Il papabile nero. Da Malachia al “why not” del cardinale Turkson. Ogni pontificato ha i suoi candidati di colore, anche il regno di Ratzinger
12 ottobre 2009 -
Un Papa nero? “Why not?”, ha detto il 61enne cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana) durante la conferenza stampa che ha aperto i lavori del sinodo dei vescovi dedicato all’Africa. “Non c’è motivo per cui la chiesa non possa avere un giorno un Papa di colore”, ha affermato. E ancora: “Se Dio volesse vedere un nero come Papa, ringraziamo Dio. E poi, in fondo, abbiamo già altri casi illustri: Kofi Annan segretario generale delle Nazioni Unite e Barack Obama presidente degli Stati Uniti. Tra l’altro, quando un sacerdote viene ordinato, nello stesso ‘package’ (‘pacchetto’) si include la sua disponibilità in futuro a essere vescovo e forse Papa”.
Un Pontefice nero, dunque, un’ipotesi sempre percorribile ogni volta che si palesa nella storia della chiesa un conclave nel quale almeno uno dei candidati all’elezione abbia la pelle nera: si chiudono le porte della cappella Sistina, il cerimoniere papale pronuncia l’“extra omnes”, i cardinali elettori (quelli che non hanno superato gli ottanta anni) iniziano le votazioni e, pochi minuti dopo la tanto attesa fumata bianca, l’“annuntio vobis gaudium magnum” lascia spazio a ogni possibilità, anche a un nome imprevisto come può essere quello d’un Pontefice di colore. Imprevisto, come fu, tanto per fare un esempio recente, l’elezione al soglio di Pietro del cardinale Karol Wojtyla. Nessuno il 16 ottobre 1978 avrebbe pensato che il secondo conclave dell’anno (il primo c’era stato poche settimane prima e portò all’elezione di Albino Luciani, Papa per trentatré giorni) regalasse alla chiesa un Papa polacco. E, invece, fu così: “Mi hanno chiamato di un paese lontano… se mi sbaglio mi corrigerete”, disse Giovanni Paolo II affacciandosi dalla loggia che sovrasta l’ingresso della basilica di San Pietro assieme al maestro delle cerimonie Virgilio Noè in una buia sera autunnale. Questi gli aveva raccomandato: “Una benedizione in latino e poi si torna dentro”. Non ce la fece, Wojtyla, a limitarsi a un benedizione. E fece capire da subito cosa significasse per la chiesa aver scelto lui, un Pietro d’origine slava dopo tanti anni di Pontefici italiani.
A chi pensava Turkson quando ha pronunciato il suo “why not?”, è difficile dirlo. Probabilmente a nessuno in particolare. O forse, chissà, pensava a se stesso: l’ha ipotizzato, tra le righe, John Allen sul National Catholic Reporter laddove ha scritto che Turkson è destinato a divenire “an ecclesiastical star”. Una star della chiesa, insomma. Uno che nella storia della chiesa lascerà il segno. Del resto, i numeri pare averli: è giovane (in conclave, a volte, la cosa giova, soprattutto se il pontificato appena conclusosi è stato breve). Parla inglese, francese, italiano e tedesco. Conosce l’ebraico, il greco classico e il latino. In Africa è molto amato. E poi ha dimostrato di saper gestire le diatribe tra musulmani e pentecostali senza rinunciare all’annuncio integrale del vangelo. Infatti, la sua idea di dialogo interreligioso si avvicina molto a quel dialogo tra culture (meno teologia e più confronto sulle questioni pratiche) di ratzingeriana memoria. E pare che Benedetto XVI conosca bene queste sue doti, se è vero che, oltre ad averlo nominato relatore generale del Sinodo, da tempo cerca di portarlo, per ora senza successo, in curia romana: Turkson predilige la sua Africa e il suo Ghana. Per ora. In futuro, chissà.
