La campagna d’autunno del Vaticano in Cina inizia con due mosse

Due anni e mezzo dopo la storica lettera del Papa ai cattolici cinesi e circa cinque mesi dopo il compendio alla lettera approvato sempre da Benedetto XVI nel maggio scorso, è tempo di nuovi messaggi (e spedizioni) indirizzati dal Vaticano in terra cinese. L’altro ieri, infatti, è stato il cardinale segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone a prendere carta e penna per scrivere altre e diverse parole dirette ai fedeli residenti oltre la Grande Muraglia. Bertone ha chiesto ai cattolici (sotterranei e non) di vivere con rinnovato impegno la propria vocazione, accettando il dialogo e il confronto con tutti, ma innanzitutto tra di loro.
Perché questa lettera? Perché un’ulteriore messaggio spedito ufficialmente da un’autorità del Vaticano ai cattolici di Cina? Per rispondere occorre tornare alla lettera del Papa del 2007. Benedetto XVI aveva aperto le porte alla chiesa patriottica cinese ma, insieme, aveva mostrato di non condividerne finalità e modalità d’azione. Cioè: aveva accettato di riconoscere i vescovi ordinati dal regime auspicando però che cessassero le persecuzioni contro la chiesa clandestina. Insomma, aveva offerto una chance al regime chiedendo in cambio maggiore libertà religiosa all’interno del paese. La sua fu una sintesi tra le due linee che il Vaticano aveva fino ad allora percorso con Pechino: quella più dura e meno accondiscendente portata avanti dalla congregazione di Propaganda Fide, e quella più dialogante e diplomatica messa in campo della segreteria di stato vaticana. E questa sintesi è la medesima che Bertone intende percorrere oggi.
A due anni di distanza la situazione nel paese non è nella sostanza cambiata. Ancora continuano le persecuzioni. Semplici fedeli vengono torturati e vescovi clandestini imprigionati. E, tra i cattolici sotterranei, c’è chi ritiene che ogni sforzo sia vano. Che sia giunto il tempo, insomma, di abbandonare il dialogo e il compromesso con tutti, a cominciare dal regime e dalla chiesa patriottica. Forse, soltanto in questo modo, le persecuzioni e violenze finiranno.
Così Bertone prende carta e penna e cerca di confortare i fedeli. Li esorta a non cedere e, insieme, a cercare di dialogare anche con chi sembra non capirli e anzi osteggiarli. La lettera è significativamente indirizzata sia ai cattolici sotterranei che a quelli della chiesa ufficiale, a dimostrazione che le parole del Papa valgono ancora oggi. E a dimostrazione che il dialogo e il confronto deve essere cercato da ambedue le parti.
Ma la lettera del porporato non è l’unico messaggio inviato dal Vaticano in estremo oriente, ai cattolici lì residenti. C’è un secondo messaggio di grande portata. Un messaggio che vuole sì parlare al regime ma anche e soprattutto ai fedeli. E’ la grande mostra che il Vaticano – nel braccio Carlo Magno di piazza San Pietro – proprio in questi giorni dedica a padre Matteo Ricci nel quarto centenario della morte. E’ un esempio quello che il Vaticano offre alla Cina e ai suoi fedeli. L’esempio del “grande missionario della Cina” – come l’ha definito sempre Bertone –, grande perché seppe convertire senza offendere le usanze e le tradizioni del paese. Grande per la capacità d’inculturazione unica e rispettosa verso tutti che seppe adottare. Tanto che a lui, primo straniero nella storia della Cina, l’imperatore concesse un terreno per la sepoltura. Certo, i tempi della corte dei Ming non erano i tempi d’oggi. Ma quanto fece Ricci grazie alla forza della fede è possibile ancora. Di qui la lettera di Bertone. Di qui la mostra in Vaticano.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 18 novembre 2009

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