La sala stampa vaticana cambia registro e smentisce i giornali

La sala stampa vaticana dal “caso Williamson” in poi sta lavorando decisamente meglio. Complice, come ho scritto sul Foglio, la Meltwater, e cioè una società norvegese di monitoring del web che il Vaticano ha assoldato per controllare chi parla del Papa (e come parla) nel mondo.
I risultati di questa partnership si vedono ogni giorno di più. L’ultimo esempio è di oggi. Ma non riguarda direttamente il mondo di internet, semmai quello dei giornali: non c’entra dunque tanto la Meltwater, ma è un esempio che fa capire bene come padre Lombardi e il suo staff abbiano decisamente cambiato rotta. Quando qualcuno scrive castronerie, insomma, viene smentito.
Tutto è cominciato sabato 19 settembre. Maurizio Molinari, corrispondente da New York, ha scritto sulla Stampa un articolo intitolato “Vaticano & Kgb. Tutti i segreti di padre Graham”. Sottotitolo: “In 200 casse di documenti top secret i nomi dei religiosi che spiavano Wojtyla”. In sostanza il giornalista della Stampa riporta le dichiarazioni di John Koehler, l’ex ufficiale dell’intelligence militare che il presidente Ronald Reagan negli anni 80 volle come consigliere alla Casa Bianca. Questi, che per oltre mezzo secolo ha lavorato per combattere il Kgb, confessa alla Stampa che molti dei segreti della Guerra Fredda sarebbero contenuti in Vaticano in duecento casse di documenti appartenenti a padre Robert Graham, un gesuita americano al quale nel 1945 Papa Pio XII aveva dato l’incarico di lavorare per individuare le “numerose spie sovietiche” infilitrate in Vaticano e gestite in gran parte dalla Stasi della Germania Est. Secondo Koehler, Graham lavorò bene. Tanto che Paolo VI gli confermò l’incarico. Poi arrivò Giovanni Paolo II e Graham “si trovò circondato da spie comuniste come mai era avvenuto prima”. A suo dire questi erano per la maggior parte preti polacchi assoldati dal Kgb contro Wojtyla. Poi è arrivato Ratzinger che “ha rinnovato la decisione di mantenere il segreto sulle casse di Graham”, lamenta Koehler.
Fin qui dunque la Stampa. Oggi, sempre sulla Stampa, è direttamente padre Federico Lombardi a smentire la ricostruzione di Molinari con una lunga lettera intitolata “I bauli di padre Graham” in cui spiega il perché dell’assurdità delle parole di Koehler. Segno, questa smentita, del vento nuovo che spira nella sala stampa vaticana.

Ecco di seguito i due articoli usciti sulla Stampa:
“Vaticano & Kgb. Tutti i segreti di padre Graham”, di Maurizio Molinari
“I bauli di padre Graham”, di padre Federico Lombardi


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Ruinismi spagnoli. Così il cardinale Rouco Varela riporta i cattolici in piazza

