Perché sull’islam a scuola in Vaticano non tutti la pensano come B-XVI

L’apertura del cardinale Renato Raffaele Martino, presidente di Iustitia et Pax, all’ipotesi di un’ora di religione musulmana nelle scuole italiane – assicurando i debiti “controlli”, si tratterebbe, oltre che di un “diritto”, di un meccanismo che permetterebbe di evitare che i giovani di religione islamica finiscano nel “radicalismo”, ha detto il porporato – non è stata del tutto digerita nei piani alti del palazzo apostolico. Qui, infatti, si suole essere più prudenti quando in ballo vi sono questioni inerenti la religione islamica.

Eppure, l’uscita di Martino (questi, presidente di Iustitia et Pax, a breve e per raggiunti limiti d’età potrebbe lasciare l’incarico al cardinale africano Théodore-Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar: le sue parole sull’islam potrebbero però far slittare la nomina in modo che non sembri una conseguenza delle sue affermazioni), manifesta un dato: una linea precisa, e soprattutto decisa e forte in merito all’islam la chiesa e il Vaticano sembrano non averla del tutto. O meglio, quello che sembra mancare è una prospettiva d’insieme che permetta a tutti di dire le medesime cose senza sovrapposizioni. A fronte di un significativo silenzio (ieri) dell’Osservatore Romano, si registrano, infatti, diverse reazioni. Subito c’è stato il cardinale Georges Cottier, teologo emerito della casa pontificia, che in qualche modo ha fatto sua l’apertura di Martino. Mentre meno favorevoli sono stati il cardinale presidente della Cei, Angelo Bagnasco, e il cardinale arcivescovo di Torino, Severino Poletto. E che i primi due (Martino e Cottier) appartengano alla curia romana mentre i secondi (Bagnasco e Poletto) all’episcopato italiano sembra essere più che altro un caso. Sulla linea da tenere quanto all’islam, e quindi anche circa l’ora di religione islamica, infatti, le divergenze non paiono essere tanto fra Vaticano e Conferenza episcopale italiana quanto tra cardinale e cardinale, tra vescovo e vescovo. Esiste, insomma, al di là del caso specifico del dibattito attorno alla concessione o no dell’insegnamento dell’islam nelle nostre scuole, un problema di concezione delle diverse gerarchie cattoliche rispetto all’islam: c’è chi continuamente propone più che un serio dialogo con l’islam un accomodamento nei confronti dell’islam stesso e chi, invece, cerca in qualche modo di fare proprio il pensiero del Papa che in merito è stato più volte chiaro. Non c’è dichiarazione di Benedetto XVI dedicata all’islam e ai rapporti coi musulmani, non c’è discorso pronunciato in una qualche moschea del mondo in cui egli non abbia usato la parola “reciprocità”: la libertà religiosa è un diritto per tutti ma dev’essere messa in pratica in un regime di reciprocità.

Martino non è nuovo a uscite di questo tipo. Già nel 2006 aveva detto che “se in una scuola ci sono cento bambini di religione musulmana, non vedo perché non si possa insegnare la loro religione”. Anche allora, come in queste ore, vi fu chi ne trasse la più logica delle conseguenze: se si nega l’insegnamento dell’islam nelle scuole pubbliche, allora si cancelli anche quello della religione cattolica. E in difesa del valore dell’insegnamento della religione cattolica in Italia e contro, invece, un’apertura incondizionata – un cedimento appunto – all’islam, dovette intervenire direttamente l’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini: “Se in linea di principio non appare impossibile l’insegnamento della religione islamica – disse – occorrono alcune fondamentali condizioni”: non vi dev’essere contrasto “nei contenuti rispetto alla nostra Costituzione, ad esempio riguardo ai diritti civili, a cominciare dalla libertà religiosa, alla parità tra uomo e donna e al matrimonio” e “bisognerebbe assicurarsi che l’insegnamento della religione islamica non dia luogo di fatto a un indottrinamento socialmente pericoloso”. In sostanza, più o meno le parole usate dall’attuale presidente della Cei, Bagnasco, in risposta al cardinal Martino delle scorse ore. E, ancora, più o meno le medesime parole pronunciate da Ratzinger nel 1999 in un’intervista apparsa sul settimanale tedesco Welt am Sonntag: l’attuale Pontefice si era detto in linea di principio non contrario alla cosa purché vi fossero garanzie che non si trattasse d’indottrinamento “ma d’informazione equilibrata sull’islam”.

In Vaticano esiste un dicastero appositamente dedicato al dialogo interreligioso, in particolare al dialogo con l’islam. Lo guida il cardinale francese Jean-Louis Tauran. Questi prese il posto occupato ad interim dal cardinale Paul Poupard dopo che l’arcivescovo inglese Michael Louis Fitzgerald (l’uomo del dialogo interreligioso sotto Papa Wojtyla) era stato nominato nunzio in Egitto. L’allontanamento fu letto in curia come una sconfessione di quel tipo di dialogo di cui Fitzgerlad era seguace: quello, appunto, che in nome della necessità di trovare punti di contatto tra le religioni accetta di mettere in secondo piano parole come “reciprocità” e “identità”. Tauran ha lavorato sodo. Recentemente ha anche guidato l’incontro con una delegazione dei firmatari della celebre “Lettera aperta” – “A common word” – di 138 “saggi” islamici. Ma una linea comune rispetto all’islam anch’egli fatica a trovarla. Complice, anche e soprattutto, l’impossibilità di trovare un unico interlocutore nel mondo islamico.

Pubblicato sul Foglio martedì 20 ottobre 2009


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Il peggio del peggio va sempre in onda in tv (video integrale)

Secondo me, niente è peggio di questi tre (dove il terzo è Barbara D’Urso):


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Il Papa difende le radici cristiane, in attesa degli anglicani

Ventiquattro ore prima l’annuncio, quest’oggi in sala stampa vaticana, da parte del cardinale statunitense Joseph William Levada, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, delle condizioni per le quali gli anglicani che ne hanno fatto richiesta possano entrare in piena comunione coi vescovi di Roma (soltanto della cosidetta “Traditional Anglican Communion” sono circa mezzo milione i fedeli che da tempo, non riconoscendosi più nella linea imposta all’anglicanesimo dall’arcivescovo di Canterbury, hanno chiesto di essere riammessi “in blocco” nella chiesa cattolica e dunque sotto la piena e diretta autorità di Roma) sono arrivate le parole del Papa dedicate all’Europa. Benedetto XVI ha infatti tenuto davanti al nuovo capo della delegazione della commissione delle Comunità europee presso la Santa Sede, Yves Gazzo, una densa esortazione (come una mini lectio magistralis) dedicata alle radici cristiane dell’Europa, radici tuttora attuali ma la cui esistenza – ha detto il Pontefice – è “sempre più passata sotto silenzio nell’Unione europea”.

Ratzinger ha parlato di “verità” dimenticata. Quale? Quella dell’“ispirazione decisamente cristiana dei padri fondatori” della stessa Unione europea. Sono valori “frutto di una lunga e sinuosa storia nella quale, nessuno lo negherà, il cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano”, ha detto ancora in proposito il Papa.

