B-XVI ricorda che alla natura si comanda obbedendole, non divinizzandola

Mentre alla conferenza mondiale di Copenaghen i capi di stato e di governo faticano ad accordarsi su impegni certi che mirino a rafforzare il Protocollo di Kyoto in scadenza nel 2012, Benedetto XVI usa del messaggio per la prossima giornata mondiale della pace in programma il primo gennaio 2010 per richiamare alla responsabilità di ogni uomo verso il creato. E, dunque, per entrare nel cuore della visione cristiana del mondo e del suo rapporto con l’uomo.

Ratzinger cita Eraclito e si appella alla saggezza antica per spiegare che vi sono due approcci opposti tramite i quali l’uomo guarda la natura. Vi è l’approccio di coloro che riconoscono che la natura è “affidata da Dio all’uomo con l’incarico sì di dominarla ma anche di custodirla”: come diceva Eraclito la natura “è a nostra disposizione ma non come un mucchio di rifiuti sparsi a caso”. E quello di coloro che eliminando la superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi fanno derivare dalla sola natura la salvezza per l’umanità. E’ questa posizione che il Papa, riprendendo contenuti già espressi da Wojtyla, definisce come “un nuovo panteismo con accenti neopagani”. La chiesa invita ad impostare la questione in modo equilibrato: vuole affidare all’uomo “il ruolo di custode e di amministratore del creato”, ha detto sempre ieri il Papa. Un ruolo di cui l’uomo non deve abusare “ma da cui non può nemmeno abdicare”.

Assieme al discorso che all’inizio di ogni anno il Papa fa al corpo diplomatico, è il messaggio per la giornata mondiale della pace che, da quando nel 1968 Paolo VI l’ha istituito, ha spesso una valenza politica. Perché il Papa si rivolge a coloro che nel mondo ricoprono incarichi di responsabilità: i capi di stato e di governo anzitutto. E infatti, non a caso, oggi l’Osservatore Romano in prima pagina lega l’articolo dedicato al messaggio per la pace a un secondo pezzo dedicato ai lavori di Copenaghen dove “le distanze di posizioni sembrano cristallizzate”. Non a caso, sempre ieri, il Papa si è rivolto ai paesi industrializzati: ammettano, ha detto, “le loro responsabilità nella crisi ecologica” e virino “verso stili di vita più sobri”.

Anche quando parla di ambiente, Ratzinger offre la sostanza della visione cristiana entrando, insieme, nei particolari. Come ha fatto una settimana fa per la festa dell’Immacolata. Qui il Papa ha parlato di ambiente. In particolare di inquinamento: c’è un inquinamento dell’aria “che in certi luoghi della città è irrespirabile”, ha detto. Non ovunque, dunque, ma soltanto “in certo luoghi”. E c’è un inquinamento dello spirito, anch’esso nocivo.

Per Carlo Ripa di Meana “fa bene il Papa e fa bene la chiesa a mantenere sull’ambiente una visione moderata e tradizionale”. A suo dire, “parlare di un nuovo panteismo con accenti neopagani è corretto: sono visioni prometeiche del creato che ciclicamente ritornano”.

Alain de Benoist, filosofo francese e capofila della paganeggiante Nouvelle Droite, si dice “non in fondamentale disaccordo con il Papa”. Ma, insieme, spiega di trovare “piuttosto spiazzante la sua assimilazione dell’‘ecocentrismo’ (o del ‘biocentrismo’) a un ‘nuovo panteismo dagli accenti neopagani’”. La conversione della chiesa al rispetto della natura “non può far dimenticare che, nel corso dei secoli, la cristianità ha letto in modo letterale la minacciosa ingiunzione del Genesi: ‘Popolate la terra e sottometterla’. E’ ciò che ha portato Cartesio a proporre all’uomo di farsi ‘signore e padrone della natura’. E’ ciò che ha legittimato lo scatenamento della tecnica di cui oggi il Papa deplora le conseguenze. Ed è anche ciò che, non senza ragione, ha condotto Heidegger a definire la tecnica moderna come ‘metafisica realizzata’”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 16 dicembre 2009


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Così il Papa ferma il cardinale sulla soglia della Camera dei Lords

