I vescovi ripensano la cremazione, ma senza spargere le ceneri

Strana prassi la cremazione. A volte provoca eccessi tipo quello di La Spezia dove un’impresa cittadina è arrivata a progettare un’urna cineraria in vetro, a forma di clessidra, da tenere in salotto: con le polveri del defunto che scandiscono il tempo che passa (e forse ricordano che così, ovvero polvere, prima o poi si finirà tutti). A volte è soltanto un vezzo o forse, chissà, la volontà di non lasciare troppe tracce dietro di sé una volta dipartiti al cielo. Fatto sta che è cosa che ha fatto e fa discutere soprattutto la chiesa la quale, per anni, l’ha osteggiata perché ritenuta contraria alla risurrezione dei corpi (e, in effetti, almeno in passato, molti si facevano cremare in antitesi alla chiesa e alla sua dottrina, in rigetto, insomma, alla risurrezione dei corpi).
Strana cosa davvero, dunque, almeno per noi italiani. Eppure, la cremazione, è una prassi che oggi la chiesa accetta. Ma – qui sta la novità – adesso lo fa con le dovute precauzioni. Quali? Quelle che, dopo anni di vuoto legislativo, i vescovi si accingono a inserire in un lungo testo che sarà approvato ad Assisi, durante l’assemblea straordinaria dei vescovi italiani in programma dal 9 al 12 novembre prossimi. Il testo – con valore normativo – s’intitola semplicemente “Rito delle esequie” e colma quanto un precedente documento uscito nel 1974 non aveva detto: sì alla cremazione, ma no allo spargimento delle ceneri in natura e no alla loro conservazione in luoghi diversi dal cimitero (ad esempio, nelle abitazioni private).
“La prassi di spargere le ceneri in natura, oppure di conservarle in luoghi diversi dal cimitero, come, ad esempio, nelle abitazioni private, solleva non poche domande e perplessità – si legge nel documento in via di approvazione – La chiesa ha molti motivi per essere contraria a simili scelte, che possono sottintendere concezioni panteistiche o naturalistiche. Soprattutto nel caso di spargimento delle ceneri o di sepolture anonime si impedisce la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario. Inoltre si rende più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo. Per le generazioni successive la vita di coloro che le hanno precedute scompare senza lasciare tracce”. E ancora: “Qualora il defunto abbia espresso prima della morte la chiara volontà di far disperdere le proprie ceneri o conservare l’urna in un luogo diverso dal cimitero, si dovrà appurare se essa sottintenda il disprezzo della fede cristiana. In questo caso, non si potranno concedere le esequie ecclesiastiche”.
Già, il disprezzo della fede cristiana. Un capitolo importante. Perché è storicamente per quel disprezzo, il disprezzo della fede cristiana e dunque anche della risurrezione dei corpi, che molta gente ha espresso negli anni la volontà d’esser cremata una volta deceduta. Tanto che, su questo punto, è il catechismo a essere chiaro: “I corpi dei defunti devono essere trattati con rispetto e carità nella fede e nella speranza della risurrezione. La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale; rende onore ai figli di Dio, templi dello Spirito Santo. La chiesa permette la cremazione, se tale scelta non mette in questione la fede nella risurrezione dei corpi”.
La promessa della risurrezione dell’anima e del corpo, e l’antica tradizione – comune alle altre religioni monoteistiche – di rendere alla terra ciò che di terra era stato creato (“polvere sei e polvere ritornerai”) ha costituito per molto tempo un ostacolo alla cremazione. Poi le cose sono cambiate. Anche perché, nella chiesa, si è presa sempre più per buona un’affermazione ripetuta più volte da colui che fino a qualche anno fa era prefetto della congregazione per il Culto Divino, il cardinale Jorge Medina Estevez: “Va tenuto presente – disse – che per l’onnipotenza di Dio risuscitare un corpo inumato o incenerito non costituisce grande differenza”.
Ma non tutti, nella chiesa, la pensano alla stessa maniera. Recentemente, ad esempio, è stato l’arcivescovo di Trento, monsignor Luigi Bressan, a esprimersi in modo negativo: “La cremazione – ha detto – non appartiene alla tradizione cristiana. Così come la dispersione delle ceneri o la loro conservazione in casa. I cristiani, fin dalle origini, preferiscono l’inumazione nei cimiteri”. “I cristiani fin dagli inizi hanno decisamente scelto, tra le due forme di seppellire i morti, usate dai romani, non la cremazione, ma l’inumazione, per fare come il Signore che era stato sepolto nella terra e con la sua presenza l’ha santificata”.
Parole simili le ha pronunciate anche il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi. Questi si è detto decisamente contrario alla cremazione: “Ridurre il corpo in cenere è come negare che avrà parte alla vita eterna”, ha detto. La cremazione come negazione della risurrezione? “Sì. Mentre ci sarà una reale risurrezione del corpo. L’idea di tenere in casa le ceneri poi, mi sembra feticismo. Non accettare la distanza reale che la morte pone”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 30 ottobre 2009


LEGGI TUTTO...

