Bishop Tobin: il vescovo di Providence va in tv e spiega a Patrick Kennedy che cosa significa essere cattolici
26 novembre 2009 -
Bishop Tobin come lo chiamano tutti, ovvero il sessantunenne monsignor Thomas J. Tobin, vescovo di Providence (Rhode Island), appartiene a quella generazione di presuli statunitensi relativamente giovane che all’ecclesialese preferisce il parlare chiaro (e spesso forte), alla prudenza la sincerità. Una classe episcopale che sa come usare i mass media (e li usa quando la cosa è necessaria e utile alla propria causa).
E così è successo nelle scorse ore quando Tobin ha deciso di passare al contrattacco. E di esprimere, senza reticenze, il proprio punto di vista. Certo, prima ha fatto sfogare l’avversario. Ovvero ha lasciato che il deputato democratico cattolico Patrick Kennedy – uno dei figli del senatore Ted – si lamentasse sui media del fatto che Tobin gli avesse negato la comunione in quanto favorevole all’aborto. Ha permesso che le parole di Kennedy rimbalzassero sui media di mezzo mondo – con tanto di livore in pagina di convinti abortisti – e poi, inaspettatamente, ha preso la parola. Dove? Sui principali canali televisivi americani: prima sulla Nbc intervenendo con ascolti da record all’“Hardball” con Chris Matthews. Poi al celebre “O’Reilly Show” sulla Fox, sfondando così in tutti gli stati americani.
In diretta, inquadratura a mezzo busto, clergyman nero e croce pettorale in vista, la libreria del proprio studio dietro le spalle, bishop Tobin ha spiegato il proprio punto di vista come un inviato qualunque a Wall Street spiegherebbe i risultati della giornata in Borsa: tono asciutto, sorriso rassicurante, tanti contenuti e nessun giro di parole. “Quando un personaggio pubblico è in una posizione di potere che influenza la legislazione, si pone una grandissima domanda – ha detto il presule –. Se non si possono seguire gli insegnamenti della chiesa allora si rende necessario lasciare il proprio lavoro e salvare la propria anima”. Proprio così: “Lasciare il proprio lavoro e salvare la propria anima”. E ancora: “Quello che cerco di dire al deputato Kennedy è questo: se sei cattolico vivi come tale e prova ad accettare gli insegnamenti della chiesa”.
Bishop Tobin scrive ogni settimana una rubrica sul giornale della sua diocesi, il “Rhode Island Catholic”. La rubrica ha un titolo significativo: “Without a Doubt”. E’ qui che è stata resa pubblica, dopo le dichiarazioni di Kennedy su Tobin, una lettera che lo stesso vescovo ha scritto al deputato democratico nella quale gli ha spiegato “cosa significa essere cattolici”. Esattamente così: “What does it mean”. “Caro Congressman – scrive Tobin –, lei ha detto che il fatto che è in disaccordo con la gerarchia della chiesa non lo fa essere meno cattolico”. “E invece io le dico – scrive il presule – che essere cattolico significa fare parte di una fede comune che possiede chiare e definite autorità e dottrine, obblighi e aspettative. Significa seguire la dottrina cattolica soprattutto sulle materie di fede e morale. Significa seguire una comunità locale, andare a messa la domenica e ricevere i sacramenti regolarmente, seguire insomma la chiesa personalmente, pubblicamente, spiritualmente ed economicamente”. E ancora: “La sua posizione sull’aborto è inaccettabile per la chiesa e dà scandalo a tutti i suoi membri. Non solo: diminuisce assolutamente la sua comunione con la chiesa stessa”.
