I vescovi ripensano la cremazione, ma senza spargere le ceneri

Strana prassi la cremazione. A volte provoca eccessi tipo quello di La Spezia dove un’impresa cittadina è arrivata a progettare un’urna cineraria in vetro, a forma di clessidra, da tenere in salotto: con le polveri del defunto che scandiscono il tempo che passa (e forse ricordano che così, ovvero polvere, prima o poi si finirà tutti). A volte è soltanto un vezzo o forse, chissà, la volontà di non lasciare troppe tracce dietro di sé una volta dipartiti al cielo. Fatto sta che è cosa che ha fatto e fa discutere soprattutto la chiesa la quale, per anni, l’ha osteggiata perché ritenuta contraria alla risurrezione dei corpi (e, in effetti, almeno in passato, molti si facevano cremare in antitesi alla chiesa e alla sua dottrina, in rigetto, insomma, alla risurrezione dei corpi).
Strana cosa davvero, dunque, almeno per noi italiani. Eppure, la cremazione, è una prassi che oggi la chiesa accetta. Ma – qui sta la novità – adesso lo fa con le dovute precauzioni. Quali? Quelle che, dopo anni di vuoto legislativo, i vescovi si accingono a inserire in un lungo testo che sarà approvato ad Assisi, durante l’assemblea straordinaria dei vescovi italiani in programma dal 9 al 12 novembre prossimi. Il testo – con valore normativo – s’intitola semplicemente “Rito delle esequie” e colma quanto un precedente documento uscito nel 1974 non aveva detto: sì alla cremazione, ma no allo spargimento delle ceneri in natura e no alla loro conservazione in luoghi diversi dal cimitero (ad esempio, nelle abitazioni private).
“La prassi di spargere le ceneri in natura, oppure di conservarle in luoghi diversi dal cimitero, come, ad esempio, nelle abitazioni private, solleva non poche domande e perplessità – si legge nel documento in via di approvazione – La chiesa ha molti motivi per essere contraria a simili scelte, che possono sottintendere concezioni panteistiche o naturalistiche. Soprattutto nel caso di spargimento delle ceneri o di sepolture anonime si impedisce la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario. Inoltre si rende più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo. Per le generazioni successive la vita di coloro che le hanno precedute scompare senza lasciare tracce”. E ancora: “Qualora il defunto abbia espresso prima della morte la chiara volontà di far disperdere le proprie ceneri o conservare l’urna in un luogo diverso dal cimitero, si dovrà appurare se essa sottintenda il disprezzo della fede cristiana. In questo caso, non si potranno concedere le esequie ecclesiastiche”.
Già, il disprezzo della fede cristiana. Un capitolo importante. Perché è storicamente per quel disprezzo, il disprezzo della fede cristiana e dunque anche della risurrezione dei corpi, che molta gente ha espresso negli anni la volontà d’esser cremata una volta deceduta. Tanto che, su questo punto, è il catechismo a essere chiaro: “I corpi dei defunti devono essere trattati con rispetto e carità nella fede e nella speranza della risurrezione. La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale; rende onore ai figli di Dio, templi dello Spirito Santo. La chiesa permette la cremazione, se tale scelta non mette in questione la fede nella risurrezione dei corpi”.
La promessa della risurrezione dell’anima e del corpo, e l’antica tradizione – comune alle altre religioni monoteistiche – di rendere alla terra ciò che di terra era stato creato (“polvere sei e polvere ritornerai”) ha costituito per molto tempo un ostacolo alla cremazione. Poi le cose sono cambiate. Anche perché, nella chiesa, si è presa sempre più per buona un’affermazione ripetuta più volte da colui che fino a qualche anno fa era prefetto della congregazione per il Culto Divino, il cardinale Jorge Medina Estevez: “Va tenuto presente – disse – che per l’onnipotenza di Dio risuscitare un corpo inumato o incenerito non costituisce grande differenza”.
Ma non tutti, nella chiesa, la pensano alla stessa maniera. Recentemente, ad esempio, è stato l’arcivescovo di Trento, monsignor Luigi Bressan, a esprimersi in modo negativo: “La cremazione – ha detto – non appartiene alla tradizione cristiana. Così come la dispersione delle ceneri o la loro conservazione in casa. I cristiani, fin dalle origini, preferiscono l’inumazione nei cimiteri”. “I cristiani fin dagli inizi hanno decisamente scelto, tra le due forme di seppellire i morti, usate dai romani, non la cremazione, ma l’inumazione, per fare come il Signore che era stato sepolto nella terra e con la sua presenza l’ha santificata”.
Parole simili le ha pronunciate anche il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi. Questi si è detto decisamente contrario alla cremazione: “Ridurre il corpo in cenere è come negare che avrà parte alla vita eterna”, ha detto. La cremazione come negazione della risurrezione? “Sì. Mentre ci sarà una reale risurrezione del corpo. L’idea di tenere in casa le ceneri poi, mi sembra feticismo. Non accettare la distanza reale che la morte pone”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 30 ottobre 2009

Cerasa in Vaticano

Dalla “Presa di Roma” di Claudio Cerasa (Bur, 218 pagine,9,80 euro) – un volume dedicato al cambiamento che Roma ha subìto dopo la vittoria di Gianni Alemanno alle amministrative dell’aprile 2008 – leggo il capitolo “Il Sindaco pellegrino”. Ovvero i rapporti inevitabilmente intrecciati tra lui, Alemanno, e la Santa Sede (in varie manifestazioni rappresentata). E scopro che, se un successore di Berlusconi mai ci sarà – è ovvio che ci sarà, il punto è indovinare quando – questo più che Fini potrebbe essere Alemanno. E il Vaticano c’entra. Nel senso che l’elettorato tendenzialmente cattolico – e quindi gran parte dell’elettorato moderato del centro destra: qui cattolico s’intende vicino idealmente ai princìpi della fede ma non necessariamente praticante – potrebbe scegliere lui nel caso si candidasse. Il Papa in qualche modo l’ha già benedetto: Ratzinger ha incontrato Alemanno otto (otto!) volte. L’ultima volta i due si sono visti al Campidoglio. Notare: “La presenza di un Pontefice al Comune è un evento oltre che storico anche piuttosto raro. Prima era successo appena tre volte”, scrive Cerasa. Il Papa ha mostrato un certa confidenza nei confronti di Alemanno quando, nel giugno 2008, gli ha detto queste parole (a rileggerle fanno impressione): “Roma comincia a essere consapevole dei suoi mali, e questa consapevolezza può aprire una nuova stagione, creare uno sforzo comune per ridare un volto bello e fraterno alla citta”. E poi tante altre cose. Fino alle varie modalità con le quali Alemanno ha ricambiato la super-cortesia vaticana: con lui sindaco di Roma, il 20 settembre (la giornata che ricorda l’annessione di Roma al Regno d’Italia, 1870), è diventata memoria degli zuavi pontifici morti per difendere il regno del Papa. Proprio di loro, degli zuavi pontifici. Il testo di Cerasa merita anche per un motivo stilistico: si raccontano gli intrallazzi – non c’è niente di male che vi siano intrallazzi, almeno secondo me – tra Comune e parti della Santa Sede, ma non si scade mai nel volgare, ovvero, nell’ideologia anti-papista.

Un po’ del libro lo trovare QUI. Tutto il libro, invece, in libreria.