Ed ecco a voi la vera riforma del papato ratzingeriano: il cardinale Cañizares spiega come restituire al culto divino il significato e il vigore perduti nella banalizzazione post conciliare
9 gennaio 2010 -
L’ex arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, guida il “ministero” vaticano che si occupa di liturgia da poco più di un anno. Un compito delicato in un pontificato, come è quello di Benedetto XVI, in cui la liturgia e la sua “ristrutturazione” dopo le derive post conciliari hanno un ruolo centrale. Come centrale, del resto, è la liturgia nella vita dei fedeli. Lo ha detto ancora il Papa la notte di Natale: come per i monaci, anche per ogni uomo “la liturgia è la prima priorità. Tutto il resto viene dopo”. Occorre “mettere in secondo piano altre occupazioni, per quanto importanti esse siano, per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo”.
Quanto dice Cañizares al Foglio è più d’un bilancio dopo un anno trascorso in curia romana: “Ho ricevuto – spiega – la missione di portare a termine, con l’aiuto indispensabile e validissimo dei miei collaboratori, quei compiti che sono assegnati alla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nella costituzione apostolica Pastor Bonus di Giovanni Paolo II rispetto all’ordinazione e alla promozione della liturgia sacra, in primo luogo dei sacramenti. Per la situazione religiosa e culturale in cui viviamo e per la stessa priorità che corrisponde alla liturgia nella vita della chiesa, credo che la missione principale che ho ricevuto è promuovere con dedizione totale e impegno, ravvivare e sviluppare lo spirito e il senso vero della liturgia nella coscienza e nella vita dei fedeli; che la liturgia sia il centro e il cuore della vita delle comunità; che tutti, sacerdoti e fedeli, la consideriamo come sostanziale e imprescindibile nella nostra vita; che viviamo la liturgia in piena verità, e che viviamo di essa; che sia in tutta la sua ampiezza, come dice il Concilio Vaticano II, ‘fonte e culmine’ della vita cristiana. Dopo un anno alla guida di questa congregazione, ogni giorno sperimento e sento con forza maggiore la necessità di promuovere nella chiesa, in tutti i continenti, un impulso liturgico forte e rigoroso che faccia rivivere la ricchissima eredità del Concilio e di quel gran movimento liturgico del diciannovesimo secolo e della prima metà del ventesimo – con uomini come Guardini, Jungmann e tanti altri – che rese feconda la chiesa nel Concilio Vaticano II. Lì, senza alcun dubbio, sta il nostro futuro e il futuro stesso del mondo. Dico questo perché il futuro della chiesa e dell’umanità intera è riposto in Dio, nel vivere di Dio e di quanto viene da Lui; e questo accade nella liturgia e attraverso essa. Soltanto una chiesa che viva della verità della liturgia sarà in grado di dare l’unica cosa che può rinnovare, trasformare e ricreare il mondo: Dio e soltanto Dio e la Sua grazia. La liturgia, nella sua più pura indole, è presenza di Dio, opera salvifica e rigeneratrice di Dio, comunicazione e partecipazione del Suo amore misericordioso, adorazione, riconoscimento di Dio. E’ l’unica cosa che può salvarci”.
