Latin Mass Appeal
nov 30, 2009 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
L’articolo è significativo anzitutto perché è uscito sul New York Times.
E poi perché racconta di monsignor Annibale Bugnini, il principale esecutore della riforma liturgica sotto Paolo VI, che nel 1970 “cadde in disgrazia”.
Da non perdere: QUI.
C’è un islam che piace in Vaticano e ha sede nella moschea di Giacarta
nov 28, 2009 IL FOGLIO
Non è senza significato il viaggio che il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso, sta compiendo in questi giorni in Indonesia, nel paese islamico più popoloso del mondo. Il porporato francese che dal 2007 segue per la Santa Sede i rapporti con le religioni non cristiane (in particolare l’islam) è venuto a conoscere un modello di dialogo che prelude al principio di reciprocità. Un modello che si avvicina molto all’idea di dialogo tra religioni auspicato più volte da Benedetto XVI: dialogo tra culture diverse capaci di ascoltarsi e alimentarsi vicendevolmente, dove le divergenze e differenze teologiche sono lasciate in secondo piano.
Il clou della visita è stato l’incontro delle scorse ore con l’imam Kiai Hajj Syarifuddin Muhammad nella moschea di Istiqlal a Giacarta. L’imam, accogliendo Tauran nella moschea che sorge a pochi metri dalla cattedrale della città, ha detto: “Questa moschea non appartiene soltanto ai musulmani, ma a tutte le religioni”. Infatti, tutti possono entrarvi e pregare, anche i cristiani. Non a caso, al suo interno, sono momenti di confronto e ascolto reciproco a essere quotidianamente promossi.
Tauran non è rimasto deluso dalla visita. Tanto che uscendo dalla moschea ha dichiarato: “Questa è la prima volta che respiro un’atmosfera di sincera amicizia: sembra non esservi gap tra musulmani e cattolici”. Parole sorprendenti per un porporato che ha visitato decine di moschee in tutto il mondo. La moschea di Istiqlal è frequentata da un islam moderato. Nel paese è un fiore all’occhiello.
Lo stesso presidente indonesiano Susilo la cita come esempio a cui dovrebbero ispirarsi anzitutto quelle frange fondamentaliste presenti nel paese le quali, in passato, hanno dato luogo a episodi di intolleranza verso i cristiani. Episodi sporadici in un paese sostanzialmente pacifico, ma comunque da non sottovalutare. Susilo, che recentemente sul Time ha dichiarato di auspicare che in Indonesia l’islam sappia convivere con tutti, è un interlocutore prezioso per il Vaticano. Durante la bagarre scoppiata a seguito della lectio di Ratzinger a Ratisbona (settembre 2006), il presidente indonesiano è subito intervenuto chiedendo ai musulmani autocontrollo. E, con l’arrivo di Tauran in curia romana, ha alimentato le relazioni con la Santa Sede: non a caso, la visita del porporato in Indonesia di questi giorni, seppure avvenuta su invito dei vescovi del paese, è stata caldeggiata da Susilo.
Il Papa più volte – la cosa è stata ribadita ieri in Vaticano dal “ministro” per le migrazioni Antonio Maria Vegliò – ha detto che alla base del dialogo con l’islam ci deve essere il principio di reciprocità. La cosa riguarda anche i luoghi di culto. E, dunque, il fatto che anche nei paesi a maggioranza islamica le religioni diverse dall’islam devono poter esercitare la propria fede in luoghi di culto adeguati. La possibilità di costruire nuove chiese è una delle richieste che Tauran farà a Susilo per conto della chiesa locale. Una richiesta che in Indonesia, più che in altri paesi musulmani, sembra poter trovare risposta.
