Dai polacchi ai salesiani
29 dicembre 2009 -
Informa oggi il quotidiano Avvenire, citando l’agenzia d’informazione salesiana ANS, che sarà il salesiano don Enrico dal Covolo a predicare gli esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana dal 21 al 27 febbraio 2010.
Don dal Covolo, 59 anni, è postulatore generale della famiglia di don Bosco e professore ordinario di letteratura cristiana antica presso la Pontificia Università salesiana. Membro del Pontificio Comitato di scienze storiche, dal 2002 è consultore della congregazione per la dottrina della fede.
Si tratta del terzo salesiano chiamato a questo incarico: nel 1973 Paolo VI nominò il rettore dell’Università Salesiana don Antonio Javierre Ortas, futuro cardinale, nel 1986 Giovanni Paolo II il rettor maggiore don Egidio Viganò. Benedetto XVI aveva finora chiamato a predicare cardinali (Cé, Biffi, Vanhoye e Arinze). Questa volta, per l’Anno Sacerdotale, si è preferito scegliere un “semplice” prete.
A conti fatti un dato resta significativo e riguarda la quantità di incarichi affidati in questo pontificato a salesiani. Se con Wojtyla predominavano i polacchi, con Ratzinger non spiccano i tedeschi bensì i salesiani (in numero maggiore dei polacchi).
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 29 dicembre 2009
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Il gesuita Lombardi
29 dicembre 2009 -
Fa discutere in Vaticano la nota con la quale il 23 dicembre il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha risposto alle critiche che si sono levate dal mondo ebraico per l’attribuzione delle “virtù eroiche” a Pio XII. Fa discutere per il modo con il quale la stessa nota è stata diffusa: non solo non è stata riportata sul bollettino ufficiale ma anche l’Osservatore Romano l’ha relegata in un colonnino in ultima pagina nel quale Lombardi non compare con la qualifica di direttore della sala stampa ma semplicemente come “il gesuita padre Lombardi”. Perché questa diminutio? Difficile rispondere. Di certo c’è un fatto: Lombardi nella nota spiega che la chiesa non vuole beatificare Pacelli sul piano storico, che resta aperto, bensì additarlo alla venerazione per le sue virtù cristiane. Mentre l’Osservatore ha spesso detto altro: ha promosso un dibattito nel quale, buone carte alla mano, ha voluto sfatare la leggenda storiografica su Pio XII. Tanto che, appena dopo la firma del decreto, è stato lo stesso direttore dell’Osservatore, Gian Maria Vian, ad attribuire a un libro da lui curato e nel quale si rivisitano “le ragioni storiche” della difesa di Pio XII, il cambiamento del clima intorno a Pacelli.
Pubblicato sul Foglio martedì 29 novembre 2009
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Chi era Schillebeeckx, il teologo che sfidò Ratzinger ispirando il progressismo conciliare
29 dicembre 2009 -
La vita del teologo domenicano Edward Schillebeeckx, nato ad Anversa, in Belgio, formatosi a Lovanio, a Le Saulchoir e alla Sorbona, e morto a Nimega, in Olanda, alla vigilia di questo Natale all’età di 95 anni, è stata caratterizzata da un prima e un dopo. Il prima sono gli anni precedenti il Concilio Vaticano II. Il dopo quelli successivi. Prima egli fa suo una sorta di “tomismo aperto” caratterizzato dall’assunzione di un metodo storico in grado di ricostruire l’evoluzione storica delle affermazioni dogmatiche. Dopo si muove in un altro senso, ovvero nella convinzione che nella teologia cattolica sia assente una chiara dottrina ermeneutica che consenta di superare definitivamente le diverse posizioni inerenti all’evoluzione del dogma cristiano. E’ qui, in questa seconda fase, che Schillebeeckx scatena vivaci polemiche per l’arditezza delle sue posizioni teologiche tanto che viene accusato di negare la risurrezione di Cristo come un fatto oggettivo della fede.