E queste radici, questi valori oggi dimenticati e dunque in qualche modo traditi, il Papa li ha anche elencati: “La pari dignità di tutti gli esseri umani, la libertà d’atto di fede alla radice di tutte le altre libertà civili, la pace come elemento decisivo del bene comune, lo sviluppo umano, intellettuale, sociale ed economico, in quanto vocazione divina e il senso della storia che ne deriva”.

Ma non solo. Papa Ratzinger ha parlato anche di “immense risorse intellettuali, culturali, economiche del continente”. Risorse che “continueranno a dare dei frutti se saranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea”. “Questa tradizione umanistica – ha aggiunto il Pontefice – nella quale si riconoscono correnti di pensiero anche molto differenti fra loro rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione”. E ancora: “Si tratta principalmente della questione del giusto e delicato equilibrio fra l’efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell’ambiente e soprattutto dell’indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e alla famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna”. Elementi che caratterizzano l’Europa così come i padri fondatori l’hanno immaginata, dunque. Elementi che nonostante la dimenticanza di oggi, non vengono dimenticati e nemmeno rinnegati da tanti fedeli. E, significativamente, anche da quei fedeli anglicani che proprio nel nome di quei valori e a fronte d’una chiesa, quella guidata dall’arcivescovo di Canterbury, oggi troppo spesso lassista verso questi stessi valori (l’ordinazione di persone omosessuali e delle donne è il tema più dibattuto), chiede il rientro nella chiesa cattolica: i presuli anglicani avrebbero già sottoscritto in segno di adesione il catechismo della chiesa cattolica e l’avrebbero depositato presso un santuario mariano in Inghilterra. Riuniti con Roma, i vescovi sposati lascerebbero l’episcopato (la loro ordinazione non è valida) e verrebbero ordinati sacerdoti da un vescovo cattolico. In questo modo, come avviene nelle chiese orientali di rito latino, rimarrebbero sposati.

Beninteso, il fatto che il Papa abbia parlato delle radici dimenticate dell’Unione europea poche ore prima l’annuncio del cardinale Levada dedicato agli anglicani è soltanto un caso. Ma la cosa dice comunque molto: anzitutto dice come oggi, anche al di fuori del cattolicesimo, vi siano molti fedeli cristiani che queste radici e i valori che esse esprimono intendono recuperare. Tra questi tutti quegli anglicani che, sentite le condizioni di Levada, intenderanno tornare sotto Roma, sotto la guida del Papa.
Certo, occorre fare i conti con chi tali valori vuole strumentalizzare. Il Papa ha parlato di “individui e gruppi di pressione” desiderosi di far avanzare degli interessi particolari a detrimento di un “progetto collettivo ambizioso che gli europei attendono” volto al bene comune del continente e di tutto il mondo. Questo pericolo, ha denunciato Benedetto XVI, è già ora “percepito e denunciato da numerosi osservatori” di diversa estrazione. E’ importante allora, ha detto ancora il Papa, che l’Europa non abbandoni il suo modello di civilizzazione. Il suo slancio originale, infatti, non può essere “soffocato dall’individualismo o dall’utilitarismo”.

Pubblicato sul Foglio martedì 20 ottobre 2009


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Spagna, l’aborto e la piazza. Dove il fronte anti Zapatero da cristiano è diventato multireligioso

In Spagna, come nel resto d’Europa, il fronte pro life e anti politiche “laiciste” stile Zapatero è, oggi più che mai, trasversale alle diverse religioni. Ovvero, oggi a Madrid, e sempre più in tutti i paesi europei, non è soltanto la chiesa cattolica a spingere il popolo alla protesta di piazza. Sono anche le chiese ortodosse, evangeliche, come pure le varie comunità ebraiche e alcune di quelle islamiche, a chiedere alla base di reagire. Perché se è vero che il Dio di ognuno ha connotati diversi, è anche vero che la lotta alla secolarizzazione, al relativismo dove tutto vale e nulla ha senso, al libero arbitrio che significa assenza di responsabilità (tutti problemi più volte stigmatizzati da Papa Ratzinger), è impegno comune. In gioco, dicono i leader delle chiese cristiane e delle comunità ebraiche come pure islamiche, c’è il destino della vecchia Europa, un continente che o si fonda su valori riconosciuti come non negoziabili per tutti oppure sprofonda. E che dicano così lo testimonia anche un documento tramite il quale i rappresentanti delle diverse fedi presenti in Spagna hanno chiesto (giusto ieri) al governo di elaborare misure mirate a evitare aborti i quali, a loro parere, sono “un attacco a un essere umano innocente e indifeso, una tragedia per la madre che soffre e un fallimento per la società”. Un testo, dunque, che mette per iscritto la prima alleanza religiosa anti Zapatero.
Del resto, le gerarchie della chiesa cattolica non hanno voluto comparire in prima fila nella manifestazione odierna. Ufficialmente, infatti, non guidano la protesta, seppure la ritengono “legittima e conveniente”. Tra i presuli, sono stati in due a spingere parecchio in favore della protesta. Loro – dalla Spagna il cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo di Madrid e presidente della conferenza episcopale spagnola, e da Roma, previo consulto col Pontefice, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della congregazione che si occupa di culto divino e fino a pochi mesi fa primate di Spagna –, due insomma tra i porporati più ratzingeriani dell’intero collegio cardinalizio, hanno mandato avanti i movimenti e l’associazionismo di base chiedendo che coinvolgessero più parti possibili della società civile. E loro, le associazioni, hanno coinvolto tanta gente, molte associazioni laiche e anche – in forma ufficiale – le altre chiese e religioni.
Non è una novità. Se c’è un aspetto del pontificato di Benedetto XVI che cattura esponenti protestanti, ortodossi, ebraici e islamici, è quello della difesa dei valori “non negoziabili”. Una difesa sentita come l’ultimo appiglio, l’ultima possibilità, per non naufragare nel mare del secolarismo. E’ vero: nel Vecchio continente i credenti delle diverse religioni diminuiscono. E coloro che ancora credono hanno spesso una fede fragile e traballante. Ma la difesa della vita e il non arretramenmto sulle questioni cosiddette eticamente sensibili, princìpi sentiti in ogni religione, possono aiutare a non retrocedere ulteriormente.
Non a caso, anche di questo parlarono un mese fa a Castelgandolgo il Papa e il ministro degli Esteri del patriarcato ortodosso russo Hilarion. Questi, uscendo dall’incontro, lodò il Papa perché “sa essere politicamente scorretto nel campo dei valori e della morale”. Una capacità che molto può giovare alla causa del riavvicinamento chiesa cattolica-chiesa ortodossa. Ancora di questo parlò il Papa nello storico incontro con le comunità protestanti riunite in Germania nel 2005: “Una priorità urgente nel dialogo ecumenico è costituita poi dalle grandi questioni etiche poste dal nostro tempo”. Infine, sempre di questo tema parlò Ratzinger incontrando durante il recente viaggio in terra santa esponenti del mondo ebraico e di quello musulmano: “E’ comune – ha ricordato – la preoccupazione di fronte al relativismo morale e alle offese che esso genera contro la dignità della persona umana”.
Altre chiese e religioni a parte, resta evidente come la spinta principale alla manifestazione di Spagna venga dalla chiesa cattolica. Questa è oggi di esempio per tutte le chiese europee. D’esempio soprattutto per la compattezza che la conferenza episcopale guidata da Varela dà alle conferenze consorelle d’Europa. In Spagna sono poche le frizioni. E il sentire comune è benedetto dal Papa. Questi, tramite Canizares, Varela, l’ex nunzio in Spagna e Andorra, ovvero il monsignore portoghese Manuel Monteiro de Castro (oggi segretario della congregazione per i Vescovi), e il nuovo nunzio monsignor Renzo Fratini (fino ad agosto era nunzio in Nigeria), segue da vicino le battaglie sul campo. E, da Roma, approva. Insieme al Papa, anche la segreteria di stato vaticana guidata dal cardinale Tarcisio Bertone. Certo, probabilmente il numero due della Santa Sede è meno propenso a favorire battaglie frontali e lotte di piazza. Ma è questione di stile, non di sostanza.

