Il Papa e il nuovo Mozart

Così monsignor Gianfranco Ravasi ieri sulla Radio Vaticana (24 ore dopo l’incontro del Papa con gli artisti): “Dal Novecento in avanti si è avuta una nuova grammatica, sia dell’arte, sia della poesia stessa sia della musica. Questa nuova grammatica chissà, forse tra un secolo, potrebbe creare un nuovo Mozart – com’è accaduto – o un Palestrina, com’è accaduto quando Palestrina ha abbandonato il gregoriano e ha cominciato a fare la polifonia, un nuovo genere sconcertante che ha prodotto dei capolavori”.

Leggi QUI le dichiarazioni del capo della Cultura vaticana.


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Una Buttiglione in pensione

Dire che se ne è andata in pensione perché andrà a ricoprire altri ruoli importanti da altre parti è senz’altro troppo.

E, infatti, non lo dico. Anche perché, davvero, notizie in merito non ne ho.

Eppure il pensionamento di una illustre vaticanista è una notizia per un blog di cose vaticane.

E, dunque, questa notizia, la riprendo: leggi QUI.


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Che cosa significa per la Chiesa la fine dell’esilio musicale della scuola romana

Il ritorno in basilica di San Pietro del 92enne maestro Domenico Bartolucci e del suo coro polifonico – ieri pomeriggio, ore cinque, durante una messa celebrata all’altare della Cattedra dal cardinale arcivescovo Angelo Comastri – ha un significato importante non soltanto per lui ma anche per la chiesa. Fu, infatti, nel 1997 che Bartolucci, maestro perpetuo (e, dunque, a vita: dal 1956 per volere di Pio XII) della Cappella musicale pontificia sistina (il coro che accompagna le liturgie presiedute dal Papa) venne messo in pensione. Dopo anni trascorsi ad accompagnare ogni celebrazione eucaristica papale, gli venne chiesto di fare un passo indietro. E la cosa venne chiesta non soltanto a lui, ma anche alla sua musica: erano i tempi in cui, anche in Vaticano, si sperimentavano nuove forme e percorsi di musica liturgica. Tempi in cui il gregoriano e la musica polifonica romana, quella che ebbe come maggiore esponente Giovanni Pierluigi da Palestrina, ebbero poco spazio nelle liturgie papali. Tempi in cui ancora nessuno oltre il Tevere ebbe il coraggio di proporre, in campo musicale, quella riforma della riforma più volte auspicata da Joseph Ratzinger da quando è salito al soglio di Pietro.
Alle cinque del pomeriggio di ieri il cardinale Comastri ha fatto il suo ingresso in basilica preceduto dalla processione di concelebranti. Bartolucci, in talare e cotta, si è alzato in piedi e con un breve cenno della mano destra ha dato il là al canto iniziale, poi al Gloria. Di colpo i dodici anni d’esilio dalla basilica vaticana sono stati spazzati dall’incedere delle note, dal ritorno della cosiddetta “scuola romana”. In particolare, il ritorno della sensibilità tutta particolare del maestro: la sua musica affonda le radici nel gregoriano e nella polifonia palestriniana, si riallaccia al loro linguaggio modale, rivissuto e riarricchito con una sensibilità moderna particolarmente fedele alla cantabilità della scuola romana, pur con gli accorgimenti che il tempo e l’evoluzione del linguaggio hanno comportato. In sostanza, la sintesi del credo musicale di Bartolucci è un ragionato ossequio alla tradizione, alla cui base si colloca, come dice lui stesso, “una nobile severità di canto e quella limpida e solida polifonicità”. Un credo musicale che piace a Ratzinger se è vero – come è vero – che fu l’attuale Pontefice a dolersi più di altri dell’allontanamento di Bartolucci dal coro della Cappella sistina.
Fu Benedetto XVI ad offrire, da quando il 19 aprile del 2005 venne eletto Papa, segnali importanti ai palati più fine d’oltre Tevere quanto a musica liturgica. E nel darli, c’entra sempre in qualche modo Bartolucci. A sorpresa, infatti – era il 24 giugno 2006 – chiamò il maestro a dirigere un concerto nella Cappella sistina. E non mancò chi sottolineò la cosa leggendovi l’intenzione papale di restituire alla Sistina il prestigio di secoli di musica liturgica.
Poi, un anno dopo, un secondo segnale: per la prima volta, su indicazione dell’ufficio delle cerimonie liturgiche diretto dal successore di Piero Marini, ovvero Guido Marini, ogni celebrazione natalizia fu preceduta da qualche minuto di ascolto di musica e letture, sì da “disporre l’animo dei fedeli al clima di preghiera e di raccoglimento”.
Ma sono tutte le celebrazioni liturgiche di Benedetto XVI che hanno detto qualcosa alla chiesa. Tanti i segnali lanciati dal Papa a cominciare dal Motu proprio Summorum Pontificum che liberalizzando l’antico rito rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII riabilita (se mai avesse bisogno di riabilitazione) il canto gregoriano. Ciò che a detta di molti ancora manca, è un ufficio vaticano interamente dedicato alla musica sacra. Ne aveva parlato, in un intervento tenuto in convegno a Trento e ripreso anche dall’Osservatore Romano nel novembre di due anni fa, Valentìn Miserachs Grau, preside del Pontificio istituto di musica sacra: “In nessuno degli ambiti toccati dal Concilio si sono prodotte maggiori deviazioni che in quello della musica sacra – disse –. E per ovviare a questa situazione “sarebbe opportuna l’istituzione di un ufficio dotato di autorità in materia”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 20 novembre 2009


