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	<title>Commenti a: Lucio Dalla e il crocifisso</title>
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	<description>Diario Vaticano di Paolo Rodari - Vatican Blog</description>
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		<title>Di: stefano ceccanti</title>
		<link>http://www.paolorodari.com/2009/11/07/lucio-dalla-e-il-crocifisso/comment-page-1/#comment-5310</link>
		<dc:creator>stefano ceccanti</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 20:35:55 +0000</pubDate>
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		<description>Augusto Barbera su &quot;Avvenire&quot; di oggi- cronaca di Bologna

La decisione della Corte europea dei diritti del 3 novembre scorso è sorprendente. Essa fa propria una lettura della laicità che appartiene ad altri ordinamenti, in particolare alla Francia e alla Turchia. Non a caso diverse sono le Sentenze in cui la Corte di Strasburgo ha dovuto difendere decisioni di quei Paesi contrarie all’uso, negli spazi pubblici, di simboli religiosi, in particolare il velo islamico. Adottando tale lettura la Corte è venuta meno ai “margini di apprezzamento statale” nell’applicazione della Convenzione europea; vale a dire è venuta meno a quell’orientamento giurisprudenziale che di norma segue al fine di rispettare le tradizioni costituzionali nazionali. 
Norme analoghe a quelle francesi o turche (o svizzere o tedesche per i docenti) sul divieto di portare in classe segni religiosi “ostensibles” - come appunto il velo o altri distintivi religiosi - non avrebbero trovato in Italia un opinione pubblica favorevole. Non è estranea alla tradizione giuridica italiana una limitazione della libertà di vestirsi liberamente da parte di scolari (all’inizio del Novecento i maestri socialisti caldeggiavano l’uso del grembiule proprio per non evidenziare le differenze di ceto sociale fra gli alunni) ma sarebbe stato contrario alla tradizione italiana vietare l’uso di simboli religiosi da parte di docenti o studenti. E comunque, in base ai nostri principi costituzionali (articolo 19 della Costituzione) , il diritto di libertà religiosa implica la libertà di farne testimonianza in tutti gli ambienti , anche indossando il velo islamico od ostentando altri segni della propria fede. Basterebbe questo, in breve, per sottolineare il diverso concetto di laicità presente in Italia rispetto agli altri Paesi prima ricordati. 
Il tema dell’esposizione del Crocefisso nelle scuole deve dunque essere ricondotto ai principi della nostra Costituzione . Negli anni scorsi era un problema sollevato quasi esclusivamente da non credenti (o da credenti gelosi del valore esclusivamente religioso del crocefisso) oggi può essere reso più acuto dalla contestazione verso i simboli cristiani da parte di gruppi portatori di altre fedi religiose.
La presenza del Crocefisso viola il principio di laicità in quanto espressione di un retaggio confessionista oppure appartiene al “patrimonio storico” del nostro Paese ed è un simbolo di identità nazionale? La sua presenza offende chi cattolico non è oppure la sua rimozione offenderebbe quanti, anche non credenti, si riconoscono per i motivi più diversi in quel simbolo? Sono domande di indubbia rilevanza politica e civile alle quali devono rispondere il nostro legislatore e la nostra Corte costituzionale.
E’ un tema quindi troppo importante sia per chi è contrario e sia per chi è invece favorevole all’esposizione del Crocefisso, che non può essere lasciato né a fragili circolari o regi decreti né affidato ai soli giudici di Strasburgo. Ben venga quindi un progetto di legge che consenta al Parlamento italiano - sia alla maggioranza che alle opposizioni - di esprimersi solennemente, magari distinguendo fra le aule scolastiche e gli altri edifici pubblici e valorizzando nelle attività scolastiche anche altre culture religiose minoritarie.