Ma andiamo con ordine. E raccontiamo come un suo amico, Joseph Ratzinger, visse questa svolta. E, in qualche modo, fu costretto a distanziarsi dal pensiero del teologo domenicano. E’ spiegando, infatti, come e perché Ratzinger si distanziò da Edward Schillebeeckx che si capisce e si comprende un po’ meglio chi fu lo stesso Schillebeeckx. Si era negli anni del Concilio. E’ noto che Papa Giovanni voleva un’assise che durasse pochi mesi. Un Concilio nel quale sostanzialmente si dovevano approvare i testi scritti e redatti dall’allora Sant’Uffizio guidato dal cardinale Alfredo Ottaviani, soprannominato “il carabiniere della fede” in quanto rigoroso difensore della tradizione. Ma le cose andarono diversamente. In molti fecero capire a Giovanni XXIII che la chiesa necessitava di un rinnovamento più ampio che implicasse anche una riforma radicale, in senso liberale, dell’ormai antico Sant’Uffizio. Tra gli altri, promotore di questa necessità era il cardinale tedesco Josef Frings il quale, è cosa nota, si faceva aiutare nella stesura dei suoi testi dal giovane teologo bavarese Joseph Ratzinger. E’ per questo motivo, per la spinta che inconfutabilmente diede al Concilio lo stesso Ratzinger, che in molti successivamente si sono domandati perché il teologo bavarese prese le distanze da altri fautori del cosiddetto rinnovamento conciliare. Perché Ratzinger, che pur collaborò a far sì che il Concilio fosse un qualcosa di più ampio di quanto Ottaviani voleva e sperava, si è poi distanziato da molti colleghi che come lui spinsero per un Concilio di vera riforma della chiesa e, tra questi, da coloro che insieme a lui in quegli anni fondarono la rivista Concilium? Perché fino all’inizio del Vaticano II teologi come Antonie van den Boogaard, Paul Brand, Yves Congar, Hans Küng, Johann Baptist Metz, Karl Rahner e Edward Schillebeeckx erano in sostanziale sintonia con Ratzinger e successivamente meno? E’ rispondendo a questa domanda che si comprende la vita del grande teologo domenicano scomparso in questi giorni.
Dice al Foglio Vittorio Messori che mentre scriveva con Ratzinger “Rapporto sulla fede” fu lo stesso teologo tedesco a spiegargli il perché della presa di distanza da Schillebeeckx e dagli altri della rivista Concilium: “Ratzinger mi disse che non fu lui a cambiare, ma cambiarono loro. Ratzinger voleva un Concilio in continuità con la tradizione passata. Gli altri si misero a promuovere una linea di rottura col passato. Ma non nel nome di questa rottura l’allora teologo bavarese aveva spinto perché il Concilio lavorasse più diffusamente di quanto lo stesso Giovanni XXIII all’inizio aveva pensato dovesse lavorare”.
Probabilmente non si capisce Schillebeeckx se non si parte da qui. Dalla svolta che lo portò a interpretare i lavori conciliari secondo la cosiddetta ermeneutica della rottura e della discontinuità. E’ a motivo di questa svolta che Schillebeeckx è oggi ricordato anche e soprattutto per queste cose: entrò presto in conflitto con il Vaticano per i suoi libri su Gesù e fu convocato a Roma dalla congregazione per la Dottrina della fede per spiegare le sue teorie che negavano la resurrezione di Cristo in quanto fatto oggettivo. Fu Schillebeeckx, precedentemente, a introdurre i teologi olandesi alla Nouvelle Theologie. Negli anni Sessanta ispirò il “Nuovo catechismo olandese” nel quale vi sono affermazioni ambigue sul peccato, la redenzione, l’eucarestia, la verginità della Madonna, il ruolo della chiesa e del Papa.
Pubblicato sul Foglio martedì 29 dicembre 2009
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Messori e le tre ore di Ratzinger
28 dicembre 2009 -
Oggi giornata di lavoro in redazione al Foglio. Scrivo un pezzo che esce domani (pagina due, colonna di sinistra) sul teologo belga recentemente scomparso Edward Schillebeeckx e, per farlo, trascorro qualche minuto al telefono con Vittorio Messori che mi regala una dichiarazione che sarà visibile domani in pagina.
Messori mi racconta anche del suo “Rapporto sulla fede” scritto assieme a Joseph Ratzinger ben 25 anni fa. “Lo faccio per farle un regalo – mi dice -. Siamo a Natale e bisogna essere buoni”.
Ecco parte del nostro dialogo.
-Ha mai pensato di riaggiornare con Ratzinger il “Rapporto sulla fede?”
-Ci ho pensato. E l’ho detto anche al Papa.
-Quando?