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Adesso Barack Obama dovrà decidere se far causa al Vaticano

La novità – di ieri – è che la Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso di richiedere ulteriori informazioni al Solicitor general (avvocato generale) dell’Amministrazione del paese in merito al caso Holy See vs. John V. Doe. “Il solicitor general – recita un breve comunicato della Corte suprema – è invitato a presentare l’opinione del governo degli Stati Uniti in questo caso”. Un’opinione, in questa circostanza, davvero difficile da dare. Per vari motivi. Anzitutto perché parte in causa non è un’istituzione qualunque. Bensì quell’Holy See (ovvero la Santa Sede) contro cui qualche mese fa, per decisione della Corte d’appello del nono circuito degli Stati Uniti – la sezione che ha sede a Portland e alla quale fanno capo gli stati dell’ovest, dall’Alaska all’Arizona – un cittadino dell’Oregon, appunto il signor John V. Doe, aveva intentato causa civile per abusi sessuali subiti negli anni Sessanta da parte di un prete cattolico.
L’iter giudiziale ebbe inizio la scorsa primavera. Tre giudici della Nona Corte recepirono la tesi dei legali della vittima secondo cui al tempo delle sevizie, avvenute in una scuola cattolica, l’uomo lavorava come religioso ed era un dipendente del Vaticano. La sentenza segnò una svolta notevole per le vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero cattolico degli Stati Uniti. Perché per la prima volta venne riconosciuta la responsabilità civile non di un singolo sacerdote o religioso, e nemmeno di una diocesi, bensì direttamente della gerarchia vaticana. Un riconoscimento che, a meno di pronunciamenti diversi della Corte suprema, apre la strada a richieste d’indennizzo (le cifre sono sempre notevoli) da presentare non più nelle singole diocesi bensì direttamente in Vaticano. Una novità che lo stesso avvocato di Doe, Jeff Anderson, sottolineò con queste parole: “Fin qui la chiesa cattolica ha scelto di proteggere i preti e non i bambini. La notizia per la comunità dei fedeli è che ora la Santa Sede non è più immune alle cause di risarcimento”.
Come spessissimo avviene in vicende simili, colui che dovrebbe essere il vero imputato non può difendersi. Lui, infatti, il sacerdote dell’ordine servita Andrew Ronan è morto nel 1992. Fu all’inizio degli anni Sessanta che Ronan venne spostato a Chicago dopo l’ammissione di aver molestato un minore in Irlanda, dove guidava una parrocchia. Il prelato lavorò alla St. Phillip High School nella città dell’Illinois fino al 1965, ma anche lì fu protagonista di almeno tre atti di pedofilia. Quindi venne di nuovo spostato alla St. Albert Church di Portland, nell’Oregon, dove conobbe il quindicenne Doe. Gli abusi sessuali, a detta di Doe, si verificarono più volte.
Difficile dire quale strada il Solicitor general deciderà di perseguire: andare verso il riconoscimento della responsabilità del Vaticano (Ronan era un dipendente della Santa Sede) oppure no? Di per sé potrebbe avallare la linea difensiva scelta dagli avvocati della Santa Sede che hanno chiesto di applicare al Vaticano il Foreign Sovereign Immunitiy Act che protegge i governi stranieri dalla giurisdizione americana. Ma già a Portland in prima istanza, e poi in appello, i giudici avevano argomentato che la Santa Sede ha un controllo sui preti in fatto di trasferimento sufficiente a considerarla responsabile delle azioni di questo prete.
Senz’altro la decisione dell’avvocato dell’esecutivo non è facile. Molto dipenderà anche dal parere della stessa Amministrazione Usa in merito, ovvero da quanto Obama ritenga opportuno procedere contro il Vaticano e provocare in questo modo un caso che promette di assumere contorni sensazionalisti. Anche perché il punto non è semplicemente se il religioso in questione abbia davvero agito in quel modo da dipendente della Santa Sede. Ma, di più, è se sotto l’Amministrazione Obama la vicenda preti pedofili da scandalo le cui conseguenze sono pagate dalle singole diocesi diviene uno scandalo per il quale a farne le spese (in tutti i sensi) è direttamente la Santa Sede, il Vaticano e, dunque, in ultima analisi il Papa.

