Cattolici e ortodossi uniti ma divisi sui minareti

L’incontro di ieri tra il presidente russo Dmitri Medvedev e il Papa – ha avuto il risultato dell’elevazione della rappresentanza russa presso il Vaticano ad ambasciata – è stato preceduto da importanti segnali sul fronte dei rapporti tra cattolici e ortodossi. Il più importante riguarda la pubblicazione che il patriarcato russo ha fatto del libro “Europa patria spirituale”.

E’ un volume che raccoglie i discorsi che Joseph Ratzinger ha dedicato all’Europa. Il presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, l’arcivescovo Hilarion Alfeyev di Volokolamsk (il numero due del patriarcato), ha dedicato al libro un’ampia prefazione nella quale chiama i cristiani a fare fronte comune contro “il secolarismo militante”. Scrive Hilarion: “L’Europa deve accettare il diritto delle varie comunità di conservare le proprie identità culturali e spirituali, il nucleo delle quali molto spesso è costituito dalla religione”. E ancora: “Credo che la solidarietà tra cristiani europei debba divenire sempre più manifesta al fine di salvaguardare le rispettive identità, combattere il secolarismo militante e affrontare le altre sfide della modernità”. E rispettare le diverse identità significa che “le libertà democratiche dell’individuo, compreso il suo diritto all’autodeterminazione religiosa”, non devono prevaricare “i diritti delle comunità nazionali a preservare la propria integrità, la fedeltà alle proprie tradizioni, etica sociale e religione”.

La chiesa cattolica è in sintonia con questa visione? E ancora: può un serio dialogo ecumenico fondarsi, con le conseguenze pratiche che ciò comporta, su una difesa pubblica e tenace di quei princìpi che separano il cristianesimo dal secolarimo militante? Dice al Foglio Alberto Melloni: “Il dialogo ecumenico prospettato dal Concilio aveva un respiro teologico ampio. Era impensabile intendere i rapporti tra cristiani come un mero arroccamento contro il secolarismo. Mentre trovare punti di contatto tra cristiani esclusivamente nella lotta al secolarismo è la fine dell’ecumenismo così come il Vaticano II l’ha inteso. E’ la vittoria di quei settori del cristianesimo più conservatori. Il Concilio apriva al confronto tra posizioni teologiche diverse e non voleva chiudersi sulla difensiva. In questo senso credo che la prefazione che Hilarion fa al libro non aggiunga nulla al dialogo ecumenico tra le parti. Un dialogo serio e profondo deve ancora avvenire”.

La chiesa cattolica ha avuto la possibilità di confrontarsi con la modernità prima della chiesa ortodossa. Quest’ultima, schiacciata dal regime sovietico, è rimasta in impasse per quasi tutto il XX secolo. Non così Roma: il Concilio Vaticano II ha rappresentato una volontà di confronto con la modernità mai manifestatasi prima. Ricorda l’artista gesuita padre Marko Ivan Rupnik – docente al Pontificio istituto orientale e alla Gregoriana, ha ideato sul tema dell’incontro tra oriente e occidente i mosaici della Cappella vaticana “Redemptoris Mater” – che “la chiesa cattolica ha avuto, a differenza di quella ortodossa, il Vaticano II per confrontarsi con la modernità. E questo è un bel vantaggio che pone inevitabilmente Roma su un altro piano rispetto a Mosca. All’inizio del XX secolo Mosca stava per indire un Concilio, poi ha rinunciato. E’ naturale che oggi gli ortodossi chiedano una difesa dei propri princìpi contro quell’aspetto della modernità più deteriore che è il secolarismo. E’ il loro modo per cercare di affrontare la modernità dopo anni in cui la modernità è stata tenuta fuori dai confini del loro stato. Credo però che non debba procedere su questa difesa la ricerca dell’unità tra le due chiese. Occorre piuttosto prendere sul serio le radici della nostra comune fede”.

Uno dei principali collaboratori del cardinale tedesco Walter Kasper nella sezione orientale del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani è il gesuita Milan Zust. E’ stato lui a presentare due giorni fa a Roma il volume “Europa patria spirituale”. Dice padre Zust che “la pubblicazione del volume da parte degli ortodossi mostra un’affinità particolare tra Mosca e l’attuale papato. Un’affinità che nella battaglia al secolarismo trova un suo motivo d’espressione. Lo dimostrano anche le dichiarazioni che Mosca ha fatto a seguito della sentenza europea sui crocifissi in Italia: combattere il secolarismo significa anche difendere i propri simboli religiosi”.

