Caso Boffo: Feltri spiega perché non poteva non credere al delatore del Vaticano
30 gennaio 2010 -
Chi è questo “informatore attendibile, direi insospettabile”, come ha scritto Feltri sul Giornale il 4 dicembre, che ha spacciato per vero un documento falso sull’ex direttore di Avvenire Dino Boffo, creando il caso con le sue ripercussioni interne ed esterne alla vita della chiesa italiana? Sabato scorso lo abbiamo individuato come il misterioso emissario di un ambiente lobbistico che si è avvalso di una certa “spregiudicatezza e ingenuità” del direttore dell’Osservatore romano per indirizzare la penna di Feltri contro Boffo. Oggi ne parliamo direttamente con il direttore del Giornale, Vittorio Feltri. Questi non smentisce ma precisa la ricostruzione del Foglio dicendo: “Mi sembra una ricostruzione logica fatta da persone che conoscono le cose, anche se da me non avrete nessun nome”. E ancora: “Quello che ho letto mi ha stupito perché si avvicina molto alla verità”. E poi, ecco la rivelazione più importante. Dice Feltri: “Tutta la vicenda è nata da un fatto: una personalità della chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente mi ha contattato e fatto avere la fotocopia del casello giudiziale dove veniva riportata la condanna a Boffo e, assieme, una nota informativa, che per capirci potremmo chiamare ‘velina’, che aggiungeva particolari alla notizia”. Perché non può fare il nome di questa persona? “Perché faccio il giornalista e sono tenuto a rispettare le fonti”.
Sono passati cinque mesi da quel 28 agosto, il giorno in cui il Giornale dedicava l’apertura a Dino Boffo e lo costringeva, di lì a pochi giorni, alle dimissioni. Ma il caso è tutt’altro che chiuso. Il retroscena esplosivo che Feltri rivela al Foglio lo dimostra: “Avrei voluto vedere chi, al posto mio, non si sarebbe fidato di questa persona”. Perché? “Perché ci si doveva fidare direi istituzionalmente” dice, calcando parecchio su quell’avverbio: “istituzionalmente”. E ancora: “Non ho dubitato neppure per un attimo di questa persona perché non si poteva dubitare di lei. E’ come se io, che sono il direttore del Giornale, venissi da lei e le faccessi due racconti/retroscena sul giornale che dirigo: lei ci crede a quanto le dico oppure no? Sono o non sono ai suoi occhi affidabile? Direi assolutamente di sì”.
Feltri spiega ancora: “L’emissario inviato da questa personalità arrivò da me per portarmi la fotocopia del casellario giudiziale dove si leggeva che Boffo era stato condannato e aveva pagato una pena pecuniaria per molestie. Prima di andarsene mi lasciò anche un foglietto, quello che poi tutti hanno chiamato ‘velina informativa’, che in realtà altro non era che un riassunto degli atti processuali: almeno questo a me è stato detto. In questa velina si diceva che chi aveva fatto questa molestia era un omosessuale. Così, fidandomi del fatto che la ‘velina’ altro non era che un riassunto degli atti processuali (allora secretati) decido di scrivere quanto sapete e il giorno dopo tutti i giornali danno grande enfasi alla cosa”.
Le vicende sono note. Dopo il clamore dei giornali Boffo è costretto a dimettersi. Poi Feltri tornerà sulla vicenda spiegando onestamente che, dopo “aver avuto modo di vedere” gli atti processuali, ha scoperto che “da quelle carte Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali” né si parla di lui come di “omosessuale”. Certo, resta difficile pensare che Feltri non sentisse puzza di bruciato: “Che dentro la chiesa – spiega – ci sono più anime lo sanno tutti. E che nel ‘caso Boffo’ un’anima era interessata a far sì che certe cose uscissero è evidente. Ma l’ho capito dopo. E’ ovvio: sapevo benissimo che chi mi aveva contattato l’aveva fatto non certo per regalare uno scoop al Giornale. Ma a me interessava la notizia e la notizia c’era tutta: una condanna per molestie nei confronti di Boffo e il pagamento da parte di Boffo di una pena pecuniaria. Questa è la sostanza della notizia. Il resto sono particolari sui quali, come è giusto che fosse, sono ritornato sul Giornale dopo che l’avvocato di Boffo mi ha fatto scoprire la loro inesattezza”.
