono) di più la verità della celebrazione così come la partecipazione attiva, nel senso in cui ne parla il Concilio e non in altri sensi. Ciò che è importante è che la liturgia venga celebrata nella sua verità, con verità, e che si favorisca e promuova intensamente il senso e lo spirito della liturgia in tutto il popolo di Dio in modo tale che si viva di essa; è veramente molto importante che le celebrazioni abbiano e propizino il senso del sacro, del Mistero, che ravvivino la fede nella presenza reale del Signore e nel dono di Dio che agisce in essa, così come l’adorazione, il rispetto, la venerazione, la contemplazione, la preghiera, l’elogio, l’azione di grazia, e molte altre cose che corrono il rischio di annacquarsi. Quando partecipo o vedo la liturgia del Papa che ha già incorporato alcuni di questi elementi mi convinco sempre più che non sono aspetti casuali ma che invece hanno una forza espressiva ed educativa per se stessa e nella verità della celebrazione, la cui assenza si nota”.

Cañizares è stato per anni una figura di spicco della chiesa spagnola. Lo è ancora, pur risiedendo a Roma. In Spagna c’è stata recentemente una dichiarazione del segretario della conferenza episcopale del paese, monsignor Juan Antonio Martinez Camino, che diceva che quei politici che si esprimeranno pubblicamente a favore dell’aborto non potranno ricevere la comunione. Condivide questa posizione di Camino? Perché la Spagna è diventata l’avamposto di politiche cosiddette laiciste? Come debbono comportarsi vescovi e le conferenze episcopali di fronte a posizioni che negano la vita? “I vescovi, come pastori che guidano e difendono il popolo che ci è stato affidato, hanno il dovere di carità ineludibile di insegnare e trasmettere ai fedeli, fedelmente, con saggezza, dottrina e prudenza, ciò che crede e insegna la fede della Chiesa, sebbene questo costi, sebbene vada controcorrente o penalizzi l’opinione pubblica. Ciò che c’è in gioco sul tema dell’aborto e quello che si legifererà in Spagna in questa materia, quando saranno approvati tutti i passaggi regolamentari, è qualcosa di molto grave e decisivo, e non possiamo né tacere né occultare la verità; è ciò che, compiendo l’ordine del suo Signore, la chiesa dice e comanda ai suoi fedeli, esige e si aspetta da loro. Dobbiamo servire e indirizzare i fedeli con la luce della verità ricevuta della quale non possiamo disporre in questioni morali e, a volte, delicate; e dobbiamo aiutare i cattolici nella vita pubblica a prendere le loro decisioni con responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini e conformemente alla ragione come corrisponde alla loro condizione di figli della chiesa e credenti in Gesù Cristo. Non possiamo né dobbiamo, pena quella di essere dei cattivi pastori, muoverci in queste questioni con relativismi, con calcoli ‘politici’, o con abili o sottili ‘diplomazie’. L’esercitare bene il nostro ministero episcopale, del resto, non è assolutamente in lotta, anzi, con la prudenza, la misura, la misericordia, la gentilezza e la mano tesa che certamente dovranno accompagnarci in tutto. E’ un momento difficile quello che stiamo attraversando ora in Spagna; non è facile neanche per i vescovi. Non credo, d’altra parte, che la Spagna sia la portabandiera o l’avanguardia di politiche laiciste. Il laicismo, evidente o nascosto, e le politiche laiciste sono diffuse quasi dappertutto, in alcuni paesi più che in altri, e in alcuni con moltissimo potere e forza; c’è una forza, apparentemente inarrestabile, impegnata a introdurre il laicismo in tutto il mondo, o, che è lo stesso, a cancellare Dio rivelato nel viso umano di Gesù Cristo, suo Unigenito, dalla coscienza degli uomini. E’ vero che in Spagna questo laicismo ha delle connotazioni speciali forse per tutta la sua storia e la sua stessa identità. La Spagna sta subendo una trasformazione molto radicale nella sua mentalità, nel suo pensiero e nei criteri di giudizio, nei suoi costumi e nei modi di agire, nella sua cultura, insomma, nella sua natura o identità; questo, inoltre, si manifesta in una grande e profonda crisi o rottura morale e di valori, dietro la quale si nasconde una crisi religiosa e sociale e una frammentazione dell’uomo. Però, al tempo stesso, le radici e le fondamenta che sostengono la Spagna e la parte più genuina di essa derivano dalla