Certo, un conto sono i crocefissi, un altro i minareti. Sui crocefissi gli ortodossi si sono espressi in un certo modo. Sul referendum inerente i minareti in Svizzera hanno invece detto altro. E’ stato il rappresentante del patriarcato di Mosca al Consiglio d’Europa, padre Filarete, a dire che il “no” ai minareti “non è un problema di libertà religiosa”. E ancora: “Sarebbe non equilibrato accusare la Svizzera di discriminare in qualche modo la minoranza islamica: la Svizzera non ha alcuna restrizione sulla costruzione di luoghi di preghiera per nessuno”. Il Vaticano, invece, ha detto altro, praticamente l’opposto. C’è dunque una concezione diversa della libertà religiosa? Il problema dell’espressione religiosa la chiesa cattolica l’ha affrontato nella dichiarazione del Concilio Vaticano II “Dignitatis Humanae”.

Spiega don Nicola Bux, consultore della Dottrina della fede: “La dichiarazione conciliare dice a mo’ di premessa che l’unica vera religione ‘sussiste nella chiesa cattolica e apostolica’. E’ la stessa cosa che pensano di sé gli ortodossi. In questo senso la religione che ha plasmato un intero popolo non può che venire prima dell’autodeterminazione religiosa dei singoli. In cosa consiste allora la libertà religiosa? Nel fatto che a tutti deve essere concesso l’accesso alla verità. Ovvero: tutti devono poter ricercare la verità. E’ in questa luce (altrimenti non capisco la cosa) che leggo il disappunto vaticano verso l’esito del referendum sui minareti. Il ‘no’ ai minareti soffoca questa ricerca della verità”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 4 dicembre 2009


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B-XVI, lezione ai teologi e un enigma

II sito della Santa Sede ha da pochi minuti messo on line l’omelia che martedì primo dicembre Benedetto XVI ha tenuto a braccio davanti ai membri della commissione teologica internazionale.

La sua è stata una vera e propria lezione il cui titolo potrebbe essere: “Come fare bene teologia”. Come aveva fatto nell’introduzione alla prima parte del libro su Gesù di Nazaret pubblicato un paio di anni fa, il Papa ha ricordato come nel fare teologia occorra andare oltre il Gesù storico e immergersi con umiltà in tutto il mistero che è Cristo. Tuttavia, nel testo, c’è un’imprecisione piuttosto enigmatica. Il Papa parla di quei “maestri della fede ” che “non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente il Figlio di Dio”. Ma, mi domando, come si fa a essere maestri della fede e a non riconoscere che Gesù è il Figlio di Dio?

La commissione, che si raduna in forma plenaria almeno una volta all’anno, ha il compito di aiutare la Santa Sede – e precipuamente la Congregazione per la Dottrina della Fede – nell’esaminare delle questioni dottrinali di maggior importanza. Presidente è il cardinale William Joseph Levada mentre membri sono teologi di diverse scuole e nazioni, eminenti per scienza e fedeltà al magistero della Chiesa. I membri – non più di 30- sono nominati dal Santo Padre ad quinquennium su proposta del cardinale prefetto della Dottrina della fede.

Leggi QUI il testo integrale dell’omelia.


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Così monsignor Brunner si allea coi protestanti a favore dei minareti e vuole abolire il celibato

Roma. Uno dei principali trascinatori dell’episcopato svizzero su una decisa presa di distanza dal risultato del referendum che ha detto “no” ai minareti nel paese è stato monsignor Norbert Brunner. Vescovo di Sion (Canton Vallese), la diocesi più antica della Svizzera, presidente designato della Conferenza episcopale elvetica – dal prossimo gennaio il mandato diverrà effettivo e durerà due anni – Brunner ha definito “inaccettabili” i contenuti della campagna anti minareti. Una posizione, la sua, in linea con il Vaticano, stando almeno alle dichiarazioni rilanciate l’altro ieri dalle agenzie di stampa (ma precedenti al risultato del referendum svizzero) di monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del pontificio consiglio dei Migranti.

