La strategia di B-XVI per far digerire Pio XII

La strategia di Benedetto XVI per far “digerire” agli scettici (tra questi molti ebrei) lo sblocco del processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII si è resa evidente a sorpresa (nessun vaticanista è stato in grado di anticipare la cosa) oggi. Il Papa, infatti, nascondendo le sue intenzioni a tutti (ho i miei dubbi che ne sapesse qualcosa addirittura il suo segretario particolare), ha promulgato il decreto sulle virtù eroiche di Pio XII insieme a quello di Giovanni Paolo II. Di Wojtyla si sapeva. Di Pacelli no.

A questo punto la strategia mi sembra chiara: far avanzare insieme i due processi in modo da spostare un po’ d’attenzione dal controverso (secondo alcuni) Pio XII al più unanimemente amato Wojtyla.

Il processo di Pacelli si aprì alla fine del Concilio per volere di Paolo VI. Il decreto sulle virtù eroiche (è la penultima tappa verso la beatificazione) era stato approvato dalla congregazione dei santi nel 2007. Si aspettava soltanto la firma di Ratzinger che, significativamente, è avvenuta circa un mese prima della sua visita alla sinagoga di Roma.

Due Papi, dunque, si prendono a braccetto e camminano verso la beatificazione: insieme le critiche si smaltiscono meglio.

Come (la Cei) sta cambiando la galassia dei mass media dei vescovi

Con la nomina di Marco Tarquinio a direttore di Avvenire (24 novembre) e quella di Stefano De Martis alla guida delle testate giornalistiche di Tv2000 e Radio InBlu (5 dicembre), la ristrutturazione dei media della Conferenza episcopale italiana a seguito delle dimissioni di Dino Boffo è completata soltanto a metà. De Martis, infatti, dirige il settore informazione della tv e della radio mentre è scoperto il doppio incarico di direttore di rete. Un incarico che sarà affidato a una sola persona il cui nome è oggetto di riflessione da parte della dirigenza della Cei.

Tarquinio e De Martis sono due nomine nel segno della continuità con la gestione precedente. Formatisi entrambi, il primo come capo del politico, il secondo come retroscenista di punta, nel Tempo precedente il traumatico tracollo di vendite avvenuto tra il ’93 e il ’94 in seguito a un lungo braccio di ferro tra la proprietà e i giornalisti, sono stati chiamati nei media della Cei da Dino Boffo. E dalla linea editoriale di Boffo non si discostano oggi seppure abbiano sensibilità e talenti diversi da mettere in campo. Uno di questi talenti Tarquinio l’ha mostrato da subito: a differenza di Boffo sembra più propenso a intervenire sulle tv e le radio nazionali (già è andato a Radio anch’io a parlare d’immigrazione), cosa che Boffo non faceva mai.

Se fino al 28 agosto, il giorno in cui Vittorio Feltri faceva scoppiare il “caso Boffo”, la Cei aveva nell’ex direttore di Avvenire, Tv2000 e Radio InBlu l’unico anello di congiunzione tra sé e i suoi media, oggi i punti di riferimento sono diversi. E, in futuro, pare che le cose siano destinate a rimanere siffatte. La lettera con la quale Feltri chiude il “caso Boffo” comunicando di aver accertato la falsità delle accuse portate contro l’ex direttore di Avvenire, infatti, non dovrebbe avere come immediata conseguenza il ritorno di Boffo all’interno del sistema mediatico della chiesa italiana. Per il momento, insomma, Boffo continua a lavorare nel doppio ruolo di membro del comitato per il progetto culturale della Cei guidato dal cardinale Camillo Ruini (non a caso Boffo è stato spettatore attento di tutte le sessioni del recente convegno su Dio svoltosi a Roma) e, insieme, del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo, l’ente fondatore dell’Università Cattolica.

