Chi sostituirà il quasi insostituibile Kasper nel “lento fluire del tempo”

Il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani con delega ai rapporti con gli ebrei, ha suggellato la lunga presenza in Vaticano (quasi undici anni) affiancando Benedetto XVI nella visita di domenica scorsa alla sinagoga di Roma. Erano seduti uno a fianco all’altro e la stessa scena si ripeterà lunedì prossimo nella basilica di San Giovanni in Laterano quando il Papa chiuderà la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Se l’apparizione in pubblico di Kasper sia una delle ultime da guida del dialogo ecumenico vaticano è difficile dirlo. Anche se non è un mistero che la sua lunga stagione romana, visti i raggiunti limiti di età (a marzo Kasper compie 77 anni), è vicina al termine. Tanto che già sono definite le ipotesi di successione: o il tedesco vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Müller – oggi favorito –, oppure, in alternativa, l’italiano Bruno Forte, vescovo di Chieti-Vasto.

La presenza domenica in sinagoga di Kasper accanto a Ratzinger evoca tante cose. Anzitutto il motivo profondo per il quale nel 2001 Karol Wojtyla gli affidò le chiavi del Pontificio consiglio del quale già da due anni era segretario: Kasper è figura che più di altre rassicura il mondo cristiano e insieme giudaico. Scrive infatti Daniel Deckers, redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung e biografo prima del cardinale Karl Lehmann e, più recentemente con la pubblicazione di “Wo das Herz des Glaubens schlägt. Die Erfarhung eines Lebens” – del cardinale Kasper, che la chiamata del teologo tedesco a Roma, “assai apprezzato nell’ambito dell’ecumene”, ha costituito “un segnale tanto per gli avversari che per i sostenitori di ambedue le parti: Roma intende restare fedele al progetto di comprensione e di avvicinamento, sulla via del dialogo teologico”.

Kasper era tutto questo: era il giovane docente di Teologia dogmatica a Monaco che nel ’67 fu accolto nella commissione internazionale per il dialogo luterano-cattolico e, successivamente, fu immortalato mentre abbracciava Ismael Noko, segretario della federazione luterana mondiale. Insieme, era il teologo della Germania post conciliare, quella che nella chiesa cattolica più spingeva per aperture non solo verso i cristiani separati ma anche verso il giudaismo. “Nessuno meglio di un tedesco riusciva a incarnare le spinte ecumeniche fondamentali per la chiesa post conciliare”, ha infatti spiegato al Foglio un porporato di curia. “Dopo la stagione dell’olandese Johannes Willebrands e dell’australiano Edward Idris Cassidy, da più parti si fece presente a Wojtyla che l’ecumenismo necessitava di un tedesco”.

Non sempre i rapporti tra Ratzinger e Kasper sono stati buoni. L’ha detto nel 2008 lo stesso Ratzinger quando fece a Kasper gli auguri per i 75 anni: “Non sempre siamo stati della medesima opinione ma ci siamo sempre saputi insieme nel cammino al servizio di Cristo e della chiesa”. La divergenza di opinione è anche relativa al concetto di ecumenismo: più improntato alla necessità che le varie chiese si riconoscano unite “cum e sub Petro” quello di Ratzinger, più propenso a far sì che le chiese dialoghino pur senza riconoscersi legate a Roma quello di Kasper. Ma nonostante ciò una cosa è certa: alla curia romana mancherà l’intelligenza di Kasper, teologo figlio del grande rinnovamento promosso fin dalla prima metà del secolo XIX nella gloriosa facoltà teologica di Tubinga, quella dove si voleva fare teologia “nel fluire aperto del tempo”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 21 gennaio 2010


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E’ sempre colpa dei vaticanisti

La visita del Papa in sinagoga di Roma è stata seguita con molto interesse dai media italiani e anche da quelli stranieri. La cosa non era facile perché l’aspettativa del mondo ebraico è stata variegata e spesso si doveva riferire di risentimenti degli ebrei verso il Papa e la chiesa cattolica molto delicati.

Nonostante la difficoltà della materia, non sono mancate le critiche verso i giornalisti che hanno seguito l’evento.