Cerasa in Vaticano

Dalla “Presa di Roma” di Claudio Cerasa (Bur, 218 pagine,9,80 euro) – un volume dedicato al cambiamento che Roma ha subìto dopo la vittoria di Gianni Alemanno alle amministrative dell’aprile 2008 – leggo il capitolo “Il Sindaco pellegrino”. Ovvero i rapporti inevitabilmente intrecciati tra lui, Alemanno, e la Santa Sede (in varie manifestazioni rappresentata). E scopro che, se un successore di Berlusconi mai ci sarà – è ovvio che ci sarà, il punto è indovinare quando – questo più che Fini potrebbe essere Alemanno. E il Vaticano c’entra. Nel senso che l’elettorato tendenzialmente cattolico – e quindi gran parte dell’elettorato moderato del centro destra: qui cattolico s’intende vicino idealmente ai princìpi della fede ma non necessariamente praticante – potrebbe scegliere lui nel caso si candidasse. Il Papa in qualche modo l’ha già benedetto: Ratzinger ha incontrato Alemanno otto (otto!) volte. L’ultima volta i due si sono visti al Campidoglio. Notare: “La presenza di un Pontefice al Comune è un evento oltre che storico anche piuttosto raro. Prima era successo appena tre volte”, scrive Cerasa. Il Papa ha mostrato un certa confidenza nei confronti di Alemanno quando, nel giugno 2008, gli ha detto queste parole (a rileggerle fanno impressione): “Roma comincia a essere consapevole dei suoi mali, e questa consapevolezza può aprire una nuova stagione, creare uno sforzo comune per ridare un volto bello e fraterno alla citta”. E poi tante altre cose. Fino alle varie modalità con le quali Alemanno ha ricambiato la super-cortesia vaticana: con lui sindaco di Roma, il 20 settembre (la giornata che ricorda l’annessione di Roma al Regno d’Italia, 1870), è diventata memoria degli zuavi pontifici morti per difendere il regno del Papa. Proprio di loro, degli zuavi pontifici. Il testo di Cerasa merita anche per un motivo stilistico: si raccontano gli intrallazzi – non c’è niente di male che vi siano intrallazzi, almeno secondo me – tra Comune e parti della Santa Sede, ma non si scade mai nel volgare, ovvero, nell’ideologia anti-papista.

Un po’ del libro lo trovare QUI. Tutto il libro, invece, in libreria.


LEGGI TUTTO... Ci sono 3 commenti: leggi...

Diventa un giallo il complicato parto del testo papale sugli anglicani

Per capire fino in fondo come si struttura l’apertura del Papa agli anglicani, occorre aspettare il testo della Costituzione apostolica annunciata dal prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale William Levada. Occorre aspettare ancora qualche giorno – dunque – affinché una spinosa questione, molto dibattuta in questi giorni oltre il Tevere, venga sciolta: la questione dei preti sposati. Già, perché un conto è ordinare tutti i sacerdoti anglicani, compresi quelli oggi sposati. Un conto è in futuro ordinare altri sacerdoti anglicani sposati che intendono passare al cattolicesimo. Un altro è permettere che questa eccezione diventi per i seminaristi anglicani delle comunità convertite al cattolicesimo una prassi. Se così fosse ai sacerdoti delle comunità anglicane tornate sotto Roma, dunque a dei sacerdoti a tutti gli effetti di rito latino, verrebbe permessa una cosa fino a oggi in teoria possibile ma per prassi non ammessa.

Gli uomini vicini a Benedetto XVI stanno lavorando alacremente per chiarire la cosa. E, insieme, per far uscire il testo definitivo della Costituzione apostolica in tempi accettabili. Più si aspetta, infatti, più il tutto rischia di diventare un giallo dai contorni foschi. Al Papa, tra l’altro, pare non sia del tutto piaciuta l’idea di annunciare la Costituzione apostolica senza avere ancora tra le mani un testo definitivo, ma così Levada ha preferito fare (visto anche che in Gran Bretagna il primate della chiesa cattolica d’Inghilterra e del Galles, Vincent G. Nichols, e Rowan Williams, primate della chiesa anglicana, avevano da tempo annunciato una conferenza stampa in merito).

La palla, ovvero la bozza del testo in inglese che ancora deve essere completata e tradotta in altre lingue, è oggi nelle mani del pontificio consiglio per i Testi legislativi guidato dall’arcivescovo Francesco Coccopalmerio. Infatti, è da un punto di vista giuridico che si stanno cercando le parole giuste. Quelle che spiegano – così pare debbano andare le cose – che per i candidati al sacerdozio all’interno delle comunità anglicane che hanno deciso di fare ritorno nella chiesa cattolica vale la condizione del celibato richiesta ai candidati della chiesa cattolica di rito latino.