La campagna autunnale della Conferenza episcopale spagnola inizierà sabato 17 ottobre a Madrid con una manifestazione di piazza – gli organizzatori promettono sarà “oceanica” – contro l’ultimo disegno di legge approvato dal governo Zapatero e che concede, anche alle minorenni fra i 16 e i 18 anni, di abortire senza il consenso dei genitori. E’ il modello italiano del Family Day che viene adottato in Spagna, nel senso che, questa volta, a metterci la faccia non sarà direttamente la gerarchia, quanto le associazioni del laicato cattolico di base: movimenti ecclesiali e associazionismo. Il tutto, certo, con la benedizione dei vescovi i quali, tuttavia, rimangono ufficialmente un passo indietro. Lo scopo è duplice: fare leva sulle convinzioni pro vita del popolo – i vescovi ritengano sia il sentire della maggioranza – e, insieme, sostenere i cattolici che lavorano nel campo medico e farmaceutico attraverso un’obiezione di coscienza “di categoria” e non, dunque, meramente “personale”. Il parallelismo col modello italiano portato avanti fino al 2007 dal cardinale Camillo Ruini è evidente: la base lotta per non retrocedere su quei temi e princìpi che, appena eletto, Benedetto XVI definì “non negoziabili” e la lotta, seppure di popolo, è sostenuta, da dietro le quinte, dalle gerarchie. Un modello, questo, che in qualche modo sarà al centro del convegno delle Conferenze episcopali europee in programma a Parigi dall’1 al 4 ottobre: Angelo Bagnasco e gli altri leader europei dibatteranno sulla modalità della presenza della chiesa nell’agone pubblico.
Il capo della chiesa spagnola è l’arcivescovo di Madrid Antonio María Rouco Varela. Questi, nel marzo del 2008, è succeduto a monsignor Ricardo Blazquez, vescovo di Bilbao, alla guida della Conferenza episcopale. E’ stato un anno delicato, il 2008, per i vescovi di Spagna. In dicembre, infatti, il “piccolo Ratzinger”, ovvero il combattivo cardinale primate di Spagna e arcivescovo di Toledo Antonio Cañizares Llovera, avrebbe lasciato il paese per trasferirsi a Roma alla guida del “ministero” della curia romana dedito alla liturgia. La sua partenza venne letta da più parti come la volontà della segreteria di stato vaticana di attuare una sorta di Ostpolitik col governo Zapatero. E per verificare se l’intento del cardinale Tarcisio Bertone – che nel luglio del 2008 ebbe un lungo colloquio privato con Zapatero al vertice della Fao a Roma – fosse stato questo, tutte le attenzioni vennero concentrate sul nome del successore di Blazquez alla guida dei vescovi: se, in sostanza, fosse passata l’idea d’una presidenza meno combattiva e più morbida quanto a battaglie etiche o se venisse scelta una leadership carismatica. Benedetto XVI premiò, a differenza di quanto accadde in Italia per il dopo Ruini, la seconda ipotesi e fu così che, un episcopato che di lì a poco sarebbe rimasto orfano di Canizares, fu affidato alla ferrea mano di colui che in passato l’aveva guidato già per due volte: Rouco Varela, un porporato dalle idee chiare, influente sulla scelta dei vescovi del paese come pure – dicono – sull’ultimo degli officiali spagnoli giunti a lavorare nella curia romana, un presule convinto che difendere la vita sia in linea con le idee del suo paese: “La manifestazione di ottobre – ha dichiarato questa estate lo stesso Varela – farà emergere la sensibilità degli spagnoli”, ed è certo che, per quanto riguarda “i diritti fondamentali, come quello della difesa della vita, i cristiani devono compromettersi”.
Compromettersi e non retrocedere, dunque, è la linea dell’episcopato spagnolo. Un episcopato che, a differenza di quanto avviene in altri paesi, appare unito e senza voci dissonanti. Il merito – spiegano oltre il Tevere – è anche di Zapatero. Le sue politiche antagoniste della visione dell’uomo care alla chiesa, portano i vescovi a unire le forze a discapito delle differenze. Ne è testimonianza un passaggio d’un comunicato stampa che i vescovi hanno presentato lo scorso giugno contro il disegno di legge sull’aborto: “D’accordo con la dottrina della chiesa nessun cattolico che sia coerente con la propria fede potrà approvare o votare a favore di questo testo”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 30 settembre 2009


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La crociata degli avvocati di Obama per salvare la croce di Sunrise Rock

