Adesso Barack Obama dovrà decidere se far causa al Vaticano
nov 19, 2009 IL FOGLIO
La novità – di ieri – è che la Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso di richiedere ulteriori informazioni al Solicitor general (avvocato generale) dell’Amministrazione del paese in merito al caso Holy See vs. John V. Doe. “Il solicitor general – recita un breve comunicato della Corte suprema – è invitato a presentare l’opinione del governo degli Stati Uniti in questo caso”. Un’opinione, in questa circostanza, davvero difficile da dare. Per vari motivi. Anzitutto perché parte in causa non è un’istituzione qualunque. Bensì quell’Holy See (ovvero la Santa Sede) contro cui qualche mese fa, per decisione della Corte d’appello del nono circuito degli Stati Uniti – la sezione che ha sede a Portland e alla quale fanno capo gli stati dell’ovest, dall’Alaska all’Arizona – un cittadino dell’Oregon, appunto il signor John V. Doe, aveva intentato causa civile per abusi sessuali subiti negli anni Sessanta da parte di un prete cattolico.
L’iter giudiziale ebbe inizio la scorsa primavera. Tre giudici della Nona Corte recepirono la tesi dei legali della vittima secondo cui al tempo delle sevizie, avvenute in una scuola cattolica, l’uomo lavorava come religioso ed era un dipendente del Vaticano. La sentenza segnò una svolta notevole per le vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero cattolico degli Stati Uniti. Perché per la prima volta venne riconosciuta la responsabilità civile non di un singolo sacerdote o religioso, e nemmeno di una diocesi, bensì direttamente della gerarchia vaticana. Un riconoscimento che, a meno di pronunciamenti diversi della Corte suprema, apre la strada a richieste d’indennizzo (le cifre sono sempre notevoli) da presentare non più nelle singole diocesi bensì direttamente in Vaticano. Una novità che lo stesso avvocato di Doe, Jeff Anderson, sottolineò con queste parole: “Fin qui la chiesa cattolica ha scelto di proteggere i preti e non i bambini. La notizia per la comunità dei fedeli è che ora la Santa Sede non è più immune alle cause di risarcimento”.
Come spessissimo avviene in vicende simili, colui che dovrebbe essere il vero imputato non può difendersi. Lui, infatti, il sacerdote dell’ordine servita Andrew Ronan è morto nel 1992. Fu all’inizio degli anni Sessanta che Ronan venne spostato a Chicago dopo l’ammissione di aver molestato un minore in Irlanda, dove guidava una parrocchia. Il prelato lavorò alla St. Phillip High School nella città dell’Illinois fino al 1965, ma anche lì fu protagonista di almeno tre atti di pedofilia. Quindi venne di nuovo spostato alla St. Albert Church di Portland, nell’Oregon, dove conobbe il quindicenne Doe. Gli abusi sessuali, a detta di Doe, si verificarono più volte.
Difficile dire quale strada il Solicitor general deciderà di perseguire: andare verso il riconoscimento della responsabilità del Vaticano (Ronan era un dipendente della Santa Sede) oppure no? Di per sé potrebbe avallare la linea difensiva scelta dagli avvocati della Santa Sede che hanno chiesto di applicare al Vaticano il Foreign Sovereign Immunitiy Act che protegge i governi stranieri dalla giurisdizione americana. Ma già a Portland in prima istanza, e poi in appello, i giudici avevano argomentato che la Santa Sede ha un controllo sui preti in fatto di trasferimento sufficiente a considerarla responsabile delle azioni di questo prete.
Senz’altro la decisione dell’avvocato dell’esecutivo non è facile. Molto dipenderà anche dal parere della stessa Amministrazione Usa in merito, ovvero da quanto Obama ritenga opportuno procedere contro il Vaticano e provocare in questo modo un caso che promette di assumere contorni sensazionalisti. Anche perché il punto non è semplicemente se il religioso in questione abbia davvero agito in quel modo da dipendente della Santa Sede. Ma, di più, è se sotto l’Amministrazione Obama la vicenda preti pedofili da scandalo le cui conseguenze sono pagate dalle singole diocesi diviene uno scandalo per il quale a farne le spese (in tutti i sensi) è direttamente la Santa Sede, il Vaticano e, dunque, in ultima analisi il Papa.
Pubblicato sul Foglio giovedì 19 novembre 2009




















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novembre 19th, 2009 at 3:06 pm
Queste storie di pedofilia, oltrechè alle vittime e alle loro famiglie, procureranno danni alla Chiesa per altri cento anni almeno.
novembre 19th, 2009 at 4:14 pm
Il sottoscritto ha fatto il liceo in una delle più note scuole cattoliche di Milano. Lì un religioso chiaramente ed irresistibilmente pedofilo ha insegnato per anni alle elementari: dopo infiniti “toccamenti” e provocazioni sessuali ai bambini è stato finalmente tolto dall’insegnamento, ma solo per essere incaricato di istruire i chierichetti alle Messe della scuola!
Ciò succedeva negli anni 70, ma la leggerezza con cui la vicenda era stata prima ignorata e poi malamente gestita dai superiori mi spiega anche l’accanimento con cui certe vittime perseguano poi le loro vendette per anni e anni.
Spero che il Vaticano non venga coinvolto, ma anche che tutti questi casi vengano veramente affrontati non appena emergono all’interno delle comunità religiose (ovviamente molto prima di quando arrivano sui giornali).
novembre 19th, 2009 at 7:46 pm
Nel mio Paesino della Bassa Romagnola, nei primi anni ‘50 venne un prete un po’ …come dire…”stoccazzone”.
I genitori se ne accorsero. Ne parlarono con il parroco, il quale si accertò, si sincerò , e poi li ringraziò.
Il prete stoccazzone venne allontanato nel giro di poco. Nessuno lo rivide mai più. I provvedimenti furono immediati, seri e nessuno potè avere nulla da ridire.
Senza gogne, senza clamori, semplicemente seri.
Mi domando perchè negli anni 50 i “manager” della Chiesa erano così capaci mentre oggi, chi ricopre i medesimi incarichi è titubante, tentenna e non sa che pesci prendere.
Il problema mi sono convinto che parta dai seminari e dalla cura che questi mettono nel preparare i sacerdoti e nell’attenzione a discernere le vocazioni.