Dura la vita del vaticanista

Sono tempi difficili, anzi difficilissimi per i vaticanisti. Da qualche tempo a questa parte le smentite della sala stampa vaticana fioccano.

Tre negli ultimi giorni.

La prima, QUESTA, a QUESTO articolo (per altro, titolo a parte, ben informato) di Andrea Tornielli dedicato alla questione anglicana.

La seconda, QUESTA a QUESTO articolo di Orazio la Rocca apparso martedì scorso su Repubblica.

L’ultima ieri, viene sempre della sala stampa vaticana: poche parole di smentita di Lombardi a QUESTO articolo ancora di La Rocca.


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Presuli in lotta: ecco perché la chiesa reagisce in massa alla sentenza europea

Manca solo il Papa, il quale, a onore del vero, già quando era cardinale (significativa una raccolta di testi pubblicati nel 1992 col titolo: “Guardare al crocefisso”) e poi anche una volta eletto al soglio di Pietro, era intervenuto più volte sull’argomento. Per tutte, bastino le parole che pronunciò pochi mesi dopo l’elezione al soglio di Pietro in occasione della festa dell’Assunta (15 agosto 2005): “E’ importante che Dio sia presente nella vita pubblica, con segni della croce, nelle case e negli edifici pubblici”, disse Benedetto XVI. Per il resto, è una risposta di massa, imponente e importante, quella che viene data dalle gerarchie della chiesa cattolica alla sentenza emessa l’altro ieri dalla Corte di Strasburgo che proibisce l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane. Di massa perché, nelle stesse ore e sullo stesso argomento, hanno deciso di prendere la parola il segretario di stato vaticano, il prefetto dei vescovi, il presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il portavoce vaticano, la Conferenza episcopale italiana con un comunicato ufficiale, il presidente e il segretario del pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, l’osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, il presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, il biografo principale degli ultimi due Pontefici (Ratzinger e Wojtyla), alcuni vescovi del nostro paese e, dulcis in fundo, l’Osservatore Romano che in prima pagina (edizione odierna) piazza la vignetta “Hanno votato per Barabba” di Giannelli uscita sul Corriere e, insieme, cita un articolo pro crocefisso pubblicato da Natalia Ginzburg anni fa sull’Unità. Insomma, a conti fatti, al buffet vaticano anti Corte di Strasburgo non è mancato davvero nessuno.

Una reazione così imponente ha un perché. Anche se, a dire il vero, inizialmente, e cioè l’altro ieri, il Vaticano volle mantenere una linea prudente. Padre Lombardi, infatti, nelle prime ore di martedì si limitò a dire: “Dobbiamo ancora valutare bene la cosa, dobbiamo almeno leggere la sentenza”. Poi, però, qualcosa è cambiato. La seconda sezione della segreteria di Stato (cura i rapporti con gli stati), infatti, quella guidata dal corso Dominique Mamberti e che pare da tempo stesse monitorando il tutto (e cioè l’evolversi della sentenza e la risposta del governo italiano), ha fatto capire che era il caso d’intervenire, di dire, di non lasciare cadere nel vuoto la cosa. Tanto che, in serata di martedì, è stato lo stesso Lombardi a riprendere la parola e a dire alla Radio vaticana e al Tg1 che oltre Tevere la sentenza era stata recepita “con stupore e rammarico”.

