Timothy Verdon: “Davanti agli artisti il teologo B-XVI ha fatto di più dell’esteta Montini”
nov 24, 2009 IL FOGLIO
Storico dell’arte formatosi alla Yale University, voce molto valorizzata in Vaticano, lo statunitense monsignor Timothy Verdon dice al Foglio che sabato scorso, incontrando gli artisti nella Cappella Sistina, “il teologo Benedetto XVI ha fatto di più di quanto fece nel 1964 l’esteta Paolo VI”.
Ovvero, “mentre Paolo VI parlò nella Sistina senza parlare mai della Sistina, Ratzinger ha spiegato l’arte come espressione della speranza riferendosi direttamente a un’opera d’arte. Ovvero, ha fatto riferimento al ‘Giudizio finale’ di Michelangelo che campeggiava sulla parete pochi metri dietro di lui. Ha svolto una catechesi vera e propria basandosi, come spesso gli capita quando incontra persone in luoghi particolarmente suggestivi all’interno del Vaticano, sulle immagini che le opere d’arte che lo circondano gli offrono”.
Insieme, “facendo guardare verso il ‘Giudizio finale’ è come se avesse voluto mostrare a tutti gli artisti presenti – credenti e non – un esempio, appunto Michelangelo. Questi si convertì lavorando in Vaticano. La sua conversione fu incontro con Cristo: una possibilità che il Papa ha voluto offrire sabato a tutti gli artisti”.
Cosa ha detto il Papa agli artisti? “Il Papa aveva davanti persone che hanno ricevuto un grande talento. Li ha invitati a collaborare e ha detto loro di non avere paura della chiesa. Ratzinger ha parlato loro della bellezza, ciò a cui ogni artista si rifà quando crea. Ma ognuno deve riconoscere che la propria bellezza è parziale, che ogni bellezza messa in forma, interpretata in un’opera d’arte, altro non è che un riflesso di una bellezza più grande. Ogni bellezza parziale riverbera l’assoluto. Per la chiesa questa bellezza più grande ha il volto di un uomo, si chiama Gesù Cristo. Egli è la via, è la bellezza che non ruba niente e offre un’opportunità”.
Ratzinger ha però parlato di due possibili ricerche della bellezza. E, dunque, di due tipi di arte. Una non autentica. E’ quell’arte che fugge nell’irrazionale o nel mero estetismo. Una bellezza “illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento”, una bellezza “che sfocia nell’oscenità e nella trasgressione”.
Una bellezza alla quale negli ultimi anni molta arte si è rifatta. Poi c’è una bellezza autentica “che schiude il cuore dell’uomo alla nostalgia, al desiderio profondo di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Spiega Verdon: “Gli artisti hanno la libertà di scegliere tra l’una e l’altra bellezza. La scelta spetta a loro. In questo senso l’incontro di sabato è stato importante: il Papa ha aperto una strada e chi vuole può percorrerla. E’ vero: la realtà intorno è spesso negativa. Anche Ratzinger da bravo filosofo tedesco parte dal fatto che la realtà che abbiamo intorno è negativa. Perché Ratzinger è un realista e non è incline a ottimismi senza senso. Ma insieme è un uomo di fede e sa proiettarsi su orizzonti più vasti e lontani. Sa che la realtà è spesso malvagia ma sa che si può avere speranza. Questa speranza è la proposta che fa agli artisti. Sabato il modello a cui guardare era sotto gli occhi di tutti: il ‘Giudizio universale’ di Michelangelo ricordava come la storia dell’umanità sia una continua ascensione, un’inesausta tensione verso la pienezza. E questo orizzonte ultimo è una meta a cui tutti possono tendere. Questa è la speranza che gli artisti possono cercare di proporre. Una speranza che ha un legame indissolubile con la bellezza, la bellezza piena che per i credenti è Cristo”.
Pubblicato sul Foglio martedì 24 novembre 2009
Il manifesto di Angelo Scola
nov 23, 2009 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
C’è un cardinale Angelo Scola a tutto campo oggi: la sfida educativa, l’esperienza elementare, le neuroscienze, il crocifisso e il riaccadere dell’avvenimento cristiano dentro tutti gli ambiti dell’esistenza.
Non capita spesso che lo si trovi a tutto campo. E, dunque, merita.
Eccolo QUI.