Dice al Foglio il portavoce della Cei, don Domenico Pompili, che la linea che seguono i media dei vescovi è quella che già il Papa aveva indicato nella Caritas in veritate: “Il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico”, ha scritto Ratzinger. Ovvero, i media possono divenire occasione di umanizzazione quando sono organizzati alla luce di “un’immagine della persona che ne rispecchi le valenze universali”. Un concetto che forse oggi il cardinale Angelo Bagnasco riprenderà quando si troverà davanti la redazione di Tv2000 e di Radio InBlu per lo scambio degli auguri natalizi. Del resto, già ieri nella messa di Natale per i parlamentari, ha chiesto che tutti “depongano le parole violente”, sopratutto quei “nuovi maestri del sospetto e del risentimento che risuscitano ombre e mostri passati”. E ancora, sempre ieri, ci sono altre parole da annotare, questa volta del Papa: dopo aver parlato di quella “dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”, ha auspicato che i media comunichino “messaggi dotati di sapienza”.

Un richiamo alla responsabilità che Tarquinio ha fatto proprio nel suo primo editoriale da direttore dove ha scritto di voler “continuare ad ascoltare la foresta che cresce”. E cioè la chiesa e tutto ciò che le sta attorno. Un richiamo che si traduce anche nell’approccio al lavoro di tutti i giorni: i responsabili dei tre media (giornale, tv e radio) quotidianamente fanno una riunione di redazione comunitaria dove le notizie vengono scambiate e implementate. Una riunione più lunga di quella che teneva Boffo, segno, si dice, di una maggiore partecipazione di tutti i quadri.

Da quando Boffo si è dimesso è stato Bagnasco a gestire la ristrutturazione. L’ha fatto autonomamente seppure non ha agito senza un contatto con il Vaticano. E il contatto c’è anche oggi. Lo dimostra un fatto mai verificatosi prima: il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone ha recentemente citato un editoriale di Avvenire nel quale si difendeva il cardinale Dionigi Tettamanzi dagli attacchi della Lega. Un segnale, si dice, che oggi alcuni contenuti che escono su Avvenire non sono preventivamente sconosciuti in Vaticano. Per il resto, l’ossatura dei media resta nella mani di Bagnasco: il nome del futuro direttore di rete della tv e della radio anzitutto. E quei progetti che la gestione Boffo aveva previsto. Tra questi un programma televisivo che doveva lanciare lo sbarco di Tv2000 sul digitale terrestre. Un programma che secondo alcuni – ma la notizia non è mai stata confermata a livello ufficiale – avrebbe dovuto prendere le sembianze di un reality ambientato in Kenya con protagonisti dei volontari.

Pubblicato sul Foglio giovedì 17 dicembre 2009

Not to lose: don Vincent a Gerusalemme

“Quando dissi a mia madre che avrei lasciato gli Stati Uniti per venire qui, in missione a Gerusalemme, lei non era più giovane. Mio padre era morto e io stavo lasciando gli Stati Uniti per venire qui. E mi aspettavo che mi facesse delle obiezioni, ma al telefono c’era solo silenzio. Poi finalmente lei mi disse: ‘Ascolta: sei nato ebreo. Sei diventato cattolico e hai compiuto i tuoi studi sulla storia dell’islam. Tu devi andare! Tu devi andare laggiu! E’ quello il tuo posto!’”. Così don Vincent Nagle racconta nella decima puntata di Vatican Style (il programma che conduco per Redtv – canale 890 di Sky – ogni mercoledì pomeriggio alle 18.30) l’inizio della sua missione in Terra Santa. Don Vincent, missionario della Fraternità San Carlo, attraverso un video mostrato per la prima volta in esclusiva da Retdv e attraverso la voce di un suo confratello, don Jonah Lynch, racconta la sua incredibile missione nel centro della cristianità.

B-XVI ricorda che alla natura si comanda obbedendole, non divinizzandola

Mentre alla conferenza mondiale di Copenaghen i capi di stato e di governo faticano ad accordarsi su impegni certi che mirino a rafforzare il Protocollo di Kyoto in scadenza nel 2012, Benedetto XVI usa del messaggio per la prossima giornata mondiale della pace in programma il primo gennaio 2010 per richiamare alla responsabilità di ogni uomo verso il creato. E, dunque, per entrare nel cuore della visione cristiana del mondo e del suo rapporto con l’uomo.