Pubblicato sul Foglio giovedì 19 novembre 2009


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La campagna d’autunno del Vaticano in Cina inizia con due mosse

Due anni e mezzo dopo la storica lettera del Papa ai cattolici cinesi e circa cinque mesi dopo il compendio alla lettera approvato sempre da Benedetto XVI nel maggio scorso, è tempo di nuovi messaggi (e spedizioni) indirizzati dal Vaticano in terra cinese. L’altro ieri, infatti, è stato il cardinale segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone a prendere carta e penna per scrivere altre e diverse parole dirette ai fedeli residenti oltre la Grande Muraglia. Bertone ha chiesto ai cattolici (sotterranei e non) di vivere con rinnovato impegno la propria vocazione, accettando il dialogo e il confronto con tutti, ma innanzitutto tra di loro.
Perché questa lettera? Perché un’ulteriore messaggio spedito ufficialmente da un’autorità del Vaticano ai cattolici di Cina? Per rispondere occorre tornare alla lettera del Papa del 2007. Benedetto XVI aveva aperto le porte alla chiesa patriottica cinese ma, insieme, aveva mostrato di non condividerne finalità e modalità d’azione. Cioè: aveva accettato di riconoscere i vescovi ordinati dal regime auspicando però che cessassero le persecuzioni contro la chiesa clandestina. Insomma, aveva offerto una chance al regime chiedendo in cambio maggiore libertà religiosa all’interno del paese. La sua fu una sintesi tra le due linee che il Vaticano aveva fino ad allora percorso con Pechino: quella più dura e meno accondiscendente portata avanti dalla congregazione di Propaganda Fide, e quella più dialogante e diplomatica messa in campo della segreteria di stato vaticana. E questa sintesi è la medesima che Bertone intende percorrere oggi.
A due anni di distanza la situazione nel paese non è nella sostanza cambiata. Ancora continuano le persecuzioni. Semplici fedeli vengono torturati e vescovi clandestini imprigionati. E, tra i cattolici sotterranei, c’è chi ritiene che ogni sforzo sia vano. Che sia giunto il tempo, insomma, di abbandonare il dialogo e il compromesso con tutti, a cominciare dal regime e dalla chiesa patriottica. Forse, soltanto in questo modo, le persecuzioni e violenze finiranno.
Così Bertone prende carta e penna e cerca di confortare i fedeli. Li esorta a non cedere e, insieme, a cercare di dialogare anche con chi sembra non capirli e anzi osteggiarli. La lettera è significativamente indirizzata sia ai cattolici sotterranei che a quelli della chiesa ufficiale, a dimostrazione che le parole del Papa valgono ancora oggi. E a dimostrazione che il dialogo e il confronto deve essere cercato da ambedue le parti.