Il Papa e il nuovo Mozart
nov 23, 2009 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Così monsignor Gianfranco Ravasi ieri sulla Radio Vaticana (24 ore dopo l’incontro del Papa con gli artisti): “Dal Novecento in avanti si è avuta una nuova grammatica, sia dell’arte, sia della poesia stessa sia della musica. Questa nuova grammatica chissà, forse tra un secolo, potrebbe creare un nuovo Mozart – com’è accaduto – o un Palestrina, com’è accaduto quando Palestrina ha abbandonato il gregoriano e ha cominciato a fare la polifonia, un nuovo genere sconcertante che ha prodotto dei capolavori”.
Leggi QUI le dichiarazioni del capo della Cultura vaticana.
Una Buttiglione in pensione
nov 20, 2009 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Dire che se ne è andata in pensione perché andrà a ricoprire altri ruoli importanti da altre parti è senz’altro troppo.
E, infatti, non lo dico. Anche perché, davvero, notizie in merito non ne ho.
Eppure il pensionamento di una illustre vaticanista è una notizia per un blog di cose vaticane.
E, dunque, questa notizia, la riprendo: leggi QUI.
Che cosa significa per la Chiesa la fine dell’esilio musicale della scuola romana
nov 20, 2009 IL FOGLIO
Il ritorno in basilica di San Pietro del 92enne maestro Domenico Bartolucci e del suo coro polifonico – ieri pomeriggio, ore cinque, durante una messa celebrata all’altare della Cattedra dal cardinale arcivescovo Angelo Comastri – ha un significato importante non soltanto per lui ma anche per la chiesa. Fu, infatti, nel 1997 che Bartolucci, maestro perpetuo (e, dunque, a vita: dal 1956 per volere di Pio XII) della Cappella musicale pontificia sistina (il coro che accompagna le liturgie presiedute dal Papa) venne messo in pensione. Dopo anni trascorsi ad accompagnare ogni celebrazione eucaristica papale, gli venne chiesto di fare un passo indietro. E la cosa venne chiesta non soltanto a lui, ma anche alla sua musica: erano i tempi in cui, anche in Vaticano, si sperimentavano nuove forme e percorsi di musica liturgica. Tempi in cui il gregoriano e la musica polifonica romana, quella che ebbe come maggiore esponente Giovanni Pierluigi da Palestrina, ebbero poco spazio nelle liturgie papali. Tempi in cui ancora nessuno oltre il Tevere ebbe il coraggio di proporre, in campo musicale, quella riforma della riforma più volte auspicata da Joseph Ratzinger da quando è salito al soglio di Pietro.
Alle cinque del pomeriggio di ieri il cardinale Comastri ha fatto il suo ingresso in basilica preceduto dalla processione di concelebranti. Bartolucci, in talare e cotta, si è alzato in piedi e con un breve cenno della mano destra ha dato il là al canto iniziale, poi al Gloria. Di colpo i dodici anni d’esilio dalla basilica vaticana sono stati spazzati dall’incedere delle note, dal ritorno della cosiddetta “scuola romana”. In particolare, il ritorno della sensibilità tutta particolare del maestro: la sua musica affonda le radici nel gregoriano e nella polifonia palestriniana, si riallaccia al loro linguaggio modale, rivissuto e riarricchito con una sensibilità moderna particolarmente fedele alla cantabilità della scuola romana, pur con gli accorgimenti che il tempo e l’evoluzione del linguaggio hanno comportato. In sostanza, la sintesi del credo musicale di Bartolucci è un ragionato ossequio alla tradizione, alla cui base si colloca, come dice lui stesso, “una nobile severità di canto e quella limpida e solida polifonicità”. Un credo musicale che piace a Ratzinger se è vero – come è vero – che fu l’attuale Pontefice a dolersi più di altri dell’allontanamento di Bartolucci dal coro della Cappella sistina.
Fu Benedetto XVI ad offrire, da quando il 19 aprile del 2005 venne eletto Papa, segnali importanti ai palati più fine d’oltre Tevere quanto a musica liturgica. E nel darli, c’entra sempre in qualche modo Bartolucci. A sorpresa, infatti – era il 24 giugno 2006 – chiamò il maestro a dirigere un concerto nella Cappella sistina. E non mancò chi sottolineò la cosa leggendovi l’intenzione papale di restituire alla Sistina il prestigio di secoli di musica liturgica.
