Così il laicista Fini prova a piacere anche in Vaticano
12 novembre 2009 -
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Pubblicato sul Foglio giovedì 12 novembre 2009
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L’ascesa di Simeon (un trentaduenne che piace a Geronzi e Bertone) tra Mediobanca e Rai non è affare di poteri misteriosi
11 novembre 2009 -
Di lui hanno detto che è targato Opus Dei. Di più, che dell’Opera fondata da san Josemaria Escrivà è addirittura soprannumerario. E, ancora, che si trova dove è oggi grazie all’amicizia incondizionata non soltanto di influenti membri dell’Opera ma anche di colui che ai tempi in cui era arcivescovo di Genova decise di puntare decisamente su di lui – il cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone – e poi a quella dell’attuale arcivescovo del capoluogo ligure nonché presidente dei vescovi italiani, ovvero il cardinale Angelo Bagnasco. Insomma, Opus Dei, Bertone, Bagnasco assieme: un mix perfetto in questi tempi di pontificato ratzingeriano. Eppure le cose non stanno proprio così. E anzi, a leggere i profili che gli hanno dedicato in questi giorni alcuni giornali, non sono stati pochi i presuli vaticani ai quali è scappato da ridere. Perché va bene che da Dan Brown in poi dove c’è mistero c’è l’Opus Dei. Va bene che godere della stima del Vaticano oggi può voler dire – ma in realtà non è né necessariamente né matematicamente così – essere nelle grazie del numero due della curia romana e del numero uno dell’episcopato italiano. Va bene che in Italia chi sale, chi fa carriera, deve essere stato per forza di cose aiutato a salire da qualcuno. Ma – dicono oltre Tevere – nel caso del nuovo direttore alle relazioni istituzionali e internazionali della Rai tutto questo è senz’altro troppo. Lui, ovvero il trentaduenne Marco Simeon, ha un curriculum che in Vaticano significa molto altro. Tanto altro: più che Opus Dei è Azione cattolica e parrocchia (tanta parrocchia) insieme. Più che amicizie vaticane altolocate è molto fai da te, studi portati avanti con lavori faticosi, strade percorse e polvere mangiata.
Tutto cominciò anni fa. Marco Simeon nacque e crebbe nella diocesi ligure di Ventimiglia, località Taggia, non lontano da Sanremo: parecchi chilometri distante, dunque, dalla Genova nella quale si dice egli sia cresciuto e si sia formato. La sua è una famiglia povera. Sgobba il padre per mantenere i suoi due figli. E anche lui, appena superata l’adolescenza, si dà da fare con lavoretti di manovalanza, garzone all’occorrenza. Cresce in parrocchia e nell’Azione cattolica. In oratorio è molto intraprendente tanto che è il vescovo di Ventimiglia, monsignor Giacomo Barabino, il primo a credere in lui e a valorizzarlo: se proprio si vuole trovare uno sponsor di Simeon tra le gerarchie, dunque, è il nome di Barabino che bisogna fare, mica quello di Bertone o di Bagnasco. Ma più che di sponsorizzazione bisognerebbe parlare di amicizia: questo è Barabino per Simeon, un amico. E chissà oggi cosa pensa, Barabino, nel vedere uno dei suoi pupilli, uno dei figli dei suoi oratori, in un posto così importante per il mondo dei media e dello spettacolo. Forse, colui che oggi è vescovo emerito sempre a Ventimiglia, pensa a quanto ci ha creduto, Marco Simeon, nel mondo dello spettacolo e dei media: promessa del canto – partecipò a dei concorsi in Liguria – mentre si diplomava in ragioneria e laureava in Legge organizzava gare di canto nelle parrocchie della diocesi. Di concorso in concorso conobbe vari amministratori locali non solo a Sanremo ma in tutta la regione. Tanto che le amicizie, in pochi anni, divennero innumerevoli e soprattutto trasversali: “Un uomo senza targhe e senza etichette, capace di legare con tutti, qualsiasi colore o appartenenza abbiano i suoi interlocutori”, dice di lui chi lo conosce bene. La passione per l’organizzazione, lo spirito manageriale insomma, è sempre stato nel suo Dna. E della cosa se ne sono accorti in molti. Ma prima dello spirito manageriale, c’è ancora qualcosa inerente la chiesa da dire. Dopo Giurisprudenza Simeon studia Diritto canonico. Fa una tesi dedicata al ruolo della segreteria di stato in Vaticano e, insieme, si dedica a tanto volontariato. E’ in questa fase che si fa conoscere in curia, a Genova, tanto che diviene priore del Magistero di Misericordia – istituzione della curia per gli indigenti. La capacità di gestire i rapporti istituzionali è figlia in Simeon anche dell’assidua frequentazione della chiesa, delle opere di volontariato.
