Crociata e Miglio mandano dei segnali. In attesa della prolusione di Bagnasco
20 settembre 2009 -
La spallata di Crociata e Miglio. I segnali ci sono e non vanno ignorati. E dicono che la chiesa italiana non vuole rimanere inerte di fronte a quella che ieri monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha definito ad Assisi – al seminario promosso dal network di associazioni cattoliche Retinopera – come “una crisi dai molteplici risvolti”. Una crisi sociale ma anche politica, dalla quale “emergeranno nuovi assetti e inedite prospettive che matureranno in questi mesi e in questi anni”. Parole di lungo respiro, senz’altro, ma che dicono molto in un momento in cui la realtà di un quadro politico in mutazione è segnata dal tramestio del mondo centrista e di un certo establishment a questo riconducibile. La Cei, per voce di Crociata e poi anche del piemontese (e bertoniano) monsignor Arrigo Miglio, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro, ha anche suggerito come riempire lo scenario futuro: c’è la necessità – sono parole di Miglio – di “una nuova generazione di politici cattolici”. Un leitmotiv, quest’ultimo, che riprende quanto disse Benedetto XVI un anno fa a Cagliari, con quel suo richiamo ai politici cattolici a non disimpegnarsi e a lavorare per il bene comune. E’ vero, i segnali che arrivano dalle gerarchie della chiesa sono anche altri. Dicono di un Vaticano e di un episcopato che non hanno intenzione di esasperare le relazioni col governo – “i segnali che arrivano dalla chiesa sono molto positivi”, ha detto al Foglio Gaetano Quagliariello – ma insieme fanno comprendere come qualcosa si stia muovendo se non altro a livello di analisi della situazione attuale.
Il summit di Castelgandolfo. E della situazione politica, sopratutto alla luce della crisi istituzionale creatasi in seguito al “caso Boffo”, hanno parlato ieri a Castel Gandolfo anche Benedetto XVI e il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. Insieme hanno potuto verificare la risposta della chiesa italiana alla vicenda. Ovvero i contenuti della prolusione che dopodomani Bagnasco terrà in apertura del Consiglio permanente della Cei. Stando ad alcune indiscrezioni, Bagnasco parlerà anche dei media e d’un certo modo d’intendere l’informazione in Italia. Non mancherà, come sempre, l’elenco delle priorità che la chiesa si augura il paese non eluda, soprattutto il richiamo all’emergenza educativa, ma nello stesso tempo non vi sarà nessun attacco diretto all’operato del governo. Il discorso, insomma, avrà accenti tutto sommato soft.
L’affaire Avvenire. La scelta del successore di Boffo alla direzione del quotidiano dei vescovi italiani verrà fuori dal Consiglio permanente che si apre lunedì. Una decisione definitiva non è stata presa anche perché il vicedirettore responsabile ad interim, Marco Tarquinio, sta lavorando bene. Non è da escludere che ieri Bagnasco abbia accennato al Papa le ipotesi sul tavolo: il candidato numero uno, sentito anche il parere dell’ex presidente Camillo Ruini, resta Domenico (Mimmo) Delle Foglie, portavoce di Scienza & Vita. In alternativa si stanno valutando i nomi di Gianfranco Fabi, attuale vicedirettore del Sole 24 Ore e direttore di Radio 24, e, anche se meno probabile, di Massimo Franco, notista politico del Corriere della Sera, già inviato speciale di Panorama ed editorialista di Avvenire. A oggi un dato sembra certo: la volontà del segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone di fare un passo indietro al fine di non alimentare inutili contrapposizioni.
Il cambio allo Ior. Ieri, all’incontro operativo tra la commissione cardinalizia di Vigilanza, il Consiglio di sovrintendenza e la direzione generale della banca vaticana (Istituto per le opere di religione), è stata resa nota l’ipotesi di portare il banchiere di Pontenure (Piacenza) Ettore Gotti Tedeschi alla presidenza dello stesso Istituto prima della scadenza dell’ultimo quinquennale mandato di Angelo Caloia (marzo 2011). A meno di ripensamenti dell’ultima ora, la cosa verrà ufficializzata e resa pubblica entro la fine del mese, si dice lunedì 28 settembre.
Il dopo Kabul. La strage in Afghanistan ha scosso il Vaticano. Insieme, è stata condivisa la lettura per il dopo-attentato che ieri ha offerto Avvenire: “Rimanere costerà altre sofferenze e altri lutti, inutile illudersi”, ha scritto il giornale. “Ma rinunciare lascerebbe campo libero a coloro che alla violenza invece non rinunceranno”.
Pubblicato sul Foglio sabato 19 settembre 2009
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Sabato 19 settembre: Reunion
20 settembre 2009 -
La trovi QUI.
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Oggi Ruini incontra la stampa cattolica che va in piazza con Repubblica
17 settembre 2009 -
L’incontro è previsto per questa mattina in via Aurelia, sede della conferenza episcopale italiana. Il cardinale Camillo Ruini, presidente del comitato per il progetto culturale della Cei, e il sociologo Sergio Belardinelli, offrono ai direttori delle principali riviste cattoliche italiane un’entrée di quel rapporto-proposta sull’educazione che lo stesso Ruini, assieme a Mariastella Gelmini e a Emma Marcegaglia, presenterà ufficialmente martedì prossimo in via di Villa Sacchetti a Roma. Scopo dell’incontro non è soltanto quello di sensibilizzare la stampa cattolica sulla prima indagine pluridisciplinare promossa dal nuovo comitato guidato da Ruini, ma è anche quello di serrare le fila del mondo giornalistico cattolico, quella galassia che ha vissuto la forzata uscita di scena del direttore di Avvenire Dino Boffo come un’aggressione a un certo modo di intendere la propria professione. Certo, la convocazione è partita prima che il caso Boffo scoppiasse, ma è evidente che è anche alla luce di quanto accaduto nelle ultime settimane che le parole di Ruini di questa mattina assumono un significato particolare. E a maggior ragione per quanto andrà in scena dopo domani. Alla manifestazione di sabato indetta in piazza del Popolo dalla Federazione della Stampa (e sponsorizzata in primis da Repubblica) per la libertà d’informazione, infatti, ci sarà gran parte della stampa cattolica. Una discesa in piazza da annotare perché dimostra la volontà di fare quadrato e di rispondere colpo su colpo a quell’uso della carta stampata che ieri Avvenire diceva di non poter non guardare senza “un crescendo di apprensione”. Beninteso, Ruini e la dirigenza della Cei non c’entrano direttamente con la decisione dei media cattolici di partecipare alla manifestazione della Fnsi, ma certamente l’adesione nell’ordine del cdr di Avvenire, di Famiglia Cristiana, dell’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) – 1200 soci appartenenti a tutte le testate cattoliche del paese –, di parte della redazione di Sat2000 e di tanti altri media (non aderisce, invece, la rivista Tempi vicina a Cl), non è insignificante per la dirigenza dei vescovi italiani.