Ma la lettera del porporato non è l’unico messaggio inviato dal Vaticano in estremo oriente, ai cattolici lì residenti. C’è un secondo messaggio di grande portata. Un messaggio che vuole sì parlare al regime ma anche e soprattutto ai fedeli. E’ la grande mostra che il Vaticano – nel braccio Carlo Magno di piazza San Pietro – proprio in questi giorni dedica a padre Matteo Ricci nel quarto centenario della morte. E’ un esempio quello che il Vaticano offre alla Cina e ai suoi fedeli. L’esempio del “grande missionario della Cina” – come l’ha definito sempre Bertone –, grande perché seppe convertire senza offendere le usanze e le tradizioni del paese. Grande per la capacità d’inculturazione unica e rispettosa verso tutti che seppe adottare. Tanto che a lui, primo straniero nella storia della Cina, l’imperatore concesse un terreno per la sepoltura. Certo, i tempi della corte dei Ming non erano i tempi d’oggi. Ma quanto fece Ricci grazie alla forza della fede è possibile ancora. Di qui la lettera di Bertone. Di qui la mostra in Vaticano.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 18 novembre 2009


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B-XVI vuole dare cibo a chi nasce, non abolire le bocche affamate

Roma. Ancora una volta controcorrente. Di questo è segno l’arrivo di ieri del Papa al vertice dell’organizzazione mondiale dell’Onu per il cibo e l’agricoltura (Fao). Controcorrente rispetto ai molti leader dei paesi ricchi che hanno disertato l’incontro. E controcorrente per le soluzioni indicate, spesso in dissenso da quanto la Fao predica e persegue.

La presenza di Benedetto XVI è stata un segnale offerto anzitutto ai tanti leader assenti. Per dire che, nonostante la mancanza di risultati dell’agenzia specializzata delle Nazioni Unite – significativo quanto scrisse l’Osservatore Romano a conclusione del vertice del giugno 2008: “Tante parole, nessuna soluzione” – vale la pena provarci: “Desidero rinnovare – ha detto ieri il Papa –, in continuità con i miei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II, la stima per l’azione della Fao”.

E che vale la pena provarci l’ha scritto ancora ieri sempre l’Osservatore che ha auspicato ascolto e “scelte concrete”. Scelte che sembrano tardare: nessuno dei 192 paesi dell’organizzazione Onu accetta di impegnare nuovi fondi per combattere la fame nel mondo. E la cosa è notata dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, che ha espresso “rammarico” e “insoddisfazione”. Tanti i leader dei paesi ricchi assenti: Barack Obama, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, Gordon Brown.

E anche se di rilievo sono state le presenze del presidente della Commissione europea José Barroso, del premier turco Tayyip Erdogan e del brasiliano Ignácio Lula da Silva, si notava che tra i leader dei paesi del G8 c’era soltanto il “padrone di casa” Silvio Berlusconi. A tutti il Papa ha chiesto più impegno e “un assetto di istituzioni economiche in grado di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato”. E che a ogni paese sia garantito il diritto di “definire il proprio modello economico”.

