Nuovi vescovi per il Papa e una segreteria ad hoc per Bertone

Roma. Se nell’annuario pontificio, all’interno della sezione “curia romana”, la segreteria di stato si trova all’inizio un motivo c’è. E risiede nel fatto che dopo la riforma voluta da Paolo VI è proprio l’ufficio retto oggi dal cardinale Tarcisio Bertone ad aver assunto un ruolo chiave nel governo vaticano. Un tempo, ovvero prima di Paolo VI, altro non era che una semplice segreteria papale. Oggi, dopo la riforma, è de facto il cono di bottiglia entro il quale ogni richiesta i “ministri” della curia vogliano far pervenire al Pontefice deve passare.
Fatta questa premessa, si comprende bene come non siano senza significato le consacrazioni episcopali che questa mattina (ore dieci), nella basilica vaticana, conferirà Benedetto XVI. Perché tra i cinque nuovi vescovi vi sono coloro che fino a qualche settimana fa erano rispettivamente il numero tre e il numero quattro della segreteria di stato. E che ora, con l’ordinazione, sono pronti a partire per i lidi ai quali il Papa, in accordo con Bertone, li ha destinati. Oltre, infatti, alle ordinazioni di Franco Coppola (nunzio in Burundi), di Raffaello Martinelli (vescovo di Frascati) e di Giorgio Corbellini (presidente dell’ufficio del lavoro della sede apostolica) vi sono quelle di Gabriele Giordano Caccia e di Pietro Parolin. Il primo, ex assessore per gli affari generali, diventa nunzio in Libano. Mentre il secondo, ex sotto segretario per i rapporti con gli stati, diviene nunzio in Venezuela. Caccia, milanese, formatosi alla scuola diplomatica dei Casaroli e dei Silvestrini, figura classica dell’apparato curiale, va a occupare una nunziatura di rango, dotata di sguardo sinottico sul medio oriente, crocevia d’intrecci politici ed ecclesiali. Parolin, vicentino, viene anch’egli dalla medesima scuola diplomatica. La sede affidatagli è una delle più difficili: deve giostrarsi tra i fendenti della dittatura e la necessità di tenere unito e fedele un episcopato di confine. Al loro posto il Papa mette due uomini di fiducia. I quali, assieme a Fernando Filoni (sostituto per gli affari generali) e a Dominique Mamberti (segretario per i rapporti con gli stati), formano una squadra scelta in toto per soddisfare le esigenze di governo di Bertone. I due successori di Caccia e Parolin sono l’americano Peter Brian Wells, arrivato in curia non senza il placet di Michael James Harvey, prefetto della casa pontificia (perché ogni nomina americana passa da lui). E l’italiano Ettore Balestrero: un libero battitore dalle capacità riconosciute e che non appartiene a nessuna cordata.
Dunque, con le promozioni di Wells e Balestrero, un’ulteriore pennellata al governo della curia romana è stata assestata. Una curia che, da quando Ratzinger siede al soglio di Pietro, si è via via sempre più internazionalizzata. Basta guardare chi c’è a capo dei vari ministeri. Delle nove congregazioni soltanto due (vescovi e cause dei santi) sono affidate a prefetti italiani (Giovanni Battista Re e Angelo Amato). Le altre sette sono in mano rispettivamente a un americano (William Joseph Levada), un argentino (Leonardo Sandri), uno spagnolo (Antonio Llovera Canizares), un indiano (Ivan Dias), un brasiliano (Claudio Hummes), uno sloveno (Franc Rodé) e un polacco (Zenon Grocholewski). Dei tre tribunali soltanto la penitenzieria apostolica è affidata a un italiano (Fortunato Baldelli). Il supremo tribunale della segnatura apostolica e il tribunale della rota romana, invece, sono retti rispettivamente da un americano (Raymond Leo Burke) e da un polacco (Antoni Stankiewicz). Più bilanciata (tra italiani e non) è la situazione all’interno degli undici pontifici consigli. Di questi, sei sono affidati a italiani: la famiglia a Ennio Antonelli, giustizia e pace a Renato Raffaele Martino, i migranti e gli itineranti ad Antonio Maria Vegliò, i testi legislativi a Francesco Coccopalmerio, la cultura a Gianfranco Ravasi, le comunicazioni sociali a Claudio Maria Celli. Gli altri: i laici al polacco Stanislaw Rylko, l’unità dei cristiani al tedesco Walter Kasper, Cor unum al tedesco Paul Josef Cordes, la salute al polacco Zygmunt Zimowski mentre il dialogo interreligioso al francese Jean-Louis Tauran.

Pubblicato sul Foglio sabato 12 settembre 2009


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