Al Foglio è il vice direttore responsabile ad interim Marco Tarquinio a parlare. Ieri il suo giornale in un’editoriale a firma Marina Corradi, ha definito le accuse del Giornale di Feltri a Boffo e poi a Fini come “squadrismo mediatico” e, insieme, ha spiegato che “la manifestazione di sabato prossimo non è un appuntamento retorico, né formale”. “Avvenire – dice Tarquinio riprendendo le tesi del suo primo editoriale del 5 settembre – suona la sua musica. Siamo seriamente preoccupati non tanto per la mancanza di libertà di stampa ma per l’assenza d’una stampa responsabile. La libertà senza responsabilità non ha senso, e l’esercizio irresponsabile della libertà diventa inesorabilmente una maledizione per ogni comunità civile”.
Avvenire ha ieri ripreso con evidenza il richiamo che due giorni fa Gianni Letta ha fatto, nella sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede, a un giornalismo che si è augurato segua sempre più la sua “splendida missione al servizio della verità, della democrazia, del progresso e del bene pubblico”. Parole, quelle di Letta, che potrebbero in qualche modo essere riprese nell’attesissima prolusione che lunedì il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, terrà davanti ai trenta presuli che compongono il consiglio permanente (in sostanza il direttivo) dei vescovi italiani. Certo, all’ordine del giorno ci sono tante problematiche – soltanto oggi la Cei renderà noti i temi in agenda – ma è scontato che il “caso Dino Boffo”, le soluzioni dell’immediato presente e del futuro al riguardo, e più in generale una riflessione sui media cattolici, non mancheranno nelle discussioni dei trenta. Dalla prolusione e dai lavori successivi, qualcosa del futuro della Chiesa in Italia si potrà dire. Importante, in questo senso, sarà anche la scelta del nuovo direttore responsabile di Avvenire. Sul piatto varie ipotesi. Alcune gradite in Cei, altre maggiormnete in Vaticano. Di certo si sa che sia Bagnasco che il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone desiderano una soluzione il più possibile condivisa. L’intento è non arrivare al medesimo stallo che divise le due parti in occasione della scelta del successore di Ruini alla guida della Cei. E in queste ore si sta lavorando per questo. C’è la volontà di non dare spago a divisioni inutili. E in questo senso, sottolineano oltre Tevere, vanno lette le parole che Bertone ha pronunciato nell’omelia tenuta l’altro ieri nell’ambito del convegno per i vescovi ordinati negli ultimi dodici mesi e organizzato dalla congregazione per i vescovi: fedeltà, prudenza e bontà sono le tre caratteristiche del servizio episcopale.
Pubblicato sul Foglio giovedì 17 settembre 2009
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La mission impossible dei tre teologi incaricati di ricucire coi ribelli di Econe
16 settembre 2009 -
Roma. Oltre al segretario della commissione Ecclesia Dei, monsignor Guido Pozzo, sono tre i teologi che il Papa ha scelto per formare la delegazione vaticana incaricata di condurre il dialogo teologico con i tradizionalisti della fraternità sacerdotale San Pio X che ha sede a Econe. Un dialogo che inizierà a metà ottobre e che dovrebbe portare – anche se nessuno a oggi sa dire come e soprattutto quando – alla piena comunione degli scismatici fondati da Marcel Lefebvre con Roma. Benedetto XVI ha scelto i tre sentendo il parere del cardinale William Joseph Levada, prefetto della dottrina della fede e presidente di Ecclesia Dei. Un compito non facile quello affidato ai tre e a Pozzo: perché “piena comunione” vuol dire sanare tutte quelle questioni dottrinali ancora non chiarite, questioni che, a oggi, non consentono alla fraternità di godere di uno statuto canonico nella Chiesa e ai suoi ministri di esercitare in modo legittimo alcun ministero. Coi lefebrviani, quando si parla di questioni dottrinali, si pensa principalmente, e legittimamente, a una cosa: all’interpretazione che questi danno del Concilio Vaticano II. In sostanza, e molto semplificando, la loro lettura dei lavori conciliari è opposta a quella della rottura stigmatizzata da Ratzinger dal discorso del 22 dicembre del 2005 in poi. Per loro, insomma, il concilio non rappresenta un momento di novità perché di rottura col passato, ma più semplicemente un momento da dimenticare perché non in linea con la Tradizione precedente.
Guido Pozzo, per conto di Levada, dirige Ecclesia Dei con equilibrio e discrezione. Non appartengono al suo gergo, insomma, toni eccessivamente trionfalistici e nemmeno il contrario. E queste caratteristiche sono le medesime che formano la personalità dei tre teologi scelti da Ratzinger: il domenicano svizzero padre Charles Morerod, da poco segretario della commissione teologica internazionale; il gesuita tedesco padre Karl Josef Becker, ex docente di teologia all’università gregoriana; il vicario generale dell’Opus Dei, ovvero lo spagnolo padre Fernando Ocariz Brana. Tre teologi di peso, inclini a leggere il Vaticano II in linea con Ratzinger, e che dovranno confrontarsi con una delegazione, quella lefebvriana, della quale al momento si conosce soltanto il nome di colui che la coordinerà: monsignor Alfonso De Galarreta, uno dei quatto vescovi a cui Benedetto XVI ha tolto la scomunica lo scorso inverno.