La Fao più volte ha sostenuto che c’è una relazione di causa-effetto tra crescita della popolazione mondiale e fame. Ieri il Papa ha detto altro: la “deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione di lucro economico” dimostra l’opposto. “La terra può nutrire tutti i suoi abitanti”, e la fame dipende da “scarsità di risorse sociali”, tra queste il deficit della struttura e del funzionamento del potere.

Pubblicato sul Foglio martedì 17 novembre 2009


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Camisasca e le sue stagioni

Sulla collana “Biblioteca dell’Alleanza” della casa editrice Marietti 1820 hanno scritto, fra gli altri, Joseph Ratzinger e Luigi Giussani. Oggi vi scrive anche Massimo Camisasca. I suoi sono commenti a fotografie in bianco e nero scattate da Elio Ciol, pluripremiato fotografo friulano le cui opere sono arrivate fino al Metropolitan museum di New York.

Da non perdere, QUI.


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Orgoglio e pregiudizio in Vaticano (e nel libro pubblicato da Piemme)

Chi sia il cardinale anonimo che con fare saccente (a tratti competente) ha redatto, aiutato da un vaticanista anonimo, questo “Confession d’un cardinal” – così è il titolo originale del libro uscito nel 2007 in Francia e oggi pubblicato in Italia – è difficile dirlo.

E, in fondo, conta poco. Perché ciò che interessa è la tesi del libro, volta a dimostrare sottilmente, un po’ ammettendolo e un po’ no, a tratti rivelandolo altre volte camuffandolo, che oggi la chiesa necessiterebbe d’un nuovo vento. E, dunque, d’un Papa che non abbia paura della scienza, della democrazia, della modernità, un Pontefice che non si arrocchi su posizioni arcaiche.

Come se Benedetto XVI fosse tutto questo: in sintesi, il Papa dell’anti modernità. Cioè: la tesi è che ci vorrebbe un Papa aperto alla modernità. Ma per arrivare a sostenerla, questa tesi, si dà per assodato che Ratzinger abbia un profilo anti moderno (una cosa tutta da dimostrare e che, comunque, questo libro non dimostra).

Abbandonando per un momento la tesi del libro, staccandosi dal fuoco progressista di questo signor cardinale che dice d’essere stato escluso dall’ultimo Conclave “per soli sette mesi” – dunque festeggiò gli 80 anni attorno al mese di settembre del 2004 – che dice d’essere stato a capo d’una congregazione e di conoscere l’arte diplomatica come pochi in curia romana, staccandosi dicevamo per un momento dall’idea messa in pagina (e cioè che molto, se non tutto, oltre il Tevere sia orgoglio e pregiudizio) c’è qualcosa d’interessante che si può cavare fuori. E riguarda, più di altre cose, la descrizione dell’ultimo Conclave.

Di questo molto già si sa. Nel senso che molto già è stato detto: nella prima votazione Ratzinger ottenne quarantacinque-quarantasette voti. Dietro di lui arrivarono Carlo Maria Martini e Jorge Bergoglio con una decina di voti ciascuno. Sempre il primo giorno, nella seconda votazione, le cose vennero sostanzialmente confermate. Il secondo giorno il futuro Papa otteneva sessantacinque voti. Martini non era più in corsa. In compenso il cardinale Bergoglio arrivava a trentacinque voti. Alla terza votazione Ratzinger mancò l’elezione di soli cinque voti. Ottenne settantadue voti mentre Bergoglio arrivò a quaranta. Qui si sarebbe potuto verificare uno stallo, come avvenne tra Siri e Benelli nel conclave che elesse Wojtyla. E, invece, un po’ a sorpresa, molti di coloro che avevano dato il voto a Bergoglio lo diedero a Ratzinger che divenne così Benedetto XVI.