Critiche bipartisan, ovvero provenienti dall’Osservatore Romano (leggi QUI) che ha scritto: “Preceduta da bagliori polemici, la visita ha invece mostrato come decisa sia la comune volontà di affrontare le questioni aperte nel rapporto tra ebrei e cattolici. Spesso però i contrasti sono il frutto di enfatizzazioni mediatiche. Irresponsabili o strumentali, queste operazioni sono prive di reale consistenza, ma hanno acceso fuochi di paglia rischiosi, se non altro nel presentare all’opinione pubblica un quadro deformato e lontano dalla realtà”.

E provenienti da Avvenire (leggi QUI) che però se la prende soltanto coi media ebraici. Il titolo è eloquente: “Da Israele agli Usa, l’occasione perduta dei media ebraici”.


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A Bruxelles arriva Mons. Léonard che difese B-XVI dal Parlamento

Il belga André-Mutien Léonard, 69 anni, vescovo di Namur dal 1991, è il nuovo arcivescovo di Malines-Bruxelles e, insieme, primate del Belgio. Prende il posto del cardinale Godfried Danneels, in sella alla chiesa del paese dal 1980. La notizia è stata diffusa ieri in mattinata dalla Santa Sede anche se, già nelle ore precedenti l’annuncio, Léonard aveva parlato della cosa via tv rispondendo con un sorriso a chi gli chiedeva se davvero, come riportavano i media locali, egli sia un presule “conservatore”.

La “qualifica” di “conservatore” è stata appiccicata addosso a Léonard dai media del suo paese. Complice, a onor del vero, è stata anche la rivista progressista francese “Golias” la quale, già nel 2007, aveva scritto d’essere preoccupata per le voci che volevano Léonard prossimo a prendere l’incarico di Danneels. Le caratteristiche di Léonard, secondo la rivista, dicono molto della sua personalità: ha accolto con entusiasmo il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, la disposizione papale che liberalizza l’antico messale, ha difeso pubblicamente Papa Pio XII dalle accuse di essere stato insensibile al dramma degli ebrei, è intervenuto più volte sui valori cosiddetti “non negoziabili” difendendo la morale naturale. Dopo “Golias” sono stati un po’ tutti i giornali e le riviste del Belgio a insistere sul cliché Léonard “vescovo tradizionalista”. Tanto che, a loro dire, la successione ufficializzata ieri segna una svolta: da un porporato ritenuto di idee progressiste (Danneels) si passa a un presule conservatore, appunto Léonard. Come se, dal Vaticano, si volesse mandare un segnale: la linea mantenuta fino a oggi in Belgio dalle gerarchie della chiesa non ha portato i frutti sperati, dunque occorre cambiare.

Che la chiesa belga stia attraversando una crisi profonda è cosa nota. Come è noto che la crisi è atavica: affonda cioè in radici lontane. I seminari sono vuoti, i fedeli praticanti sono ridotti all’osso e molti dei vescovi del paese non godono più del prestigio e della presa sulla vita pubblica che avevano un tempo. A mo’ di esempio è sufficiente ricordare come, qualche mese fa, è stato il cattolico re Alberto II a promulgare, senza dare peso alle critiche dei vescovi, una legge che definisce embrioni e feti “materiale corporeo umano” disponibile per le applicazioni mediche.

La drammaticità della situazione nella quale si trova la chiesa belga è dimostrata anche dai dati riportati sull’annuario pontificio della Santa Sede e relativi al numero dei seminaristi presenti nelle diverse diocesi: in tutto ci sono soltanto 71 candidati al sacerdozio. E 35 di questi sono della diocesi di Namur, quella governata da Léonard. Un numero, quest’ultimo, che pare non sia stato irrilevante nel momento in cui la plenaria della congregazione dei vescovi governata dal cardinale Giovanni Battista Re ha dovuto indicare quale nome tra quelli della terna da presentare al Papa era quello maggiormente ritenuto degno della nomina.

A Danneels parte della chiesa locale imputa di non aver fatto altro che portare avanti la linea progressista del suo predecessore, il cardinale Léon-Joseph Suenens, il quale battagliò in aperto contrasto con l’Humanae Vitae di Papa Paolo VI a favore del controllo delle nascite. Non solo, si dice anche non abbia fermato la deriva dottrinale presa dalla prestigiosa (e cattolica) Università di Lovanio dove illustri docenti hanno apertamente sostenuto la legittimità delle unioni omosessuali. Ma trovarsi a governare una chiesa in gran parte “sciolta nella modernità” non è un’impresa facile per nessuno. E non lo è stato neppure per Danneels.