Pubblicato sul Foglio sabato 17 ottobre 2009


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Così, dopo 400 anni, il divin Galileo entra in Vaticano

E finalmente “il grande Galileo”, come lo definì Benedetto XVI in un Angelus memorabile, quello del 6 aprile 2006, tornò in Vaticano. Non più da inquisito per le sue teorie eliocentriche (“Eppur si muove”). Non attraverso la messa in posa di una statua di marmo nei pressi della Casina di Pio IV, sulla collina che sovrasta la cupola di San Pietro e, dunque, non lontano dall’appartamento nel quale tra il 1632 e il 1633 lo scienziato fu ospitato prima di venire condannato: il progetto, dato per certo un anno fa, è naufragato pare per problemi economici. Bensì, vi torna, oggi, nei panni che più gli si addicono: quelli del grande scienziato, astronomo, matematico e pure letterato.

E’ una mostra, quella che i Musei vaticani, la Specola vaticana e l’Istituto nazionale di astrofisica dedicano alla storia dell’astronomia, che ha come protagonista indiscusso proprio lui: Galileo Galilei. Una mostra che, dunque, sancisce il ritorno dello scienziato entro le mura Leonine. Lui che, involontariamente, fu al centro di una delle pagine più nere, o semplicemente difficili, del pontificato di Papa Benedetto XVI quanto a rapporti col mondo scientifico e accademico. Si era nel gennaio del 2008 e al Papa venne negato l’accesso alla Sapienza. Un gruppo di docenti e studenti si oppose al pronunciamento d’una sua lectio magistralis a motivo d’una frase che lo stesso Ratzinger pronunciò, quando ancora era cardinale, proprio su Galileo: “Il processo della chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto”, disse il futuro Benedetto XVI a Parma il 15 marzo 1990 riprendendo un’affermazione di Paul Feyerabend. E fu così che il Papa non andò mai alla Sapienza.

Una pagina difficile del pontificato ratzingeriano, dunque, seppure la visione dell’attuale Papa a proposito di Galileo, che davvero trova consonanze col pensiero dell’anarchico e rivoluzionario epistemologo Feyerabend, non pare oscurantista: la storia della scienza procede per paradigmi, ovvero per convenzioni radicate in date circostanze, e che storicamente possono essere messe in discussione e ristabilite, seguendo esigenze differenti. Questi orizzonti sono accettati di volta in volta come veri, dato che non c’è l’intenzione di metterli in discussione; lo scienziato che dimostra l’errore di un tale orizzonte, ristabilisce il paradigma, ma per fare ciò deve provare le sue ricerche in maniera lucida e convincente. Ebbene, la riflessione di Galileo relativa al movimento degli astri fu sì corretta, ma lo fu solo come intuizione: i mezzi a sua disposizione, infatti, non furono sufficienti a dimostrare scientificamente la sua scoperta. Ecco perché per il Feyerabend citato da Ratzinger aveva ragione la chiesa e aveva torto Galileo: la verità era rappresentata dalle convinzioni astronomiche del clero, e quella di Galileo era una presunzione (allora) senza fondamento. Gli strumenti telescopici dell’epoca, infatti, erano del tutto inadeguati a trasformare il paradigma in questione.

“Astrum 2009”, appunto la mostra in scena da oggi al 16 gennaio nei Musei vaticani, dice molto della volontà del Pontefice di guardare a Galileo per quanto ha dato alla scienza e al mondo, lasciando in secondo piano (fatto proprio il pensiero di Feyerabend) il processo e la condanna. E la cosa è stata compresa bene anche da colui che all’interno della Santa Sede ha lavorato parecchio per la mostra: ovvero l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, il presidente del pontificio consiglio della Cultura che qualche mese fa arrivò significativamente a celebrare una messa proprio per Galileo, la prima dopo 400 anni di dimenticanza. Era il 15 febbraio scorso e Ravasi, davanti a scienziati e astronomi di tutto il mondo, ricordò la figura dello scienziato che “ha saputo distinguere le due ragioni: quelle della scienza da un lato, e quelle verità che sono necessarie alla nostra salvezza e che ci vengono comunicate attraverso la voce dello Spirito Santo, dall’altro”. “Il divin uomo”, lo definì sempre in quell’occasione il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. E anche se la cosa – le parole di Ravasi e di Bertone – non significa la volontà vaticana di fare di Galileo un santo, dice comunque molto di come la chiesa ripensi alle vicende passate, di come, in particolare, consideri oggi Galileo, lo scienziato ripudiato da quella chiesa della quale lui era fervente seguace: a mo’ di esempio basti ricordare come fu lui, Galileo, a incoraggiare e insieme apprezzare la scelta delle sue due figlie di lasciare tutto (ovvero il mondo) per entrare in un convento di clausura.

Dalle pieghe della mostra si può estrapolare una tesi singolare: se si è arrivati sulla luna, lo si deve anche a Galileo. Anzitutto per le scoperte in campo astronomico uniche per il suo tempo. E poi, per fatti concreti: Galileo, infatti, primo tra gli scienziati, pensò di usare il cannocchiale, inventato dagli olandesi per scopi bellici, come strumento per scrutare il cielo. Si chiamava “occhialetto olandese” e Galileo se lo fece recapitare direttamente a casa sua, a Padova. Qui lo smontò per osservarne ogni segreto. E leggendo alcune pagine del Galileo letterato – il suo “Siderus Nuncius”, anch’esso esposto in mostra – si capisce bene come fece a potenziare l’“occhialetto” fino a farlo diventare un vero e proprio telescopio. In sostanza, utilizzando un tubo di piombo e due lenti di occhiali, una convessa (da presbite) e l’altra concava (da miope), costruì uno strumento capace di otto, nove, dieci ingrandimenti. Poi proseguì con gli esperimenti fino ad arrivare a un aggeggio capace di trenta ingrandimenti. Una cosa impensabile e impossibile per quel tempo. Fu con questo strumento che intuì cose che mai nessuno prima aveva intuito. Fu con questo strumento che la concezione del cosmo in voga fino a quel momento – quella aristotelica per la quale il cosmo, possedeva una struttura geocentrica rigorosa ed era diviso in due regioni distinte dotate ciascuna d’una propria fisica – cominciò a scricchiolare.

