Cattolici e ortodossi uniti ma divisi sui minareti
4 dicembre 2009 -
L’incontro di ieri tra il presidente russo Dmitri Medvedev e il Papa – ha avuto il risultato dell’elevazione della rappresentanza russa presso il Vaticano ad ambasciata – è stato preceduto da importanti segnali sul fronte dei rapporti tra cattolici e ortodossi. Il più importante riguarda la pubblicazione che il patriarcato russo ha fatto del libro “Europa patria spirituale”.
E’ un volume che raccoglie i discorsi che Joseph Ratzinger ha dedicato all’Europa. Il presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, l’arcivescovo Hilarion Alfeyev di Volokolamsk (il numero due del patriarcato), ha dedicato al libro un’ampia prefazione nella quale chiama i cristiani a fare fronte comune contro “il secolarismo militante”. Scrive Hilarion: “L’Europa deve accettare il diritto delle varie comunità di conservare le proprie identità culturali e spirituali, il nucleo delle quali molto spesso è costituito dalla religione”. E ancora: “Credo che la solidarietà tra cristiani europei debba divenire sempre più manifesta al fine di salvaguardare le rispettive identità, combattere il secolarismo militante e affrontare le altre sfide della modernità”. E rispettare le diverse identità significa che “le libertà democratiche dell’individuo, compreso il suo diritto all’autodeterminazione religiosa”, non devono prevaricare “i diritti delle comunità nazionali a preservare la propria integrità, la fedeltà alle proprie tradizioni, etica sociale e religione”.
La chiesa cattolica è in sintonia con questa visione? E ancora: può un serio dialogo ecumenico fondarsi, con le conseguenze pratiche che ciò comporta, su una difesa pubblica e tenace di quei princìpi che separano il cristianesimo dal secolarimo militante? Dice al Foglio Alberto Melloni: “Il dialogo ecumenico prospettato dal Concilio aveva un respiro teologico ampio. Era impensabile intendere i rapporti tra cristiani come un mero arroccamento contro il secolarismo. Mentre trovare punti di contatto tra cristiani esclusivamente nella lotta al secolarismo è la fine dell’ecumenismo così come il Vaticano II l’ha inteso. E’ la vittoria di quei settori del cristianesimo più conservatori. Il Concilio apriva al confronto tra posizioni teologiche diverse e non voleva chiudersi sulla difensiva. In questo senso credo che la prefazione che Hilarion fa al libro non aggiunga nulla al dialogo ecumenico tra le parti. Un dialogo serio e profondo deve ancora avvenire”.
La chiesa cattolica ha avuto la possibilità di confrontarsi con la modernità prima della chiesa ortodossa. Quest’ultima, schiacciata dal regime sovietico, è rimasta in impasse per quasi tutto il XX secolo. Non così Roma: il Concilio Vaticano II ha rappresentato una volontà di confronto con la modernità mai manifestatasi prima. Ricorda l’artista gesuita padre Marko Ivan Rupnik – docente al Pontificio istituto orientale e alla Gregoriana, ha ideato sul tema dell’incontro tra oriente e occidente i mosaici della Cappella vaticana “Redemptoris Mater” – che “la chiesa cattolica ha avuto, a differenza di quella ortodossa, il Vaticano II per confrontarsi con la modernità. E questo è un bel vantaggio che pone inevitabilmente Roma su un altro piano rispetto a Mosca. All’inizio del XX secolo Mosca stava per indire un Concilio, poi ha rinunciato. E’ naturale che oggi gli ortodossi chiedano una difesa dei propri princìpi contro quell’aspetto della modernità più deteriore che è il secolarismo. E’ il loro modo per cercare di affrontare la modernità dopo anni in cui la modernità è stata tenuta fuori dai confini del loro stato. Credo però che non debba procedere su questa difesa la ricerca dell’unità tra le due chiese. Occorre piuttosto prendere sul serio le radici della nostra comune fede”.
Uno dei principali collaboratori del cardinale tedesco Walter Kasper nella sezione orientale del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani è il gesuita Milan Zust. E’ stato lui a presentare due giorni fa a Roma il volume “Europa patria spirituale”. Dice padre Zust che “la pubblicazione del volume da parte degli ortodossi mostra un’affinità particolare tra Mosca e l’attuale papato. Un’affinità che nella battaglia al secolarismo trova un suo motivo d’espressione. Lo dimostrano anche le dichiarazioni che Mosca ha fatto a seguito della sentenza europea sui crocifissi in Italia: combattere il secolarismo significa anche difendere i propri simboli religiosi”.
Certo, un conto sono i crocefissi, un altro i minareti. Sui crocefissi gli ortodossi si sono espressi in un certo modo. Sul referendum inerente i minareti in Svizzera hanno invece detto altro. E’ stato il rappresentante del patriarcato di Mosca al Consiglio d’Europa, padre Filarete, a dire che il “no” ai minareti “non è un problema di libertà religiosa”. E ancora: “Sarebbe non equilibrato accusare la Svizzera di discriminare in qualche modo la minoranza islamica: la Svizzera non ha alcuna restrizione sulla costruzione di luoghi di preghiera per nessuno”. Il Vaticano, invece, ha detto altro, praticamente l’opposto. C’è dunque una concezione diversa della libertà religiosa? Il problema dell’espressione religiosa la chiesa cattolica l’ha affrontato nella dichiarazione del Concilio Vaticano II “Dignitatis Humanae”.
Spiega don Nicola Bux, consultore della Dottrina della fede: “La dichiarazione conciliare dice a mo’ di premessa che l’unica vera religione ‘sussiste nella chiesa cattolica e apostolica’. E’ la stessa cosa che pensano di sé gli ortodossi. In questo senso la religione che ha plasmato un intero popolo non può che venire prima dell’autodeterminazione religiosa dei singoli. In cosa consiste allora la libertà religiosa? Nel fatto che a tutti deve essere concesso l’accesso alla verità. Ovvero: tutti devono poter ricercare la verità. E’ in questa luce (altrimenti non capisco la cosa) che leggo il disappunto vaticano verso l’esito del referendum sui minareti. Il ‘no’ ai minareti soffoca questa ricerca della verità”.
Pubblicato sul Foglio venerdì 4 dicembre 2009
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e se gli ortodossio avessero ragione ? luigi culmone
Un confronto con la modernità che ha provocato più danni che bene. Il risultato è stato un profondo sisamoramento nei confronti della Chiesa. Raccolgo la provocazione di Luigi Culmone e anch’io mi pongo la sua domanda: e se gli ortodossi avessero ragione? E poi, scusate, gli ortodossi non si sono confrontati con la modernità? sarà vero. Comunque sia si sono confrontati, anzi, scontrati, avendo la peggio, con un regime la cui ideologia era il frutto di modernità, giacobinismo, filosofia massonica e dissoluzione. credo che il Santo Padre, una persona estremamente intelligente, uno degli autori della deriva di quel Concilio, debba riflettere moltissimo. Non tutto il male viene per nuocere. E i frutti, grazie a Dio, cominciano a vedersi.