Charles Morerod, è decano della facoltà di filosofia all’università San Tommaso d’Aquino, l’Angelico, e scrive sull’edizione francese della rivista Nova et Vetera. Per la dottrina della fede ha dedicato parecchi studi all’anglicanesimo e coi lefebvriani ha rapporti avviati: anche lui, infatti, ha partecipato a degli incontri preliminari con esponenti della fraternità. La sua idea di ecumenismo è precisa e ben spiegata in “Tradition et unité des chrétiens. Le dogme comme condition de possibilité de l’?cuménisme”: i motori dello sforzo ecumenico sono il dogma cattolico e quello dell’infallibilità pontificia. Karl Josef Becker, ha insegnato teologia sacramentale in Gregoriana. A lui l’Osservatore Romano ha affidato il 5 dicembre del 2006 (e non a caso) un articolo di approfondimento del discorso papale sull’ermeneutica del concilio del 22 dicembre 2005. Infine, Fernando Ocáriz: vicario generale dell’Opus Dei, ha insegnato alla Santa Croce ed è autore di numerosissime pubblicazioni. E’ nei suoi scritti che si è dedicato alla questione dell’interpretazione omogenea della dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae, a proposito del punto più sensibile, ovvero l’apparente sostituzione della teologia della tolleranza con quella della libertà in materia di diritto pubblico della Chiesa.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 16 settembre 2009
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Il “ministro” della Salute del Papa parla polacco ma si fa capire bene
15 settembre 2009 -
Il 60enne arcivescovo polacco Zygmunt Zimowski guida il “ministero” vaticano della Salute dallo scorso aprile. E domenica, in una delle sue prime uscite pubbliche, si sono viste le linee del suo agire. E’ a Poznan, infatti, dove è in corso il congresso mondiale dei farmacisti cattolici, che Zimowski, citando testi scritti in passato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ha pronunciato parole con le quali ha voluto richiamare la necessità di garantire l’accesso alle medicine per i più poveri e, insieme, ricordare come non tutti i farmaci siano uguali: quelli “contro la vita” non dovrebbero essere venduti e di più, contro la loro vendita, sono i farmacisti cattolici a essere chiamati a fare obiezione di coscienza.
Zimowski ha tenuto un discorso che, come è logico che sia, prosegue la battaglia che Benedetto XVI dovette inaugurare con le cancellerie di mezza Europa proprio lo scorso aprile, nell’imminenza dell’addio del cardinale Javier Lozano Barragán al “ministero” poi occupato dall’arcivescovo polacco. Fu, infatti, partendo per l’Africa che Benedetto XVI venne pesantemente criticato, soprattutto da esponenti del governo belga, per aver dichiarato che la soluzione per combattere l’Aids non è da ricercare nei preservativi quanto nell’umanizzazione della sessualità e in un’autentica amicizia e disponibilità nei confronti delle persone sofferenti. In buona sostanza, il medesimo concetto espresso con altri accenti l’altro ieri da Zimowski a Poznan: una sanità dominata non dall’etica ma esclusivamente dalla logica del profitto è contro l’uomo.
Zimowski non ha difficoltà a comprendere e a mettere in pratica le prerogative del Pontefice quanto alla salute. Prerogative che, a ben vedere, sono in linea col magistero dei predecessori di Benedetto XVI e, quindi, con quella “sicurezza sanitaria” che più volte ricorre nei testi pontifici: cioè la necessità che a tutti venga assicurato l’accesso almeno ai farmaci di base, quei farmaci che salvano la vita. Esattamente per diciannove anni e quindici giorni (dal 1983 al 2002) Zimowski ha lavorato a stretto contatto con Ratzinger alla dottrina della fede. Esperto di cose morali, fa della riservatezza una delle caratteristiche centrali del proprio agire. All’ex Sant’Uffizio ha lavorato principalmente nella sezione “protocollo”. Amicissimo del segretario di Wojtyla don Stanislaw Dziwisz, venne nominato vescovo di Radom nel 2002. Fu lo stesso Zimowski a raccontare come, una volta saputo della nomina, si recò nell’ufficio di Ratzinger per chiedergli che fosse lui a imporgli le mani. Ratzinger gli rispose: “Non sono degno”. Ma poi accettò non senza aver appurato che qualcuno s’incaricasse di tradurre in polacco il testo dell’omelia da lui redatto in tedesco appositamente per l’ordinazione. Insomma, Zimowski è dalla nidiata di presuli della ratzingeriana dottrina della fede che è uscito. Per divenire, lui come tanti altri, pedina preziosa nel governo della curia romana.
Il prossimo banco di prova per l’arcivescovo polacco sarà nel mese di ottobre, quando in Vaticano si aprirà il sinodo dei vescovi sull’Africa. Fu in vista dell’appuntamento autunnale che Benedetto XVI, a Yaundé in Camerun lo scorso aprile, consegnò ai presuli africani un documento preparatorio nel quale accusava la tendenza sempre più diffusa dei paesi ricchi di fare profitti in campo medico, tralasciando i paesi più poveri. Non a caso a Poznan il successore di Lozano Barragán ha parlato del fatto che spesso “per motivi economici vengono trascurate le malattie tipiche dei paesi in via di sviluppo perché, sebbene colpiscano e uccidano milioni di persone, non costituiscono un mercato abbastanza ricco”.