Galileo, dunque, e il suo telescopio. Un binomio che impose un nuovo modello di fare scienza. Un metodo non subito accettato. La scienza moderna, infatti, doveva subire un parto doloroso e di questo parto Galileo fu indiscusso protagonista. Ma le scoperte erano inequivocabili e destinate, nonostante le resistenze, a imporsi. Galileo scoprì nuove cose della superficie lunare e della composizione della Via Lattea e riuscì a individuare, per primo, intorno al pianeta Giove, “quattro pianeti mai visti fino ad ora dall’inizio del mondo”. Lo scrive in una pagina storica del “Sidereus Nuncius”, laddove si evince come il Galileo scienziato si sentiva di operare non contro ma in favore d’un disegno divino: “Ma quello che supera ogni meraviglia e che soprattutto ci ha spinti a rendere edotti tutti gli astronomi e i filosofi, è il fatto importantissimo di aver scoperto anche quattro stelle erranti, non conosciute né osservate da nessuno di quelli che sono venuti prima di noi, stelle che fanno i loro giri periodici intorno al Sole; e quell’astro ora lo precedono ora lo seguono, senza mai scostarsi da esso più del tutto. Tutte queste cose sono state scoperte e osservate in questi ultimi giorni per mezzo dell’occhiale escogitato da me, che sono stato illuminato dalla grazia divina”.

La grazia divina percorre tutta la mostra. Non a caso gli strumenti esposti – 130 oggetti tra telescopi, semplici cannocchiali, misuratori astronomici, lenti obiettive, compassi geometrici, pendoli astronomici, spettroeliografi, magnetometri, astrolabi e libri d’epoca – possono avere un loro significato trascendente: “Sono strumenti inventati dall’uomo per scrutare i segreti del firmamento – ha scritto il cardinale Giovanni Lajolo, presidente della pontificia commissione per lo stato della Città del Vaticano e del governatorato –, cioè di quelle realtà poste sopra di noi e così in alto da parere irraggiungibili, realtà che mentre ci riempiono insieme di ammirazione, moltiplicano in noi gli interrogativi circa la loro natura, i loro movimenti e le leggi (gli ordinamenti di ragione) che li reggono, e circa l’universo, di cui non siamo che una fugace scintilla. Ma il significato di tali strumenti è trascendente anche perché hanno inciso sul corso della storia dell’uomo sulla terra, dando a essa nuovi impulsi e indirizzi, dei quali tuttora viviamo, forse senza esserne molto consapevoli”.

Dunque, la storia è cambiata grazie a Galileo: ed è anche questa tenacia, questa passione per la scienza, che il Vaticano va a celebrare con questa importante mostra. Una tenacia che sapeva distinguere scienza e fede, ragione e fede, senza rinunciare a entrambe. Lo disse Benedetto XVI, in uno dei suoi innumerevoli passaggi dedicati, nel suo pontificato, a Galileo: “Nel cristianesimo – disse – c’è una peculiare concezione cosmologica, che ha trovato nella filosofia e nella teologia medievali delle altissime espressioni. Essa, anche nella nostra epoca, dà segni interessanti di una nuova fioritura, grazie alla passione e alla fede di non pochi scienziati, i quali – sulle orme di Galileo – non rinunciano né alla ragione né alla fede, anzi, le valorizzano entrambe fino in fondo, nella loro reciproca fecondità”. Un concetto ripreso ancora da Ravasi giusto due giorni fa: “Una grande conquista degli ultimi decenni è stata l’affermazione che scienza e teologia sono due magisteri non sovrapponibili ma paralleli, con i loro statuti ed epistemologia. Si devono ascoltare ma sono indipendenti, non conflittuali”.

Il tempo del conflitto tra scienza e fede sembra oggi al capolinea. Come al suo termine sembra giunto il tribunale su Galileo. “E’ giusto ritornare a considerare il tribunale della storia come una componente del dialogo tra scienza e fede e bisogna avere il coraggio di farlo, riconoscendo gli errori da una parte e dall’altra. Ma non si può tenere sempre aperto questo tribunale”. E la mostra aiuta a far sì che il tribunale si chiuda, anche per dare, per la prima volta in modo ufficiale a Galileo ciò che è suo.

Pubblicato sul Foglio giovedì 15 ottobre 2009


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Osservando l’Osservatore, si coglie un piccolo revirement su Obama

Aveva sollevato diverse polemiche, soprattutto negli ambienti neoconservatori del mondo statunitense, ma anche all’interno dell’episcopato americano, un articolo dell’Osservatore Romano del 30 aprile scorso firmato da Giuseppe Fiorentino e intitolato “I primi cento giorni che non hanno sconvolto il mondo”. Polemiche motivate dal contenuto del pezzo che non soltanto giudicava come positivi i primi cento giorni di Barack Obama alla Casa Bianca ma, di più, spiegava che anche sulle questioni etiche (e sulle politiche in merito) la nuova amministrazione si era di fatto mostrata più prudente di quanto gli stessi vescovi americani avessero preventivamente paventato. Tagliente la replica dei cattolici-anti-Obama, tra questi quella del teologo Michael Novak, il quale, sulle pagine di Liberal, diceva che l’articolo del giornale vaticano – assieme a tanti altri pro Obama usciti sempre sull’Osservatore – “dimostrano poca conoscenza del contesto americano”.

A Novak, e in generale a tutti gli scettici circa le uscite dell’Osservatore su Obama, aveva risposto, sempre su Liberal, colui che dal settembre 2007 è direttore del giornale vaticano, il docente e studioso di filologia patristica Gian Maria Vian. Questi, in un’intervista, riteneva le accuse di Novak eccessive anche a motivo del fatto che sempre, sulle colonne del suo giornale, alle istanze dei vescovi americani più critiche verso l’attuale amministrazione era stato dato grande risalto.

Non erano settimane facili, quelle a cavallo tra l’aprile e il maggio scorso, per i rapporti tra la comunità cattolica statunitense e la Casa Bianca. C’erano feroci polemiche intorno alla decisione dell’università cattolica di Notre Dame di conferire una laurea ad honorem a Obama. Per l’occasione il presidente della pontificia accademia delle scienze sociali e fino a pochi mesi prima ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, si era rifiutata di essere presente e, con lei, erano molti vescovi a essere sul piede di guerra. E fu probabilmente anche per questi attriti – che negli Usa andarono sotto il nome di “Notre Dame scandal” –, che l’articolo dell’Osservatore venne letto come una sorta di tradimento di tutta una linea. In sostanza, un tradimento – – sul Foglio è uscito anche un j’accuse di Sandro Magister – nei confronti di quella parte dell’episcopato americano e di quei cattolici che erano decisi a fare muro contro le reali (o presunte) derive laiciste dell’Amministrazione Obama quanto alle tematiche eticamente sensibili.