Fu nel 1934 nel deserto di Mojave, all’interno d’un parco nazionale a sud-est della California – Mojave National Preserve – che alcuni membri della Veterans of Foreign Wars (Vfw), un’associazione privata di ex combattenti, onorarono i veterani della Prima guerra mondiale salendo in cima alla Sunrise Rock. Qui posero un’enorme croce cristiana: per non dimenticare i giorni del combattimento e, insieme, ringraziare Dio d’avercela fatta, d’essere tornati in patria con salva la pelle. Poi, negli anni a venire, altri gruppi di veterani salirono sulla Sunrise Rock, anch’essi per ricordare e, nel 1998, per rinverdire i fasti della cerimonia del 1934 ponendo un’altra croce al posto della prima oramai logora e arrugginita dal tempo. E’ questa croce, il segno che la sua presenza indica, che sarà tra pochi giorni al centro d’una controversia che fa discutere l’America. Un contenzioso che, il prossimo sette ottobre, vedrà presentarsi davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti coloro che ritengono la presenza della croce incostituzionale e chi, invece, la ritiene legittima ai sensi della Costituzione.
Da una parte, dunque, ci sarà un certo Frank Buono: anziano soprintendente del parco nazionale, cattolico praticante, ha chiesto che la croce venga rimossa perché, a suo dire, lede il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello dedicato alla libertà di religione, di stampa e di parola. Secondo il cattolico mister Buono, poiché la croce è stata posta in un luogo pubblico, la sua presenza offende gli appartenenti ad altri credo i quali, tra l’altro, non hanno potuto in passato porre i simboli della propria fede nella Mojave National Preserve – in realtà, più che la richiesta d’altri credenti, mesi fa fu un singolo cittadino dello Utah a chiedere al parco, senza successo, la possibilità d’erigere un memoriale buddista.
Dunque, mister Buono: un cattolico zelante in particolar modo verso i credenti di altre fedi. E, dall’altra parte della barricata, ovvero in difesa della croce e della legittimità della sua presenza nel parco, il governo: ovvero, gli avvocati del segretario agli Interni Usa Ken Salazar. Questi rigettano la tesi di Buono portando due motivazioni, una tecnica l’altra di carattere politico. Tecnicamente – è la prima parte della difesa che gli avvocati di Salazar presenteranno il sette ottobre davanti alla Corte suprema – sostengono che il territorio sul quale è stata posta la croce non è di proprietà degli Stati Uniti perché, tempo addietro, sarebbe stato ceduto alla Veterans of Foreign Wars (Vfw). In secondo luogo, ed è la parte della difesa più politica e che maggiormente fa discutere, gli avvocati dicono che la tesi di Buono è una “ideological objection”. Un’obiezione ideologica, dicono gli avvocati del governo Obama, perché a loro dire chi adisce la Corte, e cioè Buono, non patisce nessun danno dall’esposizione della croce. Infatti, il suo credo dichiaratamente cattolico lo pone nella situazione di non poter sostenere di sentirsi offeso da quello che è il simbolo della propria fede. Inoltre, egli non può sostenere che i credenti di altre fedi subiscano un’offesa. Se così fosse, infatti, si sarebbero presentati loro davanti alla Corte e non lui in vece loro: una posizione, appunto, ideologica.
Comunque vada a finire, la sentenza sul caso Salazar-Buono avrà conseguenze importanti. Se, infatti, vincerà Buono, le autorità pubbliche potrebbero trovarsi di fronte a richieste di rimozione di simboli religiosi precedentemente posti sul suolo pubblico. Se, al contrario, avrà la meglio Salazar, potrebbe verificarsi la situazione opposta: tutte le religioni avranno la possibilità di porre un proprio simbolo nei territori di proprietà governativa.
Infine, un’annotazione a riguardo del nuovo membro della Corte suprema nominato da Obama, ovvero Sonia Sotomayor. C’è attesa per la posizione che la Sotomayor deciderà di tenere. All’interno della Corte, infatti, il giudice che la Sotomayor, per volere di Obama, è andata a sostituire, ovvero David Souter, era convinto sostenitore d’una netta separazione tra stato e chiesa. Fu Souter, infatti, a mantenersi quasi costantemente su posizioni progressiste, smentendo le aspettative di conservatorismo derivanti dal fatto che era stato nominato da un presidente repubblicano, George W. Bush. Come si comporterà la Sotomayor è difficile dirlo. Se dovesse dichiararsi favorevole al mantenimento della croce in cima alla Sunrise Rock, mostrerebbe una certa volontà d’indipendenza, come fece appunto Souter.


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Il “caso Boffo” è una battaglia intra ecclesiale ancora aperta. L’affondo di Magister sul Foglio e un utile pro memoria

Il “caso Boffo” ha sollevato un mondo sommerso in parte sconosciuto ai più. Un mondo di dissidi intra ecclesiali che ancora sono lontani dall’essere risolti. E oggi è sul Foglio che si consuma l’ultimo atto d’una battaglia aspra e che in futuro avrà ancora tanti capitoli. Nicoletta Tiliacos, infatti, intervista il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister, “ruiniano di ferro che non fa mistero d’esserlo”, che critica apertamente la nuova linea del “compromesso” sui temi scottanti l’agenda politica italiana e internazionale (temi etici soprattutto) portata avanti dalla segreteria di Stato vaticana e dalla sua “voce”, l’Osservatore Romano. E, insieme, Magister critica la linea “bassa”, “un minimo comune denominatore che non sfiorasse i temi più dibattuti” portata avanti dal cardinale Angelo Bagnasco all’interno della prolusione che ha aperto il consiglio permanente della Cei. A farne le spese, a detta di Magister, il ruinismo: la linea che ha avuto il culmine col referendum sulla procreazione assistita e che ha avuto nel cardinale Camillo Ruini il suo principale esponente, la linea del “è meglio dire le cose come stanno piuttosto che non dire nulla”.

L’intervento di Magister sul Foglio è pesante e risuonerà oltre il Tevere per parecchio tempo. Ma prima, nei giorni scorsi, c’erano stati altri interventi, tutti pepati, e che hanno avuto come protagonisti lo stesso Magister da una parte e dall’altra il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian.

Ecco qua un promemoria, utile per capire i contenuti d’una battaglia fino a poche settimane fa semplicemente sotterranea. Oggi, invece, esplicita, nero su bianco.