Parole nette e precise. E che hanno provocato reazioni variegate. Anzitutto l’attenzione dei media di tutti gli States. E poi, dichiarazioni pro e contro. Se i funerali concessi dall’arcivescovo di Boston, Seán Patrick O’Malley, a Ted Kennedy hanno portato (è cosa di pochi giorni fa) alla reazione di monsignor Raymond Burke, prefetto del tribunale della Segnatura Apostolica, secondo il quale la comunione non dovrebbe essere offerta ai politici che non si oppongono all’aborto, questa volta la reazione è diametralmente opposta. Contro il vescovo Tobin, infatti, è gran parte del mondo cosiddetto laico a prendere posizione: “Si lamenta che non vengono protetti i bambini mai nati – ha detto Ruth Moore, leader dell’Associazione delle vittime di abusi sessuali a opera di religiosi –. Noi però crediamo che allo stesso modo sia importante proteggere quelli che sono nati e vengono violentati dai preti”.
E con Moore tanti intellettuali che legano queste polemiche a quelle relative al passaggio in Senato della riforma sanitaria di Obama che consente il finanziamento pubblico dell’aborto. Contro questo passaggio i vescovi stanno lanciando diversi segnali. E le polemiche tra Tobin e Kennedy altro non sarebbero che l’ultimo di questi segnali.
Pubblicato sul Foglio giovedì 26 novembre 2009
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Alleluia! Cardinale subito!
intanto grazie a Paolo dell’attenzione che pone ai cattolici americani,secondo me un mondo del tutto da scoprire da parte di noi europei.
poi un immenso desiderio che Tobin davvero venga premiato per questo suo parlare sì-sì,no-no.
ciao a tutti.mas.
Ecco un vescovo coraggioso, uno che non si vergogna di N.S. Gesù Cristo. Un vescovo che sa fare il pastore del suo gregge e mette le cose in chiaro. Basta col buonismo e il quieto vivere, basta con i ‘sono cattolico ma…’: o dentro o fuori. O con Cristo o contro Cristo. O con la Chiesa o contro la Chiesa. Fossero così tutti i Vescovi. Viva T.J.Tobin.
che manicheo questo Tobin…
La fede cattolica non e una casaca che te la metti quando entri in chiesa e te la togli quando vai in Parlamento. Fa bene il Vescovo a parlare chiaramente a tutti anche se uno si chiama Kennedy. Ci vorrebbero Vescovi altre tanto chiari nel parlare in tante altre situazioni anche in Europa.
Ma se il vescovo A nega la comunione a un politico cattolico che ha votato una norma pro choice, se il vescovo B al politico cattolico che ha votato la guerra preventiva, il vescovo C a tutti e due e il vescovo D a nessuno dei due, una persona normale non penserà che A è repubblicano, B è democratico, C per il non expedit e D una persona normale?
Grande bishop Tobin!
per stefano: una persona normale penserà che c’è troppa confusione nella chiesa e che ognuno può fare ciò che gli pare.
Qui gli articoli del Presidente della Camera e di alcuni deputati cattolici del Psoe e la posizione della Conferenza episcopale. Ha votato a favore anche il partito democristiano basco Pnv.
Aborto: ni derecho ni obligación
JOSÉ BONO 26/11/2009 El Pais
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Cuando me enfrento a la regulación legal de la interrupción del embarazo, no puedo hacerlo como si de una ley sobre seguros agrarios se tratara. Al votar una ley sobre el aborto mi conciencia me interpela.
El Congreso apoya el proyecto de la Ley del Aborto con 183 votos a favor
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El nuevo proyecto de ley se dirige a corregir las insuficiencias del anterior
¡Mujer, actúa en conciencia, esta ley no te condena!
Creo que le ocurre algo parecido a muchos ciudadanos cuando reflexionan sobre la vida del no nacido. Y es así porque, se diga lo que se diga, sabemos con certeza que el feto no es un órgano propio de la mujer, sino una realidad distinta de la mujer gestante. El feto es más un “alguien” que un “algo”. No puedo negar sin mentirme que tengo la convicción de que en el seno materno se alberga una vida humana en formación que es digna de protección. Estamos ante un valor constitucional. El alto tribunal establece que el feto “en todo caso, es un bien no sólo constitucionalmente protegido sino que encarna un valor central del ordenamiento constitucional” (STC 53/1985, FJ 9).