Il giorno dopo, dunque ieri, sono stati due principali quotidiani italiani a stupire. Entrambi, infatti – Corriere della Sera e Repubblica – riportavano la voce di due porporati autorevoli: il cardinale Giovanni Battista Re e il cardinale Walter Kasper. Per il primo togliere il crocefisso significa eliminare “l’emblema della tradizione cristiana su cui si fonda la nostra civiltà”. Per il secondo, invece, “questa manifestazione di secolarismo aggressivo dovrebbe essere un segnale per svegliarci e alzare un po’ la voce”. Anche Kasper, dunque, che sovente su tematiche che attraversano trasversalmente la cristianità (dai cattolici ai protestanti e agli ortodossi) è molto prudente, esce allo scoperto attaccando pubblicamente quella “tendenza aristocratica” che “esiste”, che “ha potere” e che “non si può tollerare”. Non si tratta semplicemente dell’uscita di un porporato alla fine di un lungo mandato e che dunque può permettersi prese di posizione più forti del solito. Si tratta, invece, del fatto che anche per chi guida per conto del Papa i rapporti ecumenici si è superato il limite. Un limite contro il cui superamento è tutta la cristianità a doversi ribellare. Infatti Kasper ha parlato di “secolarismo aggressivo” da combattere. Così pensa la chiesa: in ballo c’è un principio da non eludere, l’identità cristiana che ha fatto l’Europa.

Ieri Tarcisio Bertone, oltre a dire che “purtroppo questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche della festa recentemente ripetuta la vigilia del primo novembre – Halloween, ndr – e ci toglie i simboli più cari”, ha anche spiegato come “c’è apprezzamento per l’iniziativa del governo italiano di presentare ricorso contro la sentenza”. E, dunque, ha in qualche modo voluto sostenere lo sforzo italiano in merito. Eppure, sempre in Vaticano, c’era ieri chi faceva notare come se si è arrivati alla sentenza – e la cosa è ben nota in segreteria di stato – la colpa è anche dello governo che precedentemente non ha presentato bene, davanti alla Corte di Strasburgo, le sue ragioni. Il rappresentante del governo, infatti, ha parlato a Strasburgo della necessità di “trovare un compromesso con i partiti d’ispirazione cristiana”, come a dire che la norma sarebbe illegittima ma che è necessario mantenerla per ragioni politiche. Forse – e lo sa la Santa Sede – se si fossero fatti presenti altri argomenti, e in particolare che la situazione vigente rispettava maggiormente la nostra tradizione costituzionale (questo si sostiene anche in Vaticano), a tanto non si sarebbe arrivati.

Pubblicato sul Foglio giovedì 5 novembre 2009


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Quello che i giornali non dicono (sui crocifissi)

Quello che i quotidiani non hanno detto sulla sentenza della Corte di Strasburgo è un’interessante analisi uscita sul blog accademico americano MirrorofJustice che riunisce i professori cattolici americani esperti di diritto e religione: Da Robert George a Rick Garnett.

L’analisi è di Pasquale Annicchino, giovane dottorando dell’università di Siena ed Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review, il quale pur aderendo alla teoria espressa dal giudice americano O’Connor secondo cui “il governo non può sostenere le pratiche religiose e le credenze di alcuni cittadini senza segnalare ai non aderenti che loro sono outsiders, e non membri a pieno titolo della comunità politica”, segnala delle lacune nella sentenza di Strasburgo.

La prima riguarda il rispetto del margine di discrezionalità statale, la seconda alcuni problemi relativi all’elezione del giudice italiano già segnalati in un report del dicembre 2008 del Consiglio d’Europa.

Da non perdere: QUI.


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Tranquilli, l’Italia ha ancora il cardinal Sottile

L’Europa non vuole i crocifissi nelle scuole italiane. Ma l’Italia, per fortuna, ha ancora il cardinal Sottile che sa dire: “Rifiutando Dio si dissolve l’uomo”.

Ecco il link all’intervista a Ruini uscita oggi su ilsussidiario.net


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La croce a scuola (e sulla bandiera finlandese)

Uno degli interventi più lucidi usciti in queste ore in merito alla sentenza della Corte di Strasburgo sull’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche del nostro paese è di Massimo Introvigne. Soprattutto il passaggio dedicato alla signora Luatsi (signora finlandese che è ricorsa a Strasburgo) la quale, “ove tornasse in Finlandia, dovrebbe chiedere al suo paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce (segno della cristianità, ndr), con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare”.

Trovi QUI il commento di Introvigne.


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Tutta colpa del Concordato

Chi non vuole l’esposizione dei crocifissi nelle scuole pubbliche deve prendersela con le norme regolamentari art. 118 Regio Decreto n. 965 del 1924 e allegato C del Regio Decreto n. 1297 del 1928, che dispongono che ogni aula abbia il crocifisso.