Leggi QUI l’articolo uscito sabato 23 gennaio sul Foglio: “Gli incontri di Ruini, Papa compreso, e gli ultimi fuochi del caso Boffo”
Pubblicato sul Foglio sabato 29 gennaio 2010
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Bonino (and italian church)
29 gennaio 2010 -
Della candidatura di Emma Bonino nel Lazio alla chiesa italiana mi pare interessi poco. O meglio, interessa poco ufficialmente (e, dunque, per questo motivo se ne parla poco). Ma se poi vai a struzzicarli presuli e prelati ti dicono – ma te lo dicono soltanto off the record -, che è la peggior candidatura il Pd potesse scegliere.
Intanto le inchieste sul Foglio di Marianna Rizzini nelle diocesi laziali (a queste se ne è aggiunta ieri una di Marco Burini a Roma città) fanno riflettere. Tanto che della cosa anche Sandro Magister sul sito www.chiesa (offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo) ne ha parlato. Da non perdere. Leggi QUI.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 29 gennaio 2010
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Priest? Why not?
28 gennaio 2010 -
Devo dire la verità. Certe cose non mi sono mai piaciute: troppo un voler correre dietro ai tempi nuovi, troppo un voler adeguarsi a non si sa che cosa. Anche se recentemente, seguendo su internet l’attività pastorale di Timothy Dolan, arcivescovo di New York (trovi QUI il suo blog, QUI il sito della sua diocesi e QUI l’articolo del Foglio in cui parlo di lui) un po’ mi sono ricreduto.
E devi dire che anche questa cosa che hanno fatti i Legionari di Cristo, in fondo, non mi dispiace:
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 28 gennaio 2010
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Così il Vaticano pressa il Ppe su gay e aborto
28 gennaio 2010 -
La notizia è di questo pomeriggio ed è destinata a fare parecchio rumore: il Vaticano fa pressing sui deputati del Partito popolare europeo per fermare la risoluzione sulle discriminazioni “in base all’orientamento sessuale e alla identità di genere” e la risoluzione sul “programma di azione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo”. L’ha rivelato l’agenzia spagnola Efe, che ha avuto accesso a una lettera dell’8 gennaio, a firma del nunzio apostolico in Francia, monsignor Luigi Ventura, inviata ai 201 esponenti del Ppe. Nel documento – a motivo del quale c’è già chi parla d’ingerenze vaticane nelle vicende europee – si partecipa “la preoccupazione della Santa Sede – è questa la parte che maggiormente ha dato fastidio, ndr – su due progetti di risoluzione, il cui testo è in aperta opposizione con la legge naturale e i valori promossi dalla chiesa cattolica”, motivo per cui “è necessario partecipare attivamente al voto”. Proprio questa mattina il Consiglio d’Europa ha dibattuto sul fascicolo delle discriminazioni su base sessuale, e ha rinviato ad aprile il voto sulla risoluzione e i 78 emendamenti.
Se gli emendamenti non passeranno e il testo resterà “inaccettabile” – scrive monsignor Ventura –, i parlamentari “dovranno opporsi alla sua approvazione”. E raccomanda di rivolgersi a “Volontè, che coordina gli emendamenti in accordo con la posizione della Santa Sede”. Sono, infatti, a firma del deputato Udc, fresco di nomina a capogruppo del Ppe, la maggior parte degli emendamenti presentati alla risoluzione sulla discriminazione su base sessuale. Il testo prevede, tra l’altro, il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso. Capitolo che la chiesa non vuole aprire, e su cui il nunzio ribadisce che nel diritto europeo “non esiste il ‘diritto’ al matrimonio o all’unione di persone dello stesso sesso”. Quanto al secondo progetto, il nunzio esprime preoccupazione perché nel documento “si presenta l’aborto come un diritto della donna e come un metodo di pianificazione familiare” e chiede di sostenere gli emendamenti dei parlamentari Volontè e Marco Gatti. La lettera – secondo quanto rivelato da Efe – si sbilancerebbe inoltre a favore di Riccardo Ventre per il posto di giudice nel Tribunale europeo dei diritti umani, in rappresentanza dell’Italia.