Se ne accorgono in Capitalia dove Simeon dal 2005 ha la responsabilità delle relazioni istituzionali, occupandosi anche dei rapporti con la Santa Sede. Lavora sempre ai rapporti istituzionali negli uffici romani di Mediobanca, segno di un legame oramai indissolubile con Cesare Geronzi, il banchiere che più di altri ha colto le qualità manageriali e relazionali di Simeon. Nel nuovo posto in Rai l’ha voluto il direttore generale Mauro Masi col voto contrario di Garimberti e dei consiglieri di opposizione Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo. Ma per convincere gli scontenti c’è tempo. Anzi, c’è bisogno di tempo. E di sapersi relazionare.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 11 novembre 2009
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La Cei di Bagnasco si fa neutrale e promuove il disarmo politico
10 novembre 2009 -
La prima uscita a freddo – ovvero passata la buriana – del cardinale Angelo Bagnasco dopo il clamore suscitato dal caso Dino Boffo è una prolusione all’insegna del disarmo. E cioè un discorso, tenuto ieri ad Assisi aprendo i lavori dell’assemblea generale dei vescovi italiani, che non riserva alcuna critica diretta o indiretta all’attuale governo, al premier e al suo operato e che, insieme, non dà alcuna suggestione intorno a quelle pulsioni centriste che, in qualche modo, il suo predecessore in Cei, il cardinale Camillo Ruini, aveva prospettato settimana scorsa laddove dichiarava: se i cattolici constatano che in un certo partito non c’è più spazio per il loro lavoro in difesa dei valori umani essenziali, “per coerenza dovrebbero rinunciare a quella collocazione politica”. Parole significative se legate a quanto potrebbero andare a fare quei firmatari del manifesto rutelliano fuoriusciti dal Pd. Parole alle quali, tuttavia, ieri Bagnasco non ha dato alcun seguito.
Non è di questi tramestii di centro che ha parlato ieri il cardinale Bagnasco. E, anzi, la linea soft scelta intorno all’operato del governo è un segnale che dice come, a oggi, è la prudenza che i vescovi italiani e la loro leadership intendono fare propria circa la politica: anche perché Berlusconi è saldamente al suo posto e, con lui, è direttamente il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone, complice il gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta, ad avere ottimi rapporti. Una prudenza, quella di Bagnasco, che risulta ancora più significativa se si pensa che, nelle prolusioni passate, qualche parola rispetto all’operato del governo c’era, nel bene o nel male, sempre stata.
Certo, ha ragione Beppe Fioroni quando, commentando la prolusione di ieri, evidenzia il passaggio in cui il porporato ricorda i tagli alle scuole non statali sostenendo in sostanza che, su questo punto, il governo non è stato di parola. Ma la critica di Bagnasco appare più come un auspicio: perché di qui in avanti il governo possa fare di più.
Dunque l’attesa, in vista di sviluppi futuri. E’ di fatto sempre più evidentemente questa la linea della chiesa italiana rispetto alla politica. Un’attesa che – se lo augurano i vescovi – si vuole meno avvelenata. All’attuale clima di “odio pericoloso” occorre contrapporre “una sorta di disarmo”. Occorre “svelenire il clima generale, perché da una conflittualità sistematica, perseguita con ogni mezzo e a qualunque costo, si passi subito a un confronto leale per il bene dei cittadini e del paese intero”.