Pubblicato sul Foglio martedì 15 settembre 2009 e consultabile anche QUI
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Ecco chi decide (e come cambia) il peso futuro dello Ior
14 settembre 2009 -
Roma. Passata, almeno all’apparenza, la tempesta del “caso Boffo”, la chiesa italiana e il Vaticano si dedicano alle consuete attività. Nella curia romana a tenere banco è un appuntamento importante: è alla fine della settimana prossima, infatti, probabilmente venerdì 18, che l’amministrazione dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), e cioè il direttivo della banca vaticana, si riunirà con lo scopo di valutare tempi e modi di quell’“operazione trasparenza” che non più di due mesi fa una commissione di 15 porporati chiamata a sovrintendere alle questioni organizzative ed economiche della Santa Sede aveva chiesto venisse messa in pratica. I 15, dopo aver ragionato sui conti della Santa Sede – 253.953.869 euro di entrate, 254.865.383 euro di uscite, per un disavanzo di esercizio di 911.514 euro –, e aver ascoltato il Papa offrire indicazioni di carattere pastorale, conversero su un punto: d’ora in avanti sarebbe stato opportuno lavorare, grazie al supporto di capacità tecniche adeguate, in un regime di trasparenza assoluta e la cosa avrebbe dovuto riguardare anche la banca vaticana, la quale, a onor del vero, con presidente Angelo Caloia è proprio la prerogativa avanzata dai porporati che ha con tutte le forze cercato di fare propria. Prima di Caloia non fu così: l’Istituto ha dovuto subire operazioni non del tutto lecite portate avanti dall’arcivescovo Paul Marcinkus (per diversi anni presidente) ma anche, una volta che questi fu sostituito dal banchiere Angelo Caloia, quelle discutibili di monsignor Donato De Bonis, ovvero colui che una volta uscito di scena Marcinkus continuò a lavorare alle spalle di Caloia creando, grazie all’incarico di prelato dello Ior, una sorta di banca parallela all’interno dell’Istituto. Caloia ha combattuto questo “modus operandi” e la cosa è stata apprezzata dai diretti superiori. E’ in scia a quanto lui ha fatto che i cardinali desiderano la banca vaticana continui a lavorare.
Le varie anime
Convocato per settimana prossima è tutto l’organo dirigenziale: la commissione cardinalizia di Vigilanza presieduta dal segretario di stato, il cardinale Tarcisio Bertone, e composta dai cardinali Attilio Nicora, Jean-Louis Tauran, Telesphore Placidus Toppo e Odilo Pedro Scherer; il consiglio di sovrintendenza formato, oltre cha da Caloia, anche dai “membri laici” Virgil Dechant (vicepresidente), Robert Studer, Manuel Soto Serrano e Ronaldo Hermann Schmitz; e, infine, la direzione generale al completo, la quale, dal 19 giugno del 2007, ha Paolo Cipriani quale direttore e Massimo Tulli come vice. Così composto l’organigramma dell’amministrazione garantisce pluralità di vedute in rappresentanza di mondi diversi. E, grazie alla presenza di laici impegnati, garantisce che quella riforma che Giovanni Paolo II mise in opera nel 1990 (fu Caloia a redigere i nuovi statuti) non sia tradita. Wojtyla diede una nuova configurazione allo Ior imponendo che posti di responsabilità fossero affidati a “laici cattolici competenti”. Affinché lo scopo per il quale l’Istituto nacque nel 1942 per volere di Pio XII fosse meglio perseguito: “Provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati all’Istituto medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione o di carità”. Tante galassie, dunque, ruotano attorno alla gestione d’una sola banca. Galassie che Bertone vuole dialoghino tra loro proficuamente al fine di arrivare a soluzioni il più possibile condivise. Tra queste, la scelta del successore di Caloia. Anche se non è detto che la cosa sia decisa a breve: il mandato del banchiere lombardo scade nel 2011 e potrebbe essere onorato fino in fondo. Una cosa è certa: sarà nella scelta del nuovo presidente e nella modalità tramite le quale l’intera banca si rimodellerà nel segno della “trasparenza” auspicata a inizio luglio che i mondi antichi e nuovi che ruotano attorno all’Istituto proveranno a dialogare.
All’interno del torrione di Niccolò V, sede della banca, è senz’altro Bertone a rappresentare la novità principale. Salesiano poco avvezzo al mondo della diplomazia, della politica come pure della finanza, ha gestito con stile l’uscita di scena del suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, accettando che il segretario personale di quest’ultimo, monsignor Piero Pioppo, fosse nominato “prelato dello Ior”, incarico caduto in disuso dopo gli anni di De Bonis. Bertone ha dalla sua il pregio di lasciarsi consigliare di volta in volta da esperti di fiducia, personalità conosciute e stimate fuori le sacre mura. Chi siano queste personalità lo si è visto bene nel lavorio di stesura della terza enciclica papale, quella dedicata alle tematiche sociali, la “Caritas in Veritate”. Bertone non ha coadiuvato il Pontefice in solitaria. Fondamentali sono stati i suggerimenti di Mario Toso (rettore magnifico dell’Università Pontificia salesiana, grande esperto di dottrina sociale della chiesa), del banchiere Ettore Gotti Tedeschi (rappresentante in Italia del Banco di Santander, fondatore del Centro Studi Tocqueville-Acton, è anche editorialista dell’Osservatore Romano) e di Stefano Zamagni (docente all’Università di Bologna, presidente dell’Autorità per le onlus e il volontariato, voce molto ascoltata all’interno della Conferenza episcopale italiana). Si devono a Bertone nomine importanti all’interno della curia romana nei settori chiave della gestione economica. Oltre agli arrivi in segreteria di stato nel ruolo di gestore dell’Obolo di san Pietro (la colletta annuale in favore del Papa) di monsignor Alberto Perlasca al posto di monsignor Gianfranco Piovano e all’ospedale Bambino Gesù di Giuseppe Profiti quale direttore amministrativo, è da registrare la nomina di un nuovo revisore internazionale dei conti della Santa Sede: l’economista e politologo coreano Thomas Hong-Soon Han. Docente di Politica internazionale alla Hankuk University di Seul, fu lui nell’ultimo sinodo dei vescovi a dichiarare, davanti a un Benedetto XVI attento, che “i capi della chiesa devono fare un serio esame degli stili di vita e dei beni in seno alla chiesa alla luce della parola di Dio e prendere ogni possibile misura per promuovere la dottrina sociale”.
La vecchia guardia
Nella commissione cardinalizia di Vigilanza la vecchia guardia è in qualche modo rappresentata dal cardinale Attilio Nicora. Presidente dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), viene dalla diocesi milanese. Fu anche lui, anni fa, quando ancora era vescovo ausiliare a Milano del cardinale Carlo Maria Martini, a dar vita a quel Gruppo cultura etica finanza che si contrappose a quella finanza laica che ai tempi era identificata con un solo nome: Enrico Cuccia. Del Gruppo facevano parte, oltre a Caloia, il giornalista Giancarlo Galli – che non a caso ha scritto per Mondadori nel 2004 il libro “Finanza Bianca. La chiesa, i soldi, il potere” – il gesuita GianPaolo Salvini (direttore della Civiltà Cattolica), Lorenzo Ornaghi (rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) e il banchiere Giovanni Bazoli.