Poi, un anno dopo, un secondo segnale: per la prima volta, su indicazione dell’ufficio delle cerimonie liturgiche diretto dal successore di Piero Marini, ovvero Guido Marini, ogni celebrazione natalizia fu preceduta da qualche minuto di ascolto di musica e letture, sì da “disporre l’animo dei fedeli al clima di preghiera e di raccoglimento”.
Ma sono tutte le celebrazioni liturgiche di Benedetto XVI che hanno detto qualcosa alla chiesa. Tanti i segnali lanciati dal Papa a cominciare dal Motu proprio Summorum Pontificum che liberalizzando l’antico rito rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII riabilita (se mai avesse bisogno di riabilitazione) il canto gregoriano. Ciò che a detta di molti ancora manca, è un ufficio vaticano interamente dedicato alla musica sacra. Ne aveva parlato, in un intervento tenuto in convegno a Trento e ripreso anche dall’Osservatore Romano nel novembre di due anni fa, Valentìn Miserachs Grau, preside del Pontificio istituto di musica sacra: “In nessuno degli ambiti toccati dal Concilio si sono prodotte maggiori deviazioni che in quello della musica sacra – disse –. E per ovviare a questa situazione “sarebbe opportuna l’istituzione di un ufficio dotato di autorità in materia”.
Pubblicato sul Foglio venerdì 20 novembre 2009
Adesso Barack Obama dovrà decidere se far causa al Vaticano
nov 19, 2009 IL FOGLIO
La novità – di ieri – è che la Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso di richiedere ulteriori informazioni al Solicitor general (avvocato generale) dell’Amministrazione del paese in merito al caso Holy See vs. John V. Doe. “Il solicitor general – recita un breve comunicato della Corte suprema – è invitato a presentare l’opinione del governo degli Stati Uniti in questo caso”. Un’opinione, in questa circostanza, davvero difficile da dare. Per vari motivi. Anzitutto perché parte in causa non è un’istituzione qualunque. Bensì quell’Holy See (ovvero la Santa Sede) contro cui qualche mese fa, per decisione della Corte d’appello del nono circuito degli Stati Uniti – la sezione che ha sede a Portland e alla quale fanno capo gli stati dell’ovest, dall’Alaska all’Arizona – un cittadino dell’Oregon, appunto il signor John V. Doe, aveva intentato causa civile per abusi sessuali subiti negli anni Sessanta da parte di un prete cattolico.
L’iter giudiziale ebbe inizio la scorsa primavera. Tre giudici della Nona Corte recepirono la tesi dei legali della vittima secondo cui al tempo delle sevizie, avvenute in una scuola cattolica, l’uomo lavorava come religioso ed era un dipendente del Vaticano. La sentenza segnò una svolta notevole per le vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero cattolico degli Stati Uniti. Perché per la prima volta venne riconosciuta la responsabilità civile non di un singolo sacerdote o religioso, e nemmeno di una diocesi, bensì direttamente della gerarchia vaticana. Un riconoscimento che, a meno di pronunciamenti diversi della Corte suprema, apre la strada a richieste d’indennizzo (le cifre sono sempre notevoli) da presentare non più nelle singole diocesi bensì direttamente in Vaticano. Una novità che lo stesso avvocato di Doe, Jeff Anderson, sottolineò con queste parole: “Fin qui la chiesa cattolica ha scelto di proteggere i preti e non i bambini. La notizia per la comunità dei fedeli è che ora la Santa Sede non è più immune alle cause di risarcimento”.
Come spessissimo avviene in vicende simili, colui che dovrebbe essere il vero imputato non può difendersi. Lui, infatti, il sacerdote dell’ordine servita Andrew Ronan è morto nel 1992. Fu all’inizio degli anni Sessanta che Ronan venne spostato a Chicago dopo l’ammissione di aver molestato un minore in Irlanda, dove guidava una parrocchia. Il prelato lavorò alla St. Phillip High School nella città dell’Illinois fino al 1965, ma anche lì fu protagonista di almeno tre atti di pedofilia. Quindi venne di nuovo spostato alla St. Albert Church di Portland, nell’Oregon, dove conobbe il quindicenne Doe. Gli abusi sessuali, a detta di Doe, si verificarono più volte.