Nei giorni precedenti l’assemblea di Assisi Bagnasco si è visto con Benedetto XVI e, come sovente accade, con Tarcisio Bertone. Senz’altro in entrambe le sedi ha comunicato i temi principali della prolusione di ieri e, insieme, i temi della stessa assemblea. Tra questi, l’argomento dei media. I vescovi parleranno dell’immagine della chiesa “nella sua proiezione mediatica”. Che la cosa c’entri in qualche modo con Boffo e col nome del suo successore ad Avvenire può essere soltanto supposto. Anche perché pare che una decisione definitiva in merito debba ancora essere presa.
Che Bagnasco si sia confrontato con il Papa e Bertone è logico ma non significa che la sua Cei sia del tutto suddita dei dettami vaticani. Senz’altro Bagnasco è con estremo rispetto e attenzione che ascolta le parole del Pontefice e del suo primo collaboratore, ma è anche evidente che, soprattutto dal caso Boffo in poi, è una maggiore autonomia decisionale che egli intende mettere in campo. Paradossalmente è la stessa prolusione di ieri a dimostrarlo: non vi è più la puntigliosa insistenza su ogni tematica scottante l’agenda politica italiana tipica dell’ultimo Ruini e, anche per questo, vi è autonomia di giudizio e di scelta. Tantissimi, comunque i temi toccati: dalla crisi economica agli immigrati; dall’Africa ai martiri del Sudan; dalla sentenza sul crocefisso al Muro di Berlino fino all’islam, all’ora di religione e alla Ru486.
Pubblicato sul Foglio martedì 10 novembre 2009
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Il gesto generoso di Benedetto XVI e le novità sul celibato
10 novembre 2009 -
E’ uscita ieri la Costituzione apostolica vaticana dedicata agli anglicani che intendono entrare nella piena comunione con la chiesa cattolica. Si chiama Anglicanorum coetibus: un testo, firmato da Benedetto XVI il 4 novembre scorso, di circa quattro pagine e corredato da una serie di norme complementari. Come recita il comunicato stampa introduttivo si tratta di “una risposta generosa” del Papa “alla legittima aspirazione di gruppi anglicani”. Quale aspirazione? Quella di tornare nella chiesa cattolica. Un gesto generoso, dunque, che permette alle comunità anglicane di essere riconosciute in ordinariati personali che risponderanno del proprio operato direttamente alle conferenze episcopali. Il ritorno avviene senza che cambi la regola che prevede che siano ammessi al sacerdozio soltanto uomini celibi. Questa regola, infatti, vale anche per i sacerdoti anglicani che decidono di entrare in comunione con Roma: anche loro dovranno essere celibi. Eppure vi sono delle eccezioni. E sono queste che fanno più discutere. Anzitutto quella che permette ai vescovi e ai preti anglicani già sposati di mantenere il proprio status (previa un’ordinazione all’interno della chiesa cattolica). In secondo luogo, quella che permette ai seminaristi coniugati di poter chiedere l’ammissione al sacerdozio. La Santa Sede, come ha spiegato una settimana fa il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale William Levada, ritiene questa possibilità meramente ipotetica. Eppure, sul testo, resta come possibilità percorribile. Dice la Costituzione: “L’ordinario – cioè il responsabile delle comunità anglicane tornate sotto Roma – potrà rivolgere al Papa di ammettere caso per caso all’ordine sacro del presbiterato anche uomini coniugati secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede”. E ancora, nel testo vi è una norma a specificare ulteriormente la cosa. Mai prima d’ora nella chiesa cattolica di rito latino era stata concessa tale deroga. E’ un novum di cui soltanto col passare degli eventi si potrà valutare a cosa porterà.
Pubblicato sul Foglio martedì 10 novembre 2009
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Dolan vs Nyt (atto secondo)
10 novembre 2009 -
Avevo parlato QUI della diatriba New York Times (Nyt) vs l’arcivescovo di New York Timothy Dolan.
La novità è che alla domanda se il Nyt sia anti-cattolico (come Dolan aveva detto), ha risposto direttamente sul blog dell’arcivescovo la national religion correspondent dello stesso quotidiano, Laurie Goodstein.
Laurie si dice “disturbata” dal post dell’arcivescovo. E… leggi QUI.
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Si è aperta una diga
9 novembre 2009 -
E’ uscita la costituzione apostolica vaticana dedicata agli anglicani che entrano nella piena comunione con la chiesa cattolica. Si chiama Anglicanorum coetibus.