Coccopalmerio ha ricevuto il testo dal sostituto della segreteria di stato vaticana, l’arcivescovo Fernando Filoni. Questi l’ha ricevuto dalla Dottrina della fede, la quale vi ha lavorato per parecchi mesi. Troppi – dicono alcuni – tanto che c’è chi, oltre il Tevere, arriva addirittura a rimpiangere l’efficienza dei tempi antichi, quella del duo Ratzinger-Bertone. Ma questa è un’altra storia. E poi, si sa, gli uomini che lavorano alla Dottrina della fede restano comunque tra i migliori del parterre vaticano.

Dunque, una grande attesa. Un’attesa d’un testo che vuole essere anche una prova schiacciante d’un certo modo d’intendere l’ecumenismo. Un ecumenismo non tanto ratzingeriano quanto cattolico tout court: l’ecumenismo, insomma, che non cede alla verità.

Della cosa, ovvero della novità ecumenica verso gli anglicani del Papa, ne ha parlato ieri anche l’Osservatore Romano rispondendo a un articolo molto critico verso il Pontefice del teologo svizzero Hans Küng. Il Papa, secondo Küng, con le sue ultime decisioni (dai lefebvriani agli anglicani “più tradizionalisti”) intenderebbe semplicemente “restaurare l’impero romano”, ovvero mantenere “il centralismo medievale romano”. Per il giornale del Papa, invece, il gesto di Ratzinger è “volto a ricostituire l’unità voluta da Cristo e riconosce il lungo e faticoso cammino ecumenico compiuto in questo senso”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 29 ottobre 2009


LEGGI TUTTO... Ci sono 2 commenti: leggi...

Mons. Marchetto (e la pastorale on the road)

Ecco la terza intervista per “Vatican Stye“, il programma che conduco su Redtv ogni mercoledì pomeriggio (ore 18.30). L’intervista è a monsignor Agostino Marchetto, segretario del pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti. Parliamo del suo lavoro al servizio del Papa, delle parole che sovente dedica all’azione dei governi perché “è la dottrina sociale della chiesa che chiede ascolto”.


LEGGI TUTTO...

La macchina del Sinodo. Cinque anni di lavoro per un pensatoio di quattro settimane cum Petro, sub Petro

Una macchina perfetta, la chiesa, quando pensa se stessa. Quando convoca i suoi uomini a discettare su di sé o su un problema attinente a sé. Ne ha dato prova, la chiesa, in questo mese, durante la fase finale di Sinodo dei vescovi per l’Africa: 22 giorni in cui 244 padri sinodali, 228 dei quali vescovi (79 ex officio, 129 elettori e 36 di nomina pontificia), si sono chiusi in Vaticano nella loro aula, quella appunto del Sinodo (un piccolo anfiteatro da poco riammodernato e finalmente dotato di aria condizionata e video servizi), per lavorare intensamente su se stessi. “Un buon lavoro”, l’ha definito il Papa. Un lavoro sintetizzato in un lungo elenco di proposizioni che saranno usate da Benedetto XVI per un documento finale.

Già, il Papa. Quando deve pensare se stessa, quando vuole riflettere su ciò che occorre fare e su ciò che non occorre fare, la chiesa, a cominciare dalle sue guide, i vescovi, lo fa con Pietro. Con il Papa, perché come dice Lumen Gentium al capitolo 22, “il collegio o corpo episcopale – i vescovi appunto – non ha autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli”. Lo fa con Pietro anche in forma conviviale, come è stato domenica scorsa: nell’atrio che collega l’aula del Sinodo e l’aula Nervi, in quella sorta di corridoio, dunque, calpestato da centinaia di migliaia di pellegrini convocati per le varie udienze papali, ai vescovi e al Papa è stato apparecchiato un pranzo: prosciutto di Parma, risotto col radicchio, brasato con verdure e tortino di nocciole con crema alla vaniglia (fonte Avvenire). E il Papa che si alza in piedi e ringrazia e dice, in poche parole, quanto sia impegnativo organizzare un evento del genere: perché convocare un Sinodo e portarlo a termine sono anni di lavoro, di telefonate, fax, mail, dal centro (Roma) alla periferia (le diocesi), dalla periferia (i vescovi) al centro (la segreteria del Sinodo con sede in Vaticano). Un moto continuo e inarrestabile. “Grazie al Signore che ci ha convocato e così ha dato anche la possibilità di trovare la strada dell’unità nella molteplicità delle esperienze”, ha detto Benedetto XVI. E ancora: “Il tema non era facile – quello della riconciliazione, giustizia e pace in Africa, ndr – ma mi sembra che, grazie a Dio, siamo riusciti a risolverlo, e per me questo è anche motivo di gratitudine perché facilita molto l’elaborazione del documento post-sinodale – dunque i lavori non sono ancora del tutto terminati, ndr –”. Grazie poi “ai presidenti delegati, che hanno moderato, con grande sovranità e anche con allegria, le sedute del Sinodo. Grazie ai relatori, che hanno portato il più grande peso del lavoro, hanno lavorato di notte e anche di domenica, hanno lavorato durante il pranzo e adesso meritano realmente un grande applauso da parte nostra”. “Grazie poi a tutti i padri, ai delegati fraterni, agli uditori, agli esperti e grazie soprattutto ai traduttori perché hanno una parte nella trama di ‘creare Pentecoste’. Pentecoste vuol dire capirsi reciprocamente; senza traduttore questo ponte di comprensione mancherebbe”. E, infine, “grazie anche al segretario generale, al suo team che ci ha guidato e ha organizzato silenziosamente tutto molto bene. Certo, il Sinodo finisce e non finisce, non solo perché i lavori vanno avanti con l’esortazione post-sinodale: Synodos vuol dire cammino comune. Rimaniamo nel comune cammino col Signore”.