Meno peso, nella commissione cardinalizia, hanno gli altri tre porporati che la compongono: Jean-Louis Tauran, Telesphore Placidus Toppo e Odilo Pedro Scherer. Rappresentano il carattere internazionale della commissione ma gli onerosi impegni a cui sono chiamati (il primo è il responsabile del dialogo interreligioso della Santa Sede, il secondo è arcivescovo di Ranchi, in India, il terzo è arcivescovo di San Paolo, in Brasile) li costringono a essere meno incisivi all’interno dell’organo dirigenziale della banca.
In parallelo alla commissione cardinalizia, lavora il consiglio di Sovrintendenza: il ramo laico dello Ior. Tra i suoi membri spicca il nome di Virgil Dechant, il quale, per il 25° anniversario di pontificato di Giovanni Paolo II, si distinse per la donazione di un assegno da 2,5 milioni di dollari. Una cifra di poco conto se paragonata a quegli oltre 45 miliardi di dollari del fondo assicurativo sulla vita – un fondo al quale Standard & Poor’s assegna da anni il rating più elevato – gestito dall’associazione della quale Dechant è membro: l’ordine dei Cavalieri di Colombo, più di un milione e mezzo di aderenti sparsi tra Stati Uniti, Canada, Messico, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Filippine, Bahamas, Guatemala, Guam, Saipan e Isole Vergini. L’ordine, nato 122 anni fa, ha legami stretti con la Santa Sede e non solo per questioni economiche: la congregazione per le Cause dei santi ha avviato il processo di beatificazione e canonizzazione del suo fondatore, Michael McGivney. Robert Studer rappresenta un mondo che col Vaticano ha legami consolidati. Studer è stato fino al 1998 al vertice dell’Unione banche svizzere. E prima di lui nel consiglio di Sovrintendenza sedeva un altro ex presidente della banca elvetica: Philippe De Weck, legato all’Opus Dei e frequentatore dell’ambrosiano Gruppo cultura etica finanza. Diverso il discorso da fare per Manuel Soto Serrano e Ronaldo Hermann Schmitz. Entrambi sono banchieri esperti, rappresentanti a loro modo di due istituti consolidati: il Santander il primo, la Deutsche Bank il secondo. In caso si dovesse da subito decidere un nome del successore di Caloia, i due potrebbero proporre candidati vicini ai gruppi per i quali lavorano.
Le informazioni al Papa e al segretario di stato
Infine Caloia. Il suo addio, imminente o prossimo che sia, è nella logica delle cose. Dopo 19 anni in sella allo Ior, è tempo di lasciare spazio ad altri. Illustre rappresentante della finanza cattolica ambrosiana, “sponsorizzato” oltre il Tevere da Philippe De Weck, è chiamato a Roma dall’allora segretario di stato Agostino Casaroli per scrivere la parola fine all’era Marcinkus. Caloia inizia a operare in un mondo difficile e solo dopo qualche anno e non senza fatica ha la meglio su De Bonis: Wojtyla, con coraggio, allontana De Bonis dalla curia promuovendolo a cappellano dell’ordine di Malta. Di lì a oggi è una gestione virtuosa, quella che Caloia, forte della collaborazione dell’Apsa guidata dall’amico Nicora, mette in campo. E che sia virtuosa non lo smentisce nemmeno Gian Luigi Nuzzi in “Vatican Spa”. Qui si mostra la mala gestione di Marcinkus e De Bonis. Ma i fatti evidenziano come l’arrivo di Caloia allo Ior fosse motivato dalla necessità di fare pulizia. E come Caloia abbia fatto proprio il progetto informando quotidianamente della propria attività e dell’attività di chi aveva a fianco il Papa e il segretario di stato.
Pubblicato sul Foglio venerdì 11 settembre 2009
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Nuovi vescovi per il Papa e una segreteria ad hoc per Bertone
12 settembre 2009 -
Roma. Se nell’annuario pontificio, all’interno della sezione “curia romana”, la segreteria di stato si trova all’inizio un motivo c’è. E risiede nel fatto che dopo la riforma voluta da Paolo VI è proprio l’ufficio retto oggi dal cardinale Tarcisio Bertone ad aver assunto un ruolo chiave nel governo vaticano. Un tempo, ovvero prima di Paolo VI, altro non era che una semplice segreteria papale. Oggi, dopo la riforma, è de facto il cono di bottiglia entro il quale ogni richiesta i “ministri” della curia vogliano far pervenire al Pontefice deve passare.
Fatta questa premessa, si comprende bene come non siano senza significato le consacrazioni episcopali che questa mattina (ore dieci), nella basilica vaticana, conferirà Benedetto XVI. Perché tra i cinque nuovi vescovi vi sono coloro che fino a qualche settimana fa erano rispettivamente il numero tre e il numero quattro della segreteria di stato. E che ora, con l’ordinazione, sono pronti a partire per i lidi ai quali il Papa, in accordo con Bertone, li ha destinati. Oltre, infatti, alle ordinazioni di Franco Coppola (nunzio in Burundi), di Raffaello Martinelli (vescovo di Frascati) e di Giorgio Corbellini (presidente dell’ufficio del lavoro della sede apostolica) vi sono quelle di Gabriele Giordano Caccia e di Pietro Parolin. Il primo, ex assessore per gli affari generali, diventa nunzio in Libano. Mentre il secondo, ex sotto segretario per i rapporti con gli stati, diviene nunzio in Venezuela. Caccia, milanese, formatosi alla scuola diplomatica dei Casaroli e dei Silvestrini, figura classica dell’apparato curiale, va a occupare una nunziatura di rango, dotata di sguardo sinottico sul medio oriente, crocevia d’intrecci politici ed ecclesiali. Parolin, vicentino, viene anch’egli dalla medesima scuola diplomatica. La sede affidatagli è una delle più difficili: deve giostrarsi tra i fendenti della dittatura e la necessità di tenere unito e fedele un episcopato di confine. Al loro posto il Papa mette due uomini di fiducia. I quali, assieme a Fernando Filoni (sostituto per gli affari generali) e a Dominique Mamberti (segretario per i rapporti con gli stati), formano una squadra scelta in toto per soddisfare le esigenze di governo di Bertone. I due successori di Caccia e Parolin sono l’americano Peter Brian Wells, arrivato in curia non senza il placet di Michael James Harvey, prefetto della casa pontificia (perché ogni nomina americana passa da lui). E l’italiano Ettore Balestrero: un libero battitore dalle capacità riconosciute e che non appartiene a nessuna cordata.