A un certo punto vi si legge che “l’ordinario – ovvero il responsabile delle comunità anglicane tornate sotto Roma – potrà rivolgere al Romano Pontefice di ammettere caso per caso all’ordine sacro del presbiterato anche uomini coniugati secondi i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede”.
Non solo, dunque, sono ammessi i preti e i vescovi anglicani già sposati. Ma, in futuro, anche i seminaristi sposati potranno fare richiesta d’ammissione agli ordini sacri. A conti fatti, quella che si è aperta, è una diga per secoli rimasta chiusa (almeno nella chiesa cattolica di rito latino).
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B-XVI parla del celibato (ma nessuno se ne accorge)
8 novembre 2009 -
C’è un passaggio nell’omelia del Papa di oggi a Brescia che è stato pronunciato nell’indifferenza generale dei telegiornali e di molte agenzie di stampa. Quello (ne ho scritto ieri sul Foglio) inerente il celibato dei preti.
Un passaggio importante alla luce dell’attesa costituzione apostolica per gli anglicani nella quale – la cosa fa molto discutere in Vaticano – si parlerà del futuro dei preti sposati anglicani che vorranno rientrare sotto Roma. E, soprattutto, del futuro dei seminarsiti sposati di queste stesse comunità anglicane.
Benedetto XVI, cita la “Sacerdotalis caelibatus” di Paolo VI (24 giugno 1967) laddove dice: “Preso da Cristo Gesù fino all’abbandono di tutto se stesso a lui, il sacerdote si configura più perfettamente a Cristo anche nell’amore col quale l’eterno sacerdote ha amato la Chiesa suo corpo, offrendo tutto se stesso per lei… La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta infatti l’amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e sooprannaturale fecondità di questo connubio”.
“Dedico queste parole del grande Papa – ha detto Benedetto XVI – ai numerosi sacerdoti della diocesi di Brescia, qui ben rappresentati, come pure ai giovani che si stanno formando nel seminario. E vorrei ricordare anche quelle che Paolo VI rivolse agli alunni del Seminario Lombardo il 7 dicembre 1968, mentre le difficoltà del post-Concilio si sommavano con i fermenti del mondo giovanile: “Tanti – disse – si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a chiunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta… Non si tratta di un’attesa sterile o inerte: bensì di attesa vigile nella preghiera. È questa la condizione che Gesù ha scelto per noi, affinché Egli possa operare in pienezza. Anche il Papa ha bisogno di essere aiutato con la preghiera” (Insegnamenti VI, [1968], 1189).
L’ultima stesura della costituzione apostolica – quella finale – dovrebbe essere oramai ultimata. In settimana dovrebbe uscire. E spiegare, finalmente, cosa ne sarà del celibato. O meglio, cosa ne sarà dei seminaristi sposati che chiedono di essere ordinati negli ordinariati personali formati dagli anglicani convertiti al cattolicesimo. Un tema spinoso per una chiesa, quella cattolica, che per consuetudine non ammette deroghe al celibato sacerdotale.
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Anglicani pronti a rientrare nella chiesa ma con il matrimonio dei preti
7 novembre 2009 -
Dovrebbe uscire a momenti la costituzione apostolica che prevede il rientro nella chiesa cattolica di tutte le comunità anglicane che lo desiderano. Secondo quanto riportato sul bollettino della Santa Sede sabato scorso, infatti – viene comunicata la cosa basandosi su parole del cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio William Levada –, il testo dovrebbe uscire entro questa settimana: quindi l’ultimo giorno utile è oggi. E, dunque, se il testo non esce in queste ore, ci si troverebbe di fronte a un rinvio. O meglio, a uno slittamento (forse soltanto di pochi giorni) che riempie d’ulteriore attesa tutti, cattolici e anglicani assieme. Attesa per quel che ne sarà dei seminaristi anglicani in futuro, soprattutto: potranno accedere al sacerdozio seminaristi sposati di comunità anglicane convertite a Roma?
