La mission impossible dei tre teologi incaricati di ricucire coi ribelli di Econe
set 16, 2009 IL FOGLIO
Roma. Oltre al segretario della commissione Ecclesia Dei, monsignor Guido Pozzo, sono tre i teologi che il Papa ha scelto per formare la delegazione vaticana incaricata di condurre il dialogo teologico con i tradizionalisti della fraternità sacerdotale San Pio X che ha sede a Econe. Un dialogo che inizierà a metà ottobre e che dovrebbe portare – anche se nessuno a oggi sa dire come e soprattutto quando – alla piena comunione degli scismatici fondati da Marcel Lefebvre con Roma. Benedetto XVI ha scelto i tre sentendo il parere del cardinale William Joseph Levada, prefetto della dottrina della fede e presidente di Ecclesia Dei. Un compito non facile quello affidato ai tre e a Pozzo: perché “piena comunione” vuol dire sanare tutte quelle questioni dottrinali ancora non chiarite, questioni che, a oggi, non consentono alla fraternità di godere di uno statuto canonico nella Chiesa e ai suoi ministri di esercitare in modo legittimo alcun ministero. Coi lefebrviani, quando si parla di questioni dottrinali, si pensa principalmente, e legittimamente, a una cosa: all’interpretazione che questi danno del Concilio Vaticano II. In sostanza, e molto semplificando, la loro lettura dei lavori conciliari è opposta a quella della rottura stigmatizzata da Ratzinger dal discorso del 22 dicembre del 2005 in poi. Per loro, insomma, il concilio non rappresenta un momento di novità perché di rottura col passato, ma più semplicemente un momento da dimenticare perché non in linea con la Tradizione precedente.
Guido Pozzo, per conto di Levada, dirige Ecclesia Dei con equilibrio e discrezione. Non appartengono al suo gergo, insomma, toni eccessivamente trionfalistici e nemmeno il contrario. E queste caratteristiche sono le medesime che formano la personalità dei tre teologi scelti da Ratzinger: il domenicano svizzero padre Charles Morerod, da poco segretario della commissione teologica internazionale; il gesuita tedesco padre Karl Josef Becker, ex docente di teologia all’università gregoriana; il vicario generale dell’Opus Dei, ovvero lo spagnolo padre Fernando Ocariz Brana. Tre teologi di peso, inclini a leggere il Vaticano II in linea con Ratzinger, e che dovranno confrontarsi con una delegazione, quella lefebvriana, della quale al momento si conosce soltanto il nome di colui che la coordinerà: monsignor Alfonso De Galarreta, uno dei quatto vescovi a cui Benedetto XVI ha tolto la scomunica lo scorso inverno.
Charles Morerod, è decano della facoltà di filosofia all’università San Tommaso d’Aquino, l’Angelico, e scrive sull’edizione francese della rivista Nova et Vetera. Per la dottrina della fede ha dedicato parecchi studi all’anglicanesimo e coi lefebvriani ha rapporti avviati: anche lui, infatti, ha partecipato a degli incontri preliminari con esponenti della fraternità. La sua idea di ecumenismo è precisa e ben spiegata in “Tradition et unité des chrétiens. Le dogme comme condition de possibilité de l’?cuménisme”: i motori dello sforzo ecumenico sono il dogma cattolico e quello dell’infallibilità pontificia. Karl Josef Becker, ha insegnato teologia sacramentale in Gregoriana. A lui l’Osservatore Romano ha affidato il 5 dicembre del 2006 (e non a caso) un articolo di approfondimento del discorso papale sull’ermeneutica del concilio del 22 dicembre 2005. Infine, Fernando Ocáriz: vicario generale dell’Opus Dei, ha insegnato alla Santa Croce ed è autore di numerosissime pubblicazioni. E’ nei suoi scritti che si è dedicato alla questione dell’interpretazione omogenea della dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae, a proposito del punto più sensibile, ovvero l’apparente sostituzione della teologia della tolleranza con quella della libertà in materia di diritto pubblico della Chiesa.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 16 settembre 2009




















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settembre 17th, 2009 at 9:14 am
Nel caso specifico della Dignitatis Humanae, qualsiasi cosa noi possiamo pensare dell’ermeneutica complessiva del Concilio, dimostrare che la discontinuità non ci sia stata è proprio una mission impossible. Lo ha spiegato benissimo più volte il cardinal Camillo Ruini, parlando esplicitamente di “svolta…rispetto alle posizioni precedenti della Chiesa in materia”. Più esattamente, all’ombra della dotrina precedente sullo “stato Cristiano”, temperata pragmaticamente dalla distinzione tra tesi e ipotesi, la Chiesa si era trovata ad affermare contraddittoriamente sul piano globale una doppia verità: rigida, contro il proselitismo nei propri riguardi (in contrapposizione anche alla dichiarazione Onu del 1948) nei paesi di tradizione cattolica (in Spagna addirittura con posizioni critiche contro Franco perché considerato troppo aperturista), liberale nei Paesi pluralisti o comunisti.
Contro questa schizofrenia, di fronte a limitati dissensi tra spagnoli e italiani, emerse un’amplissima maggioranza in nome non del relativismo ma dell’incompetenza dello Stato in materia religiosa, che unì l’episcopato americano, rafforzato dall’elezione di Kennedy e che aveva presenti le critiche dei protestanti Usa per la repressione anti-protestante in Spagna, a quello polacco, passando per quelli dei Paesi di missione. Un’impostazione molto simile a quella che troviamo ante-litteram espressa da de Gasperi rispetto al ruolo della religione nella Costituzione rispetto alle richieste vaticane nei lavori di Padre Sale: da ex-suddito del pluralista Impero Austro-Ungarico l’idea di “religione di stato” gli risultava semplicemente incomprensibile. La discontinuità secifica c’era perché la Chiesa ragionava di più in un’ottica missionaria e universale, ovvero più “cattolica”. Secondo me questo andrebbe in qualche modo spiegato ai lefebvriani: a volte si è più cattolici nella discontinuità.
Cari saluti
settembre 17th, 2009 at 5:33 pm
[...] A missão impossível dos três teólogos encarregados de “fazer as pazes” com os rebeldes de Êcone Ir aos comentários Do blog de Paolo Rodari [...]