Dunque, con le promozioni di Wells e Balestrero, un’ulteriore pennellata al governo della curia romana è stata assestata. Una curia che, da quando Ratzinger siede al soglio di Pietro, si è via via sempre più internazionalizzata. Basta guardare chi c’è a capo dei vari ministeri. Delle nove congregazioni soltanto due (vescovi e cause dei santi) sono affidate a prefetti italiani (Giovanni Battista Re e Angelo Amato). Le altre sette sono in mano rispettivamente a un americano (William Joseph Levada), un argentino (Leonardo Sandri), uno spagnolo (Antonio Llovera Canizares), un indiano (Ivan Dias), un brasiliano (Claudio Hummes), uno sloveno (Franc Rodé) e un polacco (Zenon Grocholewski). Dei tre tribunali soltanto la penitenzieria apostolica è affidata a un italiano (Fortunato Baldelli). Il supremo tribunale della segnatura apostolica e il tribunale della rota romana, invece, sono retti rispettivamente da un americano (Raymond Leo Burke) e da un polacco (Antoni Stankiewicz). Più bilanciata (tra italiani e non) è la situazione all’interno degli undici pontifici consigli. Di questi, sei sono affidati a italiani: la famiglia a Ennio Antonelli, giustizia e pace a Renato Raffaele Martino, i migranti e gli itineranti ad Antonio Maria Vegliò, i testi legislativi a Francesco Coccopalmerio, la cultura a Gianfranco Ravasi, le comunicazioni sociali a Claudio Maria Celli. Gli altri: i laici al polacco Stanislaw Rylko, l’unità dei cristiani al tedesco Walter Kasper, Cor unum al tedesco Paul Josef Cordes, la salute al polacco Zygmunt Zimowski mentre il dialogo interreligioso al francese Jean-Louis Tauran.
Pubblicato sul Foglio sabato 12 settembre 2009
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Il politologo Diotallevi spiega che la chiesa non può guardare al Centro perché è lei “il centro della società”
9 settembre 2009 -
Roma. Che cosa resta dopo il “caso Boffo” nella chiesa? E’ un’ipotesi o una realtà quella che vuole le gerarchie impegnate a ridisegnare i propri obiettivi abbandonando la linea dell’equidistanza di ruiniana memoria in favore di una nuova aggregazione di centro? Per Luca Diotallevi, docente di Sociologia, “la domanda è mal posta”. “Una caratteristica tipica delle ‘società aperte’ – spiega al Foglio – è la presenza attiva dei soggetti e delle istituzioni ecclesiali nello spazio e nel dibattito pubblico. Tuttavia, leggere questa presenza e le sue iniziative esclusivamente con gli schemi della politica non è soltanto improprio, ma pure fuorviante”. Se lo schema della politica non è il migliore per comprendere le manifestazioni della chiesa oggi, occorre un altro approccio: “I fatti osservati dai politologi e dagli studiosi del diritto, eminentemente la fine della pretesa della politica di essere il vertice della società (per tutti basti citare le opere di Sabino Cassese), i processi e le analisi prevalenti nelle scienze sociali e le stesse riflessioni teologiche e magisteriali mostrano che non solo di diritto ma ormai anche di fatto le società non sono più il contenuto dello stato, ma lo stato e la politica sono solo alcune delle tante istituzioni specializzate attraverso le quali la società si esprime e si articola. Seppur tra di loro incommensurabili, non è possibile non registrare una convergenza tra le analisi di autori come Luhmann, Walzer o Dahl da un lato, e dall’altro lo sviluppo dell’insegnamento sociale della chiesa cattolica, dalla Dignitatis Humanae alla Caritas in Veritate, passando per la Centesimus Annus. Non a caso, nella Cartitas in Veritate – per la prima volta in un testo del Magistero pontificio – compare un esplicito riferimento alla poliarchia, e con ciò l’insegnamento sociale della chiesa conferma la preferibilità di un sistema sociale policentrico, a poteri molteplici e reciprocamente limitati, come traduzione del grande principio della sussidiarietà sia ‘orizzontale’ sia ‘verticale’. Lo stato, e in generale la politica, dal tutto che volevano essere, sono stati riportati al rango di parte. Ecco allora perché né la società né la chiesa possono essere compresi con schemi politici”.
Se una caratteristica strutturale della chiesa cattolica esiste, “questa – continua Diotallevi – è la sua pluralità, la sua ricchezza strutturale: il Vaticano, le diocesi, le conferenze episcopali, le parrocchie e il laicato associato come l’Azione cattolica, il monachesimo, i religiosi e i movimenti, le opere sociali, le famiglie, i cattolici impegnati in economia, scienza e politica… Solo in momenti storici eccezionali (ad esempio la lotta contro il comunismo nel Secondo dopoguerra) troviamo la chiesa in tutte le sue espressioni temporaneamente riallineata e costretta dalla necessità a manifestarsi quasi come parte politica. Più la società cresce, invece, e cresce perché acquisisce il respiro di istituzioni differenti, più la chiesa si esprime anche visibilmente in diversità e pienezza senza nulla togliere al ministero dell’episcopato e senza tutto ridurre a quello. Del resto, le chiese cristiane sono state e sono matrici e presidio della ‘società aperta’”. Non a caso, dunque, Ratzinger ha parlato a Viterbo della necessità che “voi”, che i “laici” cattolici assumano iniziativa anche in politica. E il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha spiegato poco fa a Roma, di come serva “un impegno corale, ordinario e costante dei credenti nella società”. Perché la chiesa è in modo plurale presente nella società, anche con differenze che a volte si acuiscono come per certi aspetti le vicende di questi giorni testimoniano. Ma queste differenze e questa articolazione “sono di norma una ricchezza”.