Guardini, Jungmann, due pilastri del rinnovamento liturgico dei decenni passati. Figure alle quale anche Joseph Ratzinger si è ispirato nel suo “Introduzione allo spirito della liturgia”. Figure che, probabilmente, l’hanno ispirato anche nelle promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. Si è detto che il Motu Proprio ha rappresentato anche (c’è chi dice anzitutto) una mano tesa del Papa ai lefebvriani. E’ così? “Di fatto lo è. Però credo che il Motu Proprio abbia un grandissimo valore per se stesso e per la chiesa e per la liturgia. Sebbene ad alcuni questo dispiaccia, a giudicare dalle reazioni arrivate e che continuano ad arrivare, è giusto e necessario dire che il Motu Proprio non è un passo indietro, né un ritorno al passato. E’ riconoscere e accogliere, con semplicità, in tutta la sua ampiezza i tesori e l’eredità della grande Tradizione, che ha nella liturgia la sua espressione più genuina e profonda. La chiesa non può permettersi di prescindere, dimenticare o rinunciare ai tesori e alla ricca eredità di questa tradizione, contenuta nel Rito romano. Sarebbe un tradimento e una negazione verso se stessa. Non si può abbandonare l’eredità storica della liturgia ecclesiastica, né volere stabilire tutto ex novo, come alcuni pretenderebbero, senza amputare parti fondamentali della chiesa stessa. Alcuni intesero la riforma liturgica conciliare come una rottura, e non come uno sviluppo organico della tradizione. In quegli anni del post Concilio il ‘cambiamento’ era una parola quasi magica; bisognava modificare ciò che era stato al punto da dimenticarlo; tutto nuovo; bisognava introdurre novità, in fondo opera e creazione umana. Non possiamo dimenticare che la riforma liturgica e il post Concilio coincisero con un clima culturale marcato o dominato intensamente da una concezione dell’uomo come ‘creatore’ che difficilmente si accompagna bene a una liturgia che, soprattutto, è azione di Dio e sua priorità, “diritto” di Dio, adorazione di Dio e anche tradizione di ciò che riceviamo e ci è dato una volta e per sempre. La liturgia non siamo noi a farla, non è opera nostra, ma di Dio. Questa concezione dell’uomo ‘creatore’ che conduce a una visione secolarizzata di tutto, dove Dio, spesso, non ha un posto, questa passione per il cambiamento e la perdita della tradizione non è stata ancora superata; e per questo, a mio parere, fra le altre cose, ha fatto sì che alcuni vedessero con tanta diffidenza il Motu Proprio o che dispiaccia tanto ad alcuni recepirlo e accoglierlo, rincontrare le grandi ricchezze della tradizione liturgica romana che non possiamo dilapidare, o cercare e accettare l’arricchimento reciproco nell’unico Rito romano fra la forma “ordinaria” e quella “straordinaria”. Il Motu Proprio Summorum Pontificum è un grandissimo valore, che tutti dovremmo apprezzare, che non ha soltanto a che fare con la liturgia ma con l’insieme della chiesa, di ciò che è e significa la tradizione, senza che la chiesa si converta in una istituzione umana in mutamento e, ovviamente, ha anche a che vedere con la lettura e l’interpretazione che si fa o si sia fatta del Concilio Vaticano II. Quando si legge e si interpreta in chiave di rottura o di discontinuità, non si capisce nulla del Concilio e lo si travisa del tutto. Per questo, come indica il Papa, soltanto ‘un’ermeneutica della continuità’ ci porta a una giusta e corretta lettura del Concilio, e a conoscere la verità di ciò che dice e insegna nel suo insieme e in particolare nella Costituzione Sacrosantum Concilium sulla liturgia divina, inseparabile, per lo più, da questo stesso insieme. Il Motu Proprio, di conseguenza, ha anche un valore altissimo per la comunione della chiesa”.
C’è il Papa dietro il lento ma necessario processo di riavvicinamento della chiesa a un autentico spirito liturgico. Eppure, non mancano divisioni e contrapposizioni. Ne parla il cardinale Cañizares: “Il grande apporto del Papa, a mio parere, è che ci sta portando fino alla verità della liturgia, con una saggia pedagogia ci sta introducendo nel genuino ‘spirito’ della liturgia (come recita il titolo di una delle sue opere prima di diventare Papa). Lui, prima di tutto, sta seguendo un semplice processo educativo che chiede di andare verso questo ‘spirito’ o senso genuino della liturgia, per superare una visione riduttiva molto radicata della liturgia. I suoi insegnamenti così ricchi e abbondanti in questo campo, come Papa e prima di diventarlo, così come i gesti evocatori che stanno accompagnando le celebrazioni che presiede, vanno in questa stessa direzione. Accogliere questi gesti e questi insegnamenti è un dovere che abbiamo se siamo disposti a vivere la liturgia in modo corrispondente alla sua stessa naturalezza e se non vogliamo perdere i tesori e le eredità liturgiche della tradizione. Inoltre, costituiscono un vero dono per la formazione, così urgente e necessaria, del popolo cristiano. In questa prospettiva bisognerebbe vedere lo stesso Motu Proprio che ha confermato la possibilità di celebrare con il rito del messale romano approvato da Giovanni XXIII e che risale, con le successive modifiche, al tempo di san Gregorio Magno e ancora prima. E’ certo che sono molte le difficoltà che stanno avendo coloro che, nell’utilizzo di quello che è un loro diritto, celebrano o partecipano alla Santa Messa conforme al ‘rito antico’ o ‘straordinario’. Di suo, non ci sarebbe bisogno di questa opposizione, né tantomeno di essere visti con sospetto o essere etichettati come ‘pre conciliari’, o, ancora peggio, come ‘anti conciliari’. Le ragioni di questo sono molteplici e diverse, però, in fondo, sono le stesse che portarono a una riforma liturgica intesa come rottura e non nell’orizzonte della tradizione e dell’‘ermeneutica della continuità’, che reclama il rinnovamento e la vera riforma liturgica nella chiave del Vaticano II. Non possiamo dimenticare, in più, che nella liturgia si tocca quanto di più essenziale c’è delle fede e della chiesa e, per questo, ogni volta che nella storia si è toccato qualcosa della liturgia tensioni e anche divisioni non sono state rare”.