Ratzinger cita Eraclito e si appella alla saggezza antica per spiegare che vi sono due approcci opposti tramite i quali l’uomo guarda la natura. Vi è l’approccio di coloro che riconoscono che la natura è “affidata da Dio all’uomo con l’incarico sì di dominarla ma anche di custodirla”: come diceva Eraclito la natura “è a nostra disposizione ma non come un mucchio di rifiuti sparsi a caso”. E quello di coloro che eliminando la superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi fanno derivare dalla sola natura la salvezza per l’umanità. E’ questa posizione che il Papa, riprendendo contenuti già espressi da Wojtyla, definisce come “un nuovo panteismo con accenti neopagani”. La chiesa invita ad impostare la questione in modo equilibrato: vuole affidare all’uomo “il ruolo di custode e di amministratore del creato”, ha detto sempre ieri il Papa. Un ruolo di cui l’uomo non deve abusare “ma da cui non può nemmeno abdicare”.

Assieme al discorso che all’inizio di ogni anno il Papa fa al corpo diplomatico, è il messaggio per la giornata mondiale della pace che, da quando nel 1968 Paolo VI l’ha istituito, ha spesso una valenza politica. Perché il Papa si rivolge a coloro che nel mondo ricoprono incarichi di responsabilità: i capi di stato e di governo anzitutto. E infatti, non a caso, oggi l’Osservatore Romano in prima pagina lega l’articolo dedicato al messaggio per la pace a un secondo pezzo dedicato ai lavori di Copenaghen dove “le distanze di posizioni sembrano cristallizzate”. Non a caso, sempre ieri, il Papa si è rivolto ai paesi industrializzati: ammettano, ha detto, “le loro responsabilità nella crisi ecologica” e virino “verso stili di vita più sobri”.

Anche quando parla di ambiente, Ratzinger offre la sostanza della visione cristiana entrando, insieme, nei particolari. Come ha fatto una settimana fa per la festa dell’Immacolata. Qui il Papa ha parlato di ambiente. In particolare di inquinamento: c’è un inquinamento dell’aria “che in certi luoghi della città è irrespirabile”, ha detto. Non ovunque, dunque, ma soltanto “in certo luoghi”. E c’è un inquinamento dello spirito, anch’esso nocivo.

Per Carlo Ripa di Meana “fa bene il Papa e fa bene la chiesa a mantenere sull’ambiente una visione moderata e tradizionale”. A suo dire, “parlare di un nuovo panteismo con accenti neopagani è corretto: sono visioni prometeiche del creato che ciclicamente ritornano”.

Alain de Benoist, filosofo francese e capofila della paganeggiante Nouvelle Droite, si dice “non in fondamentale disaccordo con il Papa”. Ma, insieme, spiega di trovare “piuttosto spiazzante la sua assimilazione dell’‘ecocentrismo’ (o del ‘biocentrismo’) a un ‘nuovo panteismo dagli accenti neopagani’”. La conversione della chiesa al rispetto della natura “non può far dimenticare che, nel corso dei secoli, la cristianità ha letto in modo letterale la minacciosa ingiunzione del Genesi: ‘Popolate la terra e sottometterla’. E’ ciò che ha portato Cartesio a proporre all’uomo di farsi ‘signore e padrone della natura’. E’ ciò che ha legittimato lo scatenamento della tecnica di cui oggi il Papa deplora le conseguenze. Ed è anche ciò che, non senza ragione, ha condotto Heidegger a definire la tecnica moderna come ‘metafisica realizzata’”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 16 dicembre 2009