L’Osservatore, è risaputo, scrive non senza un controllo (non letterale quanto d’indirizzo) della segreteria di stato vaticana. E in questa chiave vanno letti i suoi articoli, soprattutto quelli che prendono posizione su temi delicati e dibattuti. Ma da quando c’è Vian alla sua guida, l’Osservatore è diventato anche un giornale dove le idee diverse hanno spazio, si confrontano a volte anche divergendo. La cosa – tante idee in un giornale fino a poco tempo fa ingessato dietro la mera ufficialità – spiazza e spesso soprende. Così ha sorpeso, per molti positivamente, l’ultima uscita su Obama. Un’uscita che le agenzie di mezzo mondo hanno rilanciato così: “Scettico l’Osservatore Romano riguardo l’assegnazione del premio Nobel per la pace ad Obama”. Ma la notizia non sta tanto nello scetticismo per il Nobel espresso in pagina da un articolo firmato domenica dalla storica Lucetta Scaraffia, quanto in una delle motivazioni che hanno portato il giornale vaticano a esprimere il suo scetticismo: oltre alla mancata assegnazione del premio a uomini che in passato avrebbero avuto svariati motivi per meritarlo – Karol Wojtyla ad esempio – c’è il fatto che ci si trova davanti a un presidente (appunto Obama) dalle politiche “oscillanti sia in tema di azioni militari sia in campo bioetico innanzi tutto a proposito dell’aborto, che tante polemiche ha suscitato fra i cattolici”. Proprio così: innazitutto sui temi bioteici e sull’aborto.

Probabilmente è quest’ultima, al di là delle interpetazioni passate, l’idea che l’Osservatore (e indirettamnete la segretria di stato vaticana) ha di Obama e delle sue politiche su quei temi che Ratzinger definì all’inizio del suo pontificato “non negoziabili”. Le incomprensioni, invece, sono frutto del rischio. Quello di un giornale che, come voleva Paolo VI, deve essere “di idee”. Tante idee a vocazione internazionale.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 14 ottobre 2009


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Il papabile nero. Da Malachia al “why not” del cardinale Turkson. Ogni pontificato ha i suoi candidati di colore, anche il regno di Ratzinger

Un Papa nero? “Why not?”, ha detto il 61enne cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana) durante la conferenza stampa che ha aperto i lavori del sinodo dei vescovi dedicato all’Africa. “Non c’è motivo per cui la chiesa non possa avere un giorno un Papa di colore”, ha affermato. E ancora: “Se Dio volesse vedere un nero come Papa, ringraziamo Dio. E poi, in fondo, abbiamo già altri casi illustri: Kofi Annan segretario generale delle Nazioni Unite e Barack Obama presidente degli Stati Uniti. Tra l’altro, quando un sacerdote viene ordinato, nello stesso ‘package’ (‘pacchetto’) si include la sua disponibilità in futuro a essere vescovo e forse Papa”.

Un Pontefice nero, dunque, un’ipotesi sempre percorribile ogni volta che si palesa nella storia della chiesa un conclave nel quale almeno uno dei candidati all’elezione abbia la pelle nera: si chiudono le porte della cappella Sistina, il cerimoniere papale pronuncia l’“extra omnes”, i cardinali elettori (quelli che non hanno superato gli ottanta anni) iniziano le votazioni e, pochi minuti dopo la tanto attesa fumata bianca, l’“annuntio vobis gaudium magnum” lascia spazio a ogni possibilità, anche a un nome imprevisto come può essere quello d’un Pontefice di colore. Imprevisto, come fu, tanto per fare un esempio recente, l’elezione al soglio di Pietro del cardinale Karol Wojtyla. Nessuno il 16 ottobre 1978 avrebbe pensato che il secondo conclave dell’anno (il primo c’era stato poche settimane prima e portò all’elezione di Albino Luciani, Papa per trentatré giorni) regalasse alla chiesa un Papa polacco. E, invece, fu così: “Mi hanno chiamato di un paese lontano… se mi sbaglio mi corrigerete”, disse Giovanni Paolo II affacciandosi dalla loggia che sovrasta l’ingresso della basilica di San Pietro assieme al maestro delle cerimonie Virgilio Noè in una buia sera autunnale. Questi gli aveva raccomandato: “Una benedizione in latino e poi si torna dentro”. Non ce la fece, Wojtyla, a limitarsi a un benedizione. E fece capire da subito cosa significasse per la chiesa aver scelto lui, un Pietro d’origine slava dopo tanti anni di Pontefici italiani.

A chi pensava Turkson quando ha pronunciato il suo “why not?”, è difficile dirlo. Probabilmente a nessuno in particolare. O forse, chissà, pensava a se stesso: l’ha ipotizzato, tra le righe, John Allen sul National Catholic Reporter laddove ha scritto che Turkson è destinato a divenire “an ecclesiastical star”. Una star della chiesa, insomma. Uno che nella storia della chiesa lascerà il segno. Del resto, i numeri pare averli: è giovane (in conclave, a volte, la cosa giova, soprattutto se il pontificato appena conclusosi è stato breve). Parla inglese, francese, italiano e tedesco. Conosce l’ebraico, il greco classico e il latino. In Africa è molto amato. E poi ha dimostrato di saper gestire le diatribe tra musulmani e pentecostali senza rinunciare all’annuncio integrale del vangelo. Infatti, la sua idea di dialogo interreligioso si avvicina molto a quel dialogo tra culture (meno teologia e più confronto sulle questioni pratiche) di ratzingeriana memoria. E pare che Benedetto XVI conosca bene queste sue doti, se è vero che, oltre ad averlo nominato relatore generale del Sinodo, da tempo cerca di portarlo, per ora senza successo, in curia romana: Turkson predilige la sua Africa e il suo Ghana. Per ora. In futuro, chissà.

Occorre dirla tutta: l’elezione di un Papa nero al timone della chiesa non sarebbe un unicum (almeno così tramanda la tradizione). Gelasio I, infatti, Papa parecchi secoli fa, dal 492 al 496, era sì “romanus natus”, come egli stesso dichiarava in una lettera all’imperatore Anastasio (Epistola XII, numero 1). Ma, secondo il Liber Pontificalis, era “natione afer”. E per questo, a volte, viene indicato come nativo d’Africa, precisamente della Cabilià (Algeria), regione dove la popolazione indigena, i berberi, è di pelle bianca. La chiesa, comunque, tramanda egli fosse un’eccezione rispetto ai suoi compaesani: avesse cioè la pelle scura come il carbone.

