Il politologo Diotallevi spiega che la chiesa non può guardare al Centro perché è lei “il centro della società”

Roma. Che cosa resta dopo il “caso Boffo” nella chiesa? E’ un’ipotesi o una realtà quella che vuole le gerarchie impegnate a ridisegnare i propri obiettivi abbandonando la linea dell’equidistanza di ruiniana memoria in favore di una nuova aggregazione di centro? Per Luca Diotallevi, docente di Sociologia, “la domanda è mal posta”. “Una caratteristica tipica delle ‘società aperte’ – spiega al Foglio – è la presenza attiva dei soggetti e delle istituzioni ecclesiali nello spazio e nel dibattito pubblico. Tuttavia, leggere questa presenza e le sue iniziative esclusivamente con gli schemi della politica non è soltanto improprio, ma pure fuorviante”. Se lo schema della politica non è il migliore per comprendere le manifestazioni della chiesa oggi, occorre un altro approccio: “I fatti osservati dai politologi e dagli studiosi del diritto, eminentemente la fine della pretesa della politica di essere il vertice della società (per tutti basti citare le opere di Sabino Cassese), i processi e le analisi prevalenti nelle scienze sociali e le stesse riflessioni teologiche e magisteriali mostrano che non solo di diritto ma ormai anche di fatto le società non sono più il contenuto dello stato, ma lo stato e la politica sono solo alcune delle tante istituzioni specializzate attraverso le quali la società si esprime e si articola. Seppur tra di loro incommensurabili, non è possibile non registrare una convergenza tra le analisi di autori come Luhmann, Walzer o Dahl da un lato, e dall’altro lo sviluppo dell’insegnamento sociale della chiesa cattolica, dalla Dignitatis Humanae alla Caritas in Veritate, passando per la Centesimus Annus. Non a caso, nella Cartitas in Veritate – per la prima volta in un testo del Magistero pontificio – compare un esplicito riferimento alla poliarchia, e con ciò l’insegnamento sociale della chiesa conferma la preferibilità di un sistema sociale policentrico, a poteri molteplici e reciprocamente limitati, come traduzione del grande principio della sussidiarietà sia ‘orizzontale’ sia ‘verticale’. Lo stato, e in generale la politica, dal tutto che volevano essere, sono stati riportati al rango di parte. Ecco allora perché né la società né la chiesa possono essere compresi con schemi politici”.
Se una caratteristica strutturale della chiesa cattolica esiste, “questa – continua Diotallevi – è la sua pluralità, la sua ricchezza strutturale: il Vaticano, le diocesi, le conferenze episcopali, le parrocchie e il laicato associato come l’Azione cattolica, il monachesimo, i religiosi e i movimenti, le opere sociali, le famiglie, i cattolici impegnati in economia, scienza e politica… Solo in momenti storici eccezionali (ad esempio la lotta contro il comunismo nel Secondo dopoguerra) troviamo la chiesa in tutte le sue espressioni temporaneamente riallineata e costretta dalla necessità a manifestarsi quasi come parte politica. Più la società cresce, invece, e cresce perché acquisisce il respiro di istituzioni differenti, più la chiesa si esprime anche visibilmente in diversità e pienezza senza nulla togliere al ministero dell’episcopato e senza tutto ridurre a quello. Del resto, le chiese cristiane sono state e sono matrici e presidio della ‘società aperta’”. Non a caso, dunque, Ratzinger ha parlato a Viterbo della necessità che “voi”, che i “laici” cattolici assumano iniziativa anche in politica. E il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha spiegato poco fa a Roma, di come serva “un impegno corale, ordinario e costante dei credenti nella società”. Perché la chiesa è in modo plurale presente nella società, anche con differenze che a volte si acuiscono come per certi aspetti le vicende di questi giorni testimoniano. Ma queste differenze e questa articolazione “sono di norma una ricchezza”.
Se la chiesa, realtà plurale, è ovunque nella società, è improprio dire che guarda ora a un nuovo centro politico? “La chiesa è il centro della società (e con lei lo sono tutte le istituzioni di una società civile matura). In una ‘società aperta’ il centro non è un punto o un potere, ma una rete. Che interesse possono mai avere le istituzioni della società civile e quelle della chiesa, che sono il ‘baricentro’ della società, a ridursi a piccolo attore di uno dei tanti giochi sociali? Al contrario, società civile e istituzioni ecclesiali sono il centro della società e, nel mercato politico come in quello economico, sfidano gli attori dell’offerta a conquistare il loro consenso. Come avrebbe detto Sturzo, la chiesa e la società civile non hanno paura di far crescere anche in politica un sano agonismo della libertà. Quando le istituzioni ecclesiali esprimono giudizi rendono un servizio alla dinamica civile”. Insomma, non si può ridurre il manifestarsi della chiesa nella società a destra e sinistra? Esatto: “E l’avevano capito bene proprio i grandi politici cattolici del Novecento: Sturzo e De Gasperi. Essi non costruirono formazioni politiche ‘centriste’ votate al trasformismo, ma attori politici che coniugavano salda ispirazione cristiana, vocazione di governo, cultura delle alleanze, rispetto per l’‘avversario’. Volta per volta ebbero il coraggio di sfidare l’alternativa più forte. Loro sì, verrebbe da dire, praticarono per quanto poterono la vocazione maggioritaria come coraggio di competere per una imputabile responsabilità di governo. E fecero questo senza mai ridurre la chiesa a un attore o a un progetto politico”. E oggi? “Al di là delle personali preferenze, che non contano nulla, oggi gli unici soggetti politici che sembrano interessati a dialogare col centro, proprio perché non ‘centristi’, sono Berlusconi e la Lega. Con vantaggio di tutti lo sarebbe stato anche il Pd, se fosse nato. Fini e D’Alema lavorano ignorando il centro, e questa è la debolezza politica della loro strategia. Una debolezza speculare a quella di Casini che accetta di presidiare un centro senza ambizioni di leadership. Certamente, poi, in una ‘società aperta’ e nella sua democrazia dell’alternanza il paesaggio politico non è mai definito una volta per tutte”.