Così il Papa ferma il cardinale sulla soglia della Camera dei Lords

Il quotidiano inglese Tablet annuncia che dal 16 al 19 settembre del prossimo anno Benedetto XVI visiterà il Regno Unito, mentre la chiesa cattolica d’Inghilterra è alle prese con un’altra notizia proveniente da Roma: il Papa, comunicando la cosa al diretto interessato tramite i consueti canali diplomatici, ha negato al cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo emerito di Westminster, il permesso di divenire membro della Camera dei Lords. La richiesta al cardinale era stata avanzata dal premier britannico Gordon Brown dopo che lo scorso aprile lo stesso Murphy O’Connor, lasciando la guida della sua diocesi e la presidenza della Conferenza episcopale d’Inghilterra e del Galles, aveva fatto capire d’essere interessato alla cosa. Ma il Papa, in seguito ad alcune consultazioni con diversi cardinali della curia romana, ha preferito bloccare tutto.

Fino a qualche settimana fa l’entrata di Murphy O’Connor nel Parlamento britannico sembrava cosa fatta. Principalmente in funzione di ciò, infatti, erano state lette lo scorso aprile le dimissioni, a 77 anni compiuti, del cardinale dalla cattedra di Westminster. Perché è vero che già dai 75 anni in poi ogni vescovo è tenuto a dimettersi, ma è anche vero che nel corso degli ultimi 160 anni tutti i predecessori di Murphy O’Connor a Westminster sono morti mentre erano ancora in carica. Murphy O’Connor, dunque, ha rappresentato un’eccezione secondo i più motivata da un’unica ambizione: quella, appunto, di entrare in Parlamento. La scorsa primavera, inoltre, fu Gordon Brown a uscire da un’udienza privata con il Pontefice dicendo che un accordo per l’entrata di Murphy O’Connor nei Lords era stato trovato. Ma, evidentemente, o le parole di Brown erano infondate o successivamente Benedetto XVI ha rivisto le proprie intenzioni.

Nelle scorse ore è stato Murphy O’Connor a spiegare al Tablet la rinuncia a entrare nei Lords: “Quando sette mesi fa sono andato in pensione il Papa mi ha chiesto di divenire membro delle congregazioni dei vescovi e dell’evangelizzazione dei popoli. Penso che questo sia il modo migliore per me per servire la chiesa”. E, in effetti, la presenza nelle due congregazioni non è poca cosa: il peso di Murphy O’Connor, soprattutto nelle nomine dei vescovi anglosassoni, è enorme. Anche se pare che il “no” del Papa non sia arrivato semplicemente per gli incarichi che ancora oggi ricopre il cardinale inglese nella curia romana, bensì per ragioni tecniche. E cioè per non disattendere quella norma che vale sempre per tutti i sacerdoti: nessun prete può avere incarichi in politica. Tantomeno se si tratta di un cardinale che, seppure come membro indipendente e trasversale, intende entrare nei Lords.

Secondo Gordon Brown, Murphy O’Connor sarebbe dovuto entrare nel Parlamento inglese per le “molteplici doti, dalla modestia e integrità personali alla leadership nelle grandi questioni etiche, fino alla sensibilità rispetto alla povertà nel mondo”. E, sempre a detta del premier britannico, la cosa sarebbe stata ben vista oltre che da tutto l’establishment del paese anche da quei 28 vescovi anglicani, compresi gli arcivescovi di Canterbury e di York, che già siedono di diritto nella Camera alta.

Le parole con le quali Murphy O’Connor ha comunicato al Tablet la rinuncia a entrare nei Lords lo confermano come porporato di grande stile: egli ha fatto proprie le ragioni del Papa con pragmaticità. Quella stessa pragmaticità che ha caratterizzato il suo ministero londinese: seppure ritenuto “liberal” perché vicino alle innovazioni liturgiche e alle aperture sociali del post Concilio, Murphy O’Connor non ha mai mancato di proporre la fede cristiana come unica valida alternativa al secolarismo. Fino a dire lo scorso aprile, il giorno del commiato dalla sua cattedrale: “Penso che ora il pericolo maggiore per noi sia convincerci di quello che la cultura secolare vuole farci credere di noi stessi, cioè che stiamo diventando sempre meno influenti e che siamo in declino”.