Sin embargo, el aborto es también una realidad, y la experiencia nos dice que su prohibición en cualquier circunstancia, además de acarrear graves e indeseadas consecuencias, sólo ha logrado su práctica clandestina. Ante esta realidad, el legislador responsable no debe mirar a otro lado. Como dice el profesor Peces-Barba, “el aborto es siempre un mal porque acaba con un germen de vida y se rompe una línea biológica natural… -pero la ley lo regula- porque ponderando los bienes y los males en juego considera que puede haber otros males mayores”. (La democracia en España, página 193).
El aborto no es un bien ni un derecho. En el núcleo de mis convicciones éticas y religiosas está la defensa de la vida y el amparo al más débil, valores que son patrimonio de la tradición humanista y progresista española. Giner de los Ríos defendía con énfasis los deberes éticos y jurídicos del Estado respecto del feto. (Ver Resumen de Filosofía del Derecho, página 118).
En este tema, como dice Obama, hemos de evitar, especialmente, “la caricatura del otro”, porque el aborto no debe presentarse como un asunto ideológico sino de conciencia, y debe plantearse con serenidad, de manera que nos permita atribuir a quienes discrepan la misma presunción de buena fe que nos concedemos a nosotros mismos.
El debate que hoy se plantea en España no es si se despenaliza o no el aborto. Ese debate tuvo lugar en 1985. La cuestión es que aquella despenalización de 1985 ha dado cobertura, por su ambigüedad, a un excesivo número de abortos: 115.812, sólo en 2008. Más aún, la falta de limitación temporal del tercer supuesto, el de la salud psíquica, bajo el cual se ha producido el 97% de los abortos, ha provocado abusos escandalosos. El Consejo de Estado dice en su dictamen que la actual legislación:”Ha llevado a España a una indeseable situación de aborto libre cuando no arbitrario… ha hecho de España un paraíso del turismo abortista” (página 17). ¿Es esta normativa la que hay que preservar? Evidentemente, no.
El nuevo proyecto de ley supone un modelo de regulación, el de plazos, y una concepción preventiva que precisamente se dirige a corregir las insuficiencias del anterior. Debe servir para reducir el número de embarazos no deseados que conducen al aborto y también para garantizar mejor la protección del nasciturus y mejorar las garantías jurídicas para las mujeres que deciden interrumpir su embarazo. En este sentido, puede hablarse con verdad de que apoyaremos una ley que bien podría denominarse Ley para la Reducción de Abortos en España.
A este respecto es preciso recordar que la Iglesia católica acepta que “un parlamentario… pueda lícitamente ofrecer su apoyo a propuestas encaminadas a limitar los daños de esa ley (aborto) y disminuir así los efectos negativos…” (Encíclica Evangelium Vitae, n. 73). Resultan contradictorias con esta disposición papal, además de socialmente chocantes, las posiciones condenatorias y de agresividad actual de aquellos religiosos españoles que, durante los ocho años que gobernó el PP, aceptaron mansamente la aplicación de la ley de aborto aprobada en 1985.
El proyecto de ley es, sin duda, mejorable. En su actual redacción queda claro que no hay un derecho fundamental al aborto. En ningún sitio del proyecto podrá encontrarse tal formulación. No es un derecho porque como dice Peces-Barba “los derechos se basan y buscan bienes, nunca males” y, además, porque la vida prenatal es un bien jurídico constitucionalmente protegido. Según el proyecto de ley, hasta las 14 semanas prevalece la decisión de la mujer, pero a partir de esa fecha, como en la mayoría de los países europeos, se impone la protección del nasciturus, salvo la doble indicación: el grave riesgo para la salud de la embarazada o las graves anomalías fetales.
Los diputados vamos a debatir el proyecto y puede salir mejorado. Confío en que el resultado sea conforme al patrimonio moral compartido por la mayoría de los españoles, de manera que la nueva ley no se vea como una propuesta partidista. En este sentido, hay al menos tres cuestiones que ocuparán la atención parlamentaria: la primera, la información a los padres de la menor con más de 16 años; la segunda, el reconocimiento de la objeción de conciencia para los profesionales; la tercera, las acciones dirigidas a la reducción de los embarazos no deseados, en cuyo marco destaca la educación sexual.