La candidatura di Léonard ha cominciato a prendere sempre più corpo dopo il viaggio che Benedetto XVI ha fatto in Africa nel marzo dello scorso anno. Era il 2 aprile del 2009, infatti, quando il Parlamento del paese prendeva ufficialmente posizione contro le affermazioni espresse dal Papa sui preservativi poco prima di spiccare il volo per il Camerun e l’Angola. E fu nei giorni successivi che Léonard, più di altri presuli belgi, prese la parola per difendere il Papa e condannare ogni forma di contraccezione.

Su Léonard in Vaticano si sanno tante cose. Membro della commissione teologica internazionale, non è stata senza peso l’amicizia che il presule aveva col grande cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger. Léonard dal 1978 è stato rettore del seminario universitario “Saint-Paul” di Lovanio. Ed è qui, in una delle città europee che ha vissuto più di altre grandi fermenti post-conciliari, che Léonard ha cercato di offrire una sua lettura più moderata del rinnovamento della chiesa. E’ stato Wojtyla, nel 1991, a volerlo vescovo. E nel 1999 fu ancora Giovanni Paolo II a “puntare” su di lui affidandogli la predicazione degli esercizi spirituali per la curia romana in occasione della quaresima.

Pubblicato sul Foglio martedì 19 gennaio 2010


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Una vignetta per B-XVI

Così “pagine ebraiche”, il mensile dell’ebraismo italiano diretto da Guido Vitale, riassume con una vignetta firmata da Enea Riboldi la visita del Papa in sinagoga di ieri.
A volte una vignetta dice più di tante parole. Da parte ebraica c’è rispetto ma anche criticità: un bambino ebreo (impersona la minoranza ebraica italiana) porta il Papa a casa mentre la comunità romana lo saluta ricordandogli alcune cose che non vanno.

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Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 18 gennaio 2010


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Il Papa in sinagoga con una visita e un discorso più spirituale che politico

Il giorno dopo le polemiche scoppiate a seguito delle dichiarazioni del rabbino emerito di Milano Giuseppe Laras circa l’inopportunità dell’invito rivolto dalla comunità ebraica di Roma a Benedetto XVI a visitare la sinagoga (è domani pomeriggio che il Papa, ventiquattro anni dopo Giovanni Paolo II, varcherà la porta del tempio romano) il portavoce vaticano padre Federico Lombardi conferma al Foglio che le intenzioni del Pontefice sono sempre le medesime: “Andare avanti con fiducia, dedizione e speranza”, spiega. “Del resto, la visita del Papa vuole essere semplicemente un ulteriore passo di un dialogo approfondito e di un cammino irreversibile verso la reciproca conoscenza”.

Benedetto XVI conosce bene le divergenze interne al mondo ebraico rispetto al suo pontificato e, più in generale, rispetto alla chiesa cattolica. Divergenze non dell’ultima ora, ovviamente. E a tutte risponderà a suo modo. Ovvero con una visita che, nei gesti e nell’atteso discorso in sinagoga, avrà connotati prettamente religiosi e spirituali. Almeno così dicono i preparativi delle ultime ore: un testo spirituale, religioso, non politico, quello che Benedetto XVI sta scrivendo per domani. Un testo che, in scia a quanto già fece Giovanni Paolo II nel 1986, vuole ricordare quell’alleanza profonda che accomuna le due fedi: come già sancì la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, ci sono radici comuni e c’è un ricchissimo patrimonio spirituale a legare indissolubilmente ebrei e cristiani. Disse Papa Wojtyla: “Chi incontra Gesù Cristo incontra l’ebraismo”. Parole ricordate anche da Benedetto XVI nell’agosto del 2005 quando entrò nella sinagoga di Colonia (la prima delle tre sinagoghe visitate da Ratzinger: Colonia, New York e, domani, Roma): “Sia gli ebrei che i cristiani riconoscono in Abramo il loro padre nella fede e fanno riferimento agli insegnamenti di Mosè e dei profeti. La spiritualità degli ebrei come quella dei cristiani si nutre dei salmi. Con l’apostolo Paolo, i cristiani sono convinti che i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”.

