Intervista: il cardinale Francis George racconta la sua America, il confronto e il dialogo con Obama
6 ottobre 2009 -
Creato cardinale da Wojtyla, messo alla guida dell’episcopato americano da Ratzinger, il quasi 73enne arcivescovo di Chicago Francis George spiega al Foglio di portare nel magistero di tutti i giorni “un po’ di entrambi i Pontefici”. E il suo ultimo lavoro, in effetti, – si chiama “The difference God makes: a catholic vision of faith, communion, and culture” e viene presentato domani alle 18 alla Lateranense – deve molto sia al pensiero filosofico e antropologico di Giovanni Paolo II, sia “alla lotta contro l’individualismo e il relativismo propria di Benedetto XVI”. “Tutto il libro – spiega il porporato – è contro l’individualismo e a favore di una visione dell’uomo relazionale. L’uomo è relazione anche se la società di oggi vuole dimenticarsene. La prima relazione dell’uomo è quella con Dio, poi viene quella con gli altri. Grazie al riconoscimento di chi sia Dio, l’uomo può relazionarsi con gli altri, con i fratelli nella Chiesa e con gli individui nella società. Una concezione dell’uomo che, invece, non tiene conto del suo essere con Dio e con gli altri è falsa”.
Se l’essere è relazione, tutta la realtà va vista nel suo insieme, fuggendo dall’individualismo. “Anche la politica – spiega George – dovrebbe abituarsi a guardare la realtà fuggendo da una frammentazione figlia d’una visione per scomparti delle cose. Alla politica occorre una visione unitaria dell’uomo. Oggi la maggiore difficoltà che abbiamo come chiesa è quella di comunicare alla società che esiste una gerarchia di valori che tiene conto del tutto e non soltanto del particolare. Prendiamo la questione dell’aborto o della vita in generale. La voce della chiesa è ascoltata negli Stati Uniti, ma è anche molto osteggiata. E le critiche hanno luogo per un motivo: perché la nostra società ritiene che l’individualismo e la libertà di scelta siano il valore più importante da tutelare. Certo, alla base c’è un concetto parziale di libertà, ma il problema valoriale resta. Il libero arbitrio oggi vale di più della vita. La difesa della vita è ritenuta anch’essa un valore, ma la libertà di scelta è considerata un valore più importante. E la cosa è evidente anche quando si parla della guerra: si va alla guerra per proteggere la libertà ma spesso, in nome della libertà, la vita viene sacrificata. E’ per questo che l’aborto viene messo in secondo piano: perché c’è un concetto riduttivo di libertà. In fondo è un concetto di libertà che non tiene conto di Dio, che l’uomo è relazione con Dio, non è solo”.
George spiega che con l’Amministrazione Obama la sua chiesa, anche e soprattutto sulle questioni etiche, ha sempre voluto il confronto: “Il confronto anche tra visioni contrapposte, il confronto che a volte diventa lotta, ma un confronto leale”. Cioè? “La morale della chiesa su certe tematiche non è mai cambiata. Non vedo difformità di pensiero nella chiesa. L’Osservatore Romano – è vero – può aver scritto dieci righe favorevoli a Obama, qualche altro cardinale può aver parlato in termini entusiastici dell’attuale Amministrazione americana, ma al di là delle trovate giornalistiche il punto resta uno: la chiesa non può tradire se stessa. Prendiamo la guerra in Iraq: abbiamo fatto una dichiarazione contro la guerra all’inizio. Ora siamo per un ritiro responsabile, che venga portato avanti con cautela. Ma la nostra morale è sempre la stessa. Sono i politici e le politiche che cambiano. Talvolta può capitare che ci identifichiamo di più con un partito, a volte con un altro. Ma la sostanza non cambia. Quarant’anni fa l’aborto in America era illegale e non c’erano connotati politici. E la chiesa, oggi come quarant’anni fa, ancora oggi che l’aborto da questione morale è divenuta questione politica, difende la vita e condanna ogni interruzione volontaria di gravidanza”.
Obama quando è stato ricevuto dal Papa se ne è andato con la Dignitas personae, l’istruzione vaticana dedicata alle questioni bioetiche. Un’apertura la sua? “Non voglio mettere in dubbio la sua sincerità. Noi, per ora, non possiamo fare altro che sperare”.
Pubblicato sul Foglio martedì 6 ottobre 2009
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Il Papa riceve Diaz e non gli consegna l’atteso promemoria
2 ottobre 2009 -
Quando lo scorso dieci luglio Barack Obama venne in visita in Vaticano, s’intrattenne a lungo con Benedetto XVi e meno con il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone. I tempi erano stretti e non si potè fare diversamente. Allora, per ovviare alla cosa, la segreteria di Stato vaticana promise a Obama che gli avrebbe fatto avere un promemoria in cui sarebbero stati elencati tutti quegli argomenti che il Vaticano ritiene gli Stati Uniti debbano considerare.