E poi, Gelasio I a parte, c’è quella profezia (l’unica andata perduta) di Malachia che parla di un “caput nigrum” per la chiesa cattolica. La profezia di Malachia sui Papi è cosa nota: un elenco di 112 brevi frasi in latino che pretendono di descrivere tutti i Pontefici della chiesa cattolica romana a partire da Celestino II (eletto nel 1143), fino ad arrivare ad un Papa ancora di là da venire, descritto nella profezia come “Pietro il Romano”, il cui pontificato finirà con la distruzione di Roma e con il giudizio universale. Stando all’elenco di Malachia l’ultimo Papa dovrebbe arrivare dopo quello denominato “de gloria olivae”, un Pontefice, quest’ultimo, che seguendo la cronologia delle 112 frasi in latino dovrebbe essere Benedetto XVI. Ma c’è, appunto, una profezia perduta (dunque tra la 111 e l’ultima, che diverrebbe la 113), ed è quella che vuole che tra il “de gloria olivae” (Benedetto XVI) e l’ultimo Papa, ve ne sia un penultimo: un “caput nigrum” dice la frase, appunto un guida della chiesa, un Papa, dalla pelle scura.

Torniamo per un momento a Wojtyla. I suoi ventisei anni e mezzo di pontificato ne hanno bruciati parecchi di cardinali papabili. Tra quelli africani, colui che era ritenuto come più papabile di altri era il cardinale nigeriano Francis Arinze. Venne creato cardinale da Wojtyla nel 1985, lo stesso anno in cui divenne responsabile del “ministero” della curia romana che si occupa di dialogo interreligioso. Poi, nel 2002, il grande salto alla guida della congregazione che si occupa di culto divino e disciplina dei sacramenti: un incarico di prestigio, a capo di uno dei nove “ministeri” della Santa Sede che hanno poteri decisionali. Nel conclave del 2005 era la speranza della chiesa d’Africa. Anche se, a conti fatti, pare che nel susseguirsi delle varie (per la verità poche) votazioni a porte chiuse che hanno portato all’elezione di Joseph Ratzinger, Arinze non sia mai entrato in corsa.

Prima di lui, altri nomi, tutti prestigiosi si sono fatti quali possibili Pontefici neri. Tre su tutti. Tre nomi che nella chiesa dicono molto. Tre nomi che c’è chi sostiene che ancora oggi nessuno sia stato in grado di rimpiazzare. Paul Zoungrana, arcivescovo di Ouagadougou, cardinale dal 1965, partecipò a due conclavi, quelli del 1978 che elessero prima Giovanni Paolo I e poi Giovanni Paolo II. Quindi, Hyacinthe Thiandoum: senegalese, fu il successore di Marcel Lefebvre a Dakar, prima che quest’ultimo fondasse la Fraternità San Pio X e incappasse (dopo l’ordinazione illegittima di alcuni vescovi) nella scomunica. Infine, l’indimenticato cardinale Bernardin Gantin: nato nel Benin, nel 1984 venne nominato prefetto della congregazione dei vescovi (uno dei “ministeri” vaticani più importanti), primo porporato di origine africana a essere messo a capo di un dicastero della curia romana.

Oggi, Turkson a parte, un porporato di pelle nera sembra attestarsi sopra tutti gli altri. Si tratta del 65enne Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam in Tanzania. E’ stato recentemente, nel gennaio del 2007, che Pengo ha ricevuto direttamente da Benedetto XVI un attestato di stima e fiducia notevole. Questi, infatti, l’ha nominato presidente del simposio delle conferenze episcopali d’Africa e Madagascar. In sostanza, il responsabile ultimo dei vescovi di tutto il continente africano. E’ dall’alto del suo ruolo che, nelle scorse ore, è intervenuto al Sinodo dei vescovi denunciando come siano molti i sacerdoti che, in Africa, abusano del proprio ruolo promuovendo i conflitti tribali. Invece di dedicarsi all’evangelizzazione e alla cura delle anime, insomma, fanno altro. Non è un caso, ha ricordato, “che per il genocidio del Rwanda sono stati condannati diversi ecclesiastici”. Anche l’iter formativo di Pengo è particolare. A differenza di molti suoi confratelli africani, non ha studiato nella pontificia Università Urbaniana, e cioè lì dove, dal 1627 e per volere di Papa Urbano VIII, la Santa Sede vuole vadano a formarsi i sacerdoti (la maggior parte africani) provenienti dalle diocesi dipendenti dalla congregazione di Propaganda Fide. Pengo, invece, ha studiato alla pontificia Università del Laterano a Roma. Qui, in quella che è la vera università del Papa (soltanto qui, infatti, gran cancelliere è il vicario del Papa a Roma), ha conseguito la laurea in teologia morale.

Senz’altro è soltanto un caso, ma un porporato in vista (e molto considerato oltre il Tevere) è un altro africano il cui curriculum come quello di Pengo non ha nulla a che fare col collegio Urbaniano. Si tratta del cardinale senegalese arcivescovo di Dakar Théodore-Adrien Sarr. Anch’egli è stato voluto cardinale da Ratzinger, nel concistoro del 24 novembre 2007. Tra l’altro, nella sua biografia, c’è una caratteristica abbastanza inusuale per un africano: per anni è stato professore di lettere classiche (latino e greco). Porporato combattivo, lo scorso marzo è stata affidata a lui la difesa delle ragioni di Benedetto XVI circa l’inammissibilità per la chiesa dell’uso del preservativo per combattere l’aids. Durante il viaggio del Papa in Camerun e Angola, mentre infuriavano le critiche contro Ratzinger da parte delle cancellerie di mezza Europa a motivo di dichiarazioni rilasciate sull’aereo appena prima di lasciare Roma, Sarr spiegò con forza come “gli occidentali” dovessero lasciare che fossero gli africani a valutare “a modo loro” la legittimità o meno delle parole del Papa sui condom: “Gli africani – disse – vivono a modo loro, pensano a modo loro”. E ancora: “In questo viaggio ci sono state cose belle che è necessario trasmettere e, invece, alcuni non hanno trovato niente di meglio da fare che alimentare polemiche. Polemiche, peraltro, che sono state gonfiate, sovradimensionate rispetto al resto del contenuto di questo viaggio”.

Dunque, Pengo e Sarr: due cardinali formatisi lontano dall’Urbaniana, appunto l’ateneo romano che si dedica al clero missionario e agli allievi provenienti dai territori di missione e dalle giovani chiese (Africa in testa). Che si siano formati lontano dall’Urbaniana non significa nulla di concreto. Eppure, il fatto che due delle migliori speranze della chiesa del continente nero vengano da studi effettuati sul territorio natìo (e non a Roma) può suonare come un campanello d’allarme. Un tempo le migliori teste africane venivano “prelevate” dall’Africa e portate all’Urbaniana a “romanizzarsi”. Non era un tentativo di Roma di plagiare gli africani al fine di colonizzare il continente. Tutt’altro: la “romanizzazione” era da intendersi come la volontà d’“internazionalizzare” le future guide della chiesa d’Africa tramite un contatto concreto con una città dove la chiesa è il mondo. Questo lavoro forse oggi è meno considerato. Si valuta poco utile far conoscere Roma e la chiesa di Roma a chi avrà incarichi di responsabilità fuori dal Vaticano. E quel desiderio di far abbeverare il migliore clero africano della migliore romanità pare sia andato perso. A discapito di tutti: Africa in testa. O, forse, è l’Urbaniana a non esercitare più il fascino di una volta. Difficile, comunque, valutare oggettivamente il tutto.