Il quotidiano inglese Tablet annuncia che dal 16 al 19 settembre del prossimo anno Benedetto XVI visiterà il Regno Unito, mentre la chiesa cattolica d’Inghilterra è alle prese con un’altra notizia proveniente da Roma: il Papa, comunicando la cosa al diretto interessato tramite i consueti canali diplomatici, ha negato al cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo emerito di Westminster, il permesso di divenire membro della Camera dei Lords. La richiesta al cardinale era stata avanzata dal premier britannico Gordon Brown dopo che lo scorso aprile lo stesso Murphy O’Connor, lasciando la guida della sua diocesi e la presidenza della Conferenza episcopale d’Inghilterra e del Galles, aveva fatto capire d’essere interessato alla cosa. Ma il Papa, in seguito ad alcune consultazioni con diversi cardinali della curia romana, ha preferito bloccare tutto.

Fino a qualche settimana fa l’entrata di Murphy O’Connor nel Parlamento britannico sembrava cosa fatta. Principalmente in funzione di ciò, infatti, erano state lette lo scorso aprile le dimissioni, a 77 anni compiuti, del cardinale dalla cattedra di Westminster. Perché è vero che già dai 75 anni in poi ogni vescovo è tenuto a dimettersi, ma è anche vero che nel corso degli ultimi 160 anni tutti i predecessori di Murphy O’Connor a Westminster sono morti mentre erano ancora in carica. Murphy O’Connor, dunque, ha rappresentato un’eccezione secondo i più motivata da un’unica ambizione: quella, appunto, di entrare in Parlamento. La scorsa primavera, inoltre, fu Gordon Brown a uscire da un’udienza privata con il Pontefice dicendo che un accordo per l’entrata di Murphy O’Connor nei Lords era stato trovato. Ma, evidentemente, o le parole di Brown erano infondate o successivamente Benedetto XVI ha rivisto le proprie intenzioni.

Nelle scorse ore è stato Murphy O’Connor a spiegare al Tablet la rinuncia a entrare nei Lords: “Quando sette mesi fa sono andato in pensione il Papa mi ha chiesto di divenire membro delle congregazioni dei vescovi e dell’evangelizzazione dei popoli. Penso che questo sia il modo migliore per me per servire la chiesa”. E, in effetti, la presenza nelle due congregazioni non è poca cosa: il peso di Murphy O’Connor, soprattutto nelle nomine dei vescovi anglosassoni, è enorme. Anche se pare che il “no” del Papa non sia arrivato semplicemente per gli incarichi che ancora oggi ricopre il cardinale inglese nella curia romana, bensì per ragioni tecniche. E cioè per non disattendere quella norma che vale sempre per tutti i sacerdoti: nessun prete può avere incarichi in politica. Tantomeno se si tratta di un cardinale che, seppure come membro indipendente e trasversale, intende entrare nei Lords.

Secondo Gordon Brown, Murphy O’Connor sarebbe dovuto entrare nel Parlamento inglese per le “molteplici doti, dalla modestia e integrità personali alla leadership nelle grandi questioni etiche, fino alla sensibilità rispetto alla povertà nel mondo”. E, sempre a detta del premier britannico, la cosa sarebbe stata ben vista oltre che da tutto l’establishment del paese anche da quei 28 vescovi anglicani, compresi gli arcivescovi di Canterbury e di York, che già siedono di diritto nella Camera alta.

Le parole con le quali Murphy O’Connor ha comunicato al Tablet la rinuncia a entrare nei Lords lo confermano come porporato di grande stile: egli ha fatto proprie le ragioni del Papa con pragmaticità. Quella stessa pragmaticità che ha caratterizzato il suo ministero londinese: seppure ritenuto “liberal” perché vicino alle innovazioni liturgiche e alle aperture sociali del post Concilio, Murphy O’Connor non ha mai mancato di proporre la fede cristiana come unica valida alternativa al secolarismo. Fino a dire lo scorso aprile, il giorno del commiato dalla sua cattedrale: “Penso che ora il pericolo maggiore per noi sia convincerci di quello che la cultura secolare vuole farci credere di noi stessi, cioè che stiamo diventando sempre meno influenti e che siamo in declino”.

Pubblicato sul Foglio martedì 15 dicembre 2009


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L’AMBROSIANO CACCIARI (E ALTRI) AI LAVORI CULTURALI DEL VATICANO

Massimo Cacciari, sindaco di Venezia nonché filosofo di riferimento della diocesi milanese, dopo un monologo a braccio dedicato a discettare intorno alla “vera forma di ateismo che non c’entra né con Nietzsche né con Heiddeger perché postula che oltre l’essere non ci sia nulla e anzi che Dio è il nulla”, esce dal convegno su Dio organizzato dalla Conferenza episcopale italiana a Roma dicendo che almeno uno scopo è stato raggiunto: “Abbiamo definito chi è il nemico della chiesa, mica poco”.