Poche parole, quelle del Papa. Le uniche pronunciate davanti ai padri sinodali: Benedetto XVI, infatti, è stato presente a numerose sessioni, una macchia bianca in un’aula di tante facce nere. Ma non è mai intervenuto nella discussione, a differenza di quanto fece in occasione di altri Sinodi. Ha tenuto due omelie nelle messe di apertura e di chiusura, una meditazione dopo l’ora terza del primo giorno dei lavori e niente più fino al pranzo di domenica. Parole, quest’ultime, che, seppure in estrema sintesi, fanno capire quanto sia grande il lavoro della chiesa quando si convoca, quando convoca i suoi uomini per discutere, riflettere, elaborare. La collegialità episcopale, insomma – l’insieme dei vescovi che esercita la propria autorità suprema cum Petro et sub Petro –, presuppone un lungo lavoro. C’è la forma più alta di questo esercizio, che sono i concili ecumenici: qui i vescovi assieme al Papa hanno potere esecutivo. E poi c’è il Sinodo: istituito da Papa Paolo VI il 15 settembre 1965 in risposta al desiderio dei padri del Vaticano II di mantenere vivo l’autentico spirito formatosi dall’esperienza dello stesso Concilio, è in sostanza un’assemblea di rappresentanti dell’episcopato che ha il compito di aiutare, con i suoi consigli, il Papa nel governo della Chiesa universale. Un compito, dunque, prettamente consultivo.

E’ un lavoro enorme, dunque. Un lavoro sancito da un Regolamento che poco tempo fa – era il 29 settembre 2006 – Benedetto XVI ha voluto rivedere completamente: tutto comincia con la convocazione dell’assise, un annuncio che spetta al Papa. E’ lui che ha il potere di convocare il Sinodo ogni volta che lo ritiene opportuno e di designare il luogo in cui tenere le assemblee. A lui spetta stabilire, prima della celebrazione del Sinodo, le questioni da trattare; ratificare l’elezione dei membri; disporre che la materia degli argomenti sia fatta conoscere a coloro che debbono intervenire nella discussione; definire l’ordine dei lavori; presiedere il Sinodo personalmente o attraverso altri; decidere sui voti espressi; ratificare le decisioni quando, in casi determinati, abbia concesso al Sinodo potestà deliberativa; concludere, trasferire, sospendere e sciogliere il Sinodo. Il Papa può convocare il Sinodo in assemblea generale, ordinaria o straordinaria (qui vengono trattati argomenti che riguardano direttamente il bene della chiesa universale), oppure in assemblea speciale (qui vengono trattati affari che riguardano direttamente una o più regioni determinate).

Il Sinodo appena conclusosi venne convocato da Giovanni Paolo II il 13 settembre del 2004: da quell’annuncio sono passati cinque anni di preparazione attraverso due documenti. Uno di consultazione sui temi da affrontare, i Lineamenta del 2006. L’altro appositamente dedicato al lavoro sinodale: l’Instrumentum laboris. Quest’ultimo è stato consegnato alle chiese africane da Benedetto XVI a Yaoundé, il 19 marzo 2009. Era diviso in cinque punti chiave.

A Roma, per i lavori, sono arrivati i vescovi eletti dalle rispettive Conferenze episcopali, i membri di nomina pontificia, gli esperti e gli uditori, i delegati fraterni delle altre confessioni cristiane presenti in Africa e gli invitati speciali che rappresentano organizzazioni internazionali. Gli esperti hanno collaborato con il segretario generale del Sinodo alla relazione conclusiva; gli uditori hanno assistito semplicemente ai lavori; i delegati fraterni e gli invitati speciali hanno fatto degli interventi concordati su temi specifici. All’inizio del Sinodo è stato il relatore generale, il cardinale Turkson, a tenere una “Relatio ante disceptationem”. Poi, dopo le varie discussioni, una “Relatio post disceptationem”, una sorta di sintesi della discussione stessa. Il Sinodo si è riunito per circa quattro settimane: durante le venti sessioni i padri sinodali hanno potuto parlare per cinque minuti ciascuno. Al termine d’ogni sessione c’è stata un’ora di discussione libera. Oggi, ad assise terminata, la palla passa al Papa: a lui tocca redigere un documento finale sulla base delle proposizioni uscite dai lavori. Tra i punti più problematici, gli odi interetnici, la sfida che portano al continente l’islam e le religioni tradizionali, la diffusione delle pratiche abortive, l’oppressione della donna, il concubinato del clero.