Infine, monsignor Ventura avrebbe indicato proprio Volontè per l’incarico di presidente del Ppe, cosa che si è realizzata. Il senatore Vannino Chiti ha espresso “incredulità, stupore, sincera amarezza” e ha annunciato la richiesta all’assemblea del Consiglio d’Europa di un “chiarimento istituzionale”. Il gesto inoltre, ha aggiunto, “non fa bene alla chiesa e non giova ai suoi rapporti con le istituzioni europee”. Il capogruppo della delegazione italiana, Luigi Vitali, si dichiara stupito per un’iniziativa di cui non era a conoscenza. È una cosa “imbarazzante” che comunque non rispecchierebbe l’andamento delle votazioni. “Sono basito e spero che il nunzio chiarisca” ha concluso. All’oscuro sembra essere anche il nunzio apostolico a Strasburgo monsignor Aldo Giordano. No comment invece da monsignor Ventura e dalla segreteria di stato vaticana. Ma la vicenda pare destinata a non finire qui.
Pubblicato sul foglio.it mercoledì 27 gennaio 2010
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Cose da leggere
27 gennaio 2010 -
Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, merita sempre d’essere letto e ascoltato.
In particolare, il suo ultimo stupendo lavoro – “I segreti di Medjugorje. La Regina della Pace rivela il futuro del mondo”, Piemme, 236 pagine, 15 euro – scritto assieme a Diego Manetti, merita perché disvela quel messaggio che il 14 aprile 1982 la Madonna comunicò ai veggenti. Un messaggio che recita così: “Dovete sapere che Satana esiste. Egli un giorno si è presentato davanti al trono di Dio e ha chiesto il permesso di tentare la chiesa per un certo periodo con l’intenzione di distruggerla. Dio ha permesso a Satana di mettere la chiesa alla prova per un secolo e ha aggiunto: ‘Non la distruggerai’. Questo secolo in cui vivete è sotto il potere di Satana ma, quando saranno realizzati i segreti che vi ho affidati, il suo potere sarà infranto. Già ora egli incomincia a perdere il suo potere e perciò è diventato più aggressivo: distrugge i matrimoni, solleva discordie anche tra le anime consacrate, causa ossessioni, provoca omicidi. Proteggetevi dunque con il digiuno e la preghiera, soprattutto comunitaria. Portate addosso oggetti benedetti e poeteli anche nelle vostre case. E riprendete l’uso dell’acqua benedetta”.
Trovi QUI una presentazione del libro.
QUI il link a Radio Maria.
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Wojtyla inedito, pensava alle dimissioni e temeva la Lega
27 gennaio 2010 -
Giovanni Paolo II discusse con Ratzinger la possibilità di dimettersi. Se non fosse stato Papa avrebbe passato il resto della sua vita a Medjugorje a confessare i pellegrini. E, nella metà degli anni 90, era “sconcertato” da una cosa: dall’avanzare al nord della Lega. Sono queste alcune delle notizie inedite che il postulatore della causa di canonizzazione di Giovanni Paolo II, monsignor Slawomir Oder, ha voluto dare in un libro scritto assieme al giornalista di Famiglia Cristiana Saverio Gaeta e prossimo all’uscita: “Perché è santo” (Rizzoli). Un libro dato alle stampe con tempismo – sono passate soltanto poche settimane dalla firma da parte di Benedetto XVI del decreto sulle virtù eroiche di Wojtyla – con lo scopo dichiarato di dire, attraverso i documenti e le testimonianze raccolte, chi sia “il vero Giovanni Paolo II”. Certo, non tutto di quanto è contenuto nel libro è inedito, ma alcuni passaggi lo sono e dicono tanto. Soprattutto mostrano cosa il postulatore della causa di canonizzazione ritenga valga la pena sottolineare ai fedeli e alla chiesa.
Partiamo dalla Lega. Secondo Oder, Wojtyla guardava con preoccupazione alle spinte secessionistiche che minavano l’unità del paese. Scrive un testimone diretto di quei giorni: “Ricordo ancora vivamente lo sconcerto del Papa nell’estate del 1996, quando la Lega nord andò alle fonti del fiume Po. Sentiva questo gesto come un crimine contro l’unità del paese e mi chiedeva perché non intervenivano i carabinieri e il presidente della Repubblica non facesse nulla”.
