Orgoglio e pregiudizio in Vaticano (e nel libro pubblicato da Piemme)

Chi sia il cardinale anonimo che con fare saccente (a tratti competente) ha redatto, aiutato da un vaticanista anonimo, questo “Confession d’un cardinal” – così è il titolo originale del libro uscito nel 2007 in Francia e oggi pubblicato in Italia – è difficile dirlo.

E, in fondo, conta poco. Perché ciò che interessa è la tesi del libro, volta a dimostrare sottilmente, un po’ ammettendolo e un po’ no, a tratti rivelandolo altre volte camuffandolo, che oggi la chiesa necessiterebbe d’un nuovo vento. E, dunque, d’un Papa che non abbia paura della scienza, della democrazia, della modernità, un Pontefice che non si arrocchi su posizioni arcaiche.

Come se Benedetto XVI fosse tutto questo: in sintesi, il Papa dell’anti modernità. Cioè: la tesi è che ci vorrebbe un Papa aperto alla modernità. Ma per arrivare a sostenerla, questa tesi, si dà per assodato che Ratzinger abbia un profilo anti moderno (una cosa tutta da dimostrare e che, comunque, questo libro non dimostra).

Abbandonando per un momento la tesi del libro, staccandosi dal fuoco progressista di questo signor cardinale che dice d’essere stato escluso dall’ultimo Conclave “per soli sette mesi” – dunque festeggiò gli 80 anni attorno al mese di settembre del 2004 – che dice d’essere stato a capo d’una congregazione e di conoscere l’arte diplomatica come pochi in curia romana, staccandosi dicevamo per un momento dall’idea messa in pagina (e cioè che molto, se non tutto, oltre il Tevere sia orgoglio e pregiudizio) c’è qualcosa d’interessante che si può cavare fuori. E riguarda, più di altre cose, la descrizione dell’ultimo Conclave.

Di questo molto già si sa. Nel senso che molto già è stato detto: nella prima votazione Ratzinger ottenne quarantacinque-quarantasette voti. Dietro di lui arrivarono Carlo Maria Martini e Jorge Bergoglio con una decina di voti ciascuno. Sempre il primo giorno, nella seconda votazione, le cose vennero sostanzialmente confermate. Il secondo giorno il futuro Papa otteneva sessantacinque voti. Martini non era più in corsa. In compenso il cardinale Bergoglio arrivava a trentacinque voti. Alla terza votazione Ratzinger mancò l’elezione di soli cinque voti. Ottenne settantadue voti mentre Bergoglio arrivò a quaranta. Qui si sarebbe potuto verificare uno stallo, come avvenne tra Siri e Benelli nel conclave che elesse Wojtyla. E, invece, un po’ a sorpresa, molti di coloro che avevano dato il voto a Bergoglio lo diedero a Ratzinger che divenne così Benedetto XVI.

Ciò che ancora oggi si sa meno è se lui, Ratzinger, abbia previsto la propria elezione. Secondo l’anonimo cardinale no. Egli si riteneva piuttosto una sorta di King-maker, uno che “crea il re”, che lancia la corsa per poi all’ultimo lasciare il posto a un altro. Così si spiegherebbero alcuni fatti avvenuti prima del Conclave.

In particolare, l’omelia fatta dal Pontefice nella Via crucis del 2005, quando Wojtyla stava male e tutti pensavano in qualche modo alla successione. Ratzinger fece sussultare tutti dicendo apertamente che la barca della chiesa sembrava stesse affondando, che il volto e la veste della chiesa sono così sporchi che sgomentano… Perché lo fece? Perché non si considerava candidato al papato ma assumeva, con le sue parole, una posizione da testimone, da elemento cardine di un preciso orientamento all’interno del Sacro Collegio, “per organizzare un peso congruo, nell’elezione, a beneficio di un altro”. Per chi? A chi stava pensando? “Nella sua uscita – dice l’anonimo cardinale – ho visto la conferma dello scenario che non solo io ma anche molti altri prevedevano, vale a dire proprio lo schema del 1978”.

Pubblicato sul Foglio sabato 14 novembre 2009


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