Il Sinodo è una macchina collaudata, fatta di persone che a esso si dedicano a tempo pieno e la cui convocazione effettiva (solitamente dura un mese) non è altro che la punta di un iceberg di un affaccendarsi di gran lunga più grande e che dura solitamente qualche anno. Un lavoro portato avanti da un ufficio ad hoc, attivo negli anni preparatori come nelle settimane di convocazione a Roma: la segreteria generale del Sinodo che ha sede nel palazzo del Bramante in via della Conciliazione. E’ oggi guidata dall’arcivescovo Nikola Eterovic. Al suo fianco il sottosegretario Fortunato Frezza, e i monsignori John Anthony Abruzzese ed Etienne Brocard. Poi l’addetto di segreteria Daniel Emilio Estivill, i reverendi Zvonimir Sersic e Ivan Ambrogio Samus e la signora Paola Toppano Volterra la quale si incarica innanzitutto dei viaggi dei padri sinodali verso Roma, del loro alloggio, dei mezzi di trasporto per raggiungere quotidianamente l’aula del Sinodo, del loro rientro. A lei sono affidate anche le pratiche di quei presuli che hanno meno disponibilità e per i quali è previsto il pagamento diretto di tutte le spese relative. Già, le spese e gli alloggi. Non sono una preoccupazione di poco conto. Molti vescovi vengono sistemati a Santa Marta, nella foresteria dove risiedono i cardinali in caso di conclave. Altri alla casa del Clero in via della Traspontina. Poi alla casa Paolo VI in viale Vaticano oppure nelle sedi romane dei rispettivi istituti di riferimento.

Gli alloggi non sono gli unici problemi tecnici di un Sinodo. Della cosa ne ha parlato anche l’Osservatore Romano in un lungo e accurato reportage: c’è da seguire la Floreria per la sistemazione dell’aula e di tutti gli altri luoghi limitrofi e nei quali si svolgono le diverse attività sinodali; con i tecnici della Radio Vaticana si deve verificare l’impianto audio; con i servizi tecnici del Governatorato è necessario predisporre il sistema elettronico di rilevazione delle presenze e di votazione, nonché il collegamento con la sezione della traduzione simultanea e la diffusione delle immagini sui monitor della sala. Con un piccolo stuolo di assistenti – trentadue giovani sacerdoti, nel Sinodo appena conclusosi prevalentemente africani – si provvede all’assistenza dei padri in aula: distribuzione delle relazioni, dei documenti e quanto è necessario in ogni momento dell’assemblea.

Durante i lavori romani le stanze riservate alla segreteria sono un continuo via vai. Enorme il materiale informatico prodotto, ma soprattutto cartaceo, realizzato attraverso un certosino lavoro di controllo e distribuzione di quanto viene dai padri e ai padri torna sotto forma di documento. Ad esempio, per fornire all’assemblea una bozza in quattro lingue del Nuntius – è il Messaggio del Sinodo – e poterne così discutere in aula, si è lavorato sino alle due del mattino dello stesso giorno in cui è stato presentato. E per dare alle stampe l’elenco provvisorio delle proposizioni si è lavorato addirittura sino alle quattro del mattino. Tutto il materiale elaborato viene poi trasmesso al centro stampa per la diffusione.

La macchina del Sinodo è anche tutta una serie di servizi appositamente allestiti fuori dall’aula dei lavori. Anche in questo caso è stato l’Osservatore a redigere un elenco completo e molto curioso: in un’aula separata e rialzata rispetto a quella del Sinodo, ad esempio, è stata allestita una cappella dove è stato custodito il Santissimo Sacramento. Sullo stesso piano, un servizio di primo soccorso, dove era possibile trovare un medico e un infermiere. I medici non erano autorizzati a prescrivere medicinali. Potevano farlo solo in casi di urgenza e di grave necessità. Così ai padri che seguono terapie farmacologiche durature, la segreteria ha consigliato di provvedere a farne scorta prima dell’inizio dei lavori. Nell’atrio dell’aula del Sinodo, quello stesso atrio dove domenica scorsa il Papa ha pranzato coi vescovi, è stato allestito una sorta di centro servizi: vi erano sportelli postali, bancari, turistici, un casellario personale, una libreria, una postazione internet, un ufficio propaganda della Radio Vaticana, punti vendita di fotografie, tra cui quello del servizio fotografico dell’Osservatore Romano affiancato da un tavolo dove ritirare copie gratuite del giornale, un servizio ristoro.