Se la chiesa, realtà plurale, è ovunque nella società, è improprio dire che guarda ora a un nuovo centro politico? “La chiesa è il centro della società (e con lei lo sono tutte le istituzioni di una società civile matura). In una ‘società aperta’ il centro non è un punto o un potere, ma una rete. Che interesse possono mai avere le istituzioni della società civile e quelle della chiesa, che sono il ‘baricentro’ della società, a ridursi a piccolo attore di uno dei tanti giochi sociali? Al contrario, società civile e istituzioni ecclesiali sono il centro della società e, nel mercato politico come in quello economico, sfidano gli attori dell’offerta a conquistare il loro consenso. Come avrebbe detto Sturzo, la chiesa e la società civile non hanno paura di far crescere anche in politica un sano agonismo della libertà. Quando le istituzioni ecclesiali esprimono giudizi rendono un servizio alla dinamica civile”. Insomma, non si può ridurre il manifestarsi della chiesa nella società a destra e sinistra? Esatto: “E l’avevano capito bene proprio i grandi politici cattolici del Novecento: Sturzo e De Gasperi. Essi non costruirono formazioni politiche ‘centriste’ votate al trasformismo, ma attori politici che coniugavano salda ispirazione cristiana, vocazione di governo, cultura delle alleanze, rispetto per l’‘avversario’. Volta per volta ebbero il coraggio di sfidare l’alternativa più forte. Loro sì, verrebbe da dire, praticarono per quanto poterono la vocazione maggioritaria come coraggio di competere per una imputabile responsabilità di governo. E fecero questo senza mai ridurre la chiesa a un attore o a un progetto politico”. E oggi? “Al di là delle personali preferenze, che non contano nulla, oggi gli unici soggetti politici che sembrano interessati a dialogare col centro, proprio perché non ‘centristi’, sono Berlusconi e la Lega. Con vantaggio di tutti lo sarebbe stato anche il Pd, se fosse nato. Fini e D’Alema lavorano ignorando il centro, e questa è la debolezza politica della loro strategia. Una debolezza speculare a quella di Casini che accetta di presidiare un centro senza ambizioni di leadership. Certamente, poi, in una ‘società aperta’ e nella sua democrazia dell’alternanza il paesaggio politico non è mai definito una volta per tutte”.
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Il Papa a Viterbo ovvero l’itinerario di Ratzinger verso san Francesco
6 settembre 2009 -
Un viaggio sulle orme di San Bonaventura. E’ la visita che il Papa compie il 6 settembre a Viterbo e Bagnoregio, la città natale del santo la cui reliquia è venerata nella Cattedrale di San Nicola. Benedetto XVI non ha mai nascosto la sua attrazione per il pensiero di sant’Agostino e della scuola agostiniana di cui il francescano san Bonaventura di Bagnoregio è il più insigne rappresentante. Padre Pietro Messa, preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma, è tra i massimi esperti italiani di studi francescani. Al Foglio spiega i significati di questa visita papale e, insieme, i legami tra il pontificato ratzingeriano e san Bonaventura. “La visita a Bagnoregio è paragonabile a quella del 22 aprile 2007 a Pavia in onore di sant’Agostino: entrambe indicano due Dottori della chiesa, uno dell’epoca patristica e l’altro medievale, che ebbero un ruolo importante nella formazione teologica del Papa stesso. E qui c’è da evidenziare un fatto importante per comprendere il magistero di Benedetto XVI. Solitamente i Pontefici ebbero molta cura a distinguere le loro opere personali, soprattutto precedenti all’elezione al papato, dai loro discorsi o scritti in quanto pontefici. L’esempio più emblematico è papa Pio II che diceva ai suoi sudditi di tralasciare ciò che pensava Enea Silvio Piccolomini, ossia lui stesso prima della elezione pontificia, e seguire soltanto ciò che era indicato da papa Pio”.
Non così Benedetto XVI? “Papa Ratzinger nei suoi discorsi a volte rimanda a opere da lui scritte prima dell’elezione pontificia. Ad esempio è avvenuto il 7 giugno 2008 nel discorso ai partecipanti del simposio europeo dei docenti universitari in cui citò il capitolo terzo del suo volume ‘Introduzione al cristianesimo’; volendo comprendere il pensiero di Benedetto XVI – compresa l’ultima enciclica – non è possibile prescindere dalla sua formazione remota”. Quale passaggio rappresenta lo studio di Bonaventura nell’itinerario culturale di Benedetto XVI? “A questa domanda rispose lui stesso quando, dovendo presentarsi in occasione della nomina a membro della Pontificia accademia delle scienze, il 13 novembre del 2000, pronunciò un discorso in cui disse: ‘Il mio lavoro post dottorale fu incentrato su san Bonaventura, un teologo francescano del XIII secolo. Scopersi un aspetto della teologia di san Bonaventura a quanto ne so non basato sulla letteratura precedente: la sua relazione con una nuova idea di storia concepita da Gioacchino da Fiore nel XII secolo. Gioacchino intese la storia come progressione da un periodo del Padre (un tempo difficile per gli esseri umani sotto la legge), ad un secondo periodo della storia, quello del Figlio (con maggiore libertà, più franchezza, più fratellanza), ad un terzo periodo della storia, il periodo definitivo della storia, il tempo dello Spirito Santo. Secondo Gioacchino questo doveva essere il tempo della riconciliazione universale, di riconciliazione tra l’est e l’ovest, tra cristiani ed ebrei, un tempo senza legge (in senso paolino), un tempo di vera fraternità nel mondo. L’interessante idea che scopersi fu che una corrente significativa di francescani era convinta che san Francesco di Assisi e l’Ordine francescano segnarono l’inizio di questo terzo periodo della storia, e fu loro ambizione l’attualizzarlo; Bonaventura mantenne un dialogo critico con tale corrente’”.