Occorre dirla tutta: l’elezione di un Papa nero al timone della chiesa non sarebbe un unicum (almeno così tramanda la tradizione). Gelasio I, infatti, Papa parecchi secoli fa, dal 492 al 496, era sì “romanus natus”, come egli stesso dichiarava in una lettera all’imperatore Anastasio (Epistola XII, numero 1). Ma, secondo il Liber Pontificalis, era “natione afer”. E per questo, a volte, viene indicato come nativo d’Africa, precisamente della Cabilià (Algeria), regione dove la popolazione indigena, i berberi, è di pelle bianca. La chiesa, comunque, tramanda egli fosse un’eccezione rispetto ai suoi compaesani: avesse cioè la pelle scura come il carbone.
E poi, Gelasio I a parte, c’è quella profezia (l’unica andata perduta) di Malachia che parla di un “caput nigrum” per la chiesa cattolica. La profezia di Malachia sui Papi è cosa nota: un elenco di 112 brevi frasi in latino che pretendono di descrivere tutti i Pontefici della chiesa cattolica romana a partire da Celestino II (eletto nel 1143), fino ad arrivare ad un Papa ancora di là da venire, descritto nella profezia come “Pietro il Romano”, il cui pontificato finirà con la distruzione di Roma e con il giudizio universale. Stando all’elenco di Malachia l’ultimo Papa dovrebbe arrivare dopo quello denominato “de gloria olivae”, un Pontefice, quest’ultimo, che seguendo la cronologia delle 112 frasi in latino dovrebbe essere Benedetto XVI. Ma c’è, appunto, una profezia perduta (dunque tra la 111 e l’ultima, che diverrebbe la 113), ed è quella che vuole che tra il “de gloria olivae” (Benedetto XVI) e l’ultimo Papa, ve ne sia un penultimo: un “caput nigrum” dice la frase, appunto un guida della chiesa, un Papa, dalla pelle scura.
Torniamo per un momento a Wojtyla. I suoi ventisei anni e mezzo di pontificato ne hanno bruciati parecchi di cardinali papabili. Tra quelli africani, colui che era ritenuto come più papabile di altri era il cardinale nigeriano Francis Arinze. Venne creato cardinale da Wojtyla nel 1985, lo stesso anno in cui divenne responsabile del “ministero” della curia romana che si occupa di dialogo interreligioso. Poi, nel 2002, il grande salto alla guida della congregazione che si occupa di culto divino e disciplina dei sacramenti: un incarico di prestigio, a capo di uno dei nove “ministeri” della Santa Sede che hanno poteri decisionali. Nel conclave del 2005 era la speranza della chiesa d’Africa. Anche se, a conti fatti, pare che nel susseguirsi delle varie (per la verità poche) votazioni a porte chiuse che hanno portato all’elezione di Joseph Ratzinger, Arinze non sia mai entrato in corsa.
Prima di lui, altri nomi, tutti prestigiosi si sono fatti quali possibili Pontefici neri. Tre su tutti. Tre nomi che nella chiesa dicono molto. Tre nomi che c’è chi sostiene che ancora oggi nessuno sia stato in grado di rimpiazzare. Paul Zoungrana, arcivescovo di Ouagadougou, cardinale dal 1965, partecipò a due conclavi, quelli del 1978 che elessero prima Giovanni Paolo I e poi Giovanni Paolo II. Quindi, Hyacinthe Thiandoum: senegalese, fu il successore di Marcel Lefebvre a Dakar, prima che quest’ultimo fondasse la Fraternità San Pio X e incappasse (dopo l’ordinazione illegittima di alcuni vescovi) nella scomunica. Infine, l’indimenticato cardinale Bernardin Gantin: nato nel Benin, nel 1984 venne nominato prefetto della congregazione dei vescovi (uno dei “ministeri” vaticani più importanti), primo porporato di origine africana a essere messo a capo di un dicastero della curia romana.