E’ dal discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005 che la necessità di leggere il Vaticano II non in un’ottica di discontinuità col passato ma di continuità è diventata centrale nell’attuale pontificato. Dal punto di vista liturgico questo cosa significa? “Significa, fra le altre cose, che non possiamo portare a termine il rinnovamento della liturgia e metterla al centro e alla fonte della vita cristiana, se ci poniamo davanti a essa in chiave di rottura con la tradizione che ci precede e che porta questa ricca sorgente di vita e di dono di Dio che ha alimentato e dato vita al popolo cristiano. Gli insegnamenti, le indicazioni, i gesti di Benedetto XVI sono fondamentali in questo senso. Per questo bisogna favorire la conoscenza serena e profonda di quanto ci sta dicendo, compreso quello che ha detto prima di diventare Papa, e che tanto chiaramente si riflette, per esempio, nella sua esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’”.
La congregazione che Cañizares presiede si è riunita lo scorso marzo in plenaria e ha presentato delle propositiones al Papa. “L’assemblea plenaria della congregazione si è occupata soprattutto dell’adorazione eucaristica, l’eucarestia come adorazione, e l’adorazione al di fuori delle sante messe. Sono state approvate alcune conclusioni poi presentate al Santo Padre. Queste conclusioni prevedono un piano di lavoro della congregazione per i prossimi anni, che il Papa ha ratificato e incoraggiato. Si muovono tutte sulla linea di ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico che, fedele in tutto agli insegnamenti del Concilio e seguendo gli insegnamenti di Benedetto XVI, collochi la liturgia nel posto centrale che le corrisponde nella vita della chiesa. Le conclusioni delle propositiones riguardano l’impulso e la promozione dell’adorazione del Signore, base del culto che si deve dare a Dio, della liturgia cristiana; inseparabile dalla fede nella presenza reale e sostanziale di Cristo nel sacramento eucaristico; assolutamente necessaria per una chiesa viva. Porre un freno agli abusi, che disgraziatamente sono molti, e correggerli non è qualcosa che derivi dalla plenaria della congregazione, ma è qualcosa che reclama la stessa liturgia e la vita e il futuro della chiesa e la comunione con essa. Su questo, sui tanti abusi liturgici e sulla loro correzione, alcuni anni fa la congregazione pubblicò un’istruzione importantissima, la ‘Redemptionis Sacramentum’ e a essa dobbiamo rimetterci tutti, è un dovere urgentissimo correggere gli abusi esistenti se vogliamo come cattolici portare qualcosa al mondo per rinnovarlo. Le proposizioni non si occupano di mettere a freno la creatività, ma anzi di incoraggiare, favorire, ravvivare la verità della liturgia, il suo senso più autentico e il suo spirito più genuino; non possiamo nemmeno dimenticare o ignorare che la creatività liturgica come spesso la si è intesa e la si intende, è un freno alla liturgia e la causa della sua secolarizzazione, perché è in contraddizione con la naturalezza stessa della liturgia”.