Postilla dell&#039;autore

Nello scrivere l’articolo, avendo uno spazio limitato, non ho potuto dire di più.
Avrei detto , per esempio, che fra le “tradizioni costituzionali” che i Giudici avrebbero dovuto tenere presente c’è il Concordato, richiamato dalla Costituzione, che , nella versione di Villa Madama, riafferma il “valore della cultura religiosa” e dei principi del cattolicesimo, pur lasciando liberi gli alunni di optare o meno per l’insegnamento religioso. 
Avrei detto , inoltre , che la giurisprudenza della Corte costituzionale italiana è riportata dai Giudici di Strasburgo in modo sommario ed inesatto. Questo lo ha detto anche Casavola (e prima ancora Stefano Ceccanti) ma in realtà (come avevo fatto rilevare nel mio saggio sulla laicità) la giurisprudenza della Corte italiana non era tuttavia immune da contraddizioni e “fughe in avanti” . 
Ritengo degno di segnalazione che nello stesso inserto dell’Avvenire Paolo Pombeni si lancia in una filippica non solo contro i Giudici di Strasburgo ma contro i giuristi in genere , “imbecilli”(sic!) che, con una cultura da “azzeccagarbugli” , erodono i valori profondi del diritto!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Augusto Barbera su &#8220;Avvenire&#8221; di oggi- cronaca di Bologna</p>
<p>La decisione della Corte europea dei diritti del 3 novembre scorso è sorprendente. Essa fa propria una lettura della laicità che appartiene ad altri ordinamenti, in particolare alla Francia e alla Turchia. Non a caso diverse sono le Sentenze in cui la Corte di Strasburgo ha dovuto difendere decisioni di quei Paesi contrarie all’uso, negli spazi pubblici, di simboli religiosi, in particolare il velo islamico. Adottando tale lettura la Corte è venuta meno ai “margini di apprezzamento statale” nell’applicazione della Convenzione europea; vale a dire è venuta meno a quell’orientamento giurisprudenziale che di norma segue al fine di rispettare le tradizioni costituzionali nazionali.<br />
Norme analoghe a quelle francesi o turche (o svizzere o tedesche per i docenti) sul divieto di portare in classe segni religiosi “ostensibles” &#8211; come appunto il velo o altri distintivi religiosi &#8211; non avrebbero trovato in Italia un opinione pubblica favorevole. Non è estranea alla tradizione giuridica italiana una limitazione della libertà di vestirsi liberamente da parte di scolari (all’inizio del Novecento i maestri socialisti caldeggiavano l’uso del grembiule proprio per non evidenziare le differenze di ceto sociale fra gli alunni) ma sarebbe stato contrario alla tradizione italiana vietare l’uso di simboli religiosi da parte di docenti o studenti. E comunque, in base ai nostri principi costituzionali (articolo 19 della Costituzione) , il diritto di libertà religiosa implica la libertà di farne testimonianza in tutti gli ambienti , anche indossando il velo islamico od ostentando altri segni della propria fede. Basterebbe questo, in breve, per sottolineare il diverso concetto di laicità presente in Italia rispetto agli altri Paesi prima ricordati.<br />
Il tema dell’esposizione del Crocefisso nelle scuole deve dunque essere ricondotto ai principi della nostra Costituzione . Negli anni scorsi era un problema sollevato quasi esclusivamente da non credenti (o da credenti gelosi del valore esclusivamente religioso del crocefisso) oggi può essere reso più acuto dalla contestazione verso i simboli cristiani da parte di gruppi portatori di altre fedi religiose.<br />
La presenza del Crocefisso viola il principio di laicità in quanto espressione di un retaggio confessionista oppure appartiene al “patrimonio storico” del nostro Paese ed è un simbolo di identità nazionale? La sua presenza offende chi cattolico non è oppure la sua rimozione offenderebbe quanti, anche non credenti, si riconoscono per i motivi più diversi in quel simbolo? Sono domande di indubbia rilevanza politica e civile alle quali devono rispondere il nostro legislatore e la nostra Corte costituzionale.<br />
E’ un tema quindi troppo importante sia per chi è contrario e sia per chi è invece favorevole all’esposizione del Crocefisso, che non può essere lasciato né a fragili circolari o regi decreti né affidato ai soli giudici di Strasburgo. Ben venga quindi un progetto di legge che consenta al Parlamento italiano &#8211; sia alla maggioranza che alle opposizioni &#8211; di esprimersi solennemente, magari distinguendo fra le aule scolastiche e gli altri edifici pubblici e valorizzando nelle attività scolastiche anche altre culture religiose minoritarie.</p>
<p>Postilla dell&#8217;autore</p>
<p>Nello scrivere l’articolo, avendo uno spazio limitato, non ho potuto dire di più.<br />
Avrei detto , per esempio, che fra le “tradizioni costituzionali” che i Giudici avrebbero dovuto tenere presente c’è il Concordato, richiamato dalla Costituzione, che , nella versione di Villa Madama, riafferma il “valore della cultura religiosa” e dei principi del cattolicesimo, pur lasciando liberi gli alunni di optare o meno per l’insegnamento religioso.<br />
Avrei detto , inoltre , che la giurisprudenza della Corte costituzionale italiana è riportata dai Giudici di Strasburgo in modo sommario ed inesatto. Questo lo ha detto anche Casavola (e prima ancora Stefano Ceccanti) ma in realtà (come avevo fatto rilevare nel mio saggio sulla laicità) la giurisprudenza della Corte italiana non era tuttavia immune da contraddizioni e “fughe in avanti” .<br />
Ritengo degno di segnalazione che nello stesso inserto dell’Avvenire Paolo Pombeni si lancia in una filippica non solo contro i Giudici di Strasburgo ma contro i giuristi in genere , “imbecilli”(sic!) che, con una cultura da “azzeccagarbugli” , erodono i valori profondi del diritto!</p>
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		<title>Di: Cristiano Cossu</title>
		<link>http://www.paolorodari.com/2009/11/07/lucio-dalla-e-il-crocifisso/comment-page-1/#comment-5304</link>
		<dc:creator>Cristiano Cossu</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 11:55:07 +0000</pubDate>
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		<description>Come diceva Oriana Fallaci... &quot;guai a chi me lo tocca, lo deride, lo sfotte...&quot;
Grande Lucio, parole di grende buon senso e saggezza.
ciao
c</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Come diceva Oriana Fallaci&#8230; &#8220;guai a chi me lo tocca, lo deride, lo sfotte&#8230;&#8221;<br />
Grande Lucio, parole di grende buon senso e saggezza.<br />
ciao<br />
c</p>
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