C’erano tanti volti ieri alla seconda giornata romana su Dio: dal cardinale Camillo Ruini ad Angelo Bagnasco passando anche per l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo. La Cei ha pensato la kermesse come segno forte da lanciare dentro, nel cuore, della post modernità. Una cultura in parte atea, e atea di quell’ateismo di cui ha parlato Cacciari e che postula che tutto è nulla, ma in parte no.

E, infatti, spiega al Foglio il patriarca di Venezia Angelo Scola, “questo convegno è importante perché consente di esplicitare ciò che molti uomini sentono in modo implicito dentro di sé”. Cosa? “Che Dio è familiare: è come un’intuizione, a volte un rumore sordo che accompagna la vita dell’uomo contemporaneo, la vita di tanti uomini d’oggi. In questo senso il convegno è un’occasione, una pacca sulla spalla potremmo definirlo, che può aiutare a esplicitare maggiormente la familiarità di Dio alla vita dell’uomo. Questa familiarità va ricordata, va annunciata. E questo annuncio spetta alla chiesa. E’ un compito che la chiesa non può disattendere: la chiesa deve ricordare Dio all’uomo, il Dio che è Gesù Cristo ovviamente”.

Oltre a Scola e Cacciari hanno parlato ieri i filosofi Remì Brague, Emanuele Severino e Roger Scruton. Quindi i vescovi Gianfranco Ravasi e Bruno Forte. Poi Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia e altri. Oggi chiudono il matematico Martin Nowak, l’astronomo George Coyne e monsignor Rino Fisichella. Spiega il cardinale Bagnasco, presidente dei vescovi italiani e arcivescovo di Genova, che parlare di Dio all’interno di tutte le dimensioni del sapere “non è un’invasione confessionale”. “Dio, infatti, è nel cuore d’ogni uomo ma è anche nel cuore della storia e della società stessa. Questo convegno prende atto della centralità di Dio all’interno della società e della vita degli uomini. Certo, spetta a ogni credente ricordare questa centralità: il cristiano deve essere tale non solamente in chiesa o in sacrestia, ma per la strada, sul lavoro, nel mondo delle responsabilità, delle professioni e quindi anche del servizio della politica: deve entrarci da cattolico, senza dicotomie, senza schizofrenie. Del resto è questo il mandato che ci ha dato il Papa: la chiesa e ogni cristiano hanno il compito di rendere Dio presente in questo mondo, di cercare di aprire agli uomini l’accesso a Dio”.

Attento ascoltatore di ogni intervento è il cardinale Ruini. Lui, che il convegno l’ha cominciato a pensare e organizzare già due anni fa appena lasciata la guida dei vescovi a Bagnasco, spiega che “il risultato ha superato di molto le aspettative”. In che senso? “La qualità degli interventi è notevole e chi sta seguendo il convegno se ne può rendere conto. Il tema di Dio è centrale e attuale, non è un tema del passato. La gente ha bisogno di Dio e parlarne significa una cosa: andare al centro del problema dell’uomo di oggi”.

Dio è ovunque all’Auditorium Conciliazione che ospita il convegno. Difficile trovare nei libri in vendita all’entrata titoli che non parlino di lui: “Darwin e Dio”, “Silenzio di Dio”, “Dio nella scrittura”, “Quale Dio?”, “Per dire Dio”. Dietro il tavolo dei relatori, un grande manifesto con un cielo stellato.

Dice il portavoce della Cei, don Domenico Pompili: “Il cielo stellato ci ricorda che esiste il mistero, il trascendente sopra di noi. Kant parlava ‘di cielo stellato sopra di me’ e di ‘legge morale dentro di me’. Noi abbiamo trattato del cielo stellato, del mistero che ci circonda. Il nostro è un modo per ripartire. Vogliamo ripartire da Dio. E vogliamo offrire a tutti la possibilità di ripartire. Non a caso tutte le prolusioni di Bagnasco da quando guida i vescovi italiani partono da Dio. Lui è dentro tutte le cose e interagisce con tutte le dimensioni dell’umano”. Anche per Roger Scruton “Dio è questione centrale: senza di lui, infatti, non è possibile parlare e discettare di creazione, destino, fine e scopo della vita”.