La fuga degli africani da Roma oggi sembra riguardare anche la curia romana. Certo, nessuno ha mai detto che all’interno della curia la distribuzione degli incarichi di governo debba avvenire secondo criteri di rappresentanza geografia. Eppure è un fatto che se un continente è poco rappresentato, questo è proprio quello africano. Nessuno può dire se Benedetto XVI vorrà supplire in futuro a questa deficienza, fatto sta che se davvero – come si sostiene da più parti – egli dovesse decidere di portare Sarr a Roma per affidargli le redini del pontificio consiglio Iustitia et Pax al posto del cardinale Renato Raffaele Martino, il messaggio che Ratzinger lancerà alle gerarchie della chiesa sarà forte e chiaro: la leadership della chiesa del futuro avrà a che fare anche con l’Africa e, dunque, con un cardinale per la verità non troppo giovane (73 anni) ma ancora in salute e da considerare per i futuri nuovi scenari.

Il parterre del collegio cardinalizio, sotto la voce “cardinali elettori” annovera altri porporati africani. Sono Wilfrid Fox Napier (arcivescovo di Durban, Sud Africa), John Njue (arcivescovo metropolita di Nairobi, Kenya), Anthony Olubunmi Okogie (arcivescovo di Lagos, Nigeria), Christian Wiyghan Tumi (arcivescovo di Douala, Camerun) e Gabriel Zubeir Wako (arcivescovo di Khartoum, Sudan). Nomi importanti, certo, ma ritenuti meno vicini alla possibilità d’arrivare, un giorno, al soglio di Pietro. Anche se, la storia insegna, tutto è possibile.

Quando Benedetto XVI deciderà d’indire un nuovo concistoro non è facile saperlo. Pare, comunque, non possa essere a breve. Eppure non sono pochi i vescovi e gli arcivescovi africani che potrebbero meritarsi il grado cardinalizio. Tra questi, ovviamente, non c’è quella che fu a suo tempo una promessa dell’episcopato africano: lo zambiano Emmanuel Milingo. C’è, invece, l’arcivescovo Robert Sarah, 64 anni, emerito di Conakry e dal 2001 segretario della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Prima, però, occore una promozione all’interno della curia romana e per lui, pare, la cosa possa non essere lontana.

Pubblicato sul Foglio sabato 10 ottobre 2009


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Il Nobel a Obama e le relazioni col Vaticano secondo Miguel Diaz e padre Lombardi

“Siamo lieti – ha detto alla Radio Vaticana Miguel Diaz, nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede – per questo importantissimo onore. Al presidente sono stati riconosciuti gli sforzi di costruire la comprensione tra i popoli, come aveva già manifestato nel discorso ai popoli musulmani al Cairo, nel corso dei suoi viaggi e in altri discorsi e iniziative. Credo che il comitato abbia riconosciuto il suo impegno per l’eliminazione delle armi nucleari”.

In merito all’influenza che questo riconoscimento potrà avere nelle relazioni fra la Casa bianca e il Vaticano, l’ambasciatore ha osservato: “Come ho già detto, credo che per la Santa Sede, come ha detto anche il Papa nella conversazione che ho avuto con lui venerdì scorso in occasione della presentazione delle mie credenziali, l’abolizione delle armi nucleari sia una sfida per la quale dobbiamo lavorare insieme”. ”Come ambasciatore degli Stati uniti – ha aggiunto ancora – mi sento profondamente onorato per il premio conferito al presidente Obama e speriamo che questo riconoscimento ci sostenga nel nostro impegno per la collaborazione tra i popoli e con tutte le persone di buona volonta’, affinché con le parole e con le azioni si riesca ad abolire le armi nucleari”.

Così Diaz commentando il Nobel per la pace conferito a Barack Obama.

Poi sono arrivate le parole di padre Federico Lombardi: “L’attribuzione del Nobel per la pace al Presidente Obama è salutata con apprezzamento in Vaticano alla luce dell’impegno dimostrato dal Presidente per la promozione della pace nel campo internazionale, e in particolare anche recentemente in favore del disarmo nucleare”. E ancora: “Ci si augura che questo importantissimo riconoscimento incoraggi ulteriormente tale impegno difficile ma fondamentale per l’avvenire dell’umanità, affinchè possa portare i risultati sperati “.

Quanto ai rapporti Vaticano-Stati Uniti e al comune impegno che anche in scia alla consegna del Nobel ci si augura continui sul terreno della collaborazione tra i popoli, sarebbe stato meglio non dire nulla. Ma dai…


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Chiesa Usa: cardinal Daniel DiNardo tiene il sermone alla “red mass” e non tradisce le attese

Il 60enne statunitense Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston, è stato creato cardinale direttamente da Benedetto XVI il 24 novembre 2007. Prima di lui, mai alla guida della diocesi texana era stato accordato il privilegio della berretta rossa. Segno della stima che il Papa nutre per il porporato. DiNardo, infatti, rappresenta un modello di pastore d’anime affine a quanto il Pontefice vuole dai vescovi della sua chiesa: un presule capace di catturare al cattolicesimo i lontani e coloro che la fede hanno smarrita per strada. Da quando c’è lui, a Galveston-Houston, il numero di cattolici praticanti è aumentato vertiginosamente, e la cosa non è indifferente a chi, come papa Ratzinger, ben comprende le dinamiche del mercato religioso americano. DiNardo è anche un presule che, in scia a molti suoi confratelli americani, difende strenuamente la voce della chiesa nell’agone pubblico. Certo, è il modello di laicità positiva americana ad avvantaggiarlo in questo esercizio. Ma è anche lui che non arretra quando in gioco vi sono princìpi e valori morali sui quali non retrocedere.
Un esempio DiNardo l’ha dato domenica scorsa nell’annuale appuntamento di Washington che prende il nome di red mass. E’ la messa cattolica che alcune delle porpore americane (berrette rosse, di qui “red mass”) celebrano per i giuristi del paese a mo’ d’inaugurazione dell’anno giudiziario. Domenica scorsa, nella cattedrale di San Matteo Apostolo, DiNardo ha tenuto un lungo sermone, parole pregne di significato anche perché pronunciate quattro giorni prima che la corte suprema aprisse il dibattimento nel caso Salazar v. Buono in merito alla legittimità costituzionale dell’esposizione della croce cattolica all’interno della Mojave National Reserve. DiNardo ha dato la linea di ciò che, per le gerarchie della chiesa, il lavoro di coloro che operano nel campo giudiziario non dovrebbe disattendere. Ad ascoltarlo, la crème del paese. Della corte suprema erano presenti Sonia Sotomayor, John Roberts Jr., Antonin Scalia, Anthony Kennedy, Samuel Alito (tutti cattolici) e Stephen Breyer (di religione ebraica). Con loro, assieme a tanti altri professionisti tra giudici e avvocati, il vice presidente Joe Biden, il segretario agli interni Ken Salazar, il segretario del dipartimento dei Trasporti Ray LaHood e il chairman del Comitato nazionale repubblicano Michael Steele.
Sarà che fuori la cattedrale c’erano diversi attivisti prolife a manifestare, sarà che i temi etici da sempre scaldano le passioni degli americani (oggi l’Osservatore Romano cita un sondaggio del Pew Forum secondo cui negli Usa diminuisce il numero di abortisti), fatto sta che DiNardo non ha tradito le attese chiedendo, come prima cosa, che i giudici e gli avvocati nel proprio lavoro tengano conto dei diritti di tutti i loro clienti, anche “di coloro che per colpa dell’aborto potrebbero non venire alla luce”. Sono questi “clienti senza voce” che il porporato ha chiesto vengano non dimenticati. E ancora, si è chiesto: “Come oserete ricevere la Comunione con il sangue dei bambini non nati nelle vostre mani?”.
Quindi il richiamo alla valorizzazione della fede e delle istanze dei credenti della vita pubblica. Un richiamo – l’altro ieri – in qualche modo fatto proprio dalla corte durante il dibattimento Salazar v. Buono. Il giudice Scalia è intervenuto in favore della croce californiana in quanto può rappresentare i caduti di tutte le religioni. La croce venne posta nel parco californiano nel 1934 a perenne memoria dei caduti della Prima guerra mondiale. Frank Buono, un soprintendente del parco, ne ha chiesta la rimozione perché lederebbe il primo emendamento della Costituzione, quello dedicato alla libertà di religione, di stampa e di parola. Gli avvocati di Salazar sostengono il contrario e, l’altro ieri, l’ha sostenuto pure Scalia. E’ ancora presto per dire come andrà a finire: ma è negli Usa più che altrove che le istanze della chiesa rischiano di non restare inascoltate.