Un’anticipazione del j’accuse di Magister oggi sul Foglio (su carta la versione completa)

Ultime sul “caso Boffo” e Il Giornale. Un retroscena

Quella falsa congiura laicista per coprire la verità sul caso Boffo

“La questione non finisce qui”. Sul caso Boffo e sul suo successore

Vian: rivendico di non aver scritto sulle vicende private del Cavaliere


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A un’Europa senza fede Ratzinger propone la ricetta dello scrittore e politico praghese Vaclav Havel

Ecco l’intervista concessa da Benedetto XVI ai giornalisti del volo papale nella mattinata di sabato 26 settembre durante il viaggio aereo da Roma a Praga:

Padre Lombardi: Santità, siamo molto grati che anche questa volta Lei voglia darci qualche minuto e qualche risposta alle domande che abbiamo raccolto in preparazione a questo viaggio, e ci dia così anche occasione di augurarLe buon viaggio.
Domanda: come Lei ha detto all’Angelus di domenica scorsa, la Repubblica Ceca si trova non solo geograficamente, ma anche storicamente nel cuore dell’Europa. Vuole spiegarci meglio questo “storicamente” e dirci come e perché pensa che questa visita possa essere significativa per il continente nel suo insieme, nel suo cammino culturale, spirituale ed eventualmente anche politico, di costruzione dell’Unione Europea?
Papa: In tutti i secoli, la Repubblica Ceca, il territorio della Repubblica Ceca è stato luogo di incontro di culture. Cominciamo nel IX secolo: da una parte, in Moravia, abbiamo la grande missione dei fratelli Cirillo e Metodio, che da Bisanzio portano la cultura bizantina, ma creano una cultura slava, con i caratteri cirillici e con una liturgia in lingua slava; dall’altra parte, in Boemia, sono le diocesi confinanti di Regensburg e Passau che portano il Vangelo in lingua latina, e, nella connessione con la cultura romano-latina, si incontrano così le due culture. Ogni incontro è difficile, ma anche fecondo. Si potrebbe facilmente mostrare con questo esempio. Faccio un grande salto: nel XIII secolo è Carlo IV che crea qui, a Praga, la prima università nel Centro Europa. L’università di per sé è un luogo di incontro di culture; in questo caso, diventa inoltre un luogo di incontro tra cultura slava e germanofona. Come nel secolo e nei tempi della Riforma, proprio in questo territorio, gli incontri e gli scontri diventano decisi e forti, lo sappiamo tutti. Faccio ora un salto al nostro presente: nel secolo scorso, la Repubblica Ceca ha sofferto sotto una dittatura comunista particolarmente rigorosa, ma ha anche avuto una resistenza sia cattolica, sia laica di grandissimo livello. Penso ai testi di Václav Havel, del cardinale Vlk, a personalità come il cardinale Tomášek, che realmente hanno dato all’Europa un messaggio di che cosa sia la libertà e di come dobbiamo vivere e lavorare nella libertà. E penso che da questo incontro di culture nei secoli, e proprio da questa ultima fase di riflessione, non solo, di sofferenza per un concetto nuovo di libertà e di società libera, escano per noi tanti messaggi importanti, che possono e devono essere fecondi per la costruzione dell’Europa. Dobbiamo essere molto attenti proprio al messaggio di questo Paese.

Domanda: Siamo a vent’anni dalla caduta dei regimi comunisti nell’Est europeo; Giovanni Paolo II, visitando diversi Paesi reduci dal comunismo, li incoraggiava ad usare con responsabilità la libertà recuperata. Qual è oggi il suo messaggio per i popoli dell’Europa orientale in questa nuova fase storica?
Papa: Come ho detto, questi Paesi hanno sofferto particolarmente sotto la dittatura, ma nella sofferenza sono anche maturati concetti di libertà che sono attuali e che adesso devono essere ancora ulteriormente elaborati e realizzati. Penso, per esempio, ad un testo di Václav Havel che dice: “La dittatura è basata sulla menzogna e se la menzogna andasse superata, se nessuno mentisse più e se venisse alla luce la verità, ci sarebbe anche la libertà”. E così ha elaborato questo nesso tra verità e libertà, dove libertà non è libertinismo, arbitrarietà, ma è connessa e condizionata dai grandi valori della verità e dell’amore e della solidarietà e del bene in generale. Così, penso che questi concetti, queste idee maturate nel tempo della dittatura non debbano andare persi: ora dobbiamo proprio ritornare ad essi! E nella libertà spesso un po’ vuota e senza valori, di nuovo riconoscere che libertà e valori, libertà e bene, libertà e verità vanno insieme: altrimenti si distrugge anche la libertà. Questo mi sembra il messaggio che viene da questi Paesi e che dev’essere attualizzato in questo momento.