Pubblicato sul Foglio sabato 12 dicembre 2009


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La nuova vita segreta del cardinal Ruini: ritratto aggiornato del prelato che detesta la chiesa “irrilevante”

Chi conosce bene il cardinale Camillo Ruini dice che tutto il suo pensiero può essere riassunto in quella frase ripetuta l`ultima volta nel marzo del 2007, quando da poco aveva lasciato la guida della Cei e si è messo a lavorare in esclusiva al progetto culturale della chiesa italiana: “Se noi cristiani ci rassegniamo a essere una subcultura, in un mondo che guarda dai tetti in giù, niente potrà salvarci. E` vero che la contestazione contro la chiesa aumenta. Ma è preferibile essere contestati che essere irrilevanti”.

Una preferenza, quella per una chiesa contestata ma rilevante, alla quale Ruini è fedele da sempre. Fin da quel lontano 1991 quando Giovanni Paolo II gli diede le chiavi della Cei promuovendolo contestualmente suo vicario per la città di Roma. Lo fece dopo che Ruini si rese protagonista del Convegno ecclesiale di Loreto. Era il 1985 e Ruini, partendo dalle lacerazioni che investirono la chiesa negli anni Sessanta-Settanta, fece proprio il mandato col quale Giovanni Paolo II – era l`ottobre 1978 – iniziò il proprio ministero: “Non abbiate paura”, disse Wojtyla. “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”.

Così il 28 giugno 2008, Ruini spiegò all`Osservatore Romano quanto Wojtyla si aspettava da lui dopo Loreto: “Il Papa era preoccupato per l`Italia” perché “pensava che la chiesa italiana fosse troppo influenzata dall`idea della secolarizzazione, vedendola come un dato irreversibile, al quale la pastorale doveva in qualche modo adeguarsi. Il Papa voleva reagire”.

Sono passati quasi due anni da quando Ruini ha lasciato la Cei ma la linea della chiesa che conta e sfugge all`irrilevanza continua ancor`oggi. Il cardinale si occupa di educazione, otto edizioni di un pamphlet polemico, e inaugura domani addirittura un Convegno culturale su Dio: agenda fitta e molto poco riservata.

L’idea è sempre la stessa: sbattere in faccia alla società postmoderna quel Dio che la stessa società esilia. Un`idea wojtyliana amata da Ratzinger, se è vero che è stato Benendetto XVI a dire che la priorità della chiesa oggi è quella di “rendere presente Dio”.

Dal marzo del 2007 Ruini ha traslocato in cima al colle Vaticano. Oltre le mura leonine, vive in un piccolo appartamento all`interno del seminario minore della diocesi. Vive fuori le sacre mura ma non è, e nemmeno si sente, in esilio. Tantomeno in panchina. A 78 anni dedica le sue giornate, assistito dalla dolce e tenace Pierina, a ciò che più ama: studiare – non solo teologia ma anche libri divulgativi di fisica, i supplementi scientifici dei giornali e riviste di motori – e offrire a tutti il risultato delle proprie scoperte attraverso conferenze, lezioni, seminari.

Non sono in pochi oggi a sostenere che dopo le grandi battaglie portate avanti dalla chiesa negli anni di Ruini – dal referendum sulla fecondazione assistita al Family Day – oggi è restato un vuoto. Del resto, era inevitabile: già nelle scelte dei suoi successori alla Cei e al vicariato di Roma si è capito come l`intenzione della segreteria di Stato vaticana è stata quella di stemperare poteri e influenze avocando a sé le redini del comando. Per quindici anni Ruini è stato come un secondo potere rispetto ai collaboratori del Papa: con il cardinale Angelo Sodano, decano del Sacro Collegio, Ruini si è manteuto in un equilibrio delicato. Talmente delicato che subito dopo la morte di Wojtyla l`equilibrio si ruppe: il 2 aprile del 2005 nessuno chiamò Ruini in tempo perché riuscisse ad arrivare al capezzale del Papa morente. E, poco dopo, fu sempre il Vaticano ad organizzare, a sua insaputa, un sondaggio per sapere chi avrebbero gradito i vescovi come suo successore in sella alla Cei.