El conflicto moral es propio de la acción política en democracia. La política no puede limitarse a la proclamación verbal de los principios. Por el contrario, debe atender a la realidad concreta en la que los principios han de aplicarse, evaluando las consecuencias de tal aplicación (principio ético de responsabilidad por las consecuencias). La disminución del número de abortos que la nueva ley comportará al modificar la actual regulación del supuesto del conflicto psíquico que carece de limitación temporal y que ha dado cobertura legal a abortos en estadios de gestación muy avanzados, invita a defenderla, aunque sólo sea por “la teoría del mal menor”. En este aspecto, la nueva ley supondrá un notable progreso que es decente reconocer y valorar por todos. Yo, desde luego, lo valoro y reconozco.
Hay sectores de la Iglesia católica que exigen al Estado que actúe con mano justiciera, aplicando penas y castigos, mientras se reservan para ellos la mano acogedora del perdón o de la penitencia purificadora. Como político que quiere inspirar su vida en el Evangelio de Jesús, aspiro a que también la nueva ley incluya una dimensión de comprensión y de misericordia. ¡Mujer actúa en conciencia, esta ley no te condena!
José Bono es presidente del Congreso de los Diputados.
ANÁLISIS: ANÁLISIS
En democracia no hay herejes
JOSÉ ANTONIO PÉREZ TAPIAS 27/11/2009
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En medio de las polémicas en torno a la reforma de la legislación sobre el aborto vemos cómo a algunos no les caben democracia y religión, a la vez, en la cabeza. El fanatismo moral -como decía Gramsci- que se deriva de su dogmatismo intolerante lo pretenden llevar al ámbito del derecho, ignorando reglas elementales de la democracia. Caminos fundamentalistas van por ahí cuando contra la llamada ley del aborto se manifiestan voces eclesiásticas que condenan sin escuchar nada.
El PP dice que la ley del aborto priva a la mujer “del derecho a ser madre”
Martínez Camino: “Los que votan la reforma de la ley del aborto están en pecado”
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Establecer plazos para el aborto implica respetar la vida como valor. ¿Dónde está el cisma?
Las condenas episcopales sólo incumben a los miembros de la Iglesia católica, máxime si se habla de excomunión o se vierten anacrónicas acusaciones de herejía. Sin embargo, el tono conminatorio empleado en medios de comunicación social, al tratar como herejes a los diputados católicos que voten a favor de la ley, proyecta esas admoniciones fuera del círculo de una confesión religiosa. Tan excesivas declaraciones pretenden incidir en la opinión pública para incrementar la ilegítima presión sobre un parlamento democrático. Hay que recordar que en una sociedad pluralista ninguna confesión puede imponer su moral y que en democracia no cabe monopolio de la verdad. Quien opina en el ámbito público ha de someterse al debate propio de una sociedad abierta, tratando de hacer valer sus razones sin negación apriorística de las de los demás, que pueden ser distintas aun perteneciendo a la misma comunidad religiosa.
No es “anti-vida” una ley de plazos para regular el hecho social de los abortos que se producen en España -más de 100.000 al año, como ya ocurría cuando gobernó el PP, que nada hizo por cambiar la legislación vigente-. Establecer plazos para la interrupción voluntaria del embarazo, además de una mayor seguridad jurídica, implica una actitud de respeto a la vida como valor. De igual manera, al fijar condiciones y límites, atiende al mandato constitucional de protección de la vida del no nacido como bien jurídico. Una ley como ésta, que reforma la legislación que despenali-zó el aborto hace 25 años, tampoco induce a la interrupción voluntaria del embarazo. Se trata de un cauce jurídico para que muchas mujeres, sin que caiga sobre ellas el Código Penal, resuelvan desde su conciencia situaciones dramáticas de conflicto de valores.