Allo sportello postale appositamente allestito, l’operazione più richiesta è stata la spedizione di raccomandate “perché – ha spiegato al giornale vaticano l’impiegato – nei paesi africani se si vuole avere sempre la possibilità di rintracciare la corrispondenza, è necessario servirsi del sistema di posta raccomandata”.
Anche lo Ior, in questi giorni di lavori, ha tenuto aperto uno sportello: qui si poteva espletare qualsiasi operazione bancaria: dal cambio, al deposito, al prelevamento, al bonifico e quant’altro. Al punto vendita della Libreria Editrice Vaticana (Lev) sono stati venduti tanti libri. Il volume più venduto – a parte quelle quattrocento copie della Bibbia acquistate, a prezzo di favore, da un delegato fraterno ortodosso – è stato un libro sul secondo sinodo africano di fronte alle sfide socio-economiche del continente, di Joseph Ndi-Okalla. Molte anche le copie vendute dell’Annuario pontificio. I titoli di altre edizioni erano venduti con il 20 per cento di sconto, quelli della Lev con il 40 per cento. Numerosi anche i doni offerti in questi giorni ai padri sinodali. Ultimo, in ordine di tempo, quello presentato dall’arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del pontificio consiglio per gli operatori sanitari. Si tratta di un kit di pronto soccorso, contenente anche strumentazione medica di prima necessità, compreso un misuratore digitale per la pressione. “Un piccolo segno di solidarietà e di comunione – ha detto l’arcivescovo presentando i kit al Papa perché li benedicesse prima di donarli ai 275 padri sinodali – con le popolazioni del continente africano, anche quelle delle aree più remote”.

Tanti i servizi di contorno, dunque. Tante le cose tecniche a cui pensare: anche tutto questo, del resto, è parte della grande macchina del Sinodo.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 28 ottobre 2009


LEGGI TUTTO...

Il Foglio mi copia il blog

Paolo Rodari - ilFoglioPalazzoapostolico.it è nato quattro anni fa. Seguivo il Vaticano per il Tempo. Scrivevo tutti i giorni (sabato e domenica inclusi) ma non potevo mettere piede in redazione perché temevano cause che avrebbero perso.
La diffusione del Tempo era (ed è) limitata a Roma e così avevo il problema di far conoscere quello che scrivevo fuori i confini della capitale. Beninteso: non che m’illudessi che a qualcuno (oltre me) interessassero i miei pezzi, ma da milanese perso in una città troppo grande e cattiva, avrei voluto, ogni tanto, poter chiamare i miei amici (quelli milanesi) è dire loro: “Avete letto?”. Ma non potevo farlo.
Un giorno un mio amico genio di internet (ma pure radioamatore affermato) mi ha detto: “Perché non ti fai un blog di cose vaticane? Scrivi quello che vuoi e magari ci metti pure i pezzi del Tempo”. Così è nato palazzoapostolico.it. Ci scrivevo quello che volevo e ci mettevo i pezzi del Tempo. Così potei chiamare i miei amici (ogni tanto) e dire loro: “Avete letto il mio blog?”. “No”, mi rispondevano. Ma ero contento lo stesso.
Anche perché non i miei amici, ma altri, mi scrivevano e commentavano i miei pezzi. Gente normale ma anche tanta gente strana. Ogni tanto pure qualche pazzo che scrivendo a me pensava di scrivere al Papa: “Gentile Santo Padre…” scriveva.
Negli anni palazzoapostolico.it ha cambiato diverse volte la grafica. Il mio amico ha cercato di darmi sempre il meglio. E per me è stato una sorpresa essere intervistato in diretta da una tv americana per uno scoop che feci sul Riformista (detti il nome del nuovo arcivescovo di New York) e sentire lo speaker del notiziario annunciare in inglese: “Abbiamo in diretta da Roma Paolo Rodari di palazzoapostolico.it”. E, sorpresa maggiore, è andare ancora oggi in Vaticano e sentire il portavoce papale, padre Federico Lombardi, che mi dice: “Ho letto quella cosa che hai messo su palazzoapostolico.it, non mi è piaciuta”.
Adesso palazzoapostolico.it (una copia) approda sul sito del Foglio. Annunciandolo su il foglio.it dico questo: in Vaticano contano le sfumature. Messe assieme danno (a volte) una notizia. Su palazzoapostolico.it ci trovi tutto: sfumature e notizie assieme (questa qui è solo una versione fogliante, volutamente più naif). Ci trovi soltanto alcune delle cose che pubblico su palazzopostolico.it, le più brevi e semplici. Ps: I commenti si fanno solo di là (su palazzoapostolico.it).

Trovi qui palazzoapostolico.it sul FOGLIO.


LEGGI TUTTO...

Turkson a Roma per lavorare vicino a Ratzinger (e per studiare da Papa?)

Sabato scorso Benedetto XVI ha accolto la rinuncia presentata per raggiunti limiti d’età dal cardinale Renato Raffaele Martino all’incarico di presidente del pontificio consiglio della Giustizia e della Pace e ha chiamato a succedergli nel medesimo incarico il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, finora arcivescovo di Cape Coast (Ghana).