fede cristiana, trovano sostentamento in essa, e in quanto essa crede; e queste radici non sono sparite né scompariranno. Un’insieme di leggi, come quella dell’aborto che è già stata approvata in Parlamento, oltre ad altri fattori, è senza dubbio il segno della trasformazione in atto. Ho sempre creduto che noi vescovi, obbedendo a Dio prima che agli uomini, dobbiamo annunciare sempre il Vangelo e Gesù Cristo, non anteporre nulla a Lui e alla sua opera, annunciare senza sosta e coraggiosamente Dio vivo, la cui gloria è che l’uomo viva, che costituisce il ‘sì’ più pieno e totale che si possa dare all’uomo, alla sua dignità inviolabile, alla vita, ai suoi diritti fondamentali, a tutto ciò che è veramente umano. Annunciare e testimoniare Colui che è amore, agendo in tutto con carità e portando e testimoniando davanti a tutti la carità, la passione di Dio per l’uomo, in modo particolare per i deboli, gli indifesi, coloro che sono trattati ingiustamente. Tutto indirizzato verso la conversione, perché sorga una nuova umanità fatta da uomini nuovi con la novità del Vangelo di Gesù Cristo, del modo di essere, di pensare e di agire che in Lui, verità di Dio e dell’uomo, incontriamo e ha origine. Si tratta semplicemente di dare impulso e portare a termine una nuova e decisa evangelizzazione. Questa è la condizione in cui si trovano la chiesa e i vescovi in Spagna da molto tempo; è un lavoro lento e arduo, ma che sta dando i suoi frutti. Credo, inoltre, che i vescovi in Spagna, proprio in virtù dell’affermazione di Dio e della fede in Gesù Cristo, si sono imbarcati in una grande battaglia a favore dell’uomo, del diritto alla vita, della libertà, di ciò che è imprescindibile per l’uomo come la famiglia, la verità e bellezza della famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna aperto alla vita, nell’amore; sono a favore dell’educazione della persona e della libertà di insegnamento, della libertà religiosa. La chiesa in Spagna, per puntare ogni giorno e con più forza e intensità sull’uomo e sui suoi diritti fondamentali, sente la chiamata a rafforzare l’esperienza di Dio perché i suoi fedeli siano ‘testimoni del Dio vivo’, come dice uno dei suoi documenti più importanti ed emblematici di alcuni anni fa. Il suo compito non è la politica, né fare politica, se non essere semplicemente chiesa, presenza di Cristo fra gli uomini, anche se questo la penalizza. La situazione è dura, ma guardiamo al futuro con una grande speranza e una grande chiamata a lasciarci rafforzare da Dio e tenerlo al centro di tutto, e proseguiamo il nostro cammino senza fermarci e senza tirarci indietro, con lo sguardo fisso su Gesù Cristo. Ho la certezza assoluta che la Spagna cambierà e tornerà al vigore di una fede vivida e di un rinnovamento della società. Non possiamo abbassare la guardia, né abbassare le braccia che devono stare tese verso Dio in una supplica fiduciosa e permanente. E’ essenziale che, prima di tutto, recuperi la sua vitalità e il suo vigore teologale e religioso, che Dio dato in Gesù Cristo sia veramente il suo centro e il suo più saldo fondamento, per essere capaci, come in altri momenti, di creare una nuova cultura e far sorgere una nuova società. Questo è possibile; e, inoltre, nulla è impossibile a Dio”.

Pubblicato sul Foglio sabato 9 gennaio 2010


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La politica vaticana in Cina è attendista e l’addio al vescovo Yao o dice

La politica vaticana verso il regime cinese è di sostanziale attesa. Gli incaricati di curare le relazioni diplomatiche della Santa Sede cercano di osservare l’evolversi della situazione senza agire troppo. Perché agire, quando dall’altra parte c’è un governo che perseguita i cattolici e soffoca la loro vita di fede, può essere rischioso. E’ vero: la lettera che Benedetto XVI ha inviato ai cattolici cinesi il 27 maggio 2007 è stata una novità nelle relazioni tra i due paesi. Ma sostanzialmente le pedine sul campo da gioco non hanno cambiato posizione: da una parte c’è il regime che tutto controlla; dall’altra continuano a esserci le due chiese, quella patriottica che gode di apparente libertà e quella clandestina vessata da persecuzioni e che a motivo di queste persecuzioni rimane nell’ombra. La Santa Sede fa quello che può. E all’interventismo oggi continua a preferire la cautela.