Pubblicato sul Foglio martedì 15 dicembre 2009

L’AMBROSIANO CACCIARI (E ALTRI) AI LAVORI CULTURALI DEL VATICANO

Massimo Cacciari, sindaco di Venezia nonché filosofo di riferimento della diocesi milanese, dopo un monologo a braccio dedicato a discettare intorno alla “vera forma di ateismo che non c’entra né con Nietzsche né con Heiddeger perché postula che oltre l’essere non ci sia nulla e anzi che Dio è il nulla”, esce dal convegno su Dio organizzato dalla Conferenza episcopale italiana a Roma dicendo che almeno uno scopo è stato raggiunto: “Abbiamo definito chi è il nemico della chiesa, mica poco”.

C’erano tanti volti ieri alla seconda giornata romana su Dio: dal cardinale Camillo Ruini ad Angelo Bagnasco passando anche per l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo. La Cei ha pensato la kermesse come segno forte da lanciare dentro, nel cuore, della post modernità. Una cultura in parte atea, e atea di quell’ateismo di cui ha parlato Cacciari e che postula che tutto è nulla, ma in parte no.

E, infatti, spiega al Foglio il patriarca di Venezia Angelo Scola, “questo convegno è importante perché consente di esplicitare ciò che molti uomini sentono in modo implicito dentro di sé”. Cosa? “Che Dio è familiare: è come un’intuizione, a volte un rumore sordo che accompagna la vita dell’uomo contemporaneo, la vita di tanti uomini d’oggi. In questo senso il convegno è un’occasione, una pacca sulla spalla potremmo definirlo, che può aiutare a esplicitare maggiormente la familiarità di Dio alla vita dell’uomo. Questa familiarità va ricordata, va annunciata. E questo annuncio spetta alla chiesa. E’ un compito che la chiesa non può disattendere: la chiesa deve ricordare Dio all’uomo, il Dio che è Gesù Cristo ovviamente”.

Oltre a Scola e Cacciari hanno parlato ieri i filosofi Remì Brague, Emanuele Severino e Roger Scruton. Quindi i vescovi Gianfranco Ravasi e Bruno Forte. Poi Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia e altri. Oggi chiudono il matematico Martin Nowak, l’astronomo George Coyne e monsignor Rino Fisichella. Spiega il cardinale Bagnasco, presidente dei vescovi italiani e arcivescovo di Genova, che parlare di Dio all’interno di tutte le dimensioni del sapere “non è un’invasione confessionale”. “Dio, infatti, è nel cuore d’ogni uomo ma è anche nel cuore della storia e della società stessa. Questo convegno prende atto della centralità di Dio all’interno della società e della vita degli uomini. Certo, spetta a ogni credente ricordare questa centralità: il cristiano deve essere tale non solamente in chiesa o in sacrestia, ma per la strada, sul lavoro, nel mondo delle responsabilità, delle professioni e quindi anche del servizio della politica: deve entrarci da cattolico, senza dicotomie, senza schizofrenie. Del resto è questo il mandato che ci ha dato il Papa: la chiesa e ogni cristiano hanno il compito di rendere Dio presente in questo mondo, di cercare di aprire agli uomini l’accesso a Dio”.

Attento ascoltatore di ogni intervento è il cardinale Ruini. Lui, che il convegno l’ha cominciato a pensare e organizzare già due anni fa appena lasciata la guida dei vescovi a Bagnasco, spiega che “il risultato ha superato di molto le aspettative”. In che senso? “La qualità degli interventi è notevole e chi sta seguendo il convegno se ne può rendere conto. Il tema di Dio è centrale e attuale, non è un tema del passato. La gente ha bisogno di Dio e parlarne significa una cosa: andare al centro del problema dell’uomo di oggi”.

