Anglicani pronti a rientrare nella chiesa ma con il matrimonio dei preti
7 novembre 2009 -
Dovrebbe uscire a momenti la costituzione apostolica che prevede il rientro nella chiesa cattolica di tutte le comunità anglicane che lo desiderano. Secondo quanto riportato sul bollettino della Santa Sede sabato scorso, infatti – viene comunicata la cosa basandosi su parole del cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio William Levada –, il testo dovrebbe uscire entro questa settimana: quindi l’ultimo giorno utile è oggi. E, dunque, se il testo non esce in queste ore, ci si troverebbe di fronte a un rinvio. O meglio, a uno slittamento (forse soltanto di pochi giorni) che riempie d’ulteriore attesa tutti, cattolici e anglicani assieme. Attesa per quel che ne sarà dei seminaristi anglicani in futuro, soprattutto: potranno accedere al sacerdozio seminaristi sposati di comunità anglicane convertite a Roma?
Se lo augurano gli anglicani. Lo dice apertamente, in un’intervista rilasciata al settimanale cattolico britannico The Tablet, il primate della Traditional Angelican Communion (Tac), ovvero l’arcivescovo australiano sposato John Hepworth. L’arcivescovo, che significativamente prima di convertirsi all’anglicanesimo e sposarsi era un sacerdote celibe cattolico, così si è espresso: “Prevedere preti sposati – ha detto – è molto importante perché l’anglicanesimo ha avuto per cinque secoli la famiglia al centro della parrocchia”. E ancora: “Ho scritto a Roma che quando questa famiglia è sotto un tale attacco, il carisma della famiglia dei preti dovrebbe essere tenuto da conto”. La Tac, dunque, un gruppo di quindici chiese che dichiara mezzo milione di fedeli e che dal 1992 ha rotto con l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, è pronta a usufruire della costituzione apostolica papale ma contestualmente chiede indicazioni precise intorno alla possibilità d’ordinare seminaristi sposati.
Il tema del celibato è molto sentito in questi giorni oltre il Tevere. Non a caso, è stato al centro del recente intervento pronunciato dal cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, in occasione della festa di san Carlo Borromeo. Il porporato ha esortato i sacerdoti a “mostrare il profondo significato umano e umanizzante della propria scelta, che non impoverisce né tanto meno soffoca i valori della sessualità” e a proporre così una “terapia spirituale” per i “propri fratelli e sorelle”, in modo da “guarire le ferite che il male arreca ai valori della persona o perché li assolutizza in quanto spinge in vario modo a trasgredirli”. “Vivere con maturità, letizia e dedizione il celibato ha un significato non solo personale ed ecclesiale, ma anche sociale, culturale, laico”. L’arcivescovo di Milano ha anche aggiunto che il celibato può diventare “una singolare forza di provocazione e attrazione” e che la castità è una “forma indispensabile di educazione all’amore” che vale sia per coloro che abbracciano la scelta del matrimonio, sia per chi sceglie la strada del sacerdozio”.
Un tema, quello del celibato come educazione all’amore e che vale sia per chi si sposa che per chi si fa prete, caro anche a Joseph Ratzinger. Ne ha parlato diffusamente, l’attuale Pontefice, in “Salz der Erde” (“Il sale della terra. Cristianesimo e chiesa cattolica nel XXI secolo”), nel lungo colloquio con Peter Seewald. Un colloquio dove la liturgia è rimessa al giusto posto all’interno della vita della chiesa. E la vocazione sacerdotale è legata imprescindibilmente al celibato, “un modo di vivere che è cresciuto nella chiesa”.
Del celibato Benedetto XVI ne ha parlato più volte. E non si esclude che anche nei prossimi giorni in vista dell’uscita del testo dedicato agli anglicani – domani il Papa è a Brescia –, egli non ne possa parlare ancora. Recentemente ha detto la sua anche di un esperto in materia, ovvero Philip Goyret, ordinario di ecclesiologia ed ecumenismo alla pontificia Università della Santa Croce. Il suo intervento rilasciato all’agenzia Zenit si svolge in merito alla costituzione apostolica d’imminente uscita. A suo dire, “ai seminaristi già anglicani non sarà consentito di sposarsi, e, naturalmente, nemmeno a un cattolico che prospetta di incorporarsi nell’ordinariato personale in vista di un sacerdozio da sposato”. Non si sa se Goyret sostenga ciò basandosi sul testo ancora non uscito o su propri convincimenti, fatto sta che se le cose stanno come lui dice significa che un intervento sul testo della costituzione apostolica è stato fatto. Sabato scorso, infatti, Levada dichiarava altro. E cioè: “A proposito dei futuri seminaristi è stato considerato meramente ipotetico il fatto che potrebbero esserci alcuni casi nei quali si potrebbe chiedere una dispensa dalla norma del celibato”. Come a dire che siccome soltanto ipoteticamente vi saranno candidati al sacerdozio che chiedono di rinunciare al celibato, sulla cosa non si ritiene decisiva alcuna specificazione.
Pubblicato sul Foglio sabato 7 novembre 2009
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