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  1. Francesco73 ha scritto il 9 settembre 2009 alle 2:50 pm:

    Bè, l’analisi di Diotallevi si basa sul presupposto che “centro” sia sinonimo di trasformismo.
    In realtà, la dottrina sociale della Chiesa, in tutta Europa, ha ispirato esperienza politiche centriste, ma solo nel senso dei contenuti e dei metodi, mai in quello dell’equidistanza.
    Il “centro” non è altro che un centro-destra con una leadership diversa da quella conservatrice classica. E’ questa l’eccezione rappresentata proprio dal pensiero sociale cristiano per come si è concretizzato quasi ovunque, anche in Sudamerica.
    E non è vero che i cattolici possono stare ovunque indifferentemente. La sociologia cristiana ha contenuti molto precisi, di cui la biopolitica è solo una parte. C’è tutta una visione della società, dei poteri, dell’economia, dell’autonomia locale, che può essere diluita solo fino a un certo punto.
    Mi preoccupa sempre la disinvoltura con cui invece ci si accomoda qui o là, vantando importanti benedizioni…


  2. geremia ha scritto il 2 marzo 2010 alle 7:52 pm:

    Ciò che un cattolico si aspetta dalla politica (o meglio, dai politici che dichiarano di fondare la propria azione sui valori cristiani) è non solo la salvaguardia del valore della vita nascente e morente, ma anche della vita in atto, che non trova più la necessaria espansione economica, dato che mercato, liberismo,
    finanziarizzazione dell’economia, globalizzazione, hanno liquidato il valore del lavoro. Pensare che la politica non debba dirigere od orientare la vita economica di un paese, significa progettare la prossima liquidazione di ogni impresa non finanziaria. In altri semplici termini. è voler perseguire l’illusione di re Creso, quasi che, ammesso di averne, ci si possa nutrire di denaro. Dice il Vangelo che l’uomo non vive di solo pane (di economia produttiva, cioè). Ora, l’appoggio cattolico al mercatismo sembra dirigerci verso una landa desolata in cui l’uomo non avrà più neanche il pane. Infatti alcune produzioni a basso valore aggiunto sono già ora fuori mercato. Inoltre, alle attività di allevamento, educazione della prole e insegnamento, non è mai neanche stata applicata la teoria del valore aggiunto. C’è ormai da chiedersi se per la Chiesa valga più la sua dottrina sociale, pure ammirevole, oppure il Vangelo; se così è, l’asfissia evangelica provocata dagli atei devoti è cosa fatta.