-Recentemente. Gli ho fatto avere il mio ultimo lavoro: “Perché credo”. Mi ha telefonato don Georg Gaenswein per ringraziarmi e ne ho approfittato per dirgli che avrei rivisto volentieri Ratzinger. Per discrezione, infatti, da quando è diventato Papa non mi sono mai fatto vivo. Don Georg mi ha spiegato che il modo più semplice per vederlo è andare a un’udienza del mercoledì. E così ho fatto. Mi hanno messo assieme ad Andrea Tornielli, che ha scritto “Perché credo” con me, vicino alla cattedra dalla quale il Papa tiene le catechesi in piazza san Pietro. Il Papa è entrato in piazza dall’arco delle Campane sulla sua jeep. Quando è arrivato vicino al mio settore mi ha visto e mi ha salutato alzando il braccio. Quindi si è avvicinato e abbiamo parlato un po’. Gli ho ricordato che sono oramai 25 anni che è uscito “Rapporto sulla fede”. “Non ci credo”, mi ha risposto. “Davvero”, gli ho detto io. E poi: “Sarebbe il momento di fare un ‘Rapporto sulla fede II’. Lei mi dia tre giorni. Ci chiudiamo in clausura come facemmo a Bressanone nel 1984 e il libro è fatto”. “Tre giorni?”, mi ha domandato. “Ma dottore, non ho nemmeno tre ore! Comunque le prometto che ci penso”. Poi si è allontanato di qualche passo. Quindi si è voltato e di nuovo mi ha detto: “Non ho nemmeno tre ore”.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 28 dicembre 2009
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Il caso resta in Vaticano
26 dicembre 2009 -
Il caso non passa alla giustizia italiana. Susanna Maiolo ora è in mano SUA.
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Così B-XVI difende il vescovo conservatore che ha fatto infuriare il clero spagnolo
25 dicembre 2009 -
San Sebastián è una città di oltre 180 mila abitanti della Spagna nord orientale. E’ capoluogo della provincia di Guipúzcoa, nella comunità autonoma dei Paesi Baschi. La diocesi di riferimento però è più ampia: ne fanno parte circa 600 mila battezzati. Qui lo scorso 21 novembre Benedetto XVI ha nominato vescovo monsignor José Ignacio Munilla Aguirre. Una nomina in linea con quella parte dell’episcopato spagnolo definita “conservatrice”, in sintonia con l’attuale pontificato e le sue linee magisteriali. Una nomina, anche per questo motivo, contestata dalla base, dai fedeli e dal clero, un po’ come avvenne lo scorso inverno con un’altra nomina di eguale fattura, quella di monsignor Gerhard Wagner a vescovo ausiliare dell’austriaca diocesi di Linz. Anche allora Wagner, come oggi Munilla Aguirre, subì una violenta contestazione, per settimane alimentata dai giornali e dai media locali nel generalizzato e imbarazzato silenzio dell’episcopato austriaco. Allora, era il 2 marzo, il Papa fu costretto a dimettere Wagner e, dunque, a tornare clamorosamente sui propri passi. Oggi, invece, Munilla Aguirre ancora non è stato dimesso e in molti, soprattutto tra l’episcopato spagnolo fedele al Papa, sperano che non si arrivi a tanto. Ma la situazione non è facile.
La rivolta della base spagnola vede in prima linea 85 dei 110 parroci in attività. Insieme hanno firmato un documento nel quale si dissociano dalla nomina di Munilla Aguirre. I motivi di questa presa di distanza però non sono semplicemente per la linea magisteriale del presule. Ma anche, c’è chi dice principalmente, per le sue idee politiche ben esplicitate in una recente dichiarazione rilasciata nel corso di un’intervista: “La priorità del mio ministero è quella di depoliticizzare la chiesa basca”. In una delle diocesi più politicizzate di tutto il paese dove anche i preti non sono lontani dalle aspirazioni irredentiste del popolo, le dichiarazioni del neo vescovo sono suonate come una sorta di attacco preventivo al quale, il clero, ha voluto prontamente controbattere. Non solo, contro il neo vescovo e le sue dichiarazioni è arrivata subito anche la protesta di parte del Partito nazionalista basco che ha denunciato un nuovo tentativo di “spagnolizzazione forzata” dell’identità basca.
