Osservando l’Osservatore, si coglie un piccolo revirement su Obama
14 ottobre 2009 -
Aveva sollevato diverse polemiche, soprattutto negli ambienti neoconservatori del mondo statunitense, ma anche all’interno dell’episcopato americano, un articolo dell’Osservatore Romano del 30 aprile scorso firmato da Giuseppe Fiorentino e intitolato “I primi cento giorni che non hanno sconvolto il mondo”. Polemiche motivate dal contenuto del pezzo che non soltanto giudicava come positivi i primi cento giorni di Barack Obama alla Casa Bianca ma, di più, spiegava che anche sulle questioni etiche (e sulle politiche in merito) la nuova amministrazione si era di fatto mostrata più prudente di quanto gli stessi vescovi americani avessero preventivamente paventato. Tagliente la replica dei cattolici-anti-Obama, tra questi quella del teologo Michael Novak, il quale, sulle pagine di Liberal, diceva che l’articolo del giornale vaticano – assieme a tanti altri pro Obama usciti sempre sull’Osservatore – “dimostrano poca conoscenza del contesto americano”.
A Novak, e in generale a tutti gli scettici circa le uscite dell’Osservatore su Obama, aveva risposto, sempre su Liberal, colui che dal settembre 2007 è direttore del giornale vaticano, il docente e studioso di filologia patristica Gian Maria Vian. Questi, in un’intervista, riteneva le accuse di Novak eccessive anche a motivo del fatto che sempre, sulle colonne del suo giornale, alle istanze dei vescovi americani più critiche verso l’attuale amministrazione era stato dato grande risalto.
Non erano settimane facili, quelle a cavallo tra l’aprile e il maggio scorso, per i rapporti tra la comunità cattolica statunitense e la Casa Bianca. C’erano feroci polemiche intorno alla decisione dell’università cattolica di Notre Dame di conferire una laurea ad honorem a Obama. Per l’occasione il presidente della pontificia accademia delle scienze sociali e fino a pochi mesi prima ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, si era rifiutata di essere presente e, con lei, erano molti vescovi a essere sul piede di guerra. E fu probabilmente anche per questi attriti – che negli Usa andarono sotto il nome di “Notre Dame scandal” –, che l’articolo dell’Osservatore venne letto come una sorta di tradimento di tutta una linea. In sostanza, un tradimento – – sul Foglio è uscito anche un j’accuse di Sandro Magister – nei confronti di quella parte dell’episcopato americano e di quei cattolici che erano decisi a fare muro contro le reali (o presunte) derive laiciste dell’Amministrazione Obama quanto alle tematiche eticamente sensibili.
L’Osservatore, è risaputo, scrive non senza un controllo (non letterale quanto d’indirizzo) della segreteria di stato vaticana. E in questa chiave vanno letti i suoi articoli, soprattutto quelli che prendono posizione su temi delicati e dibattuti. Ma da quando c’è Vian alla sua guida, l’Osservatore è diventato anche un giornale dove le idee diverse hanno spazio, si confrontano a volte anche divergendo. La cosa – tante idee in un giornale fino a poco tempo fa ingessato dietro la mera ufficialità – spiazza e spesso soprende. Così ha sorpeso, per molti positivamente, l’ultima uscita su Obama. Un’uscita che le agenzie di mezzo mondo hanno rilanciato così: “Scettico l’Osservatore Romano riguardo l’assegnazione del premio Nobel per la pace ad Obama”. Ma la notizia non sta tanto nello scetticismo per il Nobel espresso in pagina da un articolo firmato domenica dalla storica Lucetta Scaraffia, quanto in una delle motivazioni che hanno portato il giornale vaticano a esprimere il suo scetticismo: oltre alla mancata assegnazione del premio a uomini che in passato avrebbero avuto svariati motivi per meritarlo – Karol Wojtyla ad esempio – c’è il fatto che ci si trova davanti a un presidente (appunto Obama) dalle politiche “oscillanti sia in tema di azioni militari sia in campo bioetico innanzi tutto a proposito dell’aborto, che tante polemiche ha suscitato fra i cattolici”. Proprio così: innazitutto sui temi bioteici e sull’aborto.
Probabilmente è quest’ultima, al di là delle interpetazioni passate, l’idea che l’Osservatore (e indirettamnete la segretria di stato vaticana) ha di Obama e delle sue politiche su quei temi che Ratzinger definì all’inizio del suo pontificato “non negoziabili”. Le incomprensioni, invece, sono frutto del rischio. Quello di un giornale che, come voleva Paolo VI, deve essere “di idee”. Tante idee a vocazione internazionale.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 14 ottobre 2009
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Caro Paolo, bell’articolo. Concordo pienamente. Faccio solo una provocazione che ti chiedo di commentare a tua volta: e se questo premio nobel per la pace fosse stato conferito al signor Obama per spingere lo stesso a fare molto e di più per la pace? Dopo tutto il presidente degli stati uniti ha le carte per fare molto bene a livello internazionale. Basti pensare solo al conflitto israelo-palestine per esempio.
Cosa ne pensi Paolo? Puo essere sensato un premio nobel “preventivo” con il quale pare si voglia dire : ti premiamo, ora sta a te FARE ?
Complimenti Paolo, bell’articolo.
Permettimi una domanda-provocazione: e se questo premio nobel per la pace fosse stato dato a Mr Obama per spingere quest’ultimo a fare molto e di più per la pace a livello internazionale?
Al di la, quindi, delle perplessità legittime circa il conferimento di questo premio, non credi si possa (intra)vedere una buona intenzione dietro tale scelta di stoccolma?
Paolo, mi piacerebbe una tua opinione un merito.
i commenti non funzionano
[...] un presidente (appunto Obama) dalle politiche “oscillanti sia in tema di azioni militari sia in campo bioetico innanzi tutto a proposito dell’aborto, che tante polemiche ha suscitato fra i cattolici”
Viva il revirement!
Per Federico: è un Nobel preventivo, come dici. Non vedo altra spoegazione.
Per Gigi: come, sopra, concordo anche co te.
Grazie Paolo, è vero è la sola spiegazione possibile.
buona serata
Un premio di incoraggiamento?!
Mi sembra un po’ strano. Secondo me, invece, Obama è stato premiato per quello che ha fatto. Ha mandato via Bush, ha riportato i democrats alla casa bianca, ha abrogato la Mexico City policy di Reagan http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14300,
ha tolto il veto Bush ai finanziamenti federali per la ricerca sugli embrioni… http://blog.panorama.it/mondo/2009/03/09/obama-toglie-i-limiti-alla-ricerca-sulle-staminali-embrionali/
Per Franz: e per queste cose occorreva dargli il Nobel: ma dai
Caro Paolo, la mia lista era ironica (x me, ma temo non x i giurati… )
Obama è un bleuf. Da una parte si distingue da Bush per un linea pro choice and less pro life ma dall’altra non si distingue granchè dal suo predecessore per la politica estera. e infine: messa da parte la sua bella retorica Obama è un question mark.
Franz e paolo, vi consiglio questo illuminante articolo
http://www.newstatesman.com/north-america/2009/10/mehdi-hasan-bush-administration-oba
Federico, grazie x l’articolo segnalato! E’ molto interessante e dettagliato.
Tuttavia, non ho trovato traccia degli interventi sulla bioetica, dove Obama (pur senza applicare tutte le devastanti iniziative prospettate in campagna elettorale) ha comunque ribaltato in negativo alcune importanti linee di Bush.