Quindi l’ipotesi delle dimissioni. Un’ipotesi fattasi sempre più presente nella mente di Wojtyla con l’avanzare dell’età nel caso si fosse manifestata l’impossibilità di adempiere al proprio ministero. Fece studiare il tema dal punto di vista storico e teologico, consultando l’allora cardinale Ratzinger, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede. Ma alla fine decise di rimettersi alla volontà di Dio. Spiega Oder: “Il Papa era ormai prossimo ai settantacinque anni (che avrebbe compiuto il 18 maggio 1995), avviò una consultazione con i responsabili della segreteria di stato e con i suoi più intimi amici e collaboratori, discutendo con essi anche dell’eventualità di applicare a se stesso la norma del diritto canonico che prevede per i vescovi di lasciare il proprio incarico al compimento dei settantacinque anni. Il peggiorare delle condizioni fisiche lo induceva a prendere seriamente in considerazione questa possibilità, per quanto egli fosse ben consapevole dei problemi che la presenza di un Papa emerito avrebbe potuto generare”. Ma il risultato della consultazione non fece altro che confermare quanto lui stesso aveva detto nel 1994 al chirurgo Gianfranco Fineschi che lo aveva appena operato per la frattura al femore: “Professore, sia lei che io abbiamo una sola scelta. Lei mi deve curare. E io devo guarire. Perché non c’è posto nella chiesa per un Papa emerito”. Fu così che abbandonò l’idea delle dimissioni seppure firmò una lettera (pubblicata per la prima volta interamente nel libro) nella quale scriveva di voler seguire le disposizioni e l’esempio di Paolo VI, il quale, prospettandosi lo stesso problema, giudicò di non poter rinunciare al mandato apostolico se non in presenza di una infermità inguaribile o di un impedimento tale da ostacolare l’esercizio delle funzioni.
Infine Medjugorje. Wojtyla non prese una posizione ufficiale. Ma in privato espresse più volte il proprio pensiero. A Murilo Sebastiao Ramos Krieger, arcivescovo di Florianopolis (Brasile) che stava andando nella ex Jugoslavia, disse: “Medjugorje è il centro spirituale del mondo”. In un breve colloquio confidò alla veggente Mirjana Dragicevic: “Se non fossi Papa, sarei già a Medjugorje”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 27 gennaio 2010
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Il cardinal Bertone va al raduno dei formigoniani: attivismo della chiesa a un mese dalle regionali
26 gennaio 2010 -
Sarà il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone ad aprire il prossimo 19 febbraio a Riccione la “due giorni” nazionale di Rete Italia, il gruppo politico nato attorno alla leadership del presidente lombardo Roberto Formigoni. Anche se la notizia è girata finora soltanto informalmente tra i pidiellini formigoniani (non c’è ancora una conferma ufficiale) ma è oramai dato per certo dagli organizzatori che – dopo il cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola, un anno fa a Riva del Garda – spetterà quest’anno al cardinale segretario di Stato intervenire al Palacongressi. Si tratta di una notizia non di poco conto, anche perché la relazione di Bertone sembra destinata a essere di peso: il segretario di Stato, insomma, a solo un mese dalle elezioni Regionali, non sembra intenzionato a transitare nella Perla semplicemente per un saluto di circostanza.