Brunner ha portato avanti le sue posizioni assieme ai vescovi cattolici del paese (tutti concordi con lui) e ai principali esponenti del mondo del protestantesimo elvetico. Tra questi Thomas Wipf, presidente della Federazione delle chiese evangeliche svizzere, e Max Schläpfer, presidente delle chiese evangeliche libere. I tre hanno insistito sul fatto che proibire la costruzione di minareti in un paese in cui i musulmani sono una minoranza pacifica e ben integrata altro non è che un autogol. Nel senso che, a loro dire, l’unico effetto sarebbe stato quello di esacerbare le diverse posizioni creando conflitti mai verificatisi in precedenza.

Brunner ha combattuto sui contenuti del referendum convinto che la maggior parte dei cittadini condividesse il suo sentire. Mentre minore importanza ha dato alla forma, ovvero alla modalità con la quale i promotori del referendum hanno chiesto al popolo il voto contro i minareti. Questi hanno tappezzato le città svizzere di manifesti che i musulmani hanno ritenuto offensivi. Ma Brunner, come in precedenza aveva mantenuto una linea accondiscendente verso i manifesti affissi dall’Associazione dei liberi pensatori nei quali si affermava che “Dio probabilmente non esiste. Godetevi la vita”, anche in questo caso ha ritenuto che non fosse necessario vietare i manifesti perché il modo migliore attraverso il quale reagire sarebbe stato quello d’intervenire sul contenuto del referendum stesso. Una linea, alla prova dei fatti, perdente.

Le posizioni pubbliche di Brunner sono sostanzialmente condivise dai suoi confratelli vescovi. E, anche se la Conferenza episcopale elvetica non ha il peso nei confronti delle istituzioni che ha quella italiana, le sue dichiarazioni sono sempre ascoltate. Particolare attenzione nell’operato dei vescovi svizzeri e, in virtù del suo nuovo ruolo, nell’operato di Brunner, pone anche la Santa Sede. Oltre Tevere, infatti, la Conferenza episcopale elvetica – la stessa cosa vale ad esempio per le Conferenze episcopali tedesca e austriaca –, è osservata con un certo occhio di riguardo perché la tendenza a smarcarsi da Roma in nome di una propria autonomia d’azione e di governo è sempre possibile.

Un esempio in questo senso sono le recentissime dichiarazioni in merito al celibato sacerdotale rilasciate proprio da monsignor Brunner. Questi, poche ore dopo la designazione a succedere a monsignor Kurt Koch, vescovo di Basilea, alla guida dell’episcopato del paese, in un’intervista alla Nzz am Sonntag ha affermato che “non c’è legame sostanziale tra celibato e sacerdozio”. E ancora: “Ordinare preti uomini sposati dovrebbe quindi essere possibile. Il celibato dovrebbe essere volontario. Credo – ha detto ancora – che la Conferenza episcopale sia quasi all’unanimità dell’opinione che in Svizzera debba essere possibile ordinare sacerdoti uomini sposati”. Subito i quotidiani del paese hanno ripreso l’uscita del vescovo, per la maggior parte titolando così: “Sì ai sacerdoti cattolici sposati. E’ la proposta del presidente dei vescovi svizzeri”.

L’eco delle dichiarazioni di Brunner sul celibato sono arrivate in Vaticano dove sempre, dopo uscite del genere, si ricorda il fatto che Benedetto XVI più volte, pur consapevole del fatto che il celibato sacerdotale non è un dogma bensì una norma disciplinare, ha insistito sulla preziosità del celibato stesso e sul fatto che l’ordinazione di preti sposati non è una controffensiva valida alla carenza di vocazioni. Per questo, le dichiarazioni di Brunner non sono state del tutto digerite. E anche perché augurarsi l’abolizione del celibato sacerdotale all’inizio di un mandato pubblico così delicato come è quello di Brunner viene letto come un messaggio politico lanciato a chi, nella chiesa, la pensa diversamente.

In queste ore i vescovi elvetici sono riuniti in summit. E’ probabile che ne escano con un comunicato dedicato, tra le altre cose, anche al voto del referendum sui minareti. Più difficile che possano spendere parole congiunte sul celibato. Infatti, non è scontato che sull’argomento i presuli la pensino tutti come Brunner. A conti fatti la cosa potrebbe concludersi come si concluse il “caso Hummes”. Il cardinale brasiliano Claudio Hummes, quando arrivò in Vaticano a guidare la congregazione del clero, aprì il proprio mandato con dichiarazioni a favore dell’abolizione del celibato sacerdotale. Ma poi, in successive interviste, tornò sui propri passi.