Domanda: Santità, la Repubblica Ceca è un Paese molto secolarizzato in cui la Chiesa cattolica è una minoranza. In tale situazione, come può contribuire la Chiesa effettivamente al bene comune del Paese?
Papa: Direi che normalmente sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale. La Chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace. Così, può contribuire in diversi settori. Direi che il primo è proprio il dialogo intellettuale tra agnostici e credenti. Ambedue hanno bisogno dell’altro: l’agnostico non può essere contento di non sapere se Dio esiste o no, ma deve essere in ricerca e sentire la grande eredità della fede; il cattolico non può accontentarsi di avere la fede, ma deve essere alla ricerca di Dio, ancora di più, e nel dialogo con gli altri ri-imparare Dio in modo più profondo. Questo è il primo livello: il grande dialogo intellettuale, etico ed umano. Poi, nel settore educativo, la Chiesa ha molto da fare e da dare, per quanto riguarda la formazione. In Italia parliamo del problema dell’emergenza educativa. E’ un problema comune a tutto l’Occidente: qui la Chiesa deve di nuovo attualizzare, concretizzare, aprire per il futuro la sua grande eredità. Un terzo settore è la “Caritas”. La Chiesa ha sempre avuto questo come segno della sua identità: quello di venire in aiuto ai poveri, di essere strumento della carità. La Caritas nella Repubblica Ceca fa moltissimo nelle diverse comunità, nelle situazioni di bisogno, e offre molto anche all’umanità sofferente nei diversi continenti, dando così un esempio di responsabilità per gli altri, di solidarietà internazionale, che è anche condizione della pace.

Domanda: Santità, la sua ultima Enciclica “Caritas in veritate” ha avuto un’ampia eco nel mondo. Come valuta questa eco? Ne è soddisfatto? Pensa che effettivamente la crisi mondiale recente sia un’occasione in cui l’umanità sia divenuta più disponibile a riflettere sull’importanza dei valori morali e spirituali, per fronteggiare i grandi problemi del suo futuro? E la Chiesa, continuerà ad offrire orientamenti in questa direzione?
Papa: Sono molto contento per questa grande discussione. Era proprio questo lo scopo: incentivare e motivare una discussione su questi problemi, non lasciare andare le cose come sono, ma trovare nuovi modelli per una economia responsabile, sia nei singoli Paesi, sia per la totalità dell’umanità unificata. Mi sembra realmente visibile, oggi, che l’etica non è qualcosa di esteriore all’economia, la quale come una tecnica potrebbe funzionare da sé, ma è un principio interiore dell’economia, la quale non funziona se non tiene conto dei valori umani della solidarietà, delle responsabilità reciproche e se non integra l’etica nella costruzione dell’economia stessa: è la grande sfida di questo momento. Spero, con l’Enciclica, di aver contribuito a questa sfida. Il dibattito in corso mi sembra incoraggiante. Certamente vogliamo continuare a rispondere alle sfide del momento e ad aiutare affinché il senso della responsabilità sia più forte della volontà del profitto, che la responsabilità nei riguardi degli altri sia più forte dell’egoismo; in questo senso, vogliamo contribuire ad un’economia umana anche in futuro.

Domanda: E per concludere, una domanda un po’ più personale: nel corso dell’estate, vi è stato il piccolo incidente al polso. Lo considera ora pienamente superato? Ha potuto riprendere pienamente la sua attività e ha potuto anche lavorare alla seconda parte del suo libro su Gesù, come desiderava?
Papa: Non è ancora pienamente superato, ma vedete che la mano destra è in funzione e l’essenziale posso farlo: posso mangiare e, soprattutto, posso scrivere. Il mio pensiero si sviluppa soprattutto scrivendo; così per me è stata veramente una pena, una scuola di pazienza, non poter scrivere per sei settimane. Tuttavia, ho potuto lavorare, leggere, fare altre cose e sono anche andato un po’ avanti con il libro. Ma ho ancora molto da fare. Penso che, con la bibliografia e tutto quello che segue ancora, “Deo adiuvante”, potrebbe essere terminato nella prossima primavera. Ma questa è una speranza!

Padre Lombardi: Grazie mille, Santità, e ancora una volta i migliori auguri per questo viaggio che è breve, ma molto intenso e, come Lei ci ha spiegato, è anche molto significativo.


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Coincidenze e fuori programma: Papa Ratzinger decolla per Praga sulla pista dove atterra Silvio Berlusconi