Ciò che ancora oggi si sa meno è se lui, Ratzinger, abbia previsto la propria elezione. Secondo l’anonimo cardinale no. Egli si riteneva piuttosto una sorta di King-maker, uno che “crea il re”, che lancia la corsa per poi all’ultimo lasciare il posto a un altro. Così si spiegherebbero alcuni fatti avvenuti prima del Conclave.

In particolare, l’omelia fatta dal Pontefice nella Via crucis del 2005, quando Wojtyla stava male e tutti pensavano in qualche modo alla successione. Ratzinger fece sussultare tutti dicendo apertamente che la barca della chiesa sembrava stesse affondando, che il volto e la veste della chiesa sono così sporchi che sgomentano… Perché lo fece? Perché non si considerava candidato al papato ma assumeva, con le sue parole, una posizione da testimone, da elemento cardine di un preciso orientamento all’interno del Sacro Collegio, “per organizzare un peso congruo, nell’elezione, a beneficio di un altro”. Per chi? A chi stava pensando? “Nella sua uscita – dice l’anonimo cardinale – ho visto la conferma dello scenario che non solo io ma anche molti altri prevedevano, vale a dire proprio lo schema del 1978”.

Pubblicato sul Foglio sabato 14 novembre 2009


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Chi ad Avvenire?

Dino Boffo si è dimesso da tempo dalla direzione di Avvenire. Ma il nome del suo successore ancora non c’è. Pare, in sostanza, che il cardinale Angelo Bagnasco ancora non abbia deciso.

Nelle scorse ore, però, sono stati due autorevoli commentatori a uscire un po’ allo scoperto.

Il primo è Sandro Magister che su Settimo cielo dedica un post a due diversi interventi pubblicati dall’Osservatore e da Avvenire intorno al prossimo vertice della Fao (16-18 novembre). E alla fine del suo intervento, Magister dice: “E complimenti al direttore di Avvenire Marco Tarquinio, in attesa di passare dall’interim alla direzione piena. Avesse dato retta alla diplomazia, un corsivo così schietto non l’avrebbe pubblicato”. Dunque, Magister dà Tarquinio come “in attesa di passare dall’interim alla direzione piena”.

Il secondo è Andrea Tornielli che su Sacri palazzi parla dell’assemblea dei vescovi italiani ad Assisi e dice: “Sono stupito per il fatto che, dopo le dimissioni di Dino Boffo e l’ormai lunga attesa per la nomina del suo successore (o meglio dei suoi successori, dato che pare ci sia l’intenzione di non cumulare nuovamente le cariche di direttore di Avvenire, di Tv2000 e del circuito Radio in Blu), i pastori della chiesa italiana non abbiano dibattuto non tanto di nomi o di identikit, quanto piuttosto di quale giornale e Tv vogliano per il futuro, di quale siano gli indiririzzi o, se volete, le strategie comunicative”. E ancora: “E’ stato detto che la nomina del responsabile del quotidiano cattolico avverrà entro il 30 novembre e appare probabile che si vada verso una conferma dell’attuale direttore ad interim, Marco Tarquinio, che sta al timone del quotidiano da quasi tre mesi, pur essendo ancora possibili sorprese e autorevoli candidature esterne”.

Leggi QUI il post integrale di Magister e QUI quello di Tornielli.


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La chiesa di Francia perde peso in Vaticano e seminaristi nelle diocesi