E’ vero: Munilla Aguirre non se l’è presa più di tanto. Nato nel 1961 proprio a San Sebastián, conosce bene la sua gente. Sa che lo considerano contrario alla vena autonomista e alle simpatie nazionaliste locali. E sa che principalmente per questo motivo non può che essere criticato. Ciò che però non gli va giù sono le ostilità mostrate per il suo essere, come scriveva qualche giorno fa El Mundo, “militante fino al midollo, uno che non si arrende davanti a nulla e nessuno”. In sostanza, gli contestano anche d’essere troppo “ratzingeriano” come gli interventi tenuti periodicamente su Radio Maria España e sul quotidiano Abc dimostrerebbero.
A differenza del caso austriaco, in Spagna l’episcopato sembra essere compatto e unito in difesa del Papa e della congregazione dei vescovi che lo scorso novembre ha portato avanti la candidatura del vescovo. E, dunque, non si dovrebbero verificare dietro front. Anche perché un conto è contestare un vescovo perché troppo conservatore, come era il caso riguardante Wagner, un altro è contestarlo principalmente perché intenzionato a depoliticizzare la chiesa locale, come sta avvenendo a San Sebastián. Se di colpe si tratta, la prima colpa, quella di Wagner, sembra più grave della seconda: Wagner è stato dimesso, Munilla Aguirre ancora no.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 23 dicembre 2009
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Pio XII? “Il Papa ha deciso dopo aver studiato a fondo i documenti”. Malumori , ma la sinagoga lo aspetta
22 dicembre 2009 -
Padre Bernard Ardura è stato chiamato da meno di un mese dal Papa a presiedere il pontificio comitato di scienze storiche del Vaticano al posto di Walter Brandmüller. L’incarico consente di avere una panoramica privilegiata su tutti gli archivi vaticani e, quindi, anche sugli studi della Santa Sede dedicati a Pio XII. Dice Ardura al Foglio: “La decisione del Papa di promulgare il decreto sull’eroicità delle virtù di Pacelli viene dopo un lungo studio. La chiesa non si fa influenzare esternamente. Non l’ha influenzata la leggenda aurea che contornava la figura di Leone XIII né quella nera attorno a Pio IX. E così sta accadendo con Wojtyla e Pio XII. L’unica influenza è la scientificità degli studi. La chiave per capire l’annuncio su Pio XII è tutta interna alla chiesa: attingendo alla documentazione il Papa ha deciso ciò che è di competenza del suo magistero”.
Eppure le polemiche non sono mancate. Ieri è stato il congresso mondiale ebraico a definire la decisione del Papa “inopportuna e prematura”. Mentre in Vaticano c’è chi dice che Ratzinger è stato tempestivo: il 17 gennaio, infatti, è invitato dalla comunità ebraica di Roma nella sinagoga e la cosa non può che costringere tutti a lavorare per superare i dubbi intorno all’operato di Pio XII durante il nazismo. A oggi, comunque, non sembrano esservi novità: secondo ambienti della comunità ebraica italiana sentiti dal Foglio l’invito in sinagoga è confermato anche se, soprattutto nella base della stessa comunità, non mancano voci critiche: secondo alcuni le virtù eroiche accordate a Pacelli dal Papa sono un affronto aggravato dal fatto che, soltanto due mesi fa, la parte ebraica aveva dato il proprio assenso a riprendere, proprio il 17 gennaio, la celebrazione comune della giornata di riflessione ebraico-cristiana.
Il Papa comunque sta preparando il discorso da tenere in sinagoga dopo che molto si è speso per il discorso di ieri alla curia romana. Qui, come fece in Terra Santa e come molto probabilmente farà in sinagoga, non ha citato Pio XII. Bensì ha ricordato la visita al museo dello Yad Vashem: “Un incontro sconvolgente con la crudeltà della colpa umana, con l’odio di un’ideologia accecata che, senza alcuna giustificazione, ha consegnato milioni di persone umane alla morte”.
Pubblicato sul Foglio martedì 22 dicembre 2009
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Consigli a Ruini: ecco il progetto culturale del vescovo battagliero di New York
21 dicembre 2009 -
Secondo il recente report del Pew Forum on Religion & Public life dedicato agli spostamenti di fedeli da una religione all’altra negli Stati Uniti “la maggior parte di coloro che cambiano religione lo fa prima di compiere 24 anni e lo fa più volte”. E’ senz’altro conoscendo l’effervescenza di questo “mercato delle conversioni” che Timothy Dolan, 59 anni, di Saint Louis (Missouri), dal 23 febbraio arcivescovo di New York, ha ideato il proprio programma di governo. “Il mio obiettivo primario è uno – ha detto – incontrare people, people, e ancora people”. Insomma non un programma d’élite. Piuttosto una discesa in piazza con lo scopo dichiarato di catturare alla fede più gente possibile.