Oggi, Turkson a parte, un porporato di pelle nera sembra attestarsi sopra tutti gli altri. Si tratta del 65enne Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam in Tanzania. E’ stato recentemente, nel gennaio del 2007, che Pengo ha ricevuto direttamente da Benedetto XVI un attestato di stima e fiducia notevole. Questi, infatti, l’ha nominato presidente del simposio delle conferenze episcopali d’Africa e Madagascar. In sostanza, il responsabile ultimo dei vescovi di tutto il continente africano. E’ dall’alto del suo ruolo che, nelle scorse ore, è intervenuto al Sinodo dei vescovi denunciando come siano molti i sacerdoti che, in Africa, abusano del proprio ruolo promuovendo i conflitti tribali. Invece di dedicarsi all’evangelizzazione e alla cura delle anime, insomma, fanno altro. Non è un caso, ha ricordato, “che per il genocidio del Rwanda sono stati condannati diversi ecclesiastici”. Anche l’iter formativo di Pengo è particolare. A differenza di molti suoi confratelli africani, non ha studiato nella pontificia Università Urbaniana, e cioè lì dove, dal 1627 e per volere di Papa Urbano VIII, la Santa Sede vuole vadano a formarsi i sacerdoti (la maggior parte africani) provenienti dalle diocesi dipendenti dalla congregazione di Propaganda Fide. Pengo, invece, ha studiato alla pontificia Università del Laterano a Roma. Qui, in quella che è la vera università del Papa (soltanto qui, infatti, gran cancelliere è il vicario del Papa a Roma), ha conseguito la laurea in teologia morale.
Senz’altro è soltanto un caso, ma un porporato in vista (e molto considerato oltre il Tevere) è un altro africano il cui curriculum come quello di Pengo non ha nulla a che fare col collegio Urbaniano. Si tratta del cardinale senegalese arcivescovo di Dakar Théodore-Adrien Sarr. Anch’egli è stato voluto cardinale da Ratzinger, nel concistoro del 24 novembre 2007. Tra l’altro, nella sua biografia, c’è una caratteristica abbastanza inusuale per un africano: per anni è stato professore di lettere classiche (latino e greco). Porporato combattivo, lo scorso marzo è stata affidata a lui la difesa delle ragioni di Benedetto XVI circa l’inammissibilità per la chiesa dell’uso del preservativo per combattere l’aids. Durante il viaggio del Papa in Camerun e Angola, mentre infuriavano le critiche contro Ratzinger da parte delle cancellerie di mezza Europa a motivo di dichiarazioni rilasciate sull’aereo appena prima di lasciare Roma, Sarr spiegò con forza come “gli occidentali” dovessero lasciare che fossero gli africani a valutare “a modo loro” la legittimità o meno delle parole del Papa sui condom: “Gli africani – disse – vivono a modo loro, pensano a modo loro”. E ancora: “In questo viaggio ci sono state cose belle che è necessario trasmettere e, invece, alcuni non hanno trovato niente di meglio da fare che alimentare polemiche. Polemiche, peraltro, che sono state gonfiate, sovradimensionate rispetto al resto del contenuto di questo viaggio”.
Dunque, Pengo e Sarr: due cardinali formatisi lontano dall’Urbaniana, appunto l’ateneo romano che si dedica al clero missionario e agli allievi provenienti dai territori di missione e dalle giovani chiese (Africa in testa). Che si siano formati lontano dall’Urbaniana non significa nulla di concreto. Eppure, il fatto che due delle migliori speranze della chiesa del continente nero vengano da studi effettuati sul territorio natìo (e non a Roma) può suonare come un campanello d’allarme. Un tempo le migliori teste africane venivano “prelevate” dall’Africa e portate all’Urbaniana a “romanizzarsi”. Non era un tentativo di Roma di plagiare gli africani al fine di colonizzare il continente. Tutt’altro: la “romanizzazione” era da intendersi come la volontà d’“internazionalizzare” le future guide della chiesa d’Africa tramite un contatto concreto con una città dove la chiesa è il mondo. Questo lavoro forse oggi è meno considerato. Si valuta poco utile far conoscere Roma e la chiesa di Roma a chi avrà incarichi di responsabilità fuori dal Vaticano. E quel desiderio di far abbeverare il migliore clero africano della migliore romanità pare sia andato perso. A discapito di tutti: Africa in testa. O, forse, è l’Urbaniana a non esercitare più il fascino di una volta. Difficile, comunque, valutare oggettivamente il tutto.