La presenza di Bertone a Riccione dimostra come siano particolarmente vivaci e persistenti in queste settimane i rapporti e gli incontri tra le gerarchie vaticane e diversi esponenti della politica italiana. L’attenzione da parte della Santa Sede è massima. Come importante è la risposta che il mondo politico sta dando all’interesse delle gerarchie. Non è soltanto il cardinale Camillo Ruini a essere ritenuto, ancora oggi, una voce autorevole per il mondo politico del paese: giusto pochi giorni fa ha incontrato nella sua abitazione in cima al colle vaticano Gianni Letta e Silvio Berlusconi. Non c’è soltanto il prezioso lavoro del successore di Ruini alla guida della Conferenza episcopale italiana, il cardinale arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco: ieri, nella prolusione del consiglio permanente della Cei, Bagnasco ha detto di sognare il sorgere d’una nuova classe di politici cattolici: “Un sogno, di quelli che si fanno a occhi aperti e dicono una direzione verso cui preme andare”. C’è anche l’attivismo del principale collaboratore di Benedetto XVI, Bertone appunto, a significare molte cose. Del resto gli scopi che persegue “Rete Italia” non possono che piacere oltre il Tevere: il gruppo politico formigoniano, infatti, cerca di mettere in cantiere un’attività con al suo centro quel “principio di sussidiarietà” tanto caro alla chiesa. Un principio da applicare dal lavoro alla scuola, dalla sanità all’assistenza, dalla politica a favore della famiglia a quella per la competitività delle imprese: non a caso, anche i lavori dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà (al quale, ad esempio, si deve la legge delega dell’impresa sociale e l’introduzione del 5 per mille nella Finanziaria 2006) è seguito e divulgato dai politici di ogni livello che comunicano attraverso “Rete Italia”.
Pubblicato sul Foglio martedì 26 gennaio 2010
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Monsignor Negri: se non parlano i vescovi contro la cultura della morte, chi lo farà?
26 gennaio 2010 -
Monsignor Luigi Negri, 67 anni, ciellino, già docente di Introduzione alla teologia e Storia della filosofia alla Cattolica di Milano ripete spesso, con la dovuta umiltà, di voler guidare la piccola ma prestigiosa diocesi di San Marino-Montefeltro un po’ come il “Leone di Münster”, monsignor Clemens August von Galen, guidava ai tempi del nazismo la sua diocesi: nel nome di “una fede che non si riduce a privato” – disse di lui Benedetto XVI – non ebbe paura di esprimersi pubblicamente contro Hitler. E paura non ne ha avuta, tre giorni fa, neppure Negri quando, uscita su Avvenire la notizia che in Emilia-Romagna il sei per cento degli aborti avviene con la pillola Ru486 somministrata in day hospital, ha dichiarato: “Si tratta di operazioni di bassa macelleria”. E ancora: “E’ incredibile che si possa definire, come hanno fatto nella nostra regione, l’espulsione del feto come una mestruazione particolarmente copiosa”. Ma “fra qualche mese anche i nostri cittadini andranno alle urne. Spero che molti si ricorderanno di queste agghiaccianti statistiche”.
Non è col Foglio che Negri intende parlare in ecclesialese. Piuttosto intende chiamare le cose col nome loro perché, dice, “è arrivato il tempo di capire bene cosa significhino per il paese, a livello culturale e antropologico, candidature come quella di Emma Bonino nel Lazio”. E ancora: “Se non cominciamo noi vescovi a parlare chiaro, chi lo farà nella chiesa?”. Negri parte da lontano: “Conosco bene – dice – certe forme di radicalesimo. Ricordo di aver assistito da vicino, da studente al liceo Berchet di Milano, alla nascita del primo centro culturale del radicalesimo italiano. Nacque all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione fu l’opposizione al vescovo di Prato monsignor Piero Fiordelli. Questi aveva denunciato come ‘pubblici peccatori e concubini’ due giovani che si erano sposati in comune. Per questo motivo venne condannato a un anno di reclusione. Altri tempi, certo. Ma è un esempio per dire che ha radici lontane in Italia un certo tipo di radicalesimo che altro non vuole fare se non proporre in modo chirurgico e preciso una cosa: quella che Giovanni Paolo II chiamò nell’Evangelium vitae la cultura della morte. Sono quarant’anni che in Italia assistiamo al tentativo di espropriazione della nostra cultura popolare e della nostra tradizione cattolica. E non mi pare che questo tentativo sia terminato”.