La piazza sono i luoghi che tutti frequentano, la tv, la radio, i giornali, il web. E Dolan, sui media, ci sta non per modo di dire. Quando parla in tv o in radio, risponde in diretta alle domande della gente. Senza filtri e senza veli. Su qualsiasi argomento. Una metodologia di comunicazione di sé e della fede senz’altro diversa da quella tramite la quale, ad esempio in Italia, i vescovi spesso intendono proporre se stessi e il Vangelo. E il convegno su Dio organizzato dalla Conferenza episcopale italiana due settimane fa un po’ lo dice. Certo, non è per forza di cose vero quanto l’altro ieri scriveva Il Secolo d’Italia: il convegno ha mostrato “una deriva elitaria”. Ma è pur evidente la differenza che c’è tra passare una giornata a Roma ad ascoltare erudite disquisizioni davanti a un pubblico di addetti ai lavori e trascorrere qualche minuto immersi nelle evoluzioni in tv e in radio dell’arcivescovo americano.
“Il mondo ha bisogno di eroi”. E’ il titolo del trailer che il sito web dell’arcidiocesi di New York lancia in tutta evidenza sulla propria home page. “E cioè di preti”, recita il video il cui scopo è dichiarato fin dall’inizio: invogliare le nuove generazioni a cedere, a rispondere a una eventuale chiamata di Dio. Il filmato mostra un prete che benedice la salma di un marine di ritorno da una qualche guerra lontana. La bandiera americana piegata accanto a quella della diocesi. E poi una voce in sottofondo che dice: “Preghiamo”. Ed ecco Dolan che mentre passa una musica che ricorda la base ideata da Randy Edelman per L’ultimo dei Mohicani, è intento a ordinare cinque nuovi preti nella cattedrale della città: “Preghiamo che questi cinque nostri fratelli, Anthony, Christopher, Vincente, Jacob e Louis sappiano portare a compimento la missione che Dio ha affidato loro chiamandoli al sacerdozio”. I nomi sono pronunciati lentamente, come fosse l’adunata prima di un’epica battaglia.
Il trailer è un esempio, uno dei tanti, che mostra la modalità d’azione di Dolan. E, soprattutto, la sua idea di comunicazione della fede: questa è messa in commercio, on the market, proposta al pubblico che deve giudicare come giudicherebbe un qualsiasi altro tipo di merce. E anche il punto di vista della diocesi su vari argomenti, dal matrimonio tra gay al precetto della messa domenicale, dalla solidarietà natalizia alle esequie funebri concesse a Ted Kennedy dall’arcivescovo di Boston, è offerto con la stessa naturalezza con la quale Obama difenderebbe le proprie idee al Daily Show con Jon Stewart. “Carissima Rossana, sono arrivato a New York da due settimane ma questa è già casa mia”, ha detto Dolan a Good Day New York, il programma della Fox condotto da Rossana Scotto. Poi si è alzato dalla sedia, ha abbracciato la giovane conduttrice e ha risposto a qualsiasi domanda gli venisse posta. Domande serie, ma anche leggere. Come questa: “Cosa ha pensato prima di entrare nella cattedrale di New York dopo la nomina?”. Risposta: “Beh, che forse mi converrebbe continuare a pagare le tasse a Milwaukee: a New York sono più alte”.
Dolan è molto ascoltato in radio. Il programma A Conversation with the Archbishop all’interno del Catholic Channel della rete Sirius ha picchi di ascolti da record. Del resto il vescovo a cui Dolan ha dichiarato di rifarsi una volta arrivato a New York non è uno qualsiasi, bensì quel Fulton Sheen, arcivescovo ausiliare della città negli anni Sessanta, che “portò Cristo in tv”. The Catholic Hour, il programma radiofonico che Sheen condusse per 22 anni, aveva quattro milioni di ascoltatori. E quando iniziò la serie televisiva Life is Worth Living, si stimò avesse un pubblico di trenta milioni di telespettatori.