Se lo augurano gli anglicani. Lo dice apertamente, in un’intervista rilasciata al settimanale cattolico britannico The Tablet, il primate della Traditional Angelican Communion (Tac), ovvero l’arcivescovo australiano sposato John Hepworth. L’arcivescovo, che significativamente prima di convertirsi all’anglicanesimo e sposarsi era un sacerdote celibe cattolico, così si è espresso: “Prevedere preti sposati – ha detto – è molto importante perché l’anglicanesimo ha avuto per cinque secoli la famiglia al centro della parrocchia”. E ancora: “Ho scritto a Roma che quando questa famiglia è sotto un tale attacco, il carisma della famiglia dei preti dovrebbe essere tenuto da conto”. La Tac, dunque, un gruppo di quindici chiese che dichiara mezzo milione di fedeli e che dal 1992 ha rotto con l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, è pronta a usufruire della costituzione apostolica papale ma contestualmente chiede indicazioni precise intorno alla possibilità d’ordinare seminaristi sposati.
Il tema del celibato è molto sentito in questi giorni oltre il Tevere. Non a caso, è stato al centro del recente intervento pronunciato dal cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, in occasione della festa di san Carlo Borromeo. Il porporato ha esortato i sacerdoti a “mostrare il profondo significato umano e umanizzante della propria scelta, che non impoverisce né tanto meno soffoca i valori della sessualità” e a proporre così una “terapia spirituale” per i “propri fratelli e sorelle”, in modo da “guarire le ferite che il male arreca ai valori della persona o perché li assolutizza in quanto spinge in vario modo a trasgredirli”. “Vivere con maturità, letizia e dedizione il celibato ha un significato non solo personale ed ecclesiale, ma anche sociale, culturale, laico”. L’arcivescovo di Milano ha anche aggiunto che il celibato può diventare “una singolare forza di provocazione e attrazione” e che la castità è una “forma indispensabile di educazione all’amore” che vale sia per coloro che abbracciano la scelta del matrimonio, sia per chi sceglie la strada del sacerdozio”.
Un tema, quello del celibato come educazione all’amore e che vale sia per chi si sposa che per chi si fa prete, caro anche a Joseph Ratzinger. Ne ha parlato diffusamente, l’attuale Pontefice, in “Salz der Erde” (“Il sale della terra. Cristianesimo e chiesa cattolica nel XXI secolo”), nel lungo colloquio con Peter Seewald. Un colloquio dove la liturgia è rimessa al giusto posto all’interno della vita della chiesa. E la vocazione sacerdotale è legata imprescindibilmente al celibato, “un modo di vivere che è cresciuto nella chiesa”.
Del celibato Benedetto XVI ne ha parlato più volte. E non si esclude che anche nei prossimi giorni in vista dell’uscita del testo dedicato agli anglicani – domani il Papa è a Brescia –, egli non ne possa parlare ancora. Recentemente ha detto la sua anche di un esperto in materia, ovvero Philip Goyret, ordinario di ecclesiologia ed ecumenismo alla pontificia Università della Santa Croce. Il suo intervento rilasciato all’agenzia Zenit si svolge in merito alla costituzione apostolica d’imminente uscita. A suo dire, “ai seminaristi già anglicani non sarà consentito di sposarsi, e, naturalmente, nemmeno a un cattolico che prospetta di incorporarsi nell’ordinariato personale in vista di un sacerdozio da sposato”. Non si sa se Goyret sostenga ciò basandosi sul testo ancora non uscito o su propri convincimenti, fatto sta che se le cose stanno come lui dice significa che un intervento sul testo della costituzione apostolica è stato fatto. Sabato scorso, infatti, Levada dichiarava altro. E cioè: “A proposito dei futuri seminaristi è stato considerato meramente ipotetico il fatto che potrebbero esserci alcuni casi nei quali si potrebbe chiedere una dispensa dalla norma del celibato”. Come a dire che siccome soltanto ipoteticamente vi saranno candidati al sacerdozio che chiedono di rinunciare al celibato, sulla cosa non si ritiene decisiva alcuna specificazione.
Pubblicato sul Foglio sabato 7 novembre 2009
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Lucio Dalla e il crocifisso
7 novembre 2009 -
Interessante soprattutto la prima risposta: (leggi QUI).
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