Si parla nelle propositiones dell’uso della lingua latina? “Non si dice nulla a proposito del dare più spazio alla lingua latina, compreso nel rito ordinario, né di pubblicare messali bilingue, come in realtà già si è già fatto in alcuni luoghi dopo la conclusione del Concilio; non bisogna comunque dimenticare che il concilio nella costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ non deroga il latino, lingua venerabile alla quale è vincolato il rito romano”.
Ci sono poi tante altre questioni importanti, l’orientamento… “Non solleviamo la questione dell’orientamento ‘versus Orientem’, né della comunione per bocca, né di altri aspetti che a volte vengono fuori come accuse di ‘passi indietro’, di conservatorismo o d’involuzione. Credo, del resto, che le questioni come queste, l’orientamento, il crocifisso visibile al centro dell’altare, la comunione in ginocchio e in bocca, l’uso del canto gregoriano, sono questioni importanti che non si possono sminuire in maniera frivola o superficiale e delle quali, in ogni caso, si deve parlare con cognizione di causa e con fondamento, come fa, per esempio, il Santo Padre, e vedendo anche come queste cose corrispondono (e anche favoriscono) di più la verità della celebrazione così come la partecipazione attiva, nel senso in cui ne parla il Concilio e non in altri sensi. Ciò che è importante è che la liturgia venga celebrata nella sua verità, con verità, e che si favorisca e promuova intensamente il senso e lo spirito della liturgia in tutto il popolo di Dio in modo tale che si viva di essa; è veramente molto importante che le celebrazioni abbiano e propizino il senso del sacro, del Mistero, che ravvivino la fede nella presenza reale del Signore e nel dono di Dio che agisce in essa, così come l’adorazione, il rispetto, la venerazione, la contemplazione, la preghiera, l’elogio, l’azione di grazia, e molte altre cose che corrono il rischio di annacquarsi. Quando partecipo o vedo la liturgia del Papa che ha già incorporato alcuni di questi elementi mi convinco sempre più che non sono aspetti casuali ma che invece hanno una forza espressiva ed educativa per se stessa e nella verità della celebrazione, la cui assenza si nota”.
Cañizares è stato per anni una figura di spicco della chiesa spagnola. Lo è ancora, pur risiedendo a Roma. In Spagna c’è stata recentemente una dichiarazione del segretario della conferenza episcopale del paese, monsignor Juan Antonio Martinez Camino, che diceva che quei politici che si esprimeranno pubblicamente a favore dell’aborto non potranno ricevere la comunione. Condivide questa posizione di Camino? Perché la Spagna è diventata l’avamposto di politiche cosiddette laiciste? Come debbono comportarsi vescovi e le conferenze episcopali di fronte a posizioni che negano la vita? “I vescovi, come pastori che guidano e difendono il popolo che ci è stato affidato, hanno il dovere di carità ineludibile di insegnare e trasmettere ai fedeli, fedelmente, con saggezza, dottrina e prudenza, ciò che crede e insegna la fede della Chiesa, sebbene questo costi, sebbene vada controcorrente o penalizzi l’opinione pubblica. Ciò che c’è in gioco sul tema dell’aborto e quello che si legifererà in Spagna in questa materia, quando saranno approvati tutti i passaggi regolamentari, è qualcosa di molto grave e decisivo, e non possiamo né tacere né occultare la verità; è ciò che, compiendo l’ordine del suo Signore, la chiesa dice e comanda ai suoi fedeli, esige e si aspetta da loro. Dobbiamo servire e indirizzare i fedeli con la luce della verità ricevuta della quale non possiamo disporre in questioni morali e, a volte, delicate; e dobbiamo aiutare i cattolici nella vita pubblica a prendere le loro decisioni con responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini e conformemente alla ragione come corrisponde alla loro condizione di figli della chiesa e credenti in Gesù Cristo. Non possiamo né dobbiamo, pena quella di essere dei cattivi pastori, muoverci in queste questioni con relativismi, con calcoli ‘politici’, o con abili o sottili ‘diplomazie’. L’esercitare bene il nostro ministero episcopale, del resto, non è assolutamente in lotta, anzi, con la prudenza, la misura, la misericordia, la gentilezza e la mano tesa che certamente dovranno accompagnarci in tutto. E’ un momento difficile quello che stiamo attraversando ora in Spagna; non è facile neanche per i