Poi arrivò Bertone. I rapporti migliorarono. Ma non si è conclusa senza cicatrici la battaglia che ha portato Bagnasco alla guida della Cei: Ruini avrebbe voluto Giuseppe Betori. Bertone gli preferiva il francescano Benigno Papa, vescovo di Taranto. Si dovette arrivare a un compromesso. E oggi? Luigi Accattoli, “principe” dei vaticanisti, spiega al Foglio che occorre guardare avanti: “Vedo in prospettiva una stagione feconda e caratterizzata da un doppio movimento: il duo Crociata-Bagnasco che compie un passo indietro rispetto al fronte politico-legislativo sul quale amavano esercitarsi Ruini e Betori. E, insieme, un alleggerimento: un maggiore impegno sul fronte culturale impersonato da Runi nel suo nuovo incarico”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 9 dicembre 2009


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Chi dopo Tettamanzi?

Oggi ci sarebbe un pezzo da scrivere.

L’argomento s’impone, diciamo così, dalla lettura dei giornali. O meglio, s’impone dalla lettura del pezzo di Alberto Melloni a pagina 5 del Corriere.

A un certo punto Melloni, parlando del dopo Tettamanzi a Milano partendo dal trambusto con la Lega di queste ore dice: “Cosa farà adesso il Papa? Troverà nelle infinite risorse della chiesa una figura di cui nessuno parla, che non s’è preparato la carriera ricamando furbizie, tale luminescenza spirtuale da spiazzare tutto e tutti?. Userà dell’arte del governo e lascerà Tettamanzi a Milano non per sempre, ma per un altro sant’Ambrogio?”

La risposta a questa domanda, ovvero il nome di chi andrà a Milano al posto di Tettamanzi, sarebbe il pezzo da fare.

Leggi QUI Alberto Melloni sul Corriere.

Pubblicato sul palazzoapostolico.it mercoledì 9 dicembre 2009


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Prodi in Vaticano

Sono giorni difficili per le eminenze di Santa Romana Chiesa. Il fuoco contro il cardinale Dionigi Tettamanzi s’è fatto pressante e ora (in questi minuti) è direttamente il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone a scendere in campo per difenderlo. In visita a Milano Bertone ha detto: “Raccomando rispetto e verità anche per il cardinale di Milano, un grande pastore della Chiesa che dà la vita per il suo popolo”.

Ma oltre Tevere non sono soltanto questioni di porporati a tenere banco. C’è anche altro, molto altro. E, tra questo altro, da annotare un Prodi in Vaticano. Cioè? Grazie all’Osservatore Romano è Franco Prodi dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle ricerche italiane (fratello dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi) ad approdare oltre Tevere con un pezzo articolato sul vertice di Copenaghen: no a patteggiamenti mercantili sulle quote di emissioni nocive, ma un impegno collettivo, e “francescano”, per tutelare le risorse del pianeta.

Leggi QUI l’intervento di Franco Prodi.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 8 dicembre 2009


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Sei cardinali in pensione. Bertone invece resta e prova a rifare la curia