Pubblicato sul Foglio sabato 28 novembre 2009
Il cardinal Bergoglio striglia la politica sulle nozze gay citando il Diritto romano
nov 27, 2009 IL FOGLIO
Nel 2005 fu l’allora decano dei sociologi cattolici, Achille Ardigò, a lanciare sul Foglio l’allarme famiglia: impossibilità di autonomizzazione delle giovani generazioni, difficoltà di sopravvivenza per gli anziani, effetti della denatalità erano alcuni dei fuochi toccati. L’obiettivo era denunciare quella cultura dominante della “libertà individualistica” che produce una moltitudine di soluzioni provvisorie, “temporanee, meno impegnative” dei legami fra le persone e depreca la tendenza a omologare alla famiglia le altre unioni, seguendo una deriva “disastrosamente rivoluzionaria” di tipo zapaterista. E oggi, a distanza di quattro anni, sono esponenti della chiesa cattolica che, con sempre maggiore frequenza, tornano sull’argomento mettendoci la faccia anche a costo di risultare sgradevoli e sgraditi alle autorità di turno. Come se al politically correct e alle relazioni stato-chiesa attente alle virgole e agli equilibri si debba in qualche modo far spazio alla battaglia frontale.
Non soltanto negli Stati Uniti – la comunione negata a Patrick Kennedy da monsignor Thomas J. Tobin, vescovo di Providence, sta facendo ancora in queste ore parecchio discutere – e nemmeno solamente in Europa – l’ultima uscita del segretario della conferenza episcopale Juan Antonio Martínez Camino che avvisa i politici cattolici che in caso di sostegno pubblico all’aborto non potranno essere ammessi a ricevere l’eucaristia è significativa per il vecchio continente – ma è anche in quel Sud America culla della teologia della liberazione e, sovente, d’interpretazioni mondane della dottrina cattolica, che l’offensiva contro governi più o meno laicisti quanto a tematiche inerenti la vita e la famiglia sembra essere stata definitivamente sdoganata.
In particolare, è quanto si sta verificando in queste ore in Argentina. Questa volta, sul campo, non è sceso un esponente delle gerarchie cattoliche qualunque. Bensì il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e presidente della conferenza episcopale argentina. Gesuita, figlio di immigrati piemontesi, 73 anni il prossimo dicembre, uomo coltissimo, umile e di preghiera, Bergoglio nel conclave del 2005 fu una seria alternativa a Joseph Ratzinger. Si dice avesse il supporto dell’ala martiniana del collegio cardinalizio. Ma, al di là del posizionamento sullo scacchiere curiale, era e resta una delle figure più carismatiche della chiesa sudamericana, uomo di dialogo e di mediazione. Figura talmente considerata che quando agisce fa inevitabilmente rumore. Così in queste ore.
L’esecutivo “ha mancato al suo dovere”
Tutto è cominciato con la sentenza del giudice Gabriela Seijas che lo scorso 13 novembre ha ordinato al Registro Civile di celebrare l’unione tra due uomini. Bergoglio ha convocato i vescovi e ha fatto uscire un comunicato congiunto in cui definisce la cosa “assolutamente illegale”. Non solo, è il porporato a dire che l’esecutivo “ha mancato gravemente al suo dovere” non ricorrendo contro la decisione. Mauricio Macri, governatore di Buenos Aires, ha cercato di mediare chiedendo udienza al cardinale. Questi l’ha ricevuto ma, al termine dell’incontro, è stato ancora Bergoglio a prendere la parola. E a dire che Macri ha tradito il ruolo di “custode della legge”. Il documento dei vescovi entra nel merito della sentenza e va all’origine semantica della parola matrimonio: “Risale alle disposizioni del diritto romano dove la parola ‘matrimonium’ era riferita al diritto di ogni donna ad avere figli, un diritto riconosciuto nel rispetto della legge”. Erroneamente si associa il termine matrimonio al sacramento cattolico: il termine fu codificato dal diritto. E, dunque, “affermare l’eterosessualità del matrimonio non vuol dire discriminare, ma partire da un elemento oggettivo che è il suo presupposto”. Parola di Bergoglio.
Pubblicato sul Foglio venerdì 27 novembre 2009
Preti corrotti?
nov 26, 2009 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Oggi il Corriere a pagina 21 (leggi QUI) ha dedicato un ampio servizio a una vicenda congolese.
In sostanza, ha rilanciato con grande rilievo un’accusa dell’Onu a due preti italiani missionari in Congo: avrebbero deviato fondi provenienti dall’Europa ai guerriglieri responsabili di masscari.
Davvero? La migliore risposta l’ho letta QUI.