La partenza di Benedetto XVI per la Repubblica ceca è prevista per questa mattina alle nove e venti dall’aeroporto di Ciampino. Un orario che potrebbe permettere un fuori programma fino a pochi giorni fa improbabile. Ovvero, un saluto veloce di Silvio Berlusconi, di ritorno proprio in quelle ore dal G20 di Pittsburgh, al Papa sulla pista dello scalo. La cosa è stata valutata come possibile dagli staff dei due (a molto è servito il lavoro di Gianni Letta dal giorno della visita di Ratzinger a Viterbo in poi), ma se effettivamente andrà in porto dipenderà dalle coincidenze. E cioè dal fatto che il premier riesca a lasciare o no la città statunitense in tempo per arrivare a Roma prima che il Papa decolli. Il tempo d’un saluto non permetterà ai due chissà quali ragionamenti. Eppure, la foto-notizia vale più di mille parole, soprattutto dopo le ultime vicende: il “caso Boffo” provocato dal Giornale, il rimbalzare sui media della “vicenda Escort” e, non ultimi, i dissidi (reali o presunti) del Vaticano verso il governo sulla questione immigrazione. I saluti di un presidente del Consiglio al Pontefice quando parte per viaggi internazionali non sono uno strappo alla regola – sono un atto di referenza sempre apprezzato oltre il Tevere – ma la cosa, vista l’attualità, potrebbe essere ritenuta una forzatura. Anche se, orario d’arrivo del premier alla mano, non fermarsi ad aspettare il Papa per un saluto prima del suo decollo potrebbe, al contrario, sembrare una scortesia.
Berlusconi a parte, il viaggio di Benedetto XVI nella Repubblica ceca (terzo viaggio internazionale del 2009) segue un itinerario che non ammette fuori programma. Uno, per dirla tutta, ci sarebbe potuto anche essere: l’arrivo a Praga del patriarca ortodosso di Mosca Kirill per uno storico incontro col capo della Chiesa cattolica. Né il Vaticano né Mosca hanno lavorato più di tanto alla cosa. Ma quando Ratzinger ha accettato mesi fa l’invito del presidente ceco Vaclac Klaus, l’auspicio che Praga potesse divenire il famoso campo neutro in cui incontrare il patriarca c’era tutto. Tra l’altro, l’auspicio non era campato per aria: oggi i rapporti tra le due chiese sono buoni, complice la volontà di ambo le parti di fare scudo contro la deriva secolarista del vecchio continente.

La secolarizzazione è parola centrale
La secolarizzazione è parola centrale nel viaggio di Ratzinger al cuore della Mitteleuropa. Perché la Repubblica ceca, come e più di altri, è paese che dopo il crollo del muro di Berlino ha dovuto fare i conti con una significativa assenza di fede. Un ateismo diffusosi già da prima, dagli anni post Seconda guerra mondiale quando il nocciolo duro dei cattolici, migliaia di cittadini d’origine tedesca, venne allontanato dai confini. Dietro di loro, un vuoto acuitosi dal 1989 in poi. Ratzinger cerca in ogni modo di contrastare questo processo oramai presente in tutta Europa, seppure non sia facile. Già Giovanni Paolo II aveva lavorato in questo senso: 19 anni fa – era il 1990 – scelse proprio l’allora Repubblica federativa ceca (ex Cecoslovacchia) quale meta del suo primo viaggio in un paese dell’est. Ma anche per Benedetto XVI la visita a Praga non è una prima volta. Nel ’92, infatti, quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio, si recò a Praga per un seminario sul catechismo, nel corso del quale tenne una relazione sul tema “Che Dio sia tutto in tutti: la fede cristiana nella vita eterna”.Oggi, ad attenderlo, c’è una chiesa ridotta ai minimi termini e guidata dal 77enne cardinale Miloslav Vlk. Per lui è l’ultima fatica prima della pensione. Presto il Papa dovrà scegliere un successore. Si parla di vescovo di Litomerice, Jan Baxant, o del vescovo di Hradec Kralove, Dominik Duka.

Pubblicato sul Foglio sabato 26 settembre 2009


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Quanti nomi per Avvenire. Quale quello giusto?

Tutto questo proliferare di nomi per la successione di Dino Boffo alla direzione di Avvenire è davvero singolare. Mi sembrano troppi, i nomi, come se si volesse nascondere il profilo del vero candidato – che poi all’ultimo, quando salterà fuori, tutti a dire (io compreso): “Ah, già, non poteva che essere lui”).

Comunque, a mo’ di pro memoria, ecco un elenco provvisorio (e da aggiornare) di nomi usciti sui giornali. Nomi che, c’è da scommettere, sono destinati ad aumentare di qui al giorno in cui (probabilmente in concomitanza con l’autunnale assemblea generale dei vescovi) il cda di Avvenire svelerà ogni cosa.

Ps: In questo elenco sono lasciati da parte Sat2000 e Radioin blu: anche per loro comunque la lista è lunga.