E’ sul blog, The Gospel In the Digital Age, che Dolan sa essere più piccante che altrove. Circa un mese fa ne ha dette quattro al New York Times che non gli aveva pubblicato un articolo che iniziava così: “L’anticattolicesimo è diventato un nuovo passatempo nazionale”. E chi, secondo Dolan, lo pratica più di altri? Anzitutto il giornale della città. Quel New York Times che il 14 ottobre ha denunciato 40 casi di abusi sessuali su bambini avvenuti in una piccola comunità ebraica di Brooklyn. Ma, scrive Dolan, dall’articolo “non emerge lo stesso atteggiamento assunto in passato nei confronti della chiesa cattolica”. Dolan spiega di non avere né l’intenzione né il diritto di criticare la comunità ebraica, ma denuncia “questo tipo d’indignazione selettiva”. E poi un altro caso: il 25 ottobre la celebre columnist Maureen Dowd “senza cognizione di causa”, scrive Dolan, accusa la chiesa per la sua posizione sui preservativi: “Noi cattolici accogliamo le critiche e ce le aspettiamo. Ma chiediamo siano cortesi, razionali e corrette”.
Dice al Foglio John L. Allen Jr., corrispondente del settimanale National Catholic Reporter e vaticanista per la Cnn, che la capacità comunicativa di Dolan ha radici lontane: “Il fratello Bob è stato per anni una personalità di spicco di una radio di Milwaukee, la città nella quale Dolan è stato arcivescovo prima di New York. E attualmente Bob dirige una agenzia di produzione televisiva. Una certa conoscenza dei media si trova nel dna della famiglia Dolan. Credo però che Dolan sia un’eccezione nel panorama dell’episcopato statunitense. Non sono molti coloro che sanno usare e che usano i media come lui”. E ancora: “L’episcopato americano è molto variegato: ne abbiamo avuto un esempio nella polemica creatasi attorno alle dichiarazioni di monsignor Raymond Burke, prefetto del tribunale della Segnatura Apostolica, e al cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley sull’opportunità di concedere le esequie funebri a Ted Kennedy. E altri esempi vengono ogni volta che si parla di concedere o no l’eucaristia a quei politici che si macchiano di colpe gravi. Su questi temi credo che la maggioranza dei vescovi degli Stati Uniti segua una linea morbida, pastorale, mentre una minoranza che tuttavia si fa molto sentire è un po’ più dura e battagliera”.
Pubblicato sul Foglio sabato 19 dicembre 2009
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La strategia di B-XVI per far digerire Pio XII
19 dicembre 2009 -
La strategia di Benedetto XVI per far “digerire” agli scettici (tra questi molti ebrei) lo sblocco del processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII si è resa evidente a sorpresa (nessun vaticanista è stato in grado di anticipare la cosa) oggi. Il Papa, infatti, nascondendo le sue intenzioni a tutti (ho i miei dubbi che ne sapesse qualcosa addirittura il suo segretario particolare), ha promulgato il decreto sulle virtù eroiche di Pio XII insieme a quello di Giovanni Paolo II. Di Wojtyla si sapeva. Di Pacelli no.
A questo punto la strategia mi sembra chiara: far avanzare insieme i due processi in modo da spostare un po’ d’attenzione dal controverso (secondo alcuni) Pio XII al più unanimemente amato Wojtyla.
Il processo di Pacelli si aprì alla fine del Concilio per volere di Paolo VI. Il decreto sulle virtù eroiche (è la penultima tappa verso la beatificazione) era stato approvato dalla congregazione dei santi nel 2007. Si aspettava soltanto la firma di Ratzinger che, significativamente, è avvenuta circa un mese prima della sua visita alla sinagoga di Roma.
Due Papi, dunque, si prendono a braccetto e camminano verso la beatificazione: insieme le critiche si smaltiscono meglio.
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Come (la Cei) sta cambiando la galassia dei mass media dei vescovi
17 dicembre 2009 -
Con la nomina di Marco Tarquinio a direttore di Avvenire (24 novembre) e quella di Stefano De Martis alla guida delle testate giornalistiche di Tv2000 e Radio InBlu (5 dicembre), la ristrutturazione dei media della Conferenza episcopale italiana a seguito delle dimissioni di Dino Boffo è completata soltanto a metà. De Martis, infatti, dirige il settore informazione della tv e della radio mentre è scoperto il doppio incarico di direttore di rete. Un incarico che sarà affidato a una sola persona il cui nome è oggetto di riflessione da parte della dirigenza della Cei.