Bishop Tobin: il vescovo di Providence va in tv e spiega a Patrick Kennedy che cosa significa essere cattolici
nov 26, 2009 IL FOGLIO
Bishop Tobin come lo chiamano tutti, ovvero il sessantunenne monsignor Thomas J. Tobin, vescovo di Providence (Rhode Island), appartiene a quella generazione di presuli statunitensi relativamente giovane che all’ecclesialese preferisce il parlare chiaro (e spesso forte), alla prudenza la sincerità. Una classe episcopale che sa come usare i mass media (e li usa quando la cosa è necessaria e utile alla propria causa).
E così è successo nelle scorse ore quando Tobin ha deciso di passare al contrattacco. E di esprimere, senza reticenze, il proprio punto di vista. Certo, prima ha fatto sfogare l’avversario. Ovvero ha lasciato che il deputato democratico cattolico Patrick Kennedy – uno dei figli del senatore Ted – si lamentasse sui media del fatto che Tobin gli avesse negato la comunione in quanto favorevole all’aborto. Ha permesso che le parole di Kennedy rimbalzassero sui media di mezzo mondo – con tanto di livore in pagina di convinti abortisti – e poi, inaspettatamente, ha preso la parola. Dove? Sui principali canali televisivi americani: prima sulla Nbc intervenendo con ascolti da record all’“Hardball” con Chris Matthews. Poi al celebre “O’Reilly Show” sulla Fox, sfondando così in tutti gli stati americani.
In diretta, inquadratura a mezzo busto, clergyman nero e croce pettorale in vista, la libreria del proprio studio dietro le spalle, bishop Tobin ha spiegato il proprio punto di vista come un inviato qualunque a Wall Street spiegherebbe i risultati della giornata in Borsa: tono asciutto, sorriso rassicurante, tanti contenuti e nessun giro di parole. “Quando un personaggio pubblico è in una posizione di potere che influenza la legislazione, si pone una grandissima domanda – ha detto il presule –. Se non si possono seguire gli insegnamenti della chiesa allora si rende necessario lasciare il proprio lavoro e salvare la propria anima”. Proprio così: “Lasciare il proprio lavoro e salvare la propria anima”. E ancora: “Quello che cerco di dire al deputato Kennedy è questo: se sei cattolico vivi come tale e prova ad accettare gli insegnamenti della chiesa”.
Bishop Tobin scrive ogni settimana una rubrica sul giornale della sua diocesi, il “Rhode Island Catholic”. La rubrica ha un titolo significativo: “Without a Doubt”. E’ qui che è stata resa pubblica, dopo le dichiarazioni di Kennedy su Tobin, una lettera che lo stesso vescovo ha scritto al deputato democratico nella quale gli ha spiegato “cosa significa essere cattolici”. Esattamente così: “What does it mean”. “Caro Congressman – scrive Tobin –, lei ha detto che il fatto che è in disaccordo con la gerarchia della chiesa non lo fa essere meno cattolico”. “E invece io le dico – scrive il presule – che essere cattolico significa fare parte di una fede comune che possiede chiare e definite autorità e dottrine, obblighi e aspettative. Significa seguire la dottrina cattolica soprattutto sulle materie di fede e morale. Significa seguire una comunità locale, andare a messa la domenica e ricevere i sacramenti regolarmente, seguire insomma la chiesa personalmente, pubblicamente, spiritualmente ed economicamente”. E ancora: “La sua posizione sull’aborto è inaccettabile per la chiesa e dà scandalo a tutti i suoi membri. Non solo: diminuisce assolutamente la sua comunione con la chiesa stessa”.
Parole nette e precise. E che hanno provocato reazioni variegate. Anzitutto l’attenzione dei media di tutti gli States. E poi, dichiarazioni pro e contro. Se i funerali concessi dall’arcivescovo di Boston, Seán Patrick O’Malley, a Ted Kennedy hanno portato (è cosa di pochi giorni fa) alla reazione di monsignor Raymond Burke, prefetto del tribunale della Segnatura Apostolica, secondo il quale la comunione non dovrebbe essere offerta ai politici che non si oppongono all’aborto, questa volta la reazione è diametralmente opposta. Contro il vescovo Tobin, infatti, è gran parte del mondo cosiddetto laico a prendere posizione: “Si lamenta che non vengono protetti i bambini mai nati – ha detto Ruth Moore, leader dell’Associazione delle vittime di abusi sessuali a opera di religiosi –. Noi però crediamo che allo stesso modo sia importante proteggere quelli che sono nati e vengono violentati dai preti”.