Dio è ovunque all’Auditorium Conciliazione che ospita il convegno. Difficile trovare nei libri in vendita all’entrata titoli che non parlino di lui: “Darwin e Dio”, “Silenzio di Dio”, “Dio nella scrittura”, “Quale Dio?”, “Per dire Dio”. Dietro il tavolo dei relatori, un grande manifesto con un cielo stellato.

Dice il portavoce della Cei, don Domenico Pompili: “Il cielo stellato ci ricorda che esiste il mistero, il trascendente sopra di noi. Kant parlava ‘di cielo stellato sopra di me’ e di ‘legge morale dentro di me’. Noi abbiamo trattato del cielo stellato, del mistero che ci circonda. Il nostro è un modo per ripartire. Vogliamo ripartire da Dio. E vogliamo offrire a tutti la possibilità di ripartire. Non a caso tutte le prolusioni di Bagnasco da quando guida i vescovi italiani partono da Dio. Lui è dentro tutte le cose e interagisce con tutte le dimensioni dell’umano”. Anche per Roger Scruton “Dio è questione centrale: senza di lui, infatti, non è possibile parlare e discettare di creazione, destino, fine e scopo della vita”.

Pubblicato sul Foglio sabato 12 dicembre 2009

Don Costa: “Perché ho messo il copyright al Papa”

Tutto quello che c’è da sapere sul copyright del Papa lo trovate qui. Perché a parlare nella nona intervista all’interno del programma “Vatican Style” che conduco ogni mercoledì pomeriggio alle 18.30, è don Giuseppe Costa, salesiano, direttore della Libreria Editrice Vaticana. Don Costa parla dei progetti futuri della Lev, della seconda parte del libro del Papa dedicato a Gesù di Nazaret, delle collane che presto la Lev metterà sul mercato e dei nuovi autori. Nata anni fa come semplice tipografia papale, oggi la LEv è una casa editrice vera e propria, con sedi nuove nella capitale e tanta voglia di stare sul mercato.

In onda su Redtv (canale 890 di Sky) mercoledì 9 dicembre 2009 alle ore 18.30

La nuova vita segreta del cardinal Ruini: ritratto aggiornato del prelato che detesta la chiesa “irrilevante”

Chi conosce bene il cardinale Camillo Ruini dice che tutto il suo pensiero può essere riassunto in quella frase ripetuta l`ultima volta nel marzo del 2007, quando da poco aveva lasciato la guida della Cei e si è messo a lavorare in esclusiva al progetto culturale della chiesa italiana: “Se noi cristiani ci rassegniamo a essere una subcultura, in un mondo che guarda dai tetti in giù, niente potrà salvarci. E` vero che la contestazione contro la chiesa aumenta. Ma è preferibile essere contestati che essere irrilevanti”.

Una preferenza, quella per una chiesa contestata ma rilevante, alla quale Ruini è fedele da sempre. Fin da quel lontano 1991 quando Giovanni Paolo II gli diede le chiavi della Cei promuovendolo contestualmente suo vicario per la città di Roma. Lo fece dopo che Ruini si rese protagonista del Convegno ecclesiale di Loreto. Era il 1985 e Ruini, partendo dalle lacerazioni che investirono la chiesa negli anni Sessanta-Settanta, fece proprio il mandato col quale Giovanni Paolo II – era l`ottobre 1978 – iniziò il proprio ministero: “Non abbiate paura”, disse Wojtyla. “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”.

Così il 28 giugno 2008, Ruini spiegò all`Osservatore Romano quanto Wojtyla si aspettava da lui dopo Loreto: “Il Papa era preoccupato per l`Italia” perché “pensava che la chiesa italiana fosse troppo influenzata dall`idea della secolarizzazione, vedendola come un dato irreversibile, al quale la pastorale doveva in qualche modo adeguarsi. Il Papa voleva reagire”.

Sono passati quasi due anni da quando Ruini ha lasciato la Cei ma la linea della chiesa che conta e sfugge all`irrilevanza continua ancor`oggi. Il cardinale si occupa di educazione, otto edizioni di un pamphlet polemico, e inaugura domani addirittura un Convegno culturale su Dio: agenda fitta e molto poco riservata.