L’attendismo vaticano si è palesato anche nei giorni scorsi: la notizia della morte (il 30 dicembre) di monsignor Leo Yao Liang, vescovo ausiliare di Xiwanzi, è passata sotto silenzio sui media d’oltre il Tevere. Non ne ha fatto cenno l’Osservatore Romano e nemmeno la Radio vaticana. E dal Vaticano pare non sia arrivato nemmeno un telegramma di condoglianze. Eppure monsignor Yao era una figura importantissima per migliaia di fedeli cinesi. E il funerale che ha avuto luogo pochi giorni fa lo dimostra: almeno cinquemila fedeli sotto la neve e a temperature polari (circa meno trenta gradi), erano presenti in chiesa. Non solo: molti di questi fedeli hanno scavato per ore nella neve un passaggio che permettesse di portare senza problemi la bara dalla chiesa al cimitero che dista circa dieci minuti a piedi. Perché lui, padre Yao, significava molto per loro: era l’esempio di cosa voglia dire spendersi nel nome della fede: per ventisei anni, dal’ 58 all’84, è stato imprigionato in un lager per non aver mai voluto aderire alla chiesa patriottica. E anche recentemente, dal 2006 al 2009, ha subìto la medesima sorte.

Spiega al Foglio padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, che “soltanto un vescovo della chiesa clandestina ha deciso, dopo la pubblicazione della lettera del Papa, di aderire alla chiesa patriottica: il Papa lasciava aperta questa strada ma quasi nessuno ha deciso di percorrerla”. E ancora: “La situazione è difficile. Anche oggi, come ha ricordato Benedetto XVI lo scorso 26 dicembre, occorre ricordare i tanti credenti che in varie parti del mondo sono sottoposti a prove e sofferenze a causa della loro fede. E pregare per loro”.

Monsignor Yao anche da morto è stato oggetto delle attenzioni del regime: essendo un pastore sotterraneo, le autorità locali hanno obbligato i fedeli che hanno partecipato alle esequie funebri a non usare alcuna insegna episcopale nel rito in chiesa e a riferirsi al defunto prelato solo con l’appellativo di “pastore Yao” e non quello usuale di “vescovo Yao”. Ma non tutti hanno assecondato le restrizioni governative, tanto che al momento della sepoltura nel cimitero di Xiwanzi, come anche nei giorni precedenti, alcuni fedeli hanno pregato per “il vescovo Yao” e poi il giorno della sepoltura qualcuno è riuscito a inserire nella bara le insegne episcopali del vescovo.

Una donna che ha partecipato ai funerali di Yao così ha parlato del suo vescovo: “Spesso ci diceva che il suo più grande dolore nei lunghi anni di prigionia non erano le fatiche fisiche, ma la sofferenza per non poter guidare il suo gregge”. E ancora: “Yao è stato davvero una grande personalità. Tutti noi vogliamo seguire le sue orme e continuare il suo lavoro, in particolare terminare la costruzione della chiesa”. Mesi fa, infatti, monsignor Yao aveva benedetto la prima pietra di una chiesa nella città di Xiwanzi e il suo completamento era uno dei suoi più grandi desideri.

Pubblicato sul Foglio sabato 9 gennaio 2010


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Ruini: un successo il convegno su Dio

E’ lungo il bilancio che il cardinale Camillo Ruini fa su Tracce, mensile di Comunione e liberazione, del recente convegno su Dio organizzato a Roma e del lavoro che ha portato alla stesura del rapporto sull’educazione.

Quanto al convegno, l’ex presidente della Cei risponde a chi ha scritto (anche il Foglio l’ha fatto) che la kermesse romana era poco partecipata, diciamo un po’ d’elite, così: “Abbiamo superato le aspettative, sia come contenuti che come partecipazione. Non mi riferisco solo alle presenze, alle 2500 persone intervenute, ma al loro coinvolgimento. E al fatto che moltissimi fossero giovani: fa ben sperare”.

Leggi QUI l’intera intervista.