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Padre Giovannni Sale: “Il voto in Svizzera mi sembra dettato dalla paura. Che problema fa un uomo che prega?”

Il “no” ai minareti sancito in Svizzera da un referendum è per i vescovi elvetici – la cosa è stata ribadita ieri anche da monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio dei migranti – “un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”. Dunque, “è un segnale negativo”.

Insomma, per la chiesa cattolica si devono concedere all’islam i luoghi in cui pregare nonostante nei paesi musulmani la medesima libertà non viene concessa ai cristiani? “Perché no?”, è la risposta che dà al Foglio padre Giovanni Sale, gesuita, redattore storico della Civiltà Cattolica. Padre Sale, che all’islam ha dedicato un libro – “Stati islamici e minoranze cristiane”, Jaca Book 2008 – dice anche di più: “Ogni credente dovrebbe mobilitarsi per garantire a tutti il diritto di pregare in qualsiasi posto”.

E il principio di reciprocità più volte auspicato da Benedetto XVI? “Il Papa ha auspicato che il principio di reciprocità venga messo in pratica. L’auspicio è rivolto ai governi degli stati ma non è uno dei presupposti che la dottrina cattolica pone quando parla di dialogo interreligioso. La chiesa si rifà agli insegnamenti del Concilio Vaticano II e lì la parola reciprocità non ricorre mai. Certo, sarebbe buona cosa che gli stati si accordassero per lasciare piena libertà d’espressione religiosa a tutti. Ma è materia che attiene il diritto pubblico internazionale e non il dialogo tra fedi diverse”.

Dottrina o meno, resta il fatto che stridono le proteste degli islamici che non possono avere i minareti in Svizzera – Al Jazeera ha parlato ieri di “shocking result” a proposito dell’esito del referendum – con le persecuzioni a cui sono sottoposti in certi paesi i cristiani. Oppure no? “Non metto in dubbio che in alcuni paesi musulmani i cristiani soffrono, ma a maggior ragione un cristiano deve battersi perché ai musulmani venga concessa piena libertà d’esercizio della propria fede. Solo così è possibile e ammissibile chiedere libertà in casa loro. E poi: che paura fa un uomo che prega?”. In che senso? “Il voto in Svizzera mi sembra dettato dalla paura dello straniero. Ma che paura può fare un uomo che prega?”.

Padre Sale ricorda che anche a Roma c’è una moschea. E’ stata costruita col beneplacito di Papa Paolo VI. Già, eppure vi sono alcuni paesi arabi nei quali di chiese cattoliche non ve n’è neppure una: “Ripeto – dice –, questo è un problema diplomatico non religioso. Un problema grave ma che non giustifica la non concessione in Europa di luoghi di culto ai musulmani. Cristiani e musulmani hanno molto da darsi: anche Benedetto XVI in Terra Santa ha usato parole nuove verso i musulmani. E ha ribadito come alla base del dialogo debbano esserci le questioni inerenti la vita, la conezione dell’uomo e della persona, non dunque anzitutto questioni cosiddette di reciprocità”.

Gli articoli pubblicati sulla Civiltà Cattolica sono generalmente sottoposti alla revisione della segreteria di stato vaticana. Prima di Giovanni XXIII invece, era direttamente il Papa che leggeva i testi e dava il proprio benestare o censurava. Insomma, ciò che padre Sale scrive, come ciò che scrive ogni gesuita sulla rivista, gode dell’imprimatur vaticano. In un saggio dedicato a islam e democrazia uscito recentemente, padre Sale espone in merito tre tendenze che vanno per la maggiore in occidente: quella degli ottimisti, quella dei pessimisti e quella degli scettico-possibilisti. “Vi sono – spiega padre Sale – gli ottimisti gradualisti che si rifanno allo storico di Princeton Bernard Lewis, poi gli ottimisti realisti decisi a impiantare la democrazia nei paesi musulmani eppure pronti anche ad allearsi con regimi dispotici amici, quindi i pessimisti che in scia a Samuel Hungtington non vedono possibilità di congiunzione tra islam e democrazia. Infine vi sono i possibilisti per i quali il modello della democrazia può nascere nei paesi musulmani solo se non viene esportata”. Padre Sale appartiene a questi ultimi? “Esatto: è così che islam e democrazia possono incontrarsi”.

Pubblicato sul Foglio martedì 1 dicembre 2009


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