E’ con il nuovo anno che la curia romana cambierà volto. Da quando il cardinale segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone ha compiuto 75 anni (lo scorso 2 dicembre), sono sei i porporati a capo di “ministeri” della Santa Sede a essere entrati in età pensionabile. C’è il prefetto dei vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re, che compie il prossimo 30 gennaio 76 anni. C’è il prefetto del clero, il cardinale Claudio Hummes, che in agosto ne compie anch’egli 76. C’è il presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, il cardinale Walter Kasper, che a marzo ne fa 77. C’è il prefetto dei religiosi, il cardinale Franc Rodé, che a settembre compie 76 anni. E, infine, c’è il cardinale Raffaele Farina, archivista bibliotecario di santa romana chiesa, che a settembre va per i 77. La prassi è nota. Per volere di Paolo VI tutti i cardinali e i vescovi devono presentare le dimissioni al Papa al compimento dei 75 anni. Dimissioni che il Papa si riserva di accettare o no.
Tra i sei capi dicastero di curia in età pensionabile l’unico sicuro di restare al proprio posto è Bertone. La cosa non avviene per una qualche deroga prevista ai sensi del diritto canonico bensì perché il Papa ha deciso così. Di per sé, infatti, anche il segretario di stato, come tutti gli altri capi dicastero, al compimento dei 75 anni non è inusuale che lasci. Nei mesi scorsi sono stati alcuni cardinali ad avanzare al Papa qualche riserva attorno all’operato della segreteria di stato. Si era in piena bufera lefebvriana. Il Papa aveva da poco revocato la scomunica al vescovo lefebvriano Richard Williamson, presule negazionista sulla Shoah. Si scatenarono proteste che portarono vescovi tedeschi, austriaci, ungheresi e svizzeri a ipotizzare le dimissioni di Bertone. Pochi mesi dopo avvenne un summit segreto a Castelgandolfo. A pranzo col Papa andarono i cardinali Angelo Bagnasco, Camillo Ruini, Angelo Scola e Christoph Schönborn. E, sebbene la cosa non sia mai stata confermata, pare che anche della gestione della curia si sia parlato. Ovvero delle difficoltà di governo della segreteria di stato. Ma i malumori sono anche altri e provengono direttamente da alcune conferenze episcopali. Non è un mistero che la politica “ultraconcordataria” promossa dalla segreteria di stato nei confronti dei governi dei paesi del mondo non sia digerita da parte della conferenza episcopale italiana, da quella americana e da alcuni presuli più abituati a combattere contro governi nemici piuttosto che a trattare (tra questi il cardinale cinese Giuseppe Zen Zekiun il quale, a differenza di Bertone, ritiene che la chiesa clandestina non debba alzare bandiera bianca nei confronti di Pechino). Sull’Italia pesa la lettera che Bertone mandò a Bagnasco nei giorni in cui venne chiamato a sostituire Ruini alla guida della Cei: Bertone avocò a sé ogni rapporto con la politica ponendo, di fatto, una pietra sopra la linea interventista dei vescovi italiani portata avanti per anni dal cardinal Ruini.

Non si ripeterà lo scenario del 2006
Spiega Benny Lai – è sua la prima tessera da vaticanista firmata negli anni 50 dall’allora sostituto alla segreteria di stato Giovanni Battista Montini – che “siamo passati da un pontificato in cui a governare erano Stanislaw Dziwisz e Angelo Sodano a un pontificato in cui il Papa governa poco e chi ha attorno non lo sostiene a dovere. E la cosa avviene nonostante dopo gli anni wojtyliani, quelli dei grandi viaggi e delle intuizioni profetiche, tutti si aspettassero un pontificato di governo”. Giancarlo Zizola, commentatore di cose vaticane, fa una considerazione e pone una domanda: “Benedetto XVI ha voluto farsi un’equipe di collaboratori pescando tra gli uomini che aveva a fianco quando era alla dottrina della fede. Mi domando: è uguale governare una congregazione e governare l’intera curia romana? Non cambia di parecchio la visuale di coloro che dall’ex Sant’Uffizio vengono portati in cima alla curia romana?”. Nel 2010, comunque, non si verificherà quanto avvenne nel 2006. Allora il cardinale Edmund Casimir Szoka, presidente del governatorato, doveva andare in pensione. Chiese di restare fino a quando il coetaneo Sodano non avesse lasciato. Fu accontentato. E il 15 settembre di quell’anno, a lasciare furono in due, lui e Sodano. Oggi pare che i porporati in età pensionabile non intendano avanzare richieste di questo genere. Re, Kasper, Hummes, Rodé e Farina chiuderanno insigni carriere in ordine sparso.

Pubblicato sul Foglio martedì 8 dicembre 2008


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Dopo Boffo, due Scout al potere

Dopo la nomina di Marco Tarquinio alla guida di Avvenire, ieri (sabato 5 dicembre) è stato il turno della nomina del nuovo direttore degli altri due media lasciati vacanti da Dino Boffo a seguito delle dimissioni rassegnate lo scorso settembre: Tv2000 e RadioInBlu, rispettivamente televisione e radio della conferenza episcopale italiana.

Come ampiamente previsto il consiglio di amministrazione della Fondazione Comunicazione e cultura ha nominato Stefano De Martis direttore responsabile delle due testate della Cei, dopo che negli ultimi tre mesi aveva diretto ad interim le stesse in qualità di condirettore responsabile.