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Potere salesiano: la mappa della nomenclatura che governa la curia romana da quando la segreteria di stato è nella mani di un discepolo di don Bosco

La curia romana è una corte sempre in evoluzione. New entry e vecchie glorie ne plasmano gli equilibri, ogni pontificato in modo differente. Così anche recentemente: se con Wojtyla era don Stanislaw Dziwisz a proteggere e alimentare l’enclave dei polacchi non senza contrapporsi al potere di Angelo Sodano e Giovanni Battista Re (segretario di stato il primo, prefetto dei vescovi il secondo), con Ratzinger si registra una certa espansione dei salesiani, complice la spinta dell’attuale segretario di stato Tarcisio Bertone e, insieme, una gestione non politica della segreteria particolare del Papa da parte del tedesco monsignor Georg Gänswein.

Quando il 22 giugno 2006 Benedetto XVI ha chiesto all’allora arcivescovo di Genova Bertone di prendere in mano la segreteria di stato vaticana l’ha fatto perché conosceva bene il cardinale salesiano e si fidava di lui: dal 1995 al 2002, infatti, Bertone è stato segretario della Dottrina delle fede guidata da Joseph Ratzinger. L’ha scelto, il Papa, soprassedendo la consuetudine che vuole il segretario di stato provenire dalla scuola diplomatica vaticana: “Una rivoluzione copernicana”, fu il commento che poche ore dopo la nomina rilasciò lo stesso Bertone. Anche se, prima di lui, già Jean-Marie Villot, segretario di stato dal 1970, non aveva una formazione diplomatica. “Ho scelto Bertone per le sue grandi doti e qualità” ha spiegato il Papa riferendosi anche al passato meno prossimo di Bertone, quello della lunga esperienza in ambito universitario (ha insegnato teologia morale, diritto canonico, internazionale e dei minori) e della guida (dal 1991) della diocesi di Vercelli interpretata con un’intraprendenza figlia dello slancio missionario che contraddistingue il suo ordine d’appartenenza: si racconta che quando seppe della nomina rimase sveglio tutta la notte a studiare la vita del santo della città, Eusebio. E poi c’è quella storia che i salesiani amano ricordare per suffragare la decisione presa dal Papa di chiamare al proprio fianco un salesiano: Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, si fidava ciecamente di don Giovanni Bosco tanto che al santo fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice chiedeva spesso consigli su quali sacerdoti portare all’episcopato e con quali incarichi.

Da quando Bertone coadiuva da vicino il Papa nell’esercizio del potere anche questo fa: propone e dispone promozioni e allontanamenti, soprattutto in curia. La cosa, come è logico che sia, provoca reazioni diverse, a volte anche malumori che si acuiscono perché oggi, come non accadeva un tempo prima della riforma della curia voluta da Paolo VI, è la segreteria di stato che è chiamata a gestire e vagliare la maggioranza delle decisioni che i prefetti dei “ministeri” vaticani prendono. Insomma, si tratta di una concentrazione di potere che dà prestigio ma anche molti oneri. Bertone, inoltre, ci mette del suo. Ovvero, agisce col suo tratto, quello di un pastore salesiano che, in scia a quanto faceva don Bosco per le strade dell’Italia ottocentesca, si butta nella mischia, fa e disfa certamente ponderando le conseguenze delle proprie azioni ma senza preventivamente farsi determinare da queste. Una modalità d’azione per certi versi rischiosa, e senz’altro non percorsa dai suoi predecessori: né da Agostino Casaroli con la sua Ostpolitik vaticana, e nemmeno dal suo principale collaboratore e poi successore, Angelo Sodano. E il Papa lo lascia fare accettando un dato di fatto sempre più evidente via via che i mesi sono trascorsi: non poche delle nomine in curia romana sono di stampo salesiano. Ma, in fondo, la cosa non deve stupire. Come il Papa ha voluto accanto a sé Bertone perché lo ritiene uno dei suoi, uno della nidiata uscita dalla sua Congregazione, così Bertone preferisce portare in alto quelli che conosce. Anche se la cosa non riguarda tanto la segreteria di stato – qui i suoi più stretti collaboratori, Ferdinando Filoni e Dominique Mamberti, non sono salesiani – quanto gli altri dicasteri.