Ecco allora chi, per i giornali, potrebbe dirigere il quotidiano della Cei:
1. Mimmo (Domenico) Delle Foglie, portavoce di Scienza e Vita, già vice direttore di Avvenire
2. Gianfranco Fabi, direttore di Radio 24 e vice del Sole 24 Ore
3. Roberto Righetto, responsabile pagine culturali di Avvenire
4. Giacomo Scanzi, direttore del Giornale di Brescia
5. Marco Tarquinio, attuale vice direttore ad interim di Avvenire
6. Angela Buttiglione, direttrice del Tgr nazionale
7. Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale
8. Gianni Cardinale, vaticanista di Avvenire
9. Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera
10. Vittorio Messori, scrittore
10. Roberto Fontolan, reponsabile del Centro Internazionae di Comunione e Liberazione


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Monitoring papale. Così una società norvegese guarda il Web per B-XVI e previene altri “casi Williamson”

Si chiama Meltwater la società internazionale – la sede principale è in Norvegia (Oslo) –, con la quale il Vaticano da diversi mesi ha stretto un accordo commerciale. L’incarico affidatole da Ratzinger rientra nei suoi service ed è semplice: seguire Internet e riferire alla sala stampa vaticana chi e come sul Web parla delle cose vaticane. Per valutare strategie di comunicazione e prevenire possibili cortocircuiti mediatici come furono, in tempi recenti, il “caso Ratisbona” e il “caso Williamson”. Del resto, fu lo stesso Benedetto XVI che, proprio a motivo del deflagrare di accuse di connivenza del Vaticano con le tesi negazioniste sulla Shoah del vescovo lefebvriano Richard Williamson al quale lo scorso gennaio aveva revocato la scomunica, spiegò la necessità di prestare maggiore attenzione a Internet. Perché online, prima che altrove, erano presenti da tempo le dichiarazioni di Williamson. E, dunque, sarebbe bastato poco per studiare le dovute contro mosse.
Ieri, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, ha dato un assaggio di come l’alleanza Meltwater-Vaticano funzioni. E la cosa ha a che fare con Williamson. In tarda mattinata, infatti, Lombardi ha dichiarato che “è assolutamente senza fondamento affermare o anche solo insinuare che il Papa fosse stato antecedentemente informato sulle posizioni negazioniste sulla Shoah del vescovo lefebvriano”. Antecedentemente, ovvero prima dell’uscita del decreto tramite il quale il Papa revocò al presule la scomunica. Parole, quelle di Lombardi, dirette al vescovo di Stoccolma, Anders Arborelius, che in una nota divulgata nelle scorse ore via Web, e ieri sera sulla tv svedese Svt – la stessa emittente che nel gennaio scorso mise in onda la prima intervista, oramai famosa, a Williamson –, dichiarava che lo scorso inverno, ben prima che il caso scoppiasse, aveva “passato l’informazione” al nunzio in Svezia, Emil Paul Tscherrig, il quale l’ha poi passata al Papa. Lombardi ha reagito subito rispedendo al mittente l’insinuazione di Arborelius e, insieme, anche le bordate che il programma televisivo di ieri sera ha lanciato: qui, infatti, si dice che il Papa “non poteva non sapere”. E si avalla la cosa con una dichiarazione non chiara del cardinale tedesco Walter Kasper che si mostra stupito del fatto che Ecclesia Dei non sapesse nulla delle posizioni di Williamson. Chissà, forse Arborelius, se avesse saputo che da qualche mese a monitorare il Web e, dunque, anche il sito della sua diocesi, c’è la norvegese Meltwater, non avrebbe fatto uscire il comunicato (almeno online).

Pubblicato sul Foglio giovedì 24 settembre


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La misura di Bagnasco piace. Ora la Cei pensa a Concordato e Avvenire