Nei Patti Lateranensi e successivamente nelle modifiche apportate al Concordato con l’Accordo ratificato e reso esecutivo nel 1985, nulla viene stabilito relativamente all’esposizione del crocifisso nelle scuole o, più in generale negli uffici pubblici, nelle aule del tribunale e negli altri luoghi nei quali il crocefisso trova ad essere esposto. Ma, successivamente, nel 1988, è il Consiglio di Stato a stabilire che le norme prevedono l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche non possono essere considerate implicitamente abrogate dalla nuova regolamentazione concordataria sull’insegnamento della religione cattolica

Ha argomentato il Consiglio di Stato: premesso che “il crocifisso, o più esattamente la croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della Cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa, le norme citate, di natura regolamentare, sono preesistenti ai Patti Lateranensi e non si sono mai poste in contrasto con questi ultimi. Occorre, poi, anche considerare che la Costituzione Repubblicana, pur assicurando pari libertà a tutte le confessioni religiose, non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come il crocifisso, per i principi che evoca e dei quali si è già detto, fa parte del patrimonio storico”.


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Perché non è ancora chiuso il caso degli anglicani a Roma

E’ una bella bagarre, quella che sta avendo luogo sotto il cielo del Cupolone, ovvero in Vaticano. Una bagarre che fa temere una replica di quanto accaduto a gennaio con la revoca della scomunica dei lefebvriani: dal “caso Williamson” al “caso Williams” (nel senso di Rowan, primate anglicano). L’argomento, del resto, è spinoso e riguarda il ritorno di quelle comunità anglicane che lo desiderano sotto Roma, sotto il Papa: da anglicane a cattoliche, dunque, seguendo passo-passo il testo d’una costituzione apostolica.

Già, la costituzione apostolica. Qui sta il punto, qui l’inghippo, qui la scintilla madre di non poche incomprensioni. Il testo ufficiale ancora manca, non c’è. E ciò sta provocando, in maniera inarrestabile, anticipazioni giornalistiche in merito e, di contro, smentite vaticane. O meglio, una sola smentita vaticana, arrivata sabato scorso. Una smentita che, se letta approfonditamente, ha del clamoroso. Questa, infatti, riguarda esclusivamente un giornalista, il vaticanista Andrea Tornielli, citato (qui sta il novum) senza che venga nominato il quotidiano per il quale lavora, ovvero il Giornale. Insomma, è come se si volesse colpire non tanto il peccato quanto piuttosto il peccatore. Insieme, è il contenuto della stessa smentita a provocare non poche domande: seppure, infatti, chiarisca meglio alcune questioni oscure, sembra lasciar aperta la questione principale che diversi organi di stampa avevano sollevato (tra questi anche il Foglio).

Ma andiamo con ordine. La bagarre è cominciata un paio di settimane fa. Era esattamente il 20 ottobre. In scena andò una conferenza stampa sui generis. Per la prima volta un cardinale presentava ai giornalisti un documento senza che né lui né loro avessero il testo fra le mani. Il cardinale in questione è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale William Levada, il successore di Joseph Ratzinger all’ex Sant’Uffizio. Questi annunciava la possibilità per gli anglicani di essere riammessi al cattolicesimo. Lo faceva senza poter tuttavia rendere disponibile la costituzione apostolica che lui stesso stava illustrando. Perché la conferenza stampa fosse stata convocata quando ancora il testo non era pronto non è dato saperlo. Anche se c’è chi ha fatto notare – ma la cosa potrebbe essere stata del tutto casuale – la coincidenza temporale dell’assenza da Roma del cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Fatto sta che molti degli equivoci creatisi successivamente di questa decisione sono figli. Quali equivoci? E’ presto detto: Levada, parlando ai giornalisti, spiegava che per le comunità anglicane riammesse alla piena comunione con Roma sarebbe stata creata una struttura canonica ad hoc, degli ordinariati personali. In questo modo agli anglicani sarebbe stata data la possibilità di conservare il proprio patrimonio liturgico e spirituale. Poi la questione dei preti sposati. Tra gli anglicani, si sa, ve ne sono molti. Secondo le parole di Levada questi saranno ordinati sacerdoti nella chiesa cattolica restando sposati. E la stessa cosa varrà in futuro. Ma come ci si comporterà con i seminaristi presenti e futuri appartenenti a queste stesse comunità? Ci sarà la possibilità di ammettere nella chiesa cattolica seminaristi con moglie? Dalla risposta a questa domanda dipende l’apertura di uno spiraglio e di una deroga alla legge del celibato per la chiesa latina.