Di Turkosn ne avevo parlato sabato 10 ottobre sul Foglio così:
Un Papa nero? “Why not?”, ha detto il 61enne cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana) durante la conferenza stampa che ha aperto i lavori del sinodo dei vescovi dedicato all’Africa. A chi pensava Turkson quando ha pronunciato il suo “why not?”, è difficile dirlo. Probabilmente a nessuno in particolare. O forse, chissà, pensava a se stesso: l’ha ipotizzato, tra le righe, John Allen sul National Catholic Reporter laddove ha scritto che Turkson è destinato a divenire “an ecclesiastical star”. Una star della chiesa, insomma. Uno che nella storia della chiesa lascerà il segno. Del resto, i numeri pare averli: è giovane (in conclave, a volte, la cosa giova, soprattutto se il pontificato appena conclusosi è stato breve). Parla inglese, francese, italiano e tedesco. Conosce l’ebraico, il greco classico e il latino. In Africa è molto amato. E poi ha dimostrato di saper gestire le diatribe tra musulmani e pentecostali senza rinunciare all’annuncio integrale del vangelo. Infatti, la sua idea di dialogo interreligioso si avvicina molto a quel dialogo tra culture (meno teologia e più confronto sulle questioni pratiche) di ratzingeriana memoria. E pare che Benedetto XVI conosca bene queste sue doti, se è vero che, oltre ad averlo nominato relatore generale del Sinodo, da tempo cerca di portarlo, per ora senza successo, in curia romana: Turkson predilige la sua Africa e il suo Ghana. Per ora. In futuro, chissà.

Sabato scorso è stato Benedetto XVI, durante il pranzo di fine Sinodo consumatosi nel corridoio appena fuori l’Aula Nervi, a parlare di Turkson in questi termini:
“Posso qui comunicare che ho deciso di nominare il cardinale Turkson nuovo presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, successore del cardinale Martino. Grazie, Eminenza, per aver accettato; siamo contenti di averla fra poco tra noi”.

Turkson arriva a Roma per ricoprire un incarico importante. Un incarico che, senz’altro, è destinato a farlo emergere in vista del prossimo conclave (che tutti, compreso chi scrive, ritiene sarà tra parecchi anni, visto il perfetto stato di forma di Benedetto XVI). E poi c’è quella profezia di Malachia che parla di Papa “Pietro il Romano”. Pietro come Turkson. Tra l’altro, prima di questa, vi sarebbe un’altra profezia, andata poi perduta, che parla di un Papa “caput nigrum”. Un Papa nero: Turkson, dunque, metterebbe assieme entrambe le profezie. Così scrissi sempre sabato 10 ottobre sul Foglio:
L’elezione di un Papa nero al timone della chiesa non sarebbe un unicum (almeno così tramanda la tradizione). Gelasio I, infatti, Papa parecchi secoli fa, dal 492 al 496, era sì “romanus natus”, come egli stesso dichiarava in una lettera all’imperatore Anastasio (Epistola XII, numero 1). Ma, secondo il Liber Pontificalis, era “natione afer”. E per questo, a volte, viene indicato come nativo d’Africa, precisamente della Cabilià (Algeria), regione dove la popolazione indigena, i berberi, è di pelle bianca. La chiesa, comunque, tramanda egli fosse un’eccezione rispetto ai suoi compaesani: avesse cioè la pelle scura come il carbone.
E poi, Gelasio I a parte, c’è quella profezia (l’unica andata perduta) di Malachia che parla di un “caput nigrum” per la chiesa cattolica. La profezia di Malachia sui Papi è cosa nota: un elenco di 112 brevi frasi in latino che pretendono di descrivere tutti i Pontefici della chiesa cattolica romana a partire da Celestino II (eletto nel 1143), fino ad arrivare ad un Papa ancora di là da venire, descritto nella profezia come “Pietro il Romano”, il cui pontificato finirà con la distruzione di Roma e con il giudizio universale. Stando all’elenco di Malachia l’ultimo Papa dovrebbe arrivare dopo quello denominato “de gloria olivae”, un Pontefice, quest’ultimo, che seguendo la cronologia delle 112 frasi in latino dovrebbe essere Benedetto XVI. Ma c’è, appunto, una profezia perduta (dunque tra la 111 e l’ultima, che diverrebbe la 113), ed è quella che vuole che tra il “de gloria olivae” (Benedetto XVI) e l’ultimo Papa, ve ne sia un penultimo: un “caput nigrum” dice la frase, appunto un guida della chiesa, un Papa, dalla pelle scura.

Ecco per intero l’articolo scritto per il Foglio sabato 10 ottobre: “Il papabile nero. Da Malachia al “why not” del cardinale Turkson. Ogni pontificato ha i suoi candidati di colore, anche il regno di Ratzinger”.


LEGGI TUTTO... Ci sono 9 commenti: leggi...