Tarquinio e De Martis sono due nomine nel segno della continuità con la gestione precedente. Formatisi entrambi, il primo come capo del politico, il secondo come retroscenista di punta, nel Tempo precedente il traumatico tracollo di vendite avvenuto tra il ’93 e il ’94 in seguito a un lungo braccio di ferro tra la proprietà e i giornalisti, sono stati chiamati nei media della Cei da Dino Boffo. E dalla linea editoriale di Boffo non si discostano oggi seppure abbiano sensibilità e talenti diversi da mettere in campo. Uno di questi talenti Tarquinio l’ha mostrato da subito: a differenza di Boffo sembra più propenso a intervenire sulle tv e le radio nazionali (già è andato a Radio anch’io a parlare d’immigrazione), cosa che Boffo non faceva mai.
Se fino al 28 agosto, il giorno in cui Vittorio Feltri faceva scoppiare il “caso Boffo”, la Cei aveva nell’ex direttore di Avvenire, Tv2000 e Radio InBlu l’unico anello di congiunzione tra sé e i suoi media, oggi i punti di riferimento sono diversi. E, in futuro, pare che le cose siano destinate a rimanere siffatte. La lettera con la quale Feltri chiude il “caso Boffo” comunicando di aver accertato la falsità delle accuse portate contro l’ex direttore di Avvenire, infatti, non dovrebbe avere come immediata conseguenza il ritorno di Boffo all’interno del sistema mediatico della chiesa italiana. Per il momento, insomma, Boffo continua a lavorare nel doppio ruolo di membro del comitato per il progetto culturale della Cei guidato dal cardinale Camillo Ruini (non a caso Boffo è stato spettatore attento di tutte le sessioni del recente convegno su Dio svoltosi a Roma) e, insieme, del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo, l’ente fondatore dell’Università Cattolica.
Dice al Foglio il portavoce della Cei, don Domenico Pompili, che la linea che seguono i media dei vescovi è quella che già il Papa aveva indicato nella Caritas in veritate: “Il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico”, ha scritto Ratzinger. Ovvero, i media possono divenire occasione di umanizzazione quando sono organizzati alla luce di “un’immagine della persona che ne rispecchi le valenze universali”. Un concetto che forse oggi il cardinale Angelo Bagnasco riprenderà quando si troverà davanti la redazione di Tv2000 e di Radio InBlu per lo scambio degli auguri natalizi. Del resto, già ieri nella messa di Natale per i parlamentari, ha chiesto che tutti “depongano le parole violente”, sopratutto quei “nuovi maestri del sospetto e del risentimento che risuscitano ombre e mostri passati”. E ancora, sempre ieri, ci sono altre parole da annotare, questa volta del Papa: dopo aver parlato di quella “dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”, ha auspicato che i media comunichino “messaggi dotati di sapienza”.
Un richiamo alla responsabilità che Tarquinio ha fatto proprio nel suo primo editoriale da direttore dove ha scritto di voler “continuare ad ascoltare la foresta che cresce”. E cioè la chiesa e tutto ciò che le sta attorno. Un richiamo che si traduce anche nell’approccio al lavoro di tutti i giorni: i responsabili dei tre media (giornale, tv e radio) quotidianamente fanno una riunione di redazione comunitaria dove le notizie vengono scambiate e implementate. Una riunione più lunga di quella che teneva Boffo, segno, si dice, di una maggiore partecipazione di tutti i quadri.
Da quando Boffo si è dimesso è stato Bagnasco a gestire la ristrutturazione. L’ha fatto autonomamente seppure non ha agito senza un contatto con il Vaticano. E il contatto c’è anche oggi. Lo dimostra un fatto mai verificatosi prima: il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone ha recentemente citato un editoriale di Avvenire nel quale si difendeva il cardinale Dionigi Tettamanzi dagli attacchi della Lega. Un segnale, si dice, che oggi alcuni contenuti che escono su Avvenire non sono preventivamente sconosciuti in Vaticano. Per il resto, l’ossatura dei media resta nella mani di Bagnasco: il nome del futuro direttore di rete della tv e della radio anzitutto. E quei progetti che la gestione Boffo aveva previsto. Tra questi un programma televisivo che doveva lanciare lo sbarco di Tv2000 sul digitale terrestre. Un programma che secondo alcuni – ma la notizia non è mai stata confermata a livello ufficiale – avrebbe dovuto prendere le sembianze di un reality ambientato in Kenya con protagonisti dei volontari.
Pubblicato sul Foglio giovedì 17 dicembre 2009
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