Difficile dire quale strada il Solicitor general deciderà di perseguire: andare verso il riconoscimento della responsabilità del Vaticano (Ronan era un dipendente della Santa Sede) oppure no? Di per sé potrebbe avallare la linea difensiva scelta dagli avvocati della Santa Sede che hanno chiesto di applicare al Vaticano il Foreign Sovereign Immunitiy Act che protegge i governi stranieri dalla giurisdizione americana. Ma già a Portland in prima istanza, e poi in appello, i giudici avevano argomentato che la Santa Sede ha un controllo sui preti in fatto di trasferimento sufficiente a considerarla responsabile delle azioni di questo prete.
Senz’altro la decisione dell’avvocato dell’esecutivo non è facile. Molto dipenderà anche dal parere della stessa Amministrazione Usa in merito, ovvero da quanto Obama ritenga opportuno procedere contro il Vaticano e provocare in questo modo un caso che promette di assumere contorni sensazionalisti. Anche perché il punto non è semplicemente se il religioso in questione abbia davvero agito in quel modo da dipendente della Santa Sede. Ma, di più, è se sotto l’Amministrazione Obama la vicenda preti pedofili da scandalo le cui conseguenze sono pagate dalle singole diocesi diviene uno scandalo per il quale a farne le spese (in tutti i sensi) è direttamente la Santa Sede, il Vaticano e, dunque, in ultima analisi il Papa.
Pubblicato sul Foglio giovedì 19 novembre 2009
Camisasca (il prete scrittore)
Ecco la sesta intervista per “Vatican Stye“, il programma che conduco su Redtv ogni mercoledì pomeriggio (ore 18.30). L’intervista è a don Massimo Camisasca, fondatore e superiore generale della Fraternità dei Missionari di san Carlo Borromeo, un gruppo di preti legato a Comunione e liberazione. Don Massimo è stato per anni portavoce di Cl in Vaticano. Con Angelo Scola più volte ha incontrato il cardinale Joseph Ratzinger. Come più volte ha parlato faccia a faccia con Giovanni Paolo II. Prete ma anche scrittore, Camisasca è un educatore di uomini. Giussani, Wojtyla, Ratzinger sono al centro di questa intervista. Ma anche Dostoevskij e i grandi scrittori che hanno segnato la sua vita.
Tags: CL, Comunione e Liberazione, Don Giussani, missionari, preti, Ratzinger, San Carlo, Wojtyla
La campagna d’autunno del Vaticano in Cina inizia con due mosse
nov 18, 2009 IL FOGLIO
Due anni e mezzo dopo la storica lettera del Papa ai cattolici cinesi e circa cinque mesi dopo il compendio alla lettera approvato sempre da Benedetto XVI nel maggio scorso, è tempo di nuovi messaggi (e spedizioni) indirizzati dal Vaticano in terra cinese. L’altro ieri, infatti, è stato il cardinale segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone a prendere carta e penna per scrivere altre e diverse parole dirette ai fedeli residenti oltre la Grande Muraglia. Bertone ha chiesto ai cattolici (sotterranei e non) di vivere con rinnovato impegno la propria vocazione, accettando il dialogo e il confronto con tutti, ma innanzitutto tra di loro.
Perché questa lettera? Perché un’ulteriore messaggio spedito ufficialmente da un’autorità del Vaticano ai cattolici di Cina? Per rispondere occorre tornare alla lettera del Papa del 2007. Benedetto XVI aveva aperto le porte alla chiesa patriottica cinese ma, insieme, aveva mostrato di non condividerne finalità e modalità d’azione. Cioè: aveva accettato di riconoscere i vescovi ordinati dal regime auspicando però che cessassero le persecuzioni contro la chiesa clandestina. Insomma, aveva offerto una chance al regime chiedendo in cambio maggiore libertà religiosa all’interno del paese. La sua fu una sintesi tra le due linee che il Vaticano aveva fino ad allora percorso con Pechino: quella più dura e meno accondiscendente portata avanti dalla congregazione di Propaganda Fide, e quella più dialogante e diplomatica messa in campo della segreteria di stato vaticana. E questa sintesi è la medesima che Bertone intende percorrere oggi.