vescovi. Non credo, d’altra parte, che la Spagna sia la portabandiera o l’avanguardia di politiche laiciste. Il laicismo, evidente o nascosto, e le politiche laiciste sono diffuse quasi dappertutto, in alcuni paesi più che in altri, e in alcuni con moltissimo potere e forza; c’è una forza, apparentemente inarrestabile, impegnata a introdurre il laicismo in tutto il mondo, o, che è lo stesso, a cancellare Dio rivelato nel viso umano di Gesù Cristo, suo Unigenito, dalla coscienza degli uomini. E’ vero che in Spagna questo laicismo ha delle connotazioni speciali forse per tutta la sua storia e la sua stessa identità. La Spagna sta subendo una trasformazione molto radicale nella sua mentalità, nel suo pensiero e nei criteri di giudizio, nei suoi costumi e nei modi di agire, nella sua cultura, insomma, nella sua natura o identità; questo, inoltre, si manifesta in una grande e profonda crisi o rottura morale e di valori, dietro la quale si nasconde una crisi religiosa e sociale e una frammentazione dell’uomo. Però, al tempo stesso, le radici e le fondamenta che sostengono la Spagna e la parte più genuina di essa derivano dalla fede cristiana, trovano sostentamento in essa, e in quanto essa crede; e queste radici non sono sparite né scompariranno. Un’insieme di leggi, come quella dell’aborto che è già stata approvata in Parlamento, oltre ad altri fattori, è senza dubbio il segno della trasformazione in atto. Ho sempre creduto che noi vescovi, obbedendo a Dio prima che agli uomini, dobbiamo annunciare sempre il Vangelo e Gesù Cristo, non anteporre nulla a Lui e alla sua opera, annunciare senza sosta e coraggiosamente Dio vivo, la cui gloria è che l’uomo viva, che costituisce il ‘sì’ più pieno e totale che si possa dare all’uomo, alla sua dignità inviolabile, alla vita, ai suoi diritti fondamentali, a tutto ciò che è veramente umano. Annunciare e testimoniare Colui che è amore, agendo in tutto con carità e portando e testimoniando davanti a tutti la carità, la passione di Dio per l’uomo, in modo particolare per i deboli, gli indifesi, coloro che sono trattati ingiustamente. Tutto indirizzato verso la conversione, perché sorga una nuova umanità fatta da uomini nuovi con la novità del Vangelo di Gesù Cristo, del modo di essere, di pensare e di agire che in Lui, verità di Dio e dell’uomo, incontriamo e ha origine. Si tratta semplicemente di dare impulso e portare a termine una nuova e decisa evangelizzazione. Questa è la condizione in cui si trovano la chiesa e i vescovi in Spagna da molto tempo; è un lavoro lento e arduo, ma che sta dando i suoi frutti. Credo, inoltre, che i vescovi in Spagna, proprio in virtù dell’affermazione di Dio e della fede in Gesù Cristo, si sono imbarcati in una grande battaglia a favore dell’uomo, del diritto alla vita, della libertà, di ciò che è imprescindibile per l’uomo come la famiglia, la verità e bellezza della famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna aperto alla vita, nell’amore; sono a favore dell’educazione della persona e della libertà di insegnamento, della libertà religiosa. La chiesa in Spagna, per puntare ogni giorno e con più forza e intensità sull’uomo e sui suoi diritti fondamentali, sente la chiamata a rafforzare l’esperienza di Dio perché i suoi fedeli siano ‘testimoni del Dio vivo’, come dice uno dei suoi documenti più importanti ed emblematici di alcuni anni fa. Il suo compito non è la politica, né fare politica, se non essere semplicemente chiesa, presenza di Cristo fra gli uomini, anche se questo la penalizza. La situazione è dura, ma guardiamo al futuro con una grande speranza e una grande chiamata a lasciarci rafforzare da Dio e tenerlo al centro di tutto, e proseguiamo il nostro cammino senza fermarci e senza tirarci indietro, con lo sguardo fisso su Gesù Cristo. Ho la certezza assoluta che la Spagna cambierà e tornerà al vigore di una fede vivida e di un rinnovamento della società. Non possiamo abbassare la guardia, né abbassare le braccia che devono stare tese verso Dio in una supplica fiduciosa e permanente. E’ essenziale che, prima di tutto, recuperi la sua vitalità e il suo vigore teologale e religioso, che Dio dato in Gesù Cristo sia veramente il suo centro e il suo più saldo fondamento, per essere capaci, come in altri momenti, di creare una nuova cultura e far sorgere una nuova società. Questo è possibile; e, inoltre, nulla è impossibile a Dio”.