E con Moore tanti intellettuali che legano queste polemiche a quelle relative al passaggio in Senato della riforma sanitaria di Obama che consente il finanziamento pubblico dell’aborto. Contro questo passaggio i vescovi stanno lanciando diversi segnali. E le polemiche tra Tobin e Kennedy altro non sarebbero che l’ultimo di questi segnali.
Pubblicato sul Foglio giovedì 26 novembre 2009
Comastri, il prete di San Pietro
Ecco la settima intervista per “Vatican Stye“, il programma che conduco su Redtv ogni mercoledì pomeriggio (ore 18.30). L’intervista è al cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica papale di San Pietro in Vaticano, presidente della Fabbrica di San Pietro e vicario generale del Papa per la Città del Vaticano. Comastri è anche un prolifico scrittore. L’ultimo libro è singolare, è una biografia di San Pietro. Portato alla Fabbrica di San Pietro da Wojtyla pochi giorni prima della sua morte, racconta l’ultimo colloquio avuto con Giovanni Paolo II. L’amicizia con Benedetto XVI e il rapporto spirituale ed epistolare con madre Teresa di Calcutta. Persona di cultura e di preghiera, è un porporato relativamente giovane: ha, infatti, solo 66 anni.
Ecco quanto è compatta l’offensiva cattolica contro Obama
nov 25, 2009 IL FOGLIO
Tutti contro Barack Obama i vescovi statunitensi? A prima vista sembrerebbe di sì. Le ultime notizie dicono che dopo le lodi dei presuli per l’approvazione in Congresso di disposizioni che impediscono l’uso di qualsiasi fondo pubblico per finanziare l’aborto, è stata vergata una lettera – reca la firma del cardinale Daniel N. DiNardo, presidente della Commissione episcopale per le attività pro vita, e dei vescovi William Murphy e John Wester, presidenti delle commissioni pace, giustizia e sviluppo umano, e migrazioni – molto critica per la messa in esame in Senato di un disegno di legge che consentirebbe sia il finanziamento pubblico dell’aborto sia la sua copertura assicurativa.
Non solo, è sempre sul fronte delle gerarchie cattoliche, ma anche evangeliche e ortodosse, che si registra un altro documento, la Manhattan Declaration: qui, citando Martin Luther King e la sua rivendicazione alla disobbedienza civile, personalità religiose americane lanciano un pubblico “richiamo alla coscienza cristiana”, per invitare i fedeli a non seguire le proposte dell’attuale Amministrazione americana in tema di aborto, matrimoni gay, ricerca sulle cellule staminali. Insomma un fronte compatto. Ma quanto compatto?
E’ vero, gli anti Obama tra le gerarchie sono parecchi. E’ il fronte dei duri che ben prima dell’arrivo del presidente statunitense in Vaticano riteneva la visita uno sforzo inutile: con uno come lui serve poco dialogare. Ma, accanto a questo fronte, c’è quello di coloro che, invece, ritengono che prima di chiudere occorra aprire e successivamente valutare come comportarsi. Il primo fronte è formato principalmente dai vescovi americani in servizio oltre il Tevere.
La loro guida, ovvero colui al quale si riferiscono quando debbono prendere decisioni rilevanti, è il settantaquattrenne arcivescovo di Philadelphia, il cardinale Francis Rigali. E’ lui a dettare la linea. E’ lui che, non a caso, ha firmato tra i primi la Manhattan Declaration. Già segretario della congregazione dei Vescovi, da quando risiede a Philadelphia prende spesso l’aereo per Roma. Della congregazione dei Vescovi, infatti, è membro influente tanto che si dice che la maggior parte delle nomine per il mondo anglo-americano passi il vaglio suo e dei suoi aficionados: il penitenziere maggiore della Penitenzieria Apostolica, il cardinale James Francis Stafford, il prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale William Joseph Levada (che deve a Rigali l’arrivo a Roma da San Francisco) e l’arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore il cardinale Bernard Francis Law.