¿Tan imposible se hace comprender que para defender la vida no hace falta calificar como asesinato todo aborto? ¿Dónde está la herejía al suscribir una aquilatada legislación que pueden apoyar incluso quienes no asuman la decisión de abortar, dado que hay motivos sociales, razones éticas y justificación jurídica a su favor? No vivimos en el mejor de los mundos posibles; nuestro mundo obliga a recordar que el trigo y la cizaña crecen juntos y que, como indicaba la parábola evangélica, no hay que precipitarse con farisaicas condenas desde una supuesta pureza moral. Quienes nos movemos entre los grises de nuestra realidad, compaginando militancia política y pertenencia a la comunidad eclesial, lamentamos las cerradas posiciones de quienes derriban puentes por donde transitar hacia una mejor convivencia en una sociedad pluralista y democrática.
La descalificación como herético de un comportamiento cabalmente democrático sólo puede estar en la cerrada mente de clérigos antidemócratas. Quizá haya que decir a quienes consideran herejes a cristianos que actúan en conciencia conforme a los procedimientos de la democracia aquello que el filósofo Ernst Bloch formulaba con ironía: “Lo mejor de la religión es que produce herejes”. Está claro que forma parte de lo peor de la religión que produzca inquisidores, siempre dispuestos a arrojar la primera piedra. Hace dos mil años que estamos convocados a no apedrearnos y por ahí hay que empezar para aproximarnos a la situación ideal en la que ninguna mujer se vea en el trance de verse abocada a la dolorosa decisión de abortar.
Con todo, la cuestión relevante no es la consideración como “pecado mortal público” del voto favorable de legisladores cristianos a la norma que regula el aborto, sino que el problema de fondo es la no aceptación de la aconfesionalidad del Estado. Quienes dejan traslucir su pesar por no imponer su moral a través de la ley no sólo están lejos de la laicidad del Estado que la democracia exige, sino que ni siquiera valoran que ésta garantice su libertad de expresión. Por fortuna, en democracia, desde el común respeto a la ley, nadie es declarado hereje, lo cual es un logro civilizatorio que la Iglesia católica debería valorar en su justa medida.
Firman también este artículo Esperança Esteve Ortega, Ana Chacón Carretero y Óscar Seco Revilla, diputadas y diputados del Grupo Parlamentario Socialista en el Congreso.
El Mundo
Los políticos ‘no podrán comulgar si no se arrepienten’ de apoyar el aborto
Un domingo cualquiera, cuando José Bono vaya a misa a Toledo o Miguel Ángel Moratinos a su parroquia de Madrid, sus respectivos párrocos deberán negarles la comunión, si se acercan al altar. Y como a ellos, a todos los demás políticos que “hayan aprobado o dado su voto al proyecto de ley del aborto”.
La nota del episcopado no deja lugar a dudas ni a interpretaciones: “No podrán ser admitidos a la Sagrada Comunión”. Es decir, no quedan excomulgados de la Iglesia, pero no podrán comulgar en misa, hasta que “se confiesen y reconozcan públicamente” que se han equivocado.
El portavoz del episcopado, Martínez Camino, no explicó en la rueda de prensa posterior a la Plenaria episcopal si la medida tiene carácter retroactivo y se va a aplicar a los políticos que votaron a favor de las anteriores leyes del aborto o sólo a los que apoyen el nuevo proyecto.
Los obispos aducen para tomar tan drástica decisión en una carta de mes de junio de 2004 del entonces Prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe, Joseph Ratzinger, al presidente de la conferencia episcopal estadounidense, Theodore McCarrick. Apoyándose en ella, los obispos españoles recuerdan que “este proyecto de ley constituye un serio retroceso respecto de la actual legislación despenalizadora, ya de por sí injusta”.