Il terreno sul quale camminare insieme non è soltanto quello spirituale, non è solamente quel legame particolare – “siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”, fu la frase storica pronunciata da Wojtyla nel 1986 –, ma è anche quello pratico. Per questo ci sono i campi della “dignità dell’uomo”, dell’“amore e del rispetto verso tutte le creature” da salvaguardare. Campi sui quali cristiani ed ebrei possono fare fronte comune senza cedere alle sirene del secolarismo e del relativismo.

Poi certo, c’è quella condanna che, in particolar modo la comunità ebraica di Roma che nei secoli passati sottostava anch’essa al potere temporale del papato, ritiene importante. Quella condanna che già la Nostra Aetate aveva sancito laddove deplorava “gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque”.

Ieri Benedetto XVI ha ricevuto in Vaticano la congregazione per la dottrina della fede. Davanti ai suoi “ex colleghi” ha parlato di due temi che interessano molto gli ebrei: il rientro nella chiesa cattolica dei lefebvriani (con quel vescovo Richard Williamson dichiaratamente negazionista sulla Shoah) e la questione dell’annuncio del Vangelo in ogni situazione e territorio, dunque anche ai non credenti o a coloro che professano altre fedi. Il Papa si è augurato che la piena comunione coi lefebvriani venga presto raggiunta anche grazie al superamento delle divisioni dottrinali. Insieme, citando la Dominus Iesus, la dichiarazione sull’unità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della chiesa che tanto aveva fatto discutere il mondo ebraico quando venne promulgata, ha ricordato che il magistero della chiesa offre il proprio contributo alla formazione della coscienza non solo dei credenti, ma anche di quanti cercano la verità e intendono dare ascolto ad argomentazioni che vengono dalla fede ma anche dalla stessa ragione. Insomma, non soltanto ai cristiani ma a tutti.

Pubblicato sul Foglio sabato 16 gennaio 2010


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Sarit Haddad, aspettando B-XVI

Mancano quarant’otto ore all’arrivo del Papa in sinagoga e gli ebrei romani si preparano ascoltando lei, Sarit Haddad, miglior cantante femminile degli anni duemila secondo l’israeliana Music Tv Channel. Di lei la pop star Madonna ha detto: “Sono una fan di Haddad, e adoro ascoltare la sua musica quando mangio nel ristorante Kasher vicino casa mia”.

Sul portale dell’ebraismo italiano, (vedi QUI) c’è il brano “Shemà Israel” in home page in questi giorni: “Quando il cuore piange Solo Dio può ascoltare. Il dolore sale dal più profondo dell’anima. Il sangue scorre, prima di affondare. Con una piccola preghiera, rompe il silenzio. Ascolta Israele mio Dio. Tu sei capace di tutto. Mi hai dato la vita, mi hai dato tutto. Nei miei occhi c’è una lacrima, il cuore piange in silenzio. E quando il cuore è tranquillo l’anima protesta ferocemente. Ascolta Israele mio Dio. Ora io sono sola. Rendimi forte mio Dio. Rendimi coraggiosa. Il dolore è grande e non c’è posto in cui nascondersi. Interrompilo perché non rimane più forza in me. Quando il cuore piange. Il tempo si ferma. L’uomo improvvisamente vede la sua intera vita. Verso l’ignoto verso cui non vuole dirigersi. Verso il mio Dio lui chiama sul bordo della purezza”.


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B-XVI non fa notizia

Quando c’era il trio Walter Weltroni, Piero Marrazzo ed Enrico Gasbarra ad amministrare rispettivamente Comune di Roma, Regione e Provincia del Lazio, la tradizionale udienza col Papa d’inizio anno era tutto un fuoco e fiamme, almeno sui giornali. Il Papa che picchiava duro su coppie di fatto, aborto, eutanasia e altro. E i tre che ascoltavano senza reagire.