Levada, durante la conferenza stampa, a questo riguardo aveva risposto che le posizioni dei seminaristi in questione saranno valutate “caso per caso”. Ma che cosa egli intendesse esattamente dicendo con quel “caso per caso” non è stato del tutto chiarito. I media – molti dei quali inglesi e nord americani – hanno scritto che sull’argomento c’era (e c’è) molta attesa in Vaticano. E che si stava lavorando affinché la costituzione apostolica chiarisse tutto. Inoltre ricordavano che proprio a motivo di “qualcosa di più che a mere ragioni tecniche” il testo stesse ritardando. Apriti cielo. Ecco arrivare l’uscita di sabato del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, il quale riportando parole di Levada provava a chiarire la questione lasciando invariato – almeno così sembra – il dubbio attorno al punto principale, quello dei futuri seminaristi.

Secondo Levada il ritardo della costituzione apostolica “è puramente tecnico, nel senso che si vuole assicurare la coerenza del linguaggio canonico e dei riferimenti”. Ma la coerenza canonica di una costituzione apostolica con tanto di firma papale non è poi un problema così puramente tecnico. A conferma di ciò il cardinale – citato da Lombardi – riportava i due paragrafi dell’articolo VI della stessa costituzione (dunque, finalmente un’anticipazione del testo vero e proprio). E aggiungeva: “A proposito dei futuri seminaristi è stato considerato meramente ipotetico il fatto che potrebbero esserci alcuni casi nei quali si potrebbe chiedere una dispensa dalla norma del celibato. Per questo motivo, criteri oggettivi su qualsiasi possibilità – per esempio, seminaristi sposati già in preparazione – devono essere elaborati congiuntamente dall’ordinariato personale e dalla conferenza episcopale e sottoposti alla Santa Sede per l’approvazione”. Dunque, in realtà, la questione non sembra risolta e resta aperta. Si ammette di fatto che eventuali casi di seminaristi che chiedono la dispensa dal celibato ci potranno essere anche in futuro. Occorre attendere di leggere ora tutto il documento per capire se su questo punto specifico sarà fatta definitiva chiarezza in un senso o nell’altro. Ma se le cose rimarranno come sono attualmente non sarà improprio ipotizzare che per la prima volta nella chiesa cattolica di rito latino sarà ufficializzata la possibilità per i seminaristi sposati di accedere al sacerdozio.

Pubblicato sul Foglio martedì 3 novembre 2009


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Una fotosequenza mondiale

C’è una fotosequenza che sta facendo il giro dei web di mezzo mondo. La trovi QUI, sull’unico blog contemplativo esistente, ovvero maranatha.it. A Viguzzolo, un comune di 2500 anime in provincia di Alessandria, è stata celebrata una messa col rito antico. La fotosequenza – bellissima – ha fatto il giro del mondo. E, dunque, merita di stare su palazzoapostolico.it.

La fotosequanza non è l’unica novità del sito. Da pochi giorni maranatha.it ha anche un blog. Eccolo QUI.

Più volte hon parlato di maranatha.it, e anche oggi ricordo che nel panorama vastissimo dei siti web d’ispirazione cattolico-religiosa, non ve n’è uno simile. Perché più che religioso è contemplativo: la contemplazione che sbarca sul web. Un’impresa a pensarci impossibile. Epppure reale.