Pubblicato sul Foglio sabato 9 gennaio 2010
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Ho appena finito di leggere questa interessante intervista, che -per voce di sua eminenza il cardinal Canizares- individua precisamente le priorità della liturgia. Non ho capito, però, concretamente come s’intende perseguirle. Ovvero: a cosa sta lavorando la congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti? Una riforma del messale di Paolo VI?
P.s. Chiedo scusa per aver sbagliato la collocazione del commento poco fa.
(A Luigi C.)
Essendo molto amico di un sacerdote “in contatto” con la curia romana, posso azzardare che: la pubblicazione della nuova edizione del Messale Romano (periodicamente esso viene “ristampato” con gli aggiornamenti, ad esempio, delle festività dei santi) è stata posticipata da B-XVI. Questo proprio per aver modo di apportare alcune piccole, ma sostanziali, modifiche all’Ordinarium (vi sono, tra le altre, in discussione il ruolo del segno di pace, la traduzione del “pro multis”, etc.).
Tempora bona veniant?
Commento ricordando solo queste parole di Paolo dette 19 aprile 1967 al Consilium ad esequendam reformam lithurgicam: «più grave causa di afflizione è per noi la diffusione di una tendenza a dessacralizzare la liturgia – se ancora essa merita questo nome – e con essa, fatalmente, il cristianesimo. La nuova mentalità, di cui non sarebbe difficile rintracciare le torbide sorgenti, e su cui tenta di fondarsi questa demolizione dell’autentico culto cattolico, implica tali sovvertimenti dottrinali, disciplinari e pastorali, che noi non esitiamo a considerarla aberrante; e lo diciamo con pena, non solo per lo spirito anticanonico e radicale che gratuitamente professa, ma ben più per la disintegrazione religiosa che essa fatalmente reca con se»,
Io vorrei un Papa più umano che scendesse veramente tra la gente e che si spogliasse di quella ricchezza superflua che allontana i più bisognosi che io incontro tutti i giorni. La chiesa è troppo lontana dai problemi quotidiani dell’uomo attuale e della famiglia. Se io fossi Chiesa sarei comunità sarei famiglia, sarei aiuto ai miei fratelli, invece vedo il Papa sempre più su sempre più lontano ma la mia fede è sempre più forte perchè so che Dio è con me.
Mi chiedo se San Francesco non abbia insegnato nulla…guardo i continui sprechi della mia parrocchia che allontana sempre più i giovani mentre si guarda bene di affittare ogni giorno i suoi locali..ma quei soldi dove vanno a finire?
Questa chiesa che dovrebbe essere la mia famiglia mi sembra un’azienda come tutte le altre che adesca lavoratori pure a gratis senza mai dare nulla in cambio..nemmemo AMORE!
Ricordiamo agli “uomini di fede” o così dovrebbe essere..che un giovane se fa servizio in parrocchia quindi volontariato deve anche lavorare percomprarsi da mangiare..invece per loro questo è superfluo perchè non devono preoccuparsi di ciò..
Mi viene da ridere ogni volta che vedo il Papa avvolto nel suo mantellino rosso lassù lontano da noi e mi dispiace dirlo ma sono dalla parte di tutti coloro che criticano la Chiesa.
E se voi siete vaticanisti sapete che gente gira lì dentro io ci ho lavorato e ritengo sia uno scandalo tenere lavoratori in nero!..o pedofili..cioà gente della sicurezza che al passaggio dei bambini fa squallidi commenti!!!e di tante altre cose…
Vergogna!