Oggi il Papa ha ricevuto nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti d’America, Miguel Humberto Diaz, per la presentazione delle lettere credenziali. Si pensava che sarebbe stata questa l’occasione giusta nella quale la segreteria di Stato vaticana avrebbe consegnato a Obama (tramite Diaz) il promemoria. E, invece, non è stato così. Anche perché il promemoria non solo non è stato ancora scritto ma non è detto lo sarà in futuro. Pare, infatti, che a mo’ di promemoria, siano sufficienti i punti che Benedetto XVI ha sollevato oggi nel suo discorso davanti a Diaz: laicità aperta, pace, difesa della vita in ogni sua condizione, una revisione delle attuali strutture politiche, economiche e finanziarie (globalizzazione che tenga conto dell’uomo).
Link utili:
Il discorso del Papa in inglese
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Il Papa e Diaz. Perché B-XVI dall’ambasciatore statunitense in Vaticano vuole diplomazia e non teologia
1 ottobre 2009 -
C’è grande attesa nei Sacri Palazzi per la prima nelle mura leonine del nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Miguel H. Diaz. E’, infatti, domani che questi è chiamato a presentare le lettere credenziali davanti al Pontefice. Un appuntamento atteso soprattutto per quanto dirà il Papa. Sempre, infatti, alla presentazione delle lettere credenziali, il Pontefice rivolge ai nuovi diplomatici un breve discorso. Secondo quanto apprende il Foglio, Benedetto XVI ricorderà la visita negli Stati Uniti dell’aprile 2008: Ratzinger ricevette un’ottima accoglienza, la visita fu uno dei punti più alti, quanto a relazioni diplomatiche, dell’intero pontificato, e il ricordo di quei giorni sarà nelle parole di domani. Insieme, il Pontefice, elogerà lo spazio che viene concesso alla chiesa nel dibattito pubblico del paese. Del resto, non è una novità: il modello di “laicità aperta” proprio degli States è amato dal Pontefice il quale ritiene sia la strada da percorrere anche nel Vecchio continente. Certo, a non tutti i temi cari alla chiesa viene concessa negli Usa la medesima rilevanza. Molte tematiche cosiddette etiche, ad esempio, vengono relegate in secondo piano, a volte apertamente osteggiate, e anche questo aspetto sarà considerato nel discorso papale.
Quello che il Vaticano si attende da Diaz è semplice. Più che un’opera di persuasione delle gerarchie più diffidenti circa la bontà dell’Amministrazione Obama, oltre il Tevere si aspettano da lui che faccia il diplomatico sino in fondo. Ovvero, che abbandoni, per il tempo dell’incarico romano, i panni del teologo indossati fino a ieri per vestire soltanto quelli del rappresentante di governo. Fare teologia, infatti, intervenire sulle questioni vaticane secondo un punto di vista teologico, non è affare di diplomazia, e la cosa vale anche per gli ambasciatori che sono accreditati presso la Santa Sede.
Non è da escludere che dietro quest’auspicio del Vaticano vi sia un qualche timore per alcune delle posizioni che lo stesso Diaz prese in passato. Nella campagna elettorale per le ultime presidenziali, ad esempio, non è un mistero il fatto che Diaz fu tra i ventisei intellettuali cattolici che sostennero la nomina di Kathleen Sebelius alla carica di segretario alla Salute. Fu una nomina aspramente criticata dai settori cattolici americani più conservatori, quella della Sebelius, a motivo delle sue posizioni “pro choice” riguardo l’aborto.
Diaz, 45 anni, è di origine cubane. Sposato con quattro figli, parla italiano, spagnolo e francese. Ma, come viene evidenziato sulla breve biografia pubblicata sul sito ufficiale dell’ambasciata americana presso il Vaticano, sa leggere il latino. Insegna Teologia alla Saint John’s University e al College of Saint Benedict in Minnesota. Ha ottenuto un master in Teologia all’Università di Notre Dame ed è stato, in passato, presidente dell’Accademia di teologia dei cattolici ispanici degli Stati Uniti. Al suo arrivo a Roma ha detto di attendere “con emozione” di incontrare Benedetto XVI: “Accolgo con grande piacere – ha spiegato – l’occasione di approfondire e ampliare le speciali relazioni che sono state stabilite tra gli Stati Uniti d’America e la Santa Sede negli ultimi 25 anni di rapporti diplomatici ufficiali”. E’, dunque, la medesima attesa del Vaticano.
Diaz nel suo lavoro diplomatico non sarà solo. Giusto ieri sera, infatti, un ricevimento all’ambasciata Usa presso la Santa Sede, ha “battezzato” l’arrivo del nuovo funzionario degli Affari pubblici, J. Nathan Bland. A fare gli onori di casa è stata Julieta Valls Noyes. Oltre a loro, aiuteranno il neo ambasciatore, Brenda Soya (management officer) e Antonio G. Agnone (political/economic officer).
Pubblicato sul Foglio giovedì 1 ottobre 2009
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