Roma. E’ di tre giorni fa un pezzo del Monde in cui si sosteneva come la chiesa di Francia, quella delle gerarchie, abbia perso gran parte della propria influenza sul governo della curia romana. Questione di numeri anzitutto: in pensione i cardinali Roger Etchegaray e Paul Poupard, l’unico capo dicastero francese rimasto è Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso. Poi, è vero, ci sono Dominique Mamberti e Jean-Louis Bruguès ma entrambi – corso il primo, della Francia pirenaica il secondo – sono posti sì prestigiosi ma di seconda fascia che ricoprono in curia: segretario per i rapporti con gli stati Mamberti e segretario dell’Educazione cattolica Bruguès. Se il Monde abbia ragione è difficile dirlo. Di certo c’è che, valutazione del peso sulla curia romana a parte, è tutta la chiesa d’oltralpe che non sta passando uno dei suoi momenti migliori, almeno a leggere i numeri. Pesanti i dati 2008 (quelli 2009 usciranno tra qualche settimana). I sacerdoti diocesani sono solo 15 mila e l’età media supera i 75 anni. Ogni anno ne vengono ordinati circa 100 mentre 900 muoiono o abbandonano. In alcune diocesi le parrocchie vengono raggruppate in “aggregazioni” dove capita che un unico prete serva dieci, venti o anche quaranta chiese. Ci sono diocesi che tra una decina di anni avranno non più di dieci preti in attività.

Il dato più preoccupante riguarda i seminaristi: erano 4.536 nel 1966, sono poco più di 500 oggi: diocesi come Pamiers, Belfort, Agen, Perpignan non hanno avuto alcuna vocazione. Le ordinazioni restano pochissime: dopo il Concilio Vaticano II, il numero è lievitato spaventosamente verso il basso: erano 825 i preti ordinati nel 1956, sono stati circa 90 nel 2008.

Assieme a tutte le diocesi, piange anche Parigi. Era considerata un’eccezione nel panorama francese: una chiesa prospera, un seminario fiorente, le finanze in attivo. Erano gli anni 80-90, gli ultimi da grandeur: l’asse Wojtyla-Lustiger (ex arcivescovo di Parigi) produsse nella capitale un fiorire di vocazioni. Parigi aveva un clero giovane e numeroso. Oggi – ancora dati 2008 – si contano circa 50 seminaristi, dieci le ordinazioni ogni anno (se ne prevedono sette nel 2010 e quattro nel 2011).

Dal punto di vista dei fedeli la situazione non è migliore. Il calo della pratica religiosa, considerevole negli anni 70, continua in modo inesorabile. I praticanti sono molto scarsi (quattro per cento se essere “praticanti” è andare in chiesa una volta al mese) e di età relativamente matura. Resistono – ed è questo un dato che fa pensare – i movimenti (Emmanuel, Frères de Saint-Jean, Communauté Saint-Martin) e soprattutto i gruppi tradizionalisti. Già oggi circa un terzo del totale dei seminaristi francesi proviene da queste comunità: con 388 luoghi di culto domenicali, più di quattro per diocesi, la sensibilità tridentina fa sentire il proprio peso. A molto ha giovato, paradossalmente, un certo modo “lassista” d’interpretare il Concilio. A fronte d’una chiesa troppo aperta verso le sirene del mondo, se ne è creata di fatto un’altra che questa mondanizzazione non ha mai voluto accettare. E oggi è proprio quest’altra – appunto la cosiddetta chiesa tradizionalista – a rappresentare una speranza. Non è la chiesa lefebvriana. E’ una chiesa che con lo scisma di Econe non c’entra nulla. Dentro era e dentro resta la chiesa cattolica, seppure con una propria specifica sensibilità. Nel 2008 i seminaristi di queste comunità sono stati 160: più o meno un terzo del numero totale dei seminaristi diocesani. E i numeri sono in aumento.

Sono dati che fanno riflettere, a tratti anche impaurire. Sentimenti diversi, presenti all’interno dell’episcopato francese adunato a Lourdes per l’assemblea generale: lui, l’episcopato francese (gran parte di esso), è stato tra i più strenui oppositori del Motu proprio “Summorum Pontificum”. Loro, le comunità tradizionaliste, quelle che l’hanno maggiormente benedetto, perché con più forza le ha confermate in ciò che sono: parte della chiesa cattolica. E l’episcopato, numeri alla mano, prima o poi dovrà rendergliene atto.

Pubblicato sul Foglio venerdì 13 novembre 2009


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