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Dolan vs New York Times

Le notizie sono due.

La prima è che il combattivo arcivescovo di New York Timothy Dolan (del quale QUI avevo anticipato mesi fa la notizia della nomina nella Grande mela) ha aperto un blog. Si chiama The Gospel In The Digital Age.

La seconda riguarda l’ultimo post pubblicato da Dolan. Era un pezzo scritto per il New York Times. Ed era dedicato a quello che Dolan dice essere un “passatempo nazionale”: l’”anti-cattolicesimo”. Come c’è il baseball, c’è l’anti-cattolicesimo.

Letto l’articolo, il New York Times ha pensato bene di non pubblicarlo. E Dolan, per questo, si è risentito.

Trovi QUI il post completo intitolato “anti-catholicism”.


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L’astronomo celeste. Così padre Funes regge la Specola vaticana e cerca la vita

Padre José Gabriel Funes aveva appena sei anni quando il primo uomo arrivò sulla luna. Eppure, fu proprio in quel 20 luglio del 1969 che, bambino come tanti altri in una Cordoba assonnata ai piedi della catena montuosa delle Sierras Chicas sulle rive del fiume Primero (siamo nell’Argentina centrale), nacque in lui l’indomabile spinta verso l’astronomia, la scoperta degli astri, la ricerca dell’infinito sopra di noi. A sei anni il seme gli si piantò nel cuore. Poi, a quattordici, la frase dalla quale non tornò più indietro: “Voglio fare l’astronomo”. E astronomo fu. Oggi, infattti, nel suo studio all’interno della sede della Specola vaticana sui colli albani, il 46enne – sacerdote gesuita per vocazione – padre Funes, il sogno di tutta la sua vita è chiamato a interpretare: astronomo per professione. Nel suo caso, astronomo per conto del Papa.

In una piovosa mattina di metà ottobre, padre Funes, nella sua stanza di lavoro, sono due pergamene che vuole da subito mostrare. La prima reca le firme originali degli ultimi Pontefici che hanno visitato l’osservatorio vaticano di Castel Gandolfo: Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Firme con inchiostri diversi. Tutte con rispettive date a fianco. La seconda mostra la firma dell’unico Papa che ha visitato la nuova sede di Albano, la sede attuale: Benedetto XVI. Ha firmato su una nuova pergamena perché non c’era più spazio nella prima. La firma di Wojtyla, a caratteri un po’ troppo grandi, aveva infatti occupato tutto lo spazio ancora a disposizione.

E’ arrivato il 16 settembre scorso, papa Ratzinger, ad Albano. Esattamente 75 anni dopo (era il 16 settembre del 1934) la visita di Pio XI. Allora Achille Ratti inaugurò una nuova era per la Specola, quella appunto di Castel Gandolfo: l’osservatorio venne trasferito dal Vaticano nel ’34 a causa dell’aumento delle luci elettriche nella città di Roma, aumento che non permetteva più di consultare le stelle più lontane. Poche settimane fa è stato Benedetto XVI a dire che, la sua firma in calce a una nuova pergamena, era di buon auspicio per “una nuova età” del suo centro astronomico.

L’era di Albano, dunque, secondo papa Ratzinger. Con ogni probabilità, un tempo di nuove scoperte, avventure, slanci celestiali. E, infatti, c’è una frontiera del domani, alla Specola, ancora tutta da percorrere: si chiama astrobiologia. Non che sia una scienza nuova: il novum risiede piuttosto nel fatto che è una lente quella che il Vaticano intende tenere puntata oggi più di prima addosso alla materia.