L’intervista è molto bella.
Però non ho capito in cosa consiste, a livello di popolo dei fedeli, la promozione di questa specie di nuovo movimento liturgico.
Per ora abbiamo assistito solo a baruffe sui messali, a qualche entusiasmo tridentino e a un diffuso disinteresse a migliorare persino il modo di celebrare col rito di Paolo VI.
Forse in Vaticano dovrebbero preoccuparsi di trasmettere un pò di infarinatura liturgica anche ai livelli più bassi, non basta istituire parrocchie “franche” dove gloriarsi tra pochi puristi.
Nella mia ignoranza, penso che con tre cambiamenti “indolori” si potrebbe ottenrere un grande effetto:
- spostare il segno della pace prima dell’offertorio (come nel rito ambrosiano);
- sostituire il fuorviante “per tutti” con “per molti”;
- ripristinare la corretta citazione evangelica prima della Comunione “non sono degno che Tu entri nella mia casa”, eliminando la deformazione “non sono degno di partecipare alla Tua mensa”, probabilmente introdotta per rendere il rito più accettabile ai protestanti.
Esistono poi molti altri ripristini che ritengo potrebbero essere benefici, ma molto più difficili da introdurre senza scatenare un’infinità di polemiche:
- consacrazione rivolta ad oriente;
- predica dai vecchi pulpiti a centro chiesa, per rimarcare la differenza tra la parola di Dio (che viene proclamata dalla zona sacra del presbiterio) e la parola del celebrante, che è autorevole ma pur sempre umana.
Ma questa “riforma della Riforma” (ammesso che non si tratti dell’ennesima cattedrale nel deserto e vada in porto) tanto auspicata da B-XVI e, aggiungo io, tremendamente necessaria, quanto potrà durare vista l’opposizione di fedeli (chiedere in una qualsiasi parrocchia e mettere sulla bilancia), clero e vescovi?
il per molti al posto del per tutti deve essere spiegato molto ma molto bene, ma resta una cosa che non mi convince, un esempio di letteralismo che non è al servizio nemmeno della teologia, secondo me
sono invece d’accordo a distinguere il luogo della parola umana da quello della Parola divina
farei poi un bell’approfondimento sui giusti ritmi e tempi, soprattutto al momento della consacrazione: tra chi la recita come su un palcoscenico e chi la farfuglia di corsa, non sempre è facile viverla come merita
Il pro multis “un esempio di letteralismo che non è al servizio nemmeno della teologia”? Tralasciando la filologia (in nessun testimone è presente “tutti”) per restare nella teologia, possiamo affermare che, se da un lato la volontà di Dio è quella di salvare tutti gli uomini (cfr 2Cor 5, 15), dall’altro non è affatto detto che tutti si salvino. Giovanni Crisostomo scrive che Cristo “non ha portato via i peccati di tutti perché gli uomini stessi non vollero”.
E’, altresì, da notare (lo fece già a suo tempo mons. Klaus Gamber) che, da un punto di vista storico, le parole di Gesù durante l’ultima cena non si riferiscono alla volontà di salvezza di Dio, ma sono relative all’azione di grazia del sangue di Cristo diretta a coloro i quali lo ricevono.
Paola,
Sono infinitamente stanco di sentire queste bugie sulla presunta allontanza del Papa dai giovani perche’ mette un mantello rosso, e altre stupidaggini del genera. Ogni domenica, Piazza San Pietro e’ piena, con tanti giovani fra la folla, perche capiscono che Benedetto XVI sta con loro spiritualmente. I preti di strada “che stanno con la gente” e altri pretendenti simili hanno svuotato le chiese italiane, ed hanno svuotato la societa’ italiana degli ultimi stracci di vita cristiana. Benedetto XVI sta facendo la cosa giusta: ricostruire l’identita’ cristiana e cattolica, per ricostruire la societa’ cristiana e cattolica. Inclusa la veste degna di un vero padre spirituale.
Non so come si possa parlare della “pubblicazione della nuova edizione del Messale Romano”, quando ancora la III edizione dev’essere tradotta da molte conferenze episcopali, tra cui quella italiana. Fra l’altro è proprio in questa edizione che dovrà essere introdotta la nuova traduzione di “pro multis”.