E’ questo fronte che è sceso in campo con forza giusto pochi giorni fa. Prima criticando, per voce di Raymond Burke, prefetto del tribunale della Signatura apostolica vaticana, la scelta del cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, di concedere i funerali al pro coiche Ted Kennedy. Poi, tramite il vescovo Thomas Tobin, negando la comunione a Patrick Kennedy a motivo delle sue posizioni politiche a favore dell’aborto. Una presa di posizione, quest’ultima, legittima, ai sensi del diritto canonico ma che suona come un avvertimento nel caso la politica di Obama dovesse continuare su una linea ambigua quanto a tematiche eticamente sensibili.
Il secondo fronte trova spago nella politica messa in campo dal nunzio vaticano negli Stati Uniti Pietro Sambi. Questi lavora alacremente per sanare gli attriti tra l’Amministrazione americana e la Santa Sede. E, in questo senso, si è adoperato per far sì che il nome del successore di Mary Ann Glendon (ex ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede) trovasse l’agreement vaticano. Con lui diversi presuli. Su tutti l’arcivescovo di Atlanta ed ex presidente della conferenza episcopale americana, Wilton Daniel Gregory.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 novembrer 2009
Dall’Osservatore al Sole
nov 25, 2009 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Da due anni occupa ogni tanto la colonna di destra dell’Osservatore Romano, quella dedicata ai commenti, alle analisi, a volte agli editoriali.
E, oggi, la medesima posizione in pagina gliela offre Il Sole 24 ore. Colonna di destra. Catenaccio: “Idee”. Titolo: “Se l’economia va male non diamo colpa ai figli”.
Scopri di chi si tratta e leggi il suo pezzo QUI.
Prima di questo articolo Il Sole aveva parlato di lui così: QUI.
Tarquinio e il nuovo Bagnasco
nov 25, 2009 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Oggi il Foglio non scrive niente a riguardo della nomina di Marco Tarquinio a direttore di Avvenire (la notizia è stata diramata dal cda del quotidiano dei vescovi italiani ieri). Scriviamo solo una breve per dire che Tarquinio è stato nominato e che dalle dimissioni di Boffo alla nomina sono trascorsi ben 82 giorni (ma questa cosa degli 82 giorni non so se c’è entrata perché c’era poco spazio).
82 giorni non sono pochi. Del resto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della conferenza episcopale italiana, tanto ha dovuto far passare per convincere tutti della decisione presa. O meglio, per far sì che tutti accettassero che dopo le dimissioni di Boffo la scelta del successore spettasse a lui e a lui soltanto.
Bagnasco ha lasciato trascorre i giorni. Ha parlato e visto tanta gente: il Papa, il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, il cardinale Camillo Ruini, prelati e vescovi amici e meno amici, direttori di giornali e giornalisti. A tutti faceva capire di aver già deciso in cuor suo chi sarebbe stato nominato ma, insieme, a tutti dimostrava volontà d’ascolto.
Si sa che prima che il Giornale facesse scoppiare il “caso Boffo”, Bagnasco si sentiva quotidianamente con l’ex direttore di Avvenire. E, quindi, indirettamente con Ruini. Poi, dopo le dimissioni di Boffo, i contatti si sono inevitabilmente più diradati. Bagnasco si è trovato più solo. E ne ha approfittato per prendersi quanto Benedetto XVI gli aveva dato nel 2007 nominandolo presidente dei vescovi italiani. Una nomina gravosa vista la lunghissima presidenza Ruini. Una nomina che, inevitabilmente, non avrebbe potuto offuscare (almeno per i primi tempi) il carisma ancora intatto di Ruini. E Bagnasco, intelligentemente, non ha fatto nulla per soverchiare Ruini: appoggiandosi su Boffo molto si è appoggiato su Ruini.
Con la nomina di Tarquinio, Bagnasco dà continuità al giornale. Sceglie un uomo in qualche modo gradito a Ruini (seppure probabilmente questi avrebbe preferito un direttore “coi baffi”, ovvero Domenico delle Foglie). Ma dimostra di averlo scelto da solo. Senza cioè una esplicita richiesta né di Ruini né di qualcuno in Vaticano. E così mostra autonomia. E, oggi più che prima, dice a tutti una cosa: “Il presidente della Cei sono io”.
Leggi il comunicato del cda di Avvenire QUI.



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