Por lo tanto, “nadie que atienda a los imperativos de la recta razón puede aprobar ni dar su voto a este proyecto de ley”. Y los políticos que lo hagan, “se ponen a sí mismos públicamente en una situación objetiva de pecado y, mientras dure esta situación, no podrán ser admitidos a la Sagrada Comunión”.
Católicos por el ‘sí’
La Iglesia, ha añadido el portavoz del episcopado, monseñor Martínez Camino, “no juzga la culpabilidad subjetiva” de cada individuo, sino que sólo contempla su oposición “a una doctrina moral de la Iglesia”.
Además de las consecuencias prácticas, los obispos insisten en su declaración del 17 de junio, en la que advertían que, de aprobarse, el nuevo proyecto de ley, se “convertiría el atentar contra la vida de los que van a nacer en un derecho”.
Y para que nadie les acuse de decir no a todo, los prelados aseguran que “los católicos estamos por el ‘sí’ a la vida de los seres humanos inocentes e indefensos que tienen derecho a nacer; por el ‘sí’ a una adecuada educación afectivo-sexual que capacite para el amor verdadero; por el ‘sí’ a la mujer gestante, que ha de ser eficazmente apoyada en su derecho a la maternidad; por el ‘sí’ a leyes justas que favorezcan el bien común y no confundan la injusticia con el derecho”.
[...] (Palazzo Apostolico/ GN) [...]
non è bene usare il Corpo di Nostro Sigbore per beghe politihe. Tutti dobbiamo dire Signore non son degno di partecipare alla tua mensa, ma di una sola parola e l’ anima mia sarà salvata. I pubblicani e le prostitute vi precederano nel regno dei cieli. State attenti fustigatori di costumi e di comportamenti altrui : toglietevi la trave dai vostro occhi compreso il vescobo Tobin.
E’ vero, mi riferisco a ceccanti, a volte, forse troppo spesso, a parità di peccato, o situazioni, ci sono diverse posizioni da parte dei membri dell’autorità ecclesiastica.
Rispondere a chi ti pone tali questioni è arduo.
Si cita il nostro catechismo è basta, e poi sei un estremista.
Però, bene a fatto il Vescovo Tobin a mettere in chiaro la questione.
Io mi sono sentito appartenere un pò di più alla Madre Chiesa.
Scusa se è poco.
In questi tempi di confusione e di orgogliosa autodeterminazione, mi sembra che il problema sia quello di non essere più capaci di distinguere ciò che è male, ingiusto, innaturale, insomma, il peccato, dal bene. Per me ha fatto bene Tobin a parlare chiaro. Poi è evidente che un conto è il peccatore – lo siamo tutti! – che deve essere amato ed aiutato a “guarire”, un altro è la chiarezza nel definire la “malattia”, il peccato. Come mai tutti siamo d’accordo per quanto riguarda l’importanza prevenzione dei mali fisici, per una più pronta guarigione, ma non lo siammo altrettanto nel riconoscere e prevenire i mali morali?
Claudio
In questi tempi di confusione e di orgogliosa autodeterminazione, mi sembra che il problema sia quello di non essere più capaci di distinguere ciò che è male, ingiusto, innaturale, insomma, il peccato, dal bene. Per me ha fatto bene Tobin a parlare chiaro. Poi è evidente che un conto è il peccatore – lo siamo tutti! – che deve essere amato ed aiutato a “guarire”, un altro è la chiarezza nel definire la “malattia”, il peccato. Come mai tutti siamo d’accordo per quanto riguarda l’importanza della prevenzione nei mali fisici, per una più pronta guarigione, ma non lo siammo altrettanto nel riconoscere e prevenire i mali morali?
Claudio
Sbaglio, o non soltanto una diocesi statunitense ha avuto problemi finanziari notevoli, a causa di comportamenti sessualmente disgustosi di tanti preti?
Non sarebbe meglio che invece di far pulizia in casa Kennedy, i vescovi pensassero alla razzumaglia che hanno in casa propria?