Giornalista professionista dal 1989, De Martis ha 48 anni, è sposato e ha due figlie. Dopo la gavetta nei periodici dell’associazionismo cattolico, ha svolto il praticantato a Il Popolo e successivamente è stato cronista parlamentare dell’agenzia Asca, de Il Tempo e de L’informazione. Caporedattore e poi direttore della testata giornalistica di Videomusic, in seguito ha ricoperto l’incarico di caporedattore centrale delle news dell’allora Telemontecarlo, l’attuale La7. Incarico che ha lasciato per partecipare fin dagli inizi al progetto di Sat2000, dapprima come caporedattore, quindi come vicedirettore e infine come condirettore giornalistico e coordinatore dei palinsesti di TV2000 e RadioInBlu.

Ma la caratteristica del curriculum di De Martis che più di altre incuriosisce è che, in passato, anch’egli – come Marco Tarquinio – è stato negli Scout. De Martis, infatti, ha ricoperto ruoli di responsabilità nell’Agesci, l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani.

Dopo gli anni di Dino Boffo (è cresciuto nell’Azione Cattolica), dunque, la Cei premia gli Scout. Certo, Tarquinio e De Martis sono stati nominati soprattutto per altri motivi: rappresentano continuità con Dino Boffo e sono due bravi professionisti. Ma il passato negli Scout resta una caratteristica da far notare, soprattutto dopo che per mesi si era parlato della possibilità che alla guida dei media della Cei arrivassero figure con un’appartenenza molto forte ad associazioni e movimenti ecclesiali. Invece no: si ricomincia da due giornalisti che conoscono il mestiere, non troppo esperti di ecclesialese, con un passato molto semplice e low profile, quello appunto degli Scout.

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 6 dicembre 2009


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Quel che resta della chiesa in Belgio. Lascia il primate Danneels: dietro di lui “un cimitero” e uno scontro

C’è bagarre nella chiesa belga in attesa del nome del successore del cardinale Godfried Danneels (76 anni), arcivescovo di Malines-Bruxelles, primate e presidente della conferenza episcopale del paese. Il Papa deciderà entro Natale. La chiesa è divisa al suo interno: da una parte chi vuole continuità con la conduzione degli ultimi anni, dall’altra chi si augura un cambio di rotta deciso. Chi appoggia la continuità spinge per la nomina di monsignor Jozef De Kesel, ausiliare dello stesso Danneels. Chi sostiene la linea della discontinuità ha in mente il nome dell’arcivescovo di Namur, André-Mutien Léonard.
La chiesa cattolica belga sta attraversando una crisi profonda: i seminari sono vuoti, i fedeli praticanti ridotti all’osso, i vescovi non godono più del prestigio e della presa sulla vita pubblica del paese che avevano un tempo. Soltanto pochi mesi fa il cattolico Re Alberto II ha promulgato, senza dare peso alle critiche dei vescovi, una legge che definisce embrioni e feti “materiale corporeo umano” disponibile per le applicazioni mediche. In sostanza, è una débâcle. Una sconfitta che faceva già dire a Giovanni Paolo II: “La speranza della chiesa non è in Europa, è altrove”. E ancora, ad alcuni porporati di curia: “La chiesa belga è come un cimitero”.
I dati dicono che le diocesi belghe raccolgono soltanto 71 seminaristi. Ma 35 di questi sono della diocesi di Namur, quella governata da Léonard. A Danneels parte della chiesa locale imputa di non aver fatto altro che portare avanti la linea progressista del suo predecessore, il cardinale Léon-Joseph Suenens: battagliò in aperto contrasto con l’Humanae Vitae di Paolo VI a favore del controllo delle nascite. Danneels è anche accusato di non aver fermato la deriva dottrinale presa dalla prestigiosa (e cattolica) Università di Lovanio: qui si è sostenuta la legittimità delle unioni omosessuali.

Publicato sul Foglio sabato 5 dicembre 2009


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Incredibile, Feltri su Boffo: “Non era vero niente”

Incredibile, non era vero niente.

Vittorio Feltri oggi sul Giornale risponde a una lettrice che gli chiede chiarimenti sul “caso Boffo” e ammette che le carte che aveva ricevuto inerenti all’ex direttore di Avvenire erano false: “Infatti – scrive Feltri – da quelle carte Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato”.

E poco prima Feltri ammette che non avrebbe pubblicato nulla se le carte non gli fossero state consegnate da “un informatore attendibile, direi insospettabile”. Davvero? A questo punto sarebbe buona cosa che Feltri ci dicesse chi è questa fonte che “ha ucciso” Boffo. Così, davvero chiudiamo definitivamente il caso.

Leggi QUI Feltri oggi sul Giornale.


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