La politica vaticana in Cina è attendista e l’addio al vescovo Yao o dice
9 gennaio 2010 -
La politica vaticana verso il regime cinese è di sostanziale attesa. Gli incaricati di curare le relazioni diplomatiche della Santa Sede cercano di osservare l’evolversi della situazione senza agire troppo. Perché agire, quando dall’altra parte c’è un governo che perseguita i cattolici e soffoca la loro vita di fede, può essere rischioso. E’ vero: la lettera che Benedetto XVI ha inviato ai cattolici cinesi il 27 maggio 2007 è stata una novità nelle relazioni tra i due paesi. Ma sostanzialmente le pedine sul campo da gioco non hanno cambiato posizione: da una parte c’è il regime che tutto controlla; dall’altra continuano a esserci le due chiese, quella patriottica che gode di apparente libertà e quella clandestina vessata da persecuzioni e che a motivo di queste persecuzioni rimane nell’ombra. La Santa Sede fa quello che può. E all’interventismo oggi continua a preferire la cautela.
L’attendismo vaticano si è palesato anche nei giorni scorsi: la notizia della morte (il 30 dicembre) di monsignor Leo Yao Liang, vescovo ausiliare di Xiwanzi, è passata sotto silenzio sui media d’oltre il Tevere. Non ne ha fatto cenno l’Osservatore Romano e nemmeno la Radio vaticana. E dal Vaticano pare non sia arrivato nemmeno un telegramma di condoglianze. Eppure monsignor Yao era una figura importantissima per migliaia di fedeli cinesi. E il funerale che ha avuto luogo pochi giorni fa lo dimostra: almeno cinquemila fedeli sotto la neve e a temperature polari (circa meno trenta gradi), erano presenti in chiesa. Non solo: molti di questi fedeli hanno scavato per ore nella neve un passaggio che permettesse di portare senza problemi la bara dalla chiesa al cimitero che dista circa dieci minuti a piedi. Perché lui, padre Yao, significava molto per loro: era l’esempio di cosa voglia dire spendersi nel nome della fede: per ventisei anni, dal’ 58 all’84, è stato imprigionato in un lager per non aver mai voluto aderire alla chiesa patriottica. E anche recentemente, dal 2006 al 2009, ha subìto la medesima sorte.
Spiega al Foglio padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, che “soltanto un vescovo della chiesa clandestina ha deciso, dopo la pubblicazione della lettera del Papa, di aderire alla chiesa patriottica: il Papa lasciava aperta questa strada ma quasi nessuno ha deciso di percorrerla”. E ancora: “La situazione è difficile. Anche oggi, come ha ricordato Benedetto XVI lo scorso 26 dicembre, occorre ricordare i tanti credenti che in varie parti del mondo sono sottoposti a prove e sofferenze a causa della loro fede. E pregare per loro”.
Monsignor Yao anche da morto è stato oggetto delle attenzioni del regime: essendo un pastore sotterraneo, le autorità locali hanno obbligato i fedeli che hanno partecipato alle esequie funebri a non usare alcuna insegna episcopale nel rito in chiesa e a riferirsi al defunto prelato solo con l’appellativo di “pastore Yao” e non quello usuale di “vescovo Yao”. Ma non tutti hanno assecondato le restrizioni governative, tanto che al momento della sepoltura nel cimitero di Xiwanzi, come anche nei giorni precedenti, alcuni fedeli hanno pregato per “il vescovo Yao” e poi il giorno della sepoltura qualcuno è riuscito a inserire nella bara le insegne episcopali del vescovo.
Una donna che ha partecipato ai funerali di Yao così ha parlato del suo vescovo: “Spesso ci diceva che il suo più grande dolore nei lunghi anni di prigionia non erano le fatiche fisiche, ma la sofferenza per non poter guidare il suo gregge”. E ancora: “Yao è stato davvero una grande personalità. Tutti noi vogliamo seguire le sue orme e continuare il suo lavoro, in particolare terminare la costruzione della chiesa”. Mesi fa, infatti, monsignor Yao aveva benedetto la prima pietra di una chiesa nella città di Xiwanzi e il suo completamento era uno dei suoi più grandi desideri.
Pubblicato sul Foglio sabato 9 gennaio 2010
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ma perchè il modernista quando si parla di Tradizione tira sempre in ballo l’obbedienza? perchè la santa obbedienza viene usata come arma nei confronti dell’abbè Michel e prima ancora nei confronti di Mons. Lefebvre. L’obbedienza è una cosa santa che non si può sporcare in questo modo.
mi chiedo? la morte di questo vescovo non meritava davvero nessun cenno? la politica del male minore non era così facile da far accettare in Vaticano un tempo… poi però per certe cose ci si scopre pragmatici all’eccesso… mah
Caro Paolo, a volte sei veramente e fai articoli propi di un buon figlio della Chiesa. Tante grazie.