In memoria (breve) di don Giorgio Pontiggia

Don Giorgio Pontiggia nacque a Milano il 10 gennaio 1940, secondo di due fratelli. Dell’adolescenza e giovinezza si sa poco. Se non che, a un certo punto, si convertì e decise d’entrare in seminario a Venegono. Era lui che parlava poco del passato. Lo faceva apposta: gli interessava solo l’adesso.

L’incontro con don Luigi Giussani cambiò la sua vita e l’intera sua vocazione. Giussani vide in lui il carisma dell’educare i giovani e questo gli chiese di fare. Dopo un primo servizio parrocchiale a Varese, venne trasferito a Milano nella parrocchia di Santa Maria alla Fontana. Insegnava religione nel vicino liceo Cremona e fu qui che iniziò a incontrare i giovani. E a convertirli.

Per lui tutto era segno di Cristo. Ne aveva fatta la specialità del suo vivere. Dal mattino alla sera altro non era che una corda d’arco tesa solo e soltanto a vivere per Cristo. E a chi intorno a lui non aveva la medesima tensione, a quei ragazzi che, seguendolo, mostravano di retrocedere anche solo d’un centimetro, apostrofava le parole dell’Apocalisse: “Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.

Dopo Santa Maria alla Fontana l’incarico di rettore dell’Istituo Sacro Cuore. Ogni mattina don Giorgio, cardigan blu scuro e braccia conserte, stava nell’atrio della scuola ad aspettare i suoi studenti prima che suonasse la prima ora. E ci stava anche dopo la campanella, perché i ritardatari lo vedessero. E lui potesse guardare loro negli occhi. Che poi, lo sapeva bene don Giorgio: uno sguardo vale più di mille parole. Una volta uno studente di prima liceo arrivò in orario ma con un po’ troppo di lacca in testa. Don Giorgio lo fece accomodare in bagno, gli fece lavare la testa con l’acqua gelata e gli disse di non fare più il buffone.

Don Giorgio stravolgeva l’amore, quello tra ragazzo e ragazza, quello dei primi baci, sospiri e giuramenti eterni. Oplà. Da bianco a nero. Da una cosa al suo opposto. Era il suo dire che più colpiva, quello sull’amore: “Cosa c’entra col destino?”, chiedeva. Il destino – sinonimo da lui usato per indicare Cristo – doveva stare al centro dell’amore. Non di fianco. Non a lato. Per questo chiedeva rispetto. E distacco dall’amata. “Distacco, per possedere davvero”, diceva.

La pesca non era secondaria nella vita di don Giorgio. Pescava i persici a Onno, sul lago di Lecco. Ci portava anche molti dei suoi ragazzi. Perché anche la vacanza per lui non era il tempo in cui sbracarsi. Infatti, don Giorgio, non si teneva spazi per sé. Non si prendeva pause e nemmeno anni sabbatici. Stava sempre teso. Il suo corpo era un arco, la sua anima una freccia sempre sparata in direzione del cielo. Non aveva mai tempo da perdere. Nemmeno in macchina. Andava veloce, forse troppo. Odiava il traffico. Le code dei rientri. Gli intoppi. Forse anche per questo è morto martedì scorso, che ancora non aveva compiuto 70 anni.

Pubblicato sul Foglio sabato 24 ottobre 2009


LEGGI TUTTO...

I quaranta minuti di Gianni Letta col Papa (a quasi due mesi dal “caso Boffo”)

Gianni Letta è stato visto arrivare in auto all’interno delle mure Leonine mercoledì sera. Poco prima delle 18 la sua auto si è fermata nel cortile di San Damaso. Ad attenderlo c’erano Domenico Giani, direttore dei servizi di sicurezza e protezione civile del Vaticano, e monsignor Paolo De Nicolò, reggente della prefettura della casa pontificia. Pochi i convenevoli: Letta è di casa e, come recita l’annuario pontificio, gentiluomo di Sua Santità.

L’incontro col Papa è durato tra i 40 e i 50 minuti, se è vero che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è stato visto riapparire nel cortile di San Damaso poco prima delle 19. Salito sull’auto serio in viso, è uscito dal Vaticano. Cosa i due – Letta e Benedetto XVI – si siano detti è difficile dirlo. Qualche parola dovrebbe essere stata dedicata – pare Letta abbia chiesto l’incontro appositamente per questo motivo – al caso “Dino Boffo”.

Di fatto quello di mercoledì sera è stato il primo incontro tra i due dopo l’uscita del Giornale di Vittorio Feltri di fine agosto. La vicenda, infatti, non è ancora del tutto chiara in Vaticano ed è soprattutto il Papa che intende vederci meglio nella cosa. E’ vero, Ratzinger e Letta si erano già incontrati nelle scorse settimane. Ma gli incontri erano durati soltanto pochi minuti.

Pubblicato sul Foglio sabato 24 ottobre 2009


LEGGI TUTTO... C’è un commento: leggi...