Peraltro nell’ultima ristampa del Messale (in latino) sono state introdotte due o tre piccole variazioni, concordate col Papa, quindi non è vero che non si stia facendo nulla fino a una presunta nuova elezione.
Quella che secondo me sarebbe da rivedere profondamente non è tanto l’edizione del Messale quanto alcune sue traduzioni, segnatamente quella italiana, in cui molte formule vengono spesso banalizzate rendendo meno trasparente la pertinenza verso il Mistero celebrato in quella data occasione.
Più ancora, una vera “riforma della riforma” sarebbe la lotta contro la banalizzazione dei gesti e delle parole, la lotta contro le “forme brevi”, la lotta per un vero uso di tutte le potenzialità offerte dal Messale (per esempio: quanti preti usano, e quanto spesso, il Canone Romano, e quanti invece lo sostituiscono praticamente sempre con le altre preghiere eucaristiche solo perché sono più brevi?.
In questo senso va anche la lotta a favore di “segni” importanti come il silenzio liturgico e (almeno nella nostra cultura) l’inginocchiarsi.
Credo che se si agisse con forza in questa direzione, che è la direzione di una vera formazione liturgica per i sacerdoti e per i fedeli, le nostre Messe tornerebbero per tutto il popolo credente una grande occasione mistagogica, un grande nutrimento nella fede e nella gioia oltre che nella bellezza, e non ci sarebbe più bisogno di andare a cercare lo splendore divino della liturgia nei riti orientali o in improbabili restaurazioni tridentine.
D’accordo che il problema sta più nelle traduzioni, ma non bisogna dimenticare che altri problemi (non solo linguistici), di natura sia liturgica che – soprattutto – teologica, vi sono nella struttura stessa del Novus Ordo.
Ad esempio, nell’Offertorio è scomparsa la natura sacrificale; la finalità ultima della S. Messa (rendere lode alla SS. Trinità) è offuscata; la modifica del Confiteor lascia spazio ad una differente idea di Chiesa; il dogma della presenza reale non è più immediatamente perspicuo (l’ambiguità più clamorosa è quella dell’anamnesi: si fa dire al popolo “Annunciamo la tua morte, Signore…nell’attesa della tua venuta” – la seconda, evidentemente – proprio quando il Cristo è realmente presente sull’altare; il cambiamento delle formule di consacrazione le quali da sacramentali sono diventate puramente narrative (E la teoria secondo la quale se si falsificano le parole sacramentali si compie un’eresia e dunque la messa sarebbe invalida?); il sacerdote/presidente e non più “alter Christus”, e potrei continuare oltre…
Ora, ricordo che al n. 23 della Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, si legge: “occorre aver cura che ogni nuova forma [liturgica] adottata cresca in qualche modo organicamente dalle forme già esistenti”.
Va bene lottare contro la banalizzazione dei gesti o dei testi, però mi pare evidente che al rito tridentino di debba assolutamente tornare a guardare in quanto “fa riscontro alle deficienze teologiche della Messa uscita dal Vaticano II” (card. Stickler).
Rifacendomi alle riforme del CVII ed alle stesse del postconcilio, posso raccontare una cosa accaduta in una sagrestia di una parrocchia: era la domenica in laetare e per la S.Messa si usa il colore rosa, non essendoci una casula di colore rosa, la perpetua ha tirato fuori da alcuni cassetti ove erano poste per la distruzione le antiche pianete, una pianeta rosa di raso moire’, il parroco con un tono quasi da vero padrone medioevale, si e’ rivolto verso quella signora dicendo: metti via subito quell’antiquariato, quella e’ roba da……… questo e’ cio’ che pensano i progressisti ed i modernisti. Posso dire con certezza che e’ stato distrutto in quella parrocchia un vero tesoro di pianete dalmatiche e tunicelle tutte lavorate a filo d’oro a mano da suore nonche’ una decina di piviali e veli omerali uguali. oggi quella chiesa con sette altari antichi e’ stata spogliata di croci, candelieri,e tutto cio’ che puo’ trovarsi in una chiesa del 1400. Lascio a voi il giudizio.