Oltre a Bertone sono due i salesiani che occupano alcuni dei gradini più alti della piramide vaticana, quei gradini che portano automaticamente al cardinalato: Raffaele Farina, archivista e bibliotecario di Santa Romana chiesa, e l’arcivescovo Angelo Amato (futuro cardinale), prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Farina e Amato hanno in sé caratteristiche che giustificano la promozione al di là dell’appartenenza salesiana: Farina vanta una lunga e dotta presenza in curia precedente l’avvento di Bertone, sottosegretario del Pontificio consiglio della cultura prima, prefetto della biblioteca apostolica vaticana poi; Amato è specialista di cristologia e di ecumenismo, profondo conoscitore dell’Oriente cristiano-ortodosso, uno dei principali collaboratori di Ratzinger e di William Joseph Levada alla Dottrina della fede dove, assieme a Bertone e sotto la direzione dell’attuale Papa, ha lasciato traccia di sé anche nella fortunata stesura della Dominus Iesus, la dichiarazione circa l’unicità e l’universalità salvifica di Cristo e della chiesa. I tre, Bertone, Farina e Amato, sono amici e si stimano. Il loro salesianesimo viene fuori in più modi. Anche nella fedeltà a tre grandi amori di don Bosco: la Madonna, l’eucaristia e il Papa. I salesiani sono ben rappresentati anche nei posti intermedi della curia. Lo scorso ottobre è stato don Mario Toso, già rettore della Pontificia Università salesiana, a divenire segretario di Iustitia et Pax. Toso è esperto in dottrina sociale della chiesa – ha insegnato magistero sociale alla lateranense – e dunque il suo arrivo nel dicastero guidato dal cardinale Turkson non è senza senso. Come motivata è la nomina di don Giuseppe Costa a direttore della Libreria Editrice Vaticana (Lev). Questi ha detto d’essere arrivato alla Lev per “ubbidienza salesiana”: il suo posto è per tradizione assegnato a un salesiano. Di diverso tono è invece la nomina di don Manlio Sodi come presidente della Pontificia accademia di teologia. Liturgista, sembrava avviarsi verso un incarico importante all’interno della Congregazione per il culto divino. Ma così non è stato anche a motivo (ma sono solo supposizioni) delle sue posizioni piuttosto critiche nei confronti della promulgazione del Summorum Pontificum.

La nomina salesiana, o meglio l’incarico che più ha fatto parlare di sé è stato quello affidato pochi giorni fa a Enrico Dal Covolo: gli è stato chiesto di predicare gli esercizi spirituali al Papa e alla curia romana nella prossima quaresima. Dal Covolo è postulatore generale della congregazione salesiana, patrologo esperto della latinità cristiana. L’incarico affidatogli ha fatto parlare per più motivi. Anzitutto perché spesso, in passato, chi ha predicato gli esercizi ha poi fatto carriera. Oltre a Karol Wojtyla che predicò ’76, due anni prima di divenire Pontefice, sono diversi i predicatori divenuti cardinali. Tra questi, Antonio Javierre Ortas, Anastasio Ballestrero, Carlo Maria Martini, Lucas Moreira Neves, Georges Cottier, Ersilio Tonini, Jorge Medina Estevez, Christoph Schönborn, Angelo Comastri. Ma c’è altro: Benedetto XVI, prima di Dal Covolo, non aveva mai affidato la predicazione a un semplice sacerdote – l’incarico è stato affidato al vescovo Renato Corti (2005) e poi ai cardinali Marco Cé (2006), Giacomo Biffi (2007), Francis Arinze (2008) e Albert Vanhoye (2009) – e i più si aspettavano che avrebbe continuato così. Infine un’altra notizia. Si parla della nomina di un altro salesiano. Sembra che sarà don Massimo Palombella a prendere il posto di monsignor Giuseppe Liberto come direttore del coro della Cappella Sistina. Scrive in proposito Sandro Magister, vaticanista autorevole e di temperamento: “Don Palombella è un salesiano, come salesiano è il suo sponsor, il cardinale Bertone”. E ancora: “Ratzinger è un grandissimo intenditore di musica sacra. Contro il suo degrado ha scritto pagine brucianti. E così sulla liturgia. Molti attendevano da lui una decisione all’altezza, per la direzione del coro che accompagna le celebrazioni papali, modello per il mondo intero. Così non è stato. Alla grande visione di Papa Benedetto questa volta non è corrisposta una decisione conseguente”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 7 gennaio 2010


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