Ieri, invece, che davanti al Papa c’erano Gianni Alemanno (Comune), Nicola Zingaretti (Provincia) ed Esterino Montino (vice presidente dopo che Marrazzo ha lasciato), poca enfasi (e spazio) sui giornali. Certo, c’è la questione ebraica a spostare l’attenzione (i dissidi tra i rabbini Laras e Di Segni per la visita del Papa di domenica in sinangoga), ma il discorso del Papa avrebbe meritato grandi titoli: leggi QUI.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 15 gennaio 2010


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Il rabbino ambrosiano contro Roma: Laras non va in sinagoga, il Papa ci va con una delegazione ben studiata

Ieri il rabbino Giuseppe Laras, per anni uno dei principali fautori del dialogo tra cultura laica e religiosa a Milano (è stato rabbino della città dal 1980 al 2005), ha spiegato che non ci sarà domenica ad accogliere il Papa alla sinagoga di Roma: “La visita è un fatto negativo, non porterà nulla di buono, ma servirà solo ai settori più retrivi della chiesa”, ha detto elencando gli “infortuni sul lavoro” del pontificato ratzingeriano, dalla revoca della scomunica del vescovo lefebvriano Richard Williamson al processo di beatificazione di Pio XII sul quale, ieri, anche la rivista ebraica Shalom ha espresso riserve. A Laras ha risposto il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, colui che dopo il tempo delle aperture del rabbino Elio Toaff sembrava voler mettere in campo una linea più severa verso i cattolici. E invece: “Rispetto le opinioni differenti, rispetto il rabbino Laras per la sua storia e per la sua dottrina – ha detto Di Segni – ma sarà il tempo a decidere quale delle opposte visioni era la giusta”.

Non è la prima volta che sul papato (non soltanto quello in corso) la comunità di Roma e quella di Milano si scontrano. Anche recentemente, dopo la firma di Ratzinger del decreto sulle virtù eroiche di Pio XII, emersero attriti. Laras è un rabbino colto: discepolo della scuola dell’ebraismo ortodosso e illuminato di Chayes e Margulies (rispettivamente in passato rabbino capo di Vienna e di Firenze), studioso del pensiero di Mosè Maimonide, per anni ha rappresentato assieme al cardinale Carlo Maria Martini un percorso diverso da quello romano: cattolicesimo ambrosiano e un certo ebraismo di sinistra uniti contro la città che oggi è di Ratzinger e Di Segni ma che prima era di Wojtyla e Toaff.

Il Vaticano oggi cerca di restare neutrale. Per provare, domenica, a rispondere alle critiche coi contenuti, come è nello stile del Papa. In sinagoga andrà il meglio dell’entourage che coadiuva Benedetto XVI nei rapporti con gli ebrei. E’ una squadra studiata a tavolino per andare incontro alle diverse sensibilità ebraiche. Pedine fondamentali per continuare la strada aperta da Giovanni XXIII nel 1959 quando benedì per la prima volta gli ebrei che uscivano dalla sinagoga sul Lungo Tevere di Roma e percorsa da Giovanni Paolo II con la visita del 1986.

Oltre al segretario di stato Tarcisio Bertone e al sostituto Ferdinando Filoni, c’è il cardinale Walter Kasper. All’interno del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani guida la commissione per i rapporti con l’ebraismo la quale, per sottolineare il posto speciale del credo ebraico nella chiesa cattolica, non si trova alle dipendenze del dicastero che si occupa di dialogo interreligioso. Kasper è per il mondo ebraico una figura importante. Ogni volta che i rapporti si fanno difficili è lui a intervenire. A volte anche smussando certe spigolature dei testi ufficiali. Con Kasper, esponenti della Comunità di Sant’Egidio, Fouad Twal, patriarca latino di Gerusalemme che impersona una linea morbida rispetto a Israele, e monsignor Bruno Forte che nel dopo Kasper sembra destinato a dire la sua.

Pubblicato sul Foglio venerdì 15 gennaio 2010


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Andrea Riccardi: parlarsi è indispensabile, quella giudeo-cattolica è anche una grande storia romana

In una stanza della sede della comunità di Sant’Egidio dedicata agli ebrei (ogni libro parla di loro) lo storico Andrea Riccardi mostra alcuni volumi. Tra questi “Il tempio maggiore di Roma”, dedicato alla sinagoga romana. Un luogo carico di storia perché bimillenaria è la storia degli ebrei nella capitale. “Ricordo che ne parlava ad Assisi nel 1986 il rabbino Elio Toaff. Ne parlava con la gente. Per lui il rapporto degli ebrei con Roma era importante. E, in effetti, anche la visita che nell’86 Wojtyla fece alla sinagoga sancì il valore di questo rapporto”.