Riguardo alla formazione di Benedetto XVI, che si esprime anche nel suo pontificato, quale ruolo riveste la sua tesi inerente la teologia della storia di san Bonaventura? “Gli elementi sono molti. Ad esempio, se l’abate Gioacchino da Fiore commentando il racconto delle nozze di Cana dice che lo sposo è simbolo dello Spirito Santo, rompendo così con tutta la tradizione patristica, Bonaventura afferma perentoriamente la centralità di Cristo. Pensando alla sollecitudine del Papa nell’affermare la centralità di Gesù di Nazaret, come ha fatto nel suo libro, non si può che trovarvi dei riscontri. Così anche, mentre il gioachimismo profilava il superamento dell’età cristiana, tutto ciò non si riscontra in Bonaventura; considerando tutto questo non è difficile pensare al richiamo di Benedetto XVI a leggere la storia della Chiesa nell’ottica della riforma nella continuità piuttosto che della rottura. E si potrebbero fare altri esempi”. Quali? “Monsignor Amato ricorda una conseguenza durevole che Bonaventura lasciò nella mentalità di Ratzinger, il quale non avrebbe mai accettato, in quanto contrario al pensiero escatologico neotestamentario, l’assunto francescano secondo cui ci sarebbe stato sulla terra l’avvento di un’era finale dei poveri, che avrebbe preceduto l’ingresso della storia nell’eternità di Dio. Ancora prima della teologia della liberazione, Ratzinger già valutava negativamente questa anticipazione medievale dell’escatologia liberazionista”.
Possiamo dire che anche tramite san Bonaventura il francescanesimo ha un certo ruolo nella concezione e nell’esercizio del papato da parte di Benedetto XVI?
“La risposta la lasciamo al noto teologo domenicano Yves Congar, che proprio partendo da questo studio e dalla problematica del rapporto tra chiesa locale e chiesa universale, che tanta parte ha avuto nel dibattito ecclesiale post conciliare e di cui uno dei protagonisti è stato il cardinal Joseph Ratzinger, scrisse: ‘Joseph Ratzinger, che ha fatto notare, giustamente crediamo, alcune differenze tra Bonaventura e Tommaso, dà molta importanza al ruolo che il papa occupa nella mistica bonaventuriana in ragione del fatto francescano’. Leggendo ciò e tenendo conto che oggi Ratzinger è papa Benedetto XVI è più che legittima la domanda se e in quale modo tale aspetto francescano è caratterizzante nella sua concezione ed esercizio del papato. Leggendo vari suoi scritti e discorsi ‘’ipotesi di una risposta affermativa si rafforza; così non stupisce, anzi diventa pienamente comprensibile, che secondo Benedetto XVI per comprendere il ministero petrino bisogna ritornare a san Francesco”.
Tratto da: ilfoglio.it
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Berlusconi’s woes deepen with Vatican rift
5 settembre 2009 -
Il primo settembre sono stato intervistato da “The Christian Science Monitor” (www.csmonitor.com). Per chi mastica l’inglese, ecco l’intervista. Paolo.
Berlusconi’s woes deepen with Vatican rift
By Anna Momigliano (Correspondent of The Christian Science Monitor
from the September)
Italian Prime Minister Silvio Berlusconi is facing a major rift with the Vatican that could put his own government at risk in this predominantly Roman Catholic country.
Mr. Berlusconi’s political stability is not being threatened by one of his many sexual scandals of recent months. Instead, the source of his current troubles lies in an editorial in Il Giornale, a conservative daily owned by his brother Paolo.
Last Friday, Il Giornale published a front-page editorial attacking Dino Boffo, editor-in-chief of Avvenire, the daily of the Italian Bishops Conference, which runs the Italian Catholic church.
It accused Mr. Boffo of having had a homosexual relationship in the past and of having made threatening phone calls to his lover’s wife. Il Giornale argued that, as a result, he “lacks the credibility to be a moralizer” – a reference to Avvenire’s previous criticism of the prime minister’s personal conduct.
“This is a huge step; nobody ever dared to attack so openly someone that important in the church,” says Paolo Rodari, a Vatican analyst for the conservative Il Foglio. “To attack Mr. Boffo is similar to attacking one of the highest-ranking cardinals: His newspaper is run by the Italian Bishops Conference; it’s the media image of the Italian clergy.”
Il Giornale published a judicial record, showing that Boffo agreed to a plea bargain that required him to pay a €516 fine for the phone harassment of the woman. It could not provide, however, any proof about his alleged homosexuality.
Boffo denies both allegations and says he accepted the plea bargain just to avoid trouble. But despite outrage, the paper has continued to attack Boffo this week.
The Italian Bishops Conference dismissed Il Giornale’s editorial as a “mafia-style warning.” Pope Benedict XVI himself has reportedly expressed his confidence in Boffo, although no official comment has been issued by the Holy See.
The prime minister insists he has nothing to do with the decisions of his brother’s newspaper. But the Vatican took it as an attack from Berlusconi himself. The Vatican’s foreign secretary, Cardinal Tarciso Bertone, canceled a scheduled dinner with the prime minister after the editorial appeared.
The importance of good Vatican ties
Good ties with the Vatican are considered crucial for any Italian government. “I don’t know whether the prime minister was behind the attack or not, but now he is in trouble for sure,” argues Mr. Rodari. “It’s hard to think that just four days ago, Berlusconi’s government had the most idyllic relationship with the Holy See.”
Berlusconi’s sexual scandals have hurt the prime minister’s reputation at home and abroad, but not his ties with the Vatican. “They don’t care what he does with his private life, as long as he passes a series of conservative reforms,” says Rodari. “The very fact that Cardinal Bertone had invited the prime minister to dinner means the church intended to reassure Berlusconi and tell him everything was fine.”
Despite the Vatican’s earlier silence, some Italian bishops have criticized the prime minister’s alleged misconduct, often on the pages of Avvenire.
Some believe the Boffo affair is harming the Italian clergy even more than it is harming Berlusconi: “While the Vatican itself wasn’t touched by this scandal, Avvenire and the forces behind it are losing credibility,” says Rodari. “The bishops’ conference is coming out of this with its bones broken.”
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