L’idea è sempre la stessa: sbattere in faccia alla società postmoderna quel Dio che la stessa società esilia. Un`idea wojtyliana amata da Ratzinger, se è vero che è stato Benendetto XVI a dire che la priorità della chiesa oggi è quella di “rendere presente Dio”.

Dal marzo del 2007 Ruini ha traslocato in cima al colle Vaticano. Oltre le mura leonine, vive in un piccolo appartamento all`interno del seminario minore della diocesi. Vive fuori le sacre mura ma non è, e nemmeno si sente, in esilio. Tantomeno in panchina. A 78 anni dedica le sue giornate, assistito dalla dolce e tenace Pierina, a ciò che più ama: studiare – non solo teologia ma anche libri divulgativi di fisica, i supplementi scientifici dei giornali e riviste di motori – e offrire a tutti il risultato delle proprie scoperte attraverso conferenze, lezioni, seminari.

Non sono in pochi oggi a sostenere che dopo le grandi battaglie portate avanti dalla chiesa negli anni di Ruini – dal referendum sulla fecondazione assistita al Family Day – oggi è restato un vuoto. Del resto, era inevitabile: già nelle scelte dei suoi successori alla Cei e al vicariato di Roma si è capito come l`intenzione della segreteria di Stato vaticana è stata quella di stemperare poteri e influenze avocando a sé le redini del comando. Per quindici anni Ruini è stato come un secondo potere rispetto ai collaboratori del Papa: con il cardinale Angelo Sodano, decano del Sacro Collegio, Ruini si è manteuto in un equilibrio delicato. Talmente delicato che subito dopo la morte di Wojtyla l`equilibrio si ruppe: il 2 aprile del 2005 nessuno chiamò Ruini in tempo perché riuscisse ad arrivare al capezzale del Papa morente. E, poco dopo, fu sempre il Vaticano ad organizzare, a sua insaputa, un sondaggio per sapere chi avrebbero gradito i vescovi come suo successore in sella alla Cei.

Poi arrivò Bertone. I rapporti migliorarono. Ma non si è conclusa senza cicatrici la battaglia che ha portato Bagnasco alla guida della Cei: Ruini avrebbe voluto Giuseppe Betori. Bertone gli preferiva il francescano Benigno Papa, vescovo di Taranto. Si dovette arrivare a un compromesso. E oggi? Luigi Accattoli, “principe” dei vaticanisti, spiega al Foglio che occorre guardare avanti: “Vedo in prospettiva una stagione feconda e caratterizzata da un doppio movimento: il duo Crociata-Bagnasco che compie un passo indietro rispetto al fronte politico-legislativo sul quale amavano esercitarsi Ruini e Betori. E, insieme, un alleggerimento: un maggiore impegno sul fronte culturale impersonato da Runi nel suo nuovo incarico”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 9 dicembre 2009

Chi dopo Tettamanzi?

Oggi ci sarebbe un pezzo da scrivere.

L’argomento s’impone, diciamo così, dalla lettura dei giornali. O meglio, s’impone dalla lettura del pezzo di Alberto Melloni a pagina 5 del Corriere.

A un certo punto Melloni, parlando del dopo Tettamanzi a Milano partendo dal trambusto con la Lega di queste ore dice: “Cosa farà adesso il Papa? Troverà nelle infinite risorse della chiesa una figura di cui nessuno parla, che non s’è preparato la carriera ricamando furbizie, tale luminescenza spirtuale da spiazzare tutto e tutti?. Userà dell’arte del governo e lascerà Tettamanzi a Milano non per sempre, ma per un altro sant’Ambrogio?”

La risposta a questa domanda, ovvero il nome di chi andrà a Milano al posto di Tettamanzi, sarebbe il pezzo da fare.

Leggi QUI Alberto Melloni sul Corriere.

Pubblicato sul palazzoapostolico.it mercoledì 9 dicembre 2009