Per il Papa andare nella sinagoga romana non è la stessa cosa che entrare nei templi statunitensi. E nemmeno è come visitare i luoghi di culto ebraici europei. La diaspora di Roma è la più antica d’Europa e la vicinanza fisica al Vaticano dice molto. Spiega Riccardi: “La comunità ebraica di Roma è vicina alla chiesa geograficamente e storicamente ma insieme è lontana: il ghetto con tutto quello ha significato, la divide dalla chiesa. C’è la terribile memoria del ghetto, la memoria dell’umiliazione ebraica subita fino al 1870, l’anno dell’emancipazione. E, infatti, non fu a caso che prima della visita di Wojtyla nel 1986, Toaff fece presente al Papa polacco questa particolarità della presenza ebraica in Roma. E Wojtyla si scusò per questo”.

Già, Giovanni Paolo II. Un Papa polacco in sinagoga. E quasi ventiquattro anni dopo di lui, il successore, un Papa tedesco, compie lo stesso gesto: “Ogni uomo ha la sua storia – dice Riccardi –. Benedetto XVI porta nel suo cuore e nella sua memoria la vicenda dolorosa di un paese violentato dal nazismo e, insieme, violentatore a causa del nazismo. Credo, comunque, che non a caso le due visite sono avvenute sotto questi due pontificati: un Papa tedesco e un Papa polacco sentono la questione ebraica con una maggiore intensità di come l’ha sentita, ad esempio, Paolo VI”.

Torniamo al ghetto. Perché la visita del Papa si svolge anche qui, non solo in sinagoga. “Non si può dimenticare cosa significhi il ghetto per Roma, per gli ebrei e i cattolici. Fu Pio IX, ad esempio, il 17 aprile 1848, ad abbattere il muro che circondava il ghetto e, poi, a far rientrare nel quartiere pur privo di porte e recinzione gli stessi ebrei. Roma è stata un città teocratica, tutta cattolica, nella quale non c’è stato pluralismo religioso. Ma anche una città nella quale stranamente gli ebrei ci sono sempre stati. E questa presenza ha creato, se non un rapporto di osmosi, un rapporto di vicinanza. E tutto ciò rappresenta un unicum: ben diversa, ad esempio, è la storia del cattolicesimo spagnolo, un cattolicesimo senza ebrei, che ha fatto il discorso sulla ‘limpieza de sangre’, la purezza di sangue. A Roma tutto è stato diverso: gli ebrei qui sono per forza di cose lontani ma anche vicini ai cattolici”.

Poi ci sono tante altre cose. Vicende che avvicinano e allontanano le due parti, a cominciare dai silenzi di Pio XII dei quali ha detto ieri il rabbino Riccardo Di Segni di volerne parlare col Papa. Ma già molto il Vaticano ne ha parlato, non ultimo il direttore dell’Osservatore Romano il cui lavoro è confluito in “In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia”: “E’ una vicenda su cui si sono versati fiumi d’inchiostro – dice Riccardi –. Si è scritto molto di quei giorni che vanno dall’8 settembre 1943 al giugno 1944, quei terribili mesi – mesi a cui Riccardi ha dedicato ‘L’inverno più lungo’, ndr – con la deportazione degli ebrei di Roma in quel 16 ottobre del 1943. Un momento terribile, di vicinanza di tanta parte del mondo cattolico, soprattutto preti e suore . Ma anche tante famiglie accolsero e nascosero degli ebrei. Con loro anche tanti renitenti alla leva, politici, giovani: qui i cristiani furono molto vicini agli ebrei”.