C’era una volta un peccatore che confessava al suo padre spirituale sempre lo stesso peccato. D’altro canto, il suo confessore lo ammonì dicendo che la prossima volta che avrebbe ascoltato la confessione con lo stesso peccato, non gli avrebbe dato l’assoluzione….Intervenne in quell’istante nel confessionile una voce che disse soavemente:”…non dire queste cose, perchè io ho versato sangue sulla croce e non tu….”.
Credo che portare avanti una linea dottrinale che si distingue da altre sìa una cosa; negare una assoluzione o la comunione sìa tutt’altro. E comunque solo Dio legge nei cuori, e non c’è cosa che non si risolva se non con la preghiera: a meno chè anche in quest’ultima vuol che sìa a trionfare la propria volontà.
Si dice, anche da qualche prete che il mondo è sempre stato cosi e mai cambierà. Non sarà un alibi per l’immobilismo? Lo penso e lo credo.
Francesca
DIO BENEDICA QUESTO VERO VESCOVO CATTOLICO,CHE SIA FATTO CARDINALE SUBITO E PRESIDENTE DEI VESCOVI AMERICANI.
E CHE I VESCOVI ITALIANI COMINCINO AD IMPARARE COME SI Fà,SENZA SE E MA E TANTI POLITICALLY CORRECT
ALLELUJA
“Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1″
dall’omelia del cardinale ratzinger alla messa “pro eligendo pontifice” 2 giorni prima di diventare Benedetto XVI dedico questo strepitoso inno alla fede cattolica all’amico che ha scritto il post formandosi Marco.
la prima e più grande carità è anzitutto dire la verità.
che dire? La chiesa DEVE perdonare infinite volte chi sbaglia, ma se è almeno un po’ pentito dei suoi peccati. Ora l’aborto è stato da molti e molte volte definito crimine. Se un non è neanche possibilista al riguardo, ma con decisione e sicurezza si pone dalla parte del giusto ergendosi sopra teologi, vescovi, ecc., anche contro le idee di altre confessioni cristiane, e anche di altre religioni, ebbene…
non è bene che la chiesa subisca e incassi la provocazione, così, davanti a tutti i fedeli. ricordiamoci S.Ambrogio e Teodosio, e anche Enrico a Canossa.
A volte anche la chiesa deve alzare la voce
Con il suo voto e le sue opinioni il senatore Kennedy lascia libero chi vuol abortire di abortire, e di rifiutare la proposta di Dio, ma non obbliga nessuno ad abortire…
Non mi sembra molto distante dal fatto che Dio ci lascia liberi di peccare e di rifiutare la sua salvezza….
Non vuol essere una enormità teologica.. non ne sarei capace, ma dico: io faccio una legge che ti lascia libero di fare il bene e il male.. ma poi ti dico che non sono d’accordo. Non sono ipocrita. Ti lascio crescere nella tua libertà.
Del resto non è che perchè è vietato uccidere, e ci sono le pene, che l’omicidio non avviene.. o mi sbaglio?
Per Pardo (che ha scritto: Non sarebbe meglio che invece di far pulizia in casa Kennedy, i vescovi pensassero alla razzumaglia che hanno in casa propria?):
E’ ciò che ha fatto appunto il vescovo Tobin: pulizia nella Chiesa, impedendo agli impenitenti di ricevere il Corpo Sacro di Nostro Signore. Dovrebbero farlo, però, anche tutti gli altri vescovi, come tu giustamente proponi, i quali sono “razzumaglia” finché non lo fanno…
[...] A novembre il vescovo di Providence Thomas J. Tobin ha ordinato a Patrick Kennedy, figlio di Ted, di prendere la Comunione per via delle sue posizione pro-aborto. Strilli, polverone, notizie sui giornali. Qui trovate gli articoli di Repubblica, qui del Corriere (forse il più interessante) e qui de Il Giornale: questo giusto per avere le coordinate base di quello che è successo se non ricordate esattamente. Per quanto mi riguarda l’unico articolo che valga la pena leggere è quello che Paolo Rodari ha scritto per Il Foglio, e che potete trovare qui sul suo blog. [...]