Per rimanere sul tema “parlare senza giri di parole”, così Negri descrive le caratteristiche di questa “cultura della morte”: “Immoralismo come nuova moralità. Vita affettiva ridotta a puro meccanismo sessuale, un meccanismo da controllare secondo la logica dell’istintualità, a ciò che pare e piace. Equivalenza tra omosessualità ed eterosessualità. Disprezzo dichiarato per la vita: dicono che gli embrioni sono soltanto un grumo di cellule. Liberalizzazione delle droghe. Disprezzo per ogni forma di legge morale”. E ancora: “Qualunque sia il nome col quale vogliamo definire questo tipo di cultura, questo tipo di radicalesimo, non possiamo dimenticare che la sua volontà è una, ed è quella di distruggere la chiesa. E’ quella stessa volontà che Voltaire riassunse nel motto ‘Ecrasez l’infame’, ‘Schiacciate l’infame’, dove l’infame altro non è che la chiesa cattolica”.
Già la chiesa. Le sue posizioni sono chiare. La cultura che intende difendere è ben esplicitata nei magisteri papali, ultimi quelli di Montini, Wojtyla e Ratzinger. Ma quando poi la battaglia da ideologica diviene pratica non tutto risulta chiaro. Dice Negri: “La domanda è: perché di fronte a questa cultura dichiaratamente in opposizione a quanto la chiesa sostiene parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? Perché per alcuni cattolici la candidatura di una radicale può sembrare in fondo non così diversa da quella di un qualsiasi altro politico? E’ la stessa domanda che mi sono posto anch’io dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non è un problema la candidatura della Bonino nel Lazio. Mi sono risposto una cosa: se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del Foglio mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Abbiamo promosso quell’antropologia adeguata sulla quale più volte tornò Giovanni Paolo II? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.
Allora cosa fare? Per Negri occorre ricominciare, ripartendo da quanto Benedetto XVI e la conferenza episcopale italiana continuano a sottolineare: “Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a discernere, giudicare, difendere la propria identità. Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche (tutte le identità) sono nere (hanno lo stesso colore). Un tempo, insomma, in cui anche il discernimento sui candidati alle elezioni sarà più semplice”.
Pubblicato sul Foglio martedì 26 gennaio 2010
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Uno Ior sempre più nuovo
25 gennaio 2010 -
Fu poco prima che il cardinale Angelo Sodano (si era nel 2006) lasciò l’incarico di segretario di stato vaticano che il suo segretario personale, monsignor Piero Pioppo, divenne prelato dello Ior. Una carica che da tempo era caduta in disuso e che venne rispolverata all’uopo.
La notizia di oggi è che Pioppo lascia lo Ior e diviene (oltre che arcivescovo) nunzio apostolico in Camerun e in Guinea Equatoriale. Savonese, incardinato ad Acqui Terme, laureato in teologia dogmatica, nel servizio diplomatico della Santa Sede dal 1993, Pioppo rappresentava nello Ior la vecchia guardia. Ora, col suo addio, la banca vaticana prende sempre più la forma del suo presidente, il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, e di chi presiede la commissione cardinalizia di vigilanza, il cardinale Tarcisio Bertone.
Leggi QUI l’ufficializzazione della nomina.
E QUI l’ultimo articolo scritto sul Foglio in cui avevo parlato di lui.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 25 gennaio 2010
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Le nomine secondo Tosatti
22 gennaio 2010 -
Leggo dal blog dell’ex vaticanista della Stampa Marco Tosatti quanto segue:
“Imminente la sostituzione del cardinale Walter Kasper, responsabile del dialogo con gli altri cristiani e con gli ebrei; si parla del responsabile della diocesi di Ratisbone, Mueller, come suo successore. Secondo indiscrezioni di fonte attendibile intorno a Pasqua dovrebbe lasciare anche il cardinale Giovanni Battista Re, titolare dell’importante congregazione per i vescovi; si parla del nunzio in Italia, Bertello, o dell’arcivescovo di Sidney, il cardinale George Pell (che è in questi giorni a Roma per vedere il Papa) come candidati probabili. Pell è anche un possibile successore (se per i vescovi la scelta del Papa dovesse orientarsi diversamente) per prendere il posto di Ivan Dias, titolare di Propaganda Fide, che potrebbe lasciare prima del compimento del 75simo anno (scade nel 2011) per serie ragioni di salute. Dopo l’estate infine dovrebbero essere sostituiti il brasiliano Hummes (Congregazione per il Clero) e il cardinale Rodé, titolare della Congregazione per i religiosi”.
Leggi QUI l’intero articolo di Tosatti sul suo blog “San Pietro e dintorni”.
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