Tecnicamente, per astrobiologia, s’intende quella branca dell’astronomia che esamina le implicazioni biologiche connesse alla diffusione negli spazi interstellari, ed eventualmente su pianeti e satelliti del sistema solare, del materiale pertinente alla chimica organica che è stato ampiamente individuato sia nello studio dello spazio profondo sia delle comete. Sarebbe a dire, spiega padre Funes, “quella scienza che studia la possibilità che vi sia vita dentro e oltre il nostro sistema solare”. E della cosa, ovvero delle ultime scoperte (o comunque delle aspettative future di quel settore particolare dell’astronomia che è appunto l’astrobiologia), ne parleranno addirittura in un convegno in Vaticano. Un convegno in Vaticano organizzato dal Vaticano (e, dunque, col beneplacito papale). Padre Funes e la sua Specola, infatti, assieme alla pontificia accademia delle scienze (dunque una cosa in grande stile), organizza per l’inizio del mese di novembre (nella Casina Pio IV) un incontro dedicato proprio al tema. Vi partecipano i maggiori esperti mondiali. Tra questi Jonathan Lunine, Paul Davis, Jill Tarter. Insomma, non proprio gli ultimi arrivati.

“E’ difficile dare dei numeri precisi – dice padre Funes –, quantificare. Ma in modo più o meno unanime gli astronomi d’oggi stimano che nell’universo vi siano circa cento miliardi di galassie formate (ciascuna) da cento miliardi di stelle. Ora, esaminando gli spettri della luce proveniente dalle stelle e dai pianeti, si potranno in futuro individuare gli elementi delle rispettive atmosfere e intuire se ci sono o meno le condizioni per la vita. Ancora non abbiamo strumenti adeguati per scoprire altre forme di vita nell’universo. Ma che vi sia vita, anche simile alla nostra, è un’ipotesi assolutamente plausibile. Nessuno pu escludere la cosa”.

Sono 13 i gesuiti che lavorano nella Specola Vaticana (sommando la sede laziale a quella americana). Un po’ stanno sui colli albani, un po’ nel deserto dell’Arizona, a Mount Graham. E’ negli Stati Uniti, infatti, che è posizionato il grande telescopio vaticano con cui i gesuiti fanno ricerca. Un telescopio molto costoso e il cui mantenimento è garantito da un gruppo di benefattori cattolici ed ebrei. Ad Albano, invece, i telescopi sono usati solo per scopi didattici: vengono fatti visionare a scolaresche e astronomi ancora in erba.

“Oggi – dice padre Funes – si studiano le stelle con telescopi i cui obiettivi hanno dieci metri di diametro. Per scoprire la vita, o almeno per sperare di scoprirla, occorrono telescopi il cui diametro sia almeno quattro volte più grande”. Dunque, è questione di strumenti. In futuro, quando strumenti migliori arriveranno, molto si potrà scoprire e capire. Mentre oggi ciò che resta è soltanto l’ipotesi (certo fascinosa) della vita oltre la terra. O forse la speranza. A volte, il dubbio. Già, il dubbio. Ve ne è uno tutto cattolico: perché l’eventuale scoperta della vita in galassie lontane dalla nostra, d’una qualche vita oltre di noi, oltre l’uomo, pone diversi problemi di fede. Anche se, dice padre Funes “di per sé, come esiste una molteplicità di creature sulla terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio”. E la cosa non sarebbe più di tanto un problema, teologicamente parlando, perché “nessuno può limitare la libertà creatrice di Dio”. Se Dio è Dio, insomma, il suo genio creatore può aver fatto anche l’impensabile.

Già, eppure come conciliare i nuovi mondi, le nuove forme di vita con noi, col nostro mondo investito oltre 2000 anni fa dalla Rivelazione? Ecco il dubbio. Ecco, di conseguenza, le due vulgate. “Ma, occorre dirlo – e lo dice a mo’ di premessa padre Funes – qui entriamo nel campo della fanta-teologia: comunque, a premessa fatta, si può provare a sbilanciarsi, fino a dire che vi sono coloro che ritengono che tutto l’universo sia stato creato solo ed esclusivamente in funzione dell’uomo. Che Dio, insomma, abbia creato l’immensità del cosmo solo e soltanto per noi. E coloro, invece, che pensano che vi possano essere altre forme di vita intelligenti, simili, dunque, a noi. In questo senso, noi essere umani, potremmo essere – perché no? – la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore. Quelli che a causa del peccato di Adamo sono decaduti. E proprio per salvarci, Dio si è fatto uomo in Gesù. Se così fosse, se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che questi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti da sempre nell’amicizia piena con il loro Creatore”.