A due anni di distanza la situazione nel paese non è nella sostanza cambiata. Ancora continuano le persecuzioni. Semplici fedeli vengono torturati e vescovi clandestini imprigionati. E, tra i cattolici sotterranei, c’è chi ritiene che ogni sforzo sia vano. Che sia giunto il tempo, insomma, di abbandonare il dialogo e il compromesso con tutti, a cominciare dal regime e dalla chiesa patriottica. Forse, soltanto in questo modo, le persecuzioni e violenze finiranno.
Così Bertone prende carta e penna e cerca di confortare i fedeli. Li esorta a non cedere e, insieme, a cercare di dialogare anche con chi sembra non capirli e anzi osteggiarli. La lettera è significativamente indirizzata sia ai cattolici sotterranei che a quelli della chiesa ufficiale, a dimostrazione che le parole del Papa valgono ancora oggi. E a dimostrazione che il dialogo e il confronto deve essere cercato da ambedue le parti.
Ma la lettera del porporato non è l’unico messaggio inviato dal Vaticano in estremo oriente, ai cattolici lì residenti. C’è un secondo messaggio di grande portata. Un messaggio che vuole sì parlare al regime ma anche e soprattutto ai fedeli. E’ la grande mostra che il Vaticano – nel braccio Carlo Magno di piazza San Pietro – proprio in questi giorni dedica a padre Matteo Ricci nel quarto centenario della morte. E’ un esempio quello che il Vaticano offre alla Cina e ai suoi fedeli. L’esempio del “grande missionario della Cina” – come l’ha definito sempre Bertone –, grande perché seppe convertire senza offendere le usanze e le tradizioni del paese. Grande per la capacità d’inculturazione unica e rispettosa verso tutti che seppe adottare. Tanto che a lui, primo straniero nella storia della Cina, l’imperatore concesse un terreno per la sepoltura. Certo, i tempi della corte dei Ming non erano i tempi d’oggi. Ma quanto fece Ricci grazie alla forza della fede è possibile ancora. Di qui la lettera di Bertone. Di qui la mostra in Vaticano.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 18 novembre 2009
B-XVI vuole dare cibo a chi nasce, non abolire le bocche affamate
nov 17, 2009 IL FOGLIO
Roma. Ancora una volta controcorrente. Di questo è segno l’arrivo di ieri del Papa al vertice dell’organizzazione mondiale dell’Onu per il cibo e l’agricoltura (Fao). Controcorrente rispetto ai molti leader dei paesi ricchi che hanno disertato l’incontro. E controcorrente per le soluzioni indicate, spesso in dissenso da quanto la Fao predica e persegue.
La presenza di Benedetto XVI è stata un segnale offerto anzitutto ai tanti leader assenti. Per dire che, nonostante la mancanza di risultati dell’agenzia specializzata delle Nazioni Unite – significativo quanto scrisse l’Osservatore Romano a conclusione del vertice del giugno 2008: “Tante parole, nessuna soluzione” – vale la pena provarci: “Desidero rinnovare – ha detto ieri il Papa –, in continuità con i miei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II, la stima per l’azione della Fao”.
E che vale la pena provarci l’ha scritto ancora ieri sempre l’Osservatore che ha auspicato ascolto e “scelte concrete”. Scelte che sembrano tardare: nessuno dei 192 paesi dell’organizzazione Onu accetta di impegnare nuovi fondi per combattere la fame nel mondo. E la cosa è notata dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, che ha espresso “rammarico” e “insoddisfazione”. Tanti i leader dei paesi ricchi assenti: Barack Obama, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, Gordon Brown.
E anche se di rilievo sono state le presenze del presidente della Commissione europea José Barroso, del premier turco Tayyip Erdogan e del brasiliano Ignácio Lula da Silva, si notava che tra i leader dei paesi del G8 c’era soltanto il “padrone di casa” Silvio Berlusconi. A tutti il Papa ha chiesto più impegno e “un assetto di istituzioni economiche in grado di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato”. E che a ogni paese sia garantito il diritto di “definire il proprio modello economico”.
La Fao più volte ha sostenuto che c’è una relazione di causa-effetto tra crescita della popolazione mondiale e fame. Ieri il Papa ha detto altro: la “deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione di lucro economico” dimostra l’opposto. “La terra può nutrire tutti i suoi abitanti”, e la fame dipende da “scarsità di risorse sociali”, tra queste il deficit della struttura e del funzionamento del potere.
Pubblicato sul Foglio martedì 17 novembre 2009



Loading ...