Pubblicato sul Foglio venerdì 9 ottobre 2009


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I poteri e la grazia. Tutti i santi d’Europa assistono al faccia a faccia tra il Cav. e Bertone in una mostra per incontri notevoli

Roma. Proseguono senza intoppi, all’apparenza (senz’altro soltanto all’apparenza) incuranti del mondo e delle beghe di tutti i giorni, le strette di mano, i sorrisi, i colloqui diplomatici ma soprattutto amichevoli tra Silvio Berlusconi, esponenti della maggioranza di governo, e le più alte gerarchie vaticane e della chiesa italiana. Incontri amichevoli perché un conto sono i problemi del governo e del suo premier, altra cosa è la cordialità tra le due parti che resta sempre e comunque. Negli ultimi giorni, per ben due volte, è toccato ai santi patroni d’Europa, ovvero alla prestigiosa e regale mostra “Il Potere e la Gloria” in scena a Palazzo Venezia (un complesso e affascinante intreccio tra la storia d’Europa, i suoi popoli e duemila anni di storia della santità cristiana), fare da spettatrice a incontri ufficiali e al contempo informali tra le due parti: il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Giovanni Battista Re, Gianni Letta e Franco Frattini lunedì sera in una cena tra i chiostri del Palazzo; il cardinale Tarcisio Bertone, Angelo Bagnasco, Julian Herranz, Berlusconi, ancora Gianni Letta, Giulio Tremonti, Andrea Ronchi ieri sera. Quello di ieri, ovviamente, era l’intreccio clou tra gerarchie vaticane e uomini di governo: sanciva l’inaugurazione vera e propria della mostra (Bertone e Berlusconi hanno tagliato il nastro assieme) e, inoltre, cadeva (casualmente) poche ore dopo il verdetto della Consulta che giudicava illegittimo il Lodo Alfano. E i due, Berlusconi e Bertone, ne hanno probabilmente anche potuto parlare a quattr’occhi quando, alla fine di tutto, si sono appartati per qualche minuto a dialogare privatamente.
E’ un leit motiv delle ultime settimane quello che vuole che non vengano programmati in giorni qualunque gli incontri tra Bertone e Berlusconi. I due, infatti, avrebbero dovuto vedersi l’ultimo venerdì di agosto, a L’Aquila, alla festa della Perdonanza, ma per motivi di prudenza, tutto saltò: il Giornale aveva appena attaccato il direttore di Avvenire Dino Boffo. Poi, Ciampino, quindici giorni fa circa: i due si videro di sfuggita appena prima che Benedetto XVI decollasse per Praga. Berlusconi era appena atterrato da Pittsburgh: l’incontro valse più che altro come foto-notizia. Anche ieri, a onor del vero, non c’era molto di più. Nel senso che i santi patroni d’Europa, che pure erano l’oggetto del ritrovarsi, sono inevitabilmente scemati in secondo piano.
Berlusconi è arrivato, sorridente, pochi minuti prima di Bertone. L’ha aspettato sulla porta di Palazzo Venezia (via del Plebiscito) e l’ha accompagnato (sempre sorridente) lungo i due piani di scale che portano alla sala del nastro, dei quadri, dei santi dell’Europa cristiana. Nell’unica sala dotata di microfoni, il premier ha scherzato (ma neanche troppo) con Bertone (anch’egli molto sorridente): “C’è una grave lacuna nella mostra – ha detto – Manca san Silvio da Arcore che fa sì che l’Italia non sia in mano a certa sinistra che con la religione ha poco a che fare”. Bertone ha sorriso, neanche troppo imbarazzato. E, lasciato sfogare Berlusconi, ha tenuto un breve discorso che l’Osservatore Romano ha intitolato “Come realizzare una vita di qualità”. Un testo in cui il segretario di stato vaticano, ovvero colui che cura per il Papa i rapporti diplomatici con i governi del mondo, ha sottolineato come “per aiutare i nostri contemporanei a costruire vite cariche di senso non bastano politiche intelligenti e diplomazie efficaci: occorrono – ha ricordato – onesti cittadini e buoni cristiani, come diceva don Bosco”.
Gli esempi a cui guardare di certo non mancavano: “Sono i santi che hanno edificato l’Europa con la forza dello spirito cristiano”, ha detto Bertone. “Anche io – ha sottolineato poco prima Berlusconi stando sull’argomento – all’epoca mi sono battuto per introdurre le radici cristiane nella Costituzione europea, ma non è stato possibile perché qualche laicone si è opposto”. E di laiconi, gente comune e meno comune, ieri sera, a Palazzo Venezia ce n’erano parecchi. Un buffet di molteplici pietanze e tanti personaggi a consumarle. Gente elegante, coi santi patroni a fare da sfondo.
Il resto è cronaca: la compagine vaticana che, subito dopo il faccia a faccia Bertone-Berlusconi, lascia Palazzo Venezia e i suoi santi senza rilasciare dichiarazioni. Berlusconi, invece, che uscendo dedica parole al verdetto della Consulta e a Napolitano.

Pubblicato sul Foglio giovedì 8 ottobre 2009


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