Il giorno dopo la misurata prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, al consiglio permanente della Cei in corso in questi giorni è tempo di lavori. I trenta vescovi dibattono sul testo del porporato e ne apprezzano “i contenuti e il tono”: hanno giudicato l’intervento “lucido e sereno allo stesso tempo”, spiega Domenico Pompili, portavoce della Cei. Quindi hanno parlato dell’anno sacerdotale e delle cose più tecniche in agenda: gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio che rilanciano la questione educativa come il perno di una rinnovata stagione di evangelizzazione.
La soddisfazione dei vescovi per “i contenuti e il tono” della prolusione mostra come il tentativo di Bagnasco di smorzare le polemiche dopo il “caso Boffo” è quanto vuole l’episcopato in questo momento: smorzare le polemiche e nello stesso tempo continuare a dialogare con tutti, maggioranza compresa. Certo, non mancano alcune criticità. E queste verranno fuori nel lavoro delle prossime ore. Le principali le ha elencate lo stesso Bagnasco ieri, in un’intervista a Famiglia Cristiana. Qui il presidente dei vescovi ha di fatto riletto la prolusione soffermandosi però su alcuni snodi. Uno, su tutti, molto sentito. La questione del Concordato. Nell’editoriale del Corriere della Sera di domenica 30 agosto Ernesto Galli della Loggia, alla luce di quella che era stata dipinta come una vera e propria crisi tra gerarchie e centro-destra a motivo dell’attacco di Feltri a Boffo, riproponeva il tema dell’opportunità del Concordato. Bagnasco, sia nella prolusione che nell’intervista al settimanale paolino, non cita direttamente l’intellettuale romano, ma fa capire bene a chi sono dirette le sue parole: “E’ una questione ciclica – spiega – sulla quale si riversano riserve e velleitarismo, devo dire anche da settori insospettabili dell’opinione pubblica”. E’ una questione ciclica, certo. Ma che preoccupa non poco le gerarchie: il Concordato, oltre che riconoscimento del carattere istituzionale della chiesa, significa anche tante cose pratiche. Tra queste la linfa non irrilevante che prende il nome di otto per mille, voce determinante per il clero e in parte riferibile ai bilanci di media della Cei.
Il riflesso della mediazione del Vaticano sulla prolusione di ieri – beninteso: Bagnasco ha scritto di suo pugno il testo e lo conferma il fatto che la versione defintiva è arrivata sul tavolo dei principali porporati della Santa Sede soltanto nel primo pomeriggio dell’altro ieri – lo si evince in più passaggi. Tra questi un tema che interessa vescovi e società civile. Quello della legge sul fine vita. Da più parti era arrivata eco d’una certa parte dell’episcopato italiano, e del Vaticano, propensa a non ritenere fino in fondo utile la necessità d’una legge. Bagnasco, sia nella prolusione che nell’intervista a Famiglia Cristiana, ha invece ribadito l’auspicio per una legge che “possa scongiurare nel nostro paese altre situazioni tragiche come quella di Eluana: una legge, la migliore possibile, che protegga e garantisca una categoria di soggetti tra i più deboli della nostra società”. Dicono che all’ascolto di queste parole non sono stati pochi i vescovi che hanno tirato un sospiro di sollievo. E pure in Vaticano, la cosa, è stata apprezzata. Segno che anche su questo punto la mediazione con la segreteria di stato vaticana c’è stata.
Ancora ieri Bagnasco è tornato a parlare di Boffo per ribadire “la gravità dell’attacco” subìto. Ma la vicenda non è finita qui. Nel senso che per la Cei, la perdita di Boffo, sta pesando parecchio. Soprattutto in questi giorni di preparazione del consiglio permanente. In Cei era lui che teneva i rapporti tra la base e la presidenza. E, insieme, valutava il polso dell’opinione pubblica alla luce delle principali tematiche da affrontare. Inoltre, un altro problema: trovare chi lo sostituisce ad Avvenire non è facile. I vescovi in questi giorni ne parleranno. Ma ogni decisione è rimandata. La mediazione col Vaticano, in questo caso, sarà tecnicamente più dispendiosa. Ma sempre di mediazione si tratterà. E’ il tempo delle scelte condivise.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 24 settembre


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Fuori gossip e polemiche. Bagnasco si fa neutrale e al governo chiede fatti

Un testo misurato, non rivisto direttamente dal Vaticano, ma comunque figlio degli incontri di questi giorni tra il cardinale Angelo Bagnasco, il Papa e il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. Un discorso, la prolusione di ieri del presidente della Cei in apertura del Consiglio permanente, che condanna il “passaggio amaro” che ha portato alle dimissioni di Dino Boffo, che ricorda come la chiesa sia “una presenza leale e costruttiva che non può essere coartata né intimidita solo perché compie il proprio dovere”, ma che, insieme, mostra la volontà di dialogare costruttivamente con chi governa il paese giudicando nel merito il suo operato e lasciando da parte il gossip. Lo dice bene Bagnasco laddove spiega che anche quando “annuncia una verità scomoda, la chiesa resta con chiunque amica”. Certo, c’è quel richiamo al fatto che chi accetti di assumere un mandato politico “sia consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta” ma, a conti fatti, le parole sono morbide, ponderate, e dicono della volontà di superare le incomprensioni. Tra l’altro, seppure Bagnasco intervenga su alcune urgenze che il paese deve affrontare (la Ru486, una legge sul fine vita e la questione immigrazione), in nessun passaggio dà spago ad altro, ad esempio a quelle spinte neocentriste che, venerdì scorso, i vescovi Mariano Crociata e Arrigo Miglio sembravano in qualche modo mostrare possibili.
Certo, i prossimi giorni non saranno facili per Bagnasco. C’è da dialogare con quei vescovi che vogliono più spiegazioni da parte della presidenza sul “caso Boffo” e, insieme, c’è da relazionare sui rapporti della stessa presidenza con una segreteria di stato vaticana sempre più interessata ad avocare a sé i rapporti col mondo politico-istituzionale. Ma, intanto, Bagnasco ha iniziato bene. Ha mostrato disponibilità verso entrambe le istanze. E la cosa dovrebbe giovargli. Tanto più che la discussione sul futuro di Avvenire sembra non essere materia urgente per il Consiglio: il cda del giornale dei vescovi inizialmente previsto per venerdì, infatti, è stato rimandato.

Pubblicato sul Foglio martedì 22 settembre 2009


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