La fuga degli africani da Roma oggi sembra riguardare anche la curia romana. Certo, nessuno ha mai detto che all’interno della curia la distribuzione degli incarichi di governo debba avvenire secondo criteri di rappresentanza geografia. Eppure è un fatto che se un continente è poco rappresentato, questo è proprio quello africano. Nessuno può dire se Benedetto XVI vorrà supplire in futuro a questa deficienza, fatto sta che se davvero – come si sostiene da più parti – egli dovesse decidere di portare Sarr a Roma per affidargli le redini del pontificio consiglio Iustitia et Pax al posto del cardinale Renato Raffaele Martino, il messaggio che Ratzinger lancerà alle gerarchie della chiesa sarà forte e chiaro: la leadership della chiesa del futuro avrà a che fare anche con l’Africa e, dunque, con un cardinale per la verità non troppo giovane (73 anni) ma ancora in salute e da considerare per i futuri nuovi scenari.
Il parterre del collegio cardinalizio, sotto la voce “cardinali elettori” annovera altri porporati africani. Sono Wilfrid Fox Napier (arcivescovo di Durban, Sud Africa), John Njue (arcivescovo metropolita di Nairobi, Kenya), Anthony Olubunmi Okogie (arcivescovo di Lagos, Nigeria), Christian Wiyghan Tumi (arcivescovo di Douala, Camerun) e Gabriel Zubeir Wako (arcivescovo di Khartoum, Sudan). Nomi importanti, certo, ma ritenuti meno vicini alla possibilità d’arrivare, un giorno, al soglio di Pietro. Anche se, la storia insegna, tutto è possibile.
Quando Benedetto XVI deciderà d’indire un nuovo concistoro non è facile saperlo. Pare, comunque, non possa essere a breve. Eppure non sono pochi i vescovi e gli arcivescovi africani che potrebbero meritarsi il grado cardinalizio. Tra questi, ovviamente, non c’è quella che fu a suo tempo una promessa dell’episcopato africano: lo zambiano Emmanuel Milingo. C’è, invece, l’arcivescovo Robert Sarah, 64 anni, emerito di Conakry e dal 2001 segretario della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Prima, però, occore una promozione all’interno della curia romana e per lui, pare, la cosa possa non essere lontana.
Pubblicato sul Foglio sabato 10 ottobre 2009
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Sono sobbalzato leggendo sabato il Foglio e speravo di vedere la frase corretta sul blog.
Cosa vuole dire nel terzo paragrafo la frase “il pontificato appena concluso è stato breve”?
E’ un pezzo di un “coccodrillo” che Le è sfuggito? Oppure non capisco io qualcosa?
Comunque l’articolo è molto interessante, come sempre.
Grazie.
è una cosa in generale: in generale se un pontificato è breve potrebbero essere favoriti coloro che, se eletti, potrtebbero avere più anni di governo dvanti… non era ssolutamnete riferuta a ratzinger, mi spiace se così è stata letta.
E del resto, il Santo Spirito is daltonico…vero?
Turkson mi è parso da subito avere alcune caratteristiche wojtyliane: la giovane immagine, un senso di vigoria, la fedeltà alla missione della chiesa unita però al fascino modernizzante, la capacità di navigare in acque difficili, un certo sorriso ottimista ma non melenso.
Il fatto è che anche la Chiesa “brucia” leader sulle cattedre mediatiche.
C’è un ricorrente bisogno di individuare delle star anche nel Collegio cardinalizio.
Pensiamo all’astro di Schonborn, qualche anno fa: anche lui giovane, affascinante, fedele, vigoroso, ottimista, dotto, un allievo di Ratzinger con – però- un’immagine wojtyliana.
Potrebbero apparire cose frivole ma non lo sono, perchè poi oltre all’immagine si tratta sempre di grandi personalità, dotate di tanti talenti e tante grazie, il segno che la mediocrità non è una strada obbligata.
Non so cosa verrà dal Sinodo Africano, ma il tema dell’africanizzazione del cristianesimo resta sullo sfondo.
Roma è insieme troppo e troppo poco per la cultura del continente nero, e il caso Milingo – a parte il folklore e la coda massonicheggiante che ha sviluppato – parla di questo: le forme romane si calzano sull’Africa con difficoltà.
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