Ascolti padre Funes e ti gira la testa. Non è facile penasare ad altri mondi, altri globi terrestri, uomini e donne o chissà che altro. Altri essere intelligenti più intelligenti di noi. Comunque, fantascientificamente e fantateologicamente parlando, la cosa potrebbe reggere. In sostanza, loro, gli altri essere intelligenti, potrebbero vivere in una sorta di paradiso terrestre e noi, invece, nel mondo corrotto dal peccato, nel mondo, dunque, bisognoso di redenzione? “Difficile rispondere. Ma più o meno diciamo di sì” spiega padre Funes. Fantatelogia, dunque. Ed anche fantascienza perché la scienza, a rispondere, non vi arriva. Ma comunque teorie degne d’essere discusse. E pensate.

La Specola Vaticana non è soltanto ricerca astrobiologica, ovviamente. E’ anche altro. Anzitutto lo studio degli oggetti posti nella periferia del nostro sistema solare. Ovvero lo studio di quegli oggetti che si trovano nella cosiddetta Cintura di Kuiper: è una regione a forma di disco situata oltre l’orbita di Nettuno, all’incirca fra 30 e 100 Ua dal Sole (una Ua è la distanza che c’è tra la terra e il sole), la quale contiene molti corpi ghiacciati, ed è considerata la fonte delle comete a breve periodo. Sulle dimensioni di questi corpi si fanno, per ora, soltanto delle ipotesi, anche perché non se ne conosce la sostanza di cui è fatta la superficie. Gli astronomi della Specola le studiano queste comete. Anche se la distanza tra loro e la Cintura è ancora abissale.

Padre Funes lo dice chiaro: “Quanto diciamo qua dentro. Molte delle scoperte che facciamo. Molte delle conclusioni a cui arriviamo sono le medesime alle quali arrivò padre Angelo Secchi nell’Ottocento”. Questo tanto per dire che sì, hai voglia a ricercare e a ricercare ancora. Oggi, è un signore dell’Ottocento ad essere considerato il migliore. Già, perché alla Specola padre Secchi è una presenza viva, mica morta. Gesuita, venne chiamato a dirigere l’Osservatorio del Collegio Romano. Primo a classificare gli astri in base ai loro spettri, studiava il cielo dal tetto della chiesa di San Filippo Neri, a Roma. Lo faceva da astronomo certo. Ma soprattutto da fisico. Studiava geodesia, spettroscopia stellare, fisica solare, geofisica, meteorologia, idraulica, lasciando in tutti i suoi studi un segno degno di nota. Un’impronta, insomma, che oggi hai voglia a cancellare. Non è a caso, infatti, che sia considerato un pioniere, se non il fondatore, dell’astrofisica. “Le domande che mi pongo io oggi intorno alla vita nell’universo e le risposte che provo a darmi – dice padre Funes – sono le medesime che si diede Secchi. C’è, poco di nuovo. Tutti siamo debitori di Secchi. Noi, in qualche modo, stiamo ancora un passo dietro di lui”.

Tra queste domande, anche quella circa l’estensione dell’universo: “Sul tema dell’estensione spaziale e temporale dell’universo ci spono varie ipotesi. Io lo giudico finito a 14 miliardi di anni ma so che altri lo ritengono infinito. Ci sono teorie interessanti in proposito, per esempio quella del cosiddetto multiverso, anche se finora restano meramente speculative”. Come sempre, insomma, il problema è provare la scientificità delle teorie. Una prova difficile. Talmente difficile che la maggior parte delle domande “astronomiche” più che risposte sono ipotesi. O meglio, abbozzi d’ipotesi.

Il 3 settembre di un anno fa padre Funes è stato ricevuto in udienza privata da Benedetto XVI. “Il Papa – spiega – ci ha chiesto delle nuove leve”. Sarebbero? “I nuovi gesuiti che studiano astronomia e che intendono venire a lavorare alla Specola. Sono cinque. Tanti se si pensa che qui siamo una dozzina”.