Il 16 ottobre del ’43 resta ancora oggi una ferita aperta per tutta Roma: “Le radici del 16 ottobre vengono da lontano, dalle leggi razziali, da quando una parte dei romani (più romani dei romani) furono isolati dal resto della popolazione e si disse che si fece poco per loro. Tutti tuttavia hanno detto e hanno fatto niente in quel 1938. Tutti. Nessuno capì che quella fu l’anticamera di un dramma enorme. Non si riuscì a comprendere la verità di quanto una volta mi disse il rabbino Toaff: ‘Si comincia con gli ebrei e poi arriva l’ora di tutti’. La questione dei silenzi di Pio XII è venuta dopo. E’ una questione che un po’ mi accompagna dall’adolescenza. Già in classe al liceo Virgilio dove c’erano molti ragazzi ebrei (nella seconda metà degli anni sessanta) si discuteva se Pio XII avesse delle responsabilità o meno. I giudizi erano e sono differenti. E’ certo che il Papa scelse di non parlare perché considerò che una sua aperta dichiarazione avrebbe creato più problemi che vantaggi. Questa fu la posizione del Papa il quale, inoltre, fece sì che gli ebrei venissero nascosti negli ambienti cattolici. E la cosa avvenne non senza gravi rischi. A quest’opera di nascondimento degli ebrei, a mio avviso, partecipò con molta insistenza anche l’allora monsignor Giovanni Battista Montini. Del resto, in un colloquio con Roncalli del 10 ottobre del 1941, disse che lo stesso Pio XII gli chiese se il suo “silenzio” – così disse – non fosse giudicato male… Certo, l’ebraismo giudica oggi insoddisfacente questo atteggiamento di Pio XII. Io ho cercato di dare un contributo alla ricostruzione storica degli avvenimenti. Perché la storia deve aiutarci a comprendere. E sono oggi convinto che dobbiamo guardare avanti condividendo una memoria: quel 16 ottobre deve diventare una memoria condivisa di tutti i romani perchè è la pagina più nera della città da secoli. Con una lezione: mai isolare una comunità. Mai lasciar crescere la predicazione dell’odio”.

La visita in sinagoga del Papa è un forte valore simbolico. Nonostante il dialogo teologico tra le due parti non sia facile. Tutt’altro. “La visita di Benedetto XVI che lui stesso ha voluto fare è per dire agli ebrei che bisogna guardare il futuro e che cristiani ed ebrei è necessario si parlino. Anche la comunità ebraica ha voluto questa visita, non ha caso è stata lei a invitare il Papa, e l’ha voluta perché crede che occorre parlare. La visita di Giovanni Paolo II fu la caduta di un muro. Oggi, quella di Benedetto XVI, mi appare invece come la costruzione di un ponte. Quindi l’opera è più complessa e per certi aspetti può provocare minore emozionalità. Ma forse, proprio per questo, resta ancor più necessaria. Oggi in questo mondo caotico siamo tutti soli e senza legami. In questo mondo è rotto ogni rapporto con la tradizione e la trasmissione della fede. E quindi è proprio in questo mondo che cristiani ed ebrei hanno una responsabilità comune. Quando guardo la sinagoga sul Tevere non penso soltanto al passato più triste. Per me la sinagoga rappresenta un riferimento alla fede nel Dio unico nel cuore di questa città. Certo, Toaff era un uomo che aveva vissuto il dramma della guerra. Oggi c’è un’altra generazione di dirigenti come il rabbino Di Segni o il presidente Pacifici. Di Segni porta ancora nella memoria quelle vicende tristi ma è nato dopo. Ma anche lui si è posto, nelle temperie di una società secolarizzata e svuotata, il problema di cosa voglia dire credere e quello dell’identità della comunità ebraica. Ritengo che il problema sia cosa voglia dire credere e ben operare perché la nostra città, la nostra società, resti una realtà, mi si passi la citazione, di ‘uomini umani’ come diceva Totò. Credo, infatti, che la salda radice di fede di ebrei e cristiani sia una sorgente di umanità. E allora come non visitarsi vicendevolmente?”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 14 gennaio 2010


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Il Montini di Tornielli

Ecco la dodicesima puntata di “Vatican Style“, il programma televisivo che conduco ogni mercoledì pomeriggio (orte 18.30) su Redtv (canale 890 di Sky). Una trasmissione che torrnerà nel mese di marzo, dopo una pausa invernale. Nella dodicesima puntata incontro Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale, amico e prolifico scrittore, senz’altro il più prolifico tra i vaticanisti in attività. Con lui parlo del poderoso volume che per le Scie di Mondadori ha dedicato a Paolo VI, Papa mai approfondito a dovere dalla pubblicistica contemporanea. Il libro di Andrea è ricco di aneddoti, fatti, testi inediti. Un libro gustoso, come l’intervista qui sotto.


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