Ma il Papa, padre Funes, l’ha incontrato pure il 16 settembre scorso. È’ arrivato ad Albano per inaugurare la nova sede. Qui, tra antichi telescopi e astrolabi, si è soffermato davanti alla ricca collezione di meteoriti da cui gli studiosi ricavano preziose informazioni sui primordi del sistema solare. Il Papa ha prelevato dalla bacheca alcuni reperti a cominciare da quello di Nakhla che sarebbe piovuto sulla terra dal Pianeta rosso milioni di anni fa. Poi ha toccato un grosso pezzo del Canyon Diablo, l’enorme meteorite che circa decine di migliaia di anni fa colpì la terra in Arizona, nel punto dove ora si trova il cratere più famoso del mondo. Infine ha ammirato un piccolo frammento di terreno lunare.

Poi la biblioteca. Il giovane astronomo David Brown, laureato a Oxford, gli ha mostrato antiche edizioni di opere che hanno fatto la storia dell’astrofisica e della cosmologia: ‘De revolutionibus orbium coelestium di Copernico’; ‘Epitome astronomiae’ di Keplero; ‘Philosophiae naturalis principia mathematica’ di Newton.

“Ho parlato al Papa del libro ‘The hevavens proclaim. Astronomy and Vatican’ edito dalla Libreria Editrice Vaticana – spiega padre Funes –. E ho fatto ripercorrere al Pontefice la storia di uno degli osservatori astronomici più antichi del mondo, la cui origine risale alla seconda metà del sedicesimo secolo, quando Gregorio XIII fece erigere in Vaticano la Torre dei Venti, invitando i gesuiti astronomi e matematici del Collegio Romano a preparare la riforma del calendario che porta il suo nome, realizzato poi nel 1582. Sulla base di questa tradizione Leone XIII, per contrastare le accuse di oscurantismo rivolte alla Chiesa, con il motu proprio Ut mysticam del 14 marzo 1891 rifondò poi l’Osservatorio sul colle Vaticano, dietro la basilica di San Pietro”.

La nuova sede della Specola ad Albano si trova negli antichi locali del monastero delle basiliane. Qui vi sono uffici e biblioteca. Poi la sala conferenze, la zona scuola e la residenza della comunità dei gesuiti. C’è anche una foresteria per gli ospiti, destinata ad accogliere studiosi e ricercatori. Nell’antica sede del palazzo pontificio, invece, ci sono ancora i due telescopi più grandi sotto le cupole della terrazza – quello visuale Carl Zeiss e il doppio astrografo – oggi utilizzati per scopi didattici. E poi nelle Ville Pontificie vi sono altri due strumenti di osservazione di grande valore storico: il telescopio Schmidt, che veniva usato per la ricerca prima della fondazione del centro in Arizona, e il telescopio detto Carte du ciel. Telescopi inventati da uomini di scienza e uomini di fede assieme.

Chi fa meglio l’astronomo, l’ateo o l’uomo di fede? “Secondo una mentalità diffusa – spiega padre Funes –, per diventare uno scienziato bisogna essere per forza atei. Non è vero. Lo ha detto molto bene il Papa nella messa dell’Epifania, quando ha ricordato i ‘non pochi scienziati che sulle orme di Galileo non rinunciano né alla ragione né alla fede, anzi, le valorizzano entrambe fino in fondo, nella loro reciproca fecondità’. Io ho scelto di fare l’astronomo perché credo che nell’universo è possibile trovare Dio. E continuo a farlo con la stessa convinzione”.

Studiare l’universo per cercare Dio, dunque. Una ricerca che oggi appare ancora senza fine. Lo sa padre Funes. Ma lui, imperterrito, continua a cercare. Anche perché, tra le altre cose, a chiederglielo non è proprio l’ultimo arrivato. È direttamente il Papa.

Pubblicato sul Foglio sabato 31 ottobre 2009


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