Raiuno vince gli ascolti (non a caso)
14 luglio 2009 -
Ieri sera, nonostante l’estate, Raiuno ha fatto il botto di ascolti. In un comunicato stampa di viale Mazzini, infatti, si rileva che Raiuno vince gli ascolti complessivi. Mi fa piacere, sopratutto perché in seconda serata c’era un programma pochissimo pubblicizzato ma che evidentemnete piace. È “La valigia con lo spago”, inchiesta sull’immigrazione del direttore dell’Agenzia Fides Luca De Mata.
Lunedì prossimo ci sarà l’ultima puntata. Da non perdere.
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Bufera sul Tg3. Galeotti sono i gatti del Papa
14 luglio 2009 -
Sarebbe bastato dirla tutta fin dall’inizio. Ovvero, sarebbe bastato dire da subito che a Les Combes, dove il Papa si trova per due settimane di riposo, non ci sono a fargli compagnia due gatti come invece hanno sbandierato le agenzia di stampa nostrane nei giorni scorsi. Sarebbe bastato questa piccola attenzione che, senz’altro, la bufera scoppiata ieri sul Tg3 non ci sarebbe stata.
Cosa è successo? È successo che un servizio su Benedetto XVI andato in onda domenica ha fatto andare su tutte le furie il vicepresidente della Vigilanza Rai Giorgio Merlo (Pd), il quale ha accusato la testata d’essersi macchiata di «deriva anticlericale, singolare e volgare». In sostanza, ad ascoltare domenica il vaticanista del Tg3, Ratzinger avrebbe trovato ad attenderlo oggi a Les Combes due gatti, «che gli strapperanno un sorriso – ha commentato il vaticanista -, almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po’ di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare le sue parole».
Apriti cielo. Merlo ha prontamente attaccato la testata. Un attacco che ha costretto il direttore Antonio Di Bella a cercare di calmare le acque spiegando che «la linea editoriale del Tg3 è stata sempre caratterizzata da grande attenzione e rispetto per il magistero della Chiesa e la figura del Pontefice». Parole commentate addirittura dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi il quale, ieri, ha preso atto «delle dichiarazioni del direttore del Tg3 Di Bella» e si è augurato «che il telegiornale della terza rete sia sempre, come egli dice, effettivamente caratterizzato da attenzione e rispetto per la Chiesa e per la figura del Papa».
Dunque, sarebbe bastato poco a bloccare in origine la bufera. Anche se, a onor del vero, la polemica intorno ai gatti e a Ratzinger è atavica. È dall’inizio del pontificato ratzingeriano che, non si capisce bene per quale motivo, continua questa storia di Benedetto XVI che sarebbe amante dei gatti. Quando venne eletto e dovette traslocare dal suo appartamento in piazza della Città Leonina al terzo piano del palazzo apostolico, ci fu chi spiegò (ripreso dai media di mezzo mondo) che, purtroppo, non poteva portarsi dietro i suoi «amati gatti». A nulla valsero le smentite della allora sua badante Ingrid Stampa: Ratzinger – disse – «ha due gatti e li tiene nel suo salotto». «Solo che – spiegò – sono di porcellana!».
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Via gli americani. Scatta la caccia ai cristiani iracheni
14 luglio 2009 -
Via gli americani scattano le vendette e gli omicidi. Contro e ai danni dei cristiani, anzitutto. Ma anche contro le diverse etnie numericamente minoritarie presenti in Iraq. Sono ondate di violenza che hanno uno scopo preciso: minare alle fondamenta le certezze di un popolo che, seppure lentamente e a fatica, prova a tenere. Prova, cioè, a costruire il proprio futuro.
L’ennesima ondata di violenza – deplorata anche da Benedetto XVI – è scattata ieri: «È un attacco disumano fatto per rallentare il processo di pace e la stabilità del Paese – spiega alla Radio Vaticana il corepiscopo Philip Najim, visitatore apostolico per i fedeli caldei in Europa -; cercano di creare questa grande paura, dentro i cristiani, affinché lascino il Paese. Gli attacchi, però, sono stati fatti anche a Mosul: una moschea, che si trovava vicino alla chiesa è stata danneggiata insieme alla chiesa stessa. È chiaro che questi attacchi vengono fatti proprio contro le etnie che compongono il popolo iracheno; perciò è un attacco contro l’Iraq e contro il suo popolo che un giorno potrebbe reinserirsi di nuovo nel consesso della comunità internazionale».
Colpite (e affondate) sono state sei chiese cristiane a Baghdad e una moschea a Mosul, nel nord del Paese, dove è anche scattato il coprifuoco. Se il movente generale è quello di bloccare il processo di ricostruzione del Paese, quello più particolare potrebbero essere le prossime elezioni provinciali nel Kurdistan irakeno. Le chiese abbattute e i morti rappresenterebbero un messaggio di avvertimento lanciato verso la comunità cristiana in vista del voto.
Ieri i morti sono stati quattro: almeno trentaquattro i feriti. Tra le chiese colpite, quella di San Giuseppe nel quartiere occidentale, e quella di Santa Maria dove officia monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare caldeo nella capitale irachena. Quindi l’agguato mortale contro Aziz Razqo Nisan, esponente di spicco della comunità cristiana di Domiz, nei pressi di Kirkuk. E, ancora, l’autobomba esplosa a Mosul, nel quartiere di Faisalia, cha ha colpito sia la chiesa cristiana della Madonna di Fatima che l’adiacente moschea sciita: qui, fortunatamente, nessuna vittima.
Agli attacchi non è scampato nemmeno il sud del Paese. Sul ciglio di una strada nella provincia di Dhi Qar, è stato piazzato un ordigno che ha mancato di poco l’auto sulla quale viaggiava l’ambasciatore statunitense Christopher Hill.
A due settimane dal ritiro delle truppe americane dalle città irachene, c’è chi si domanda come sia possibile ancora tanta violenza. E poi le domande di sempre: chi ha piazzato gli ordigni? Chi si ostina a non volere la pace? Chi è che costringe i cristiani, ma anche la meglio intellighenzia del Paese – sono professionisti del mondo culturale e scientifico, professori universitari, medici, ingegneri -, a scappare dalle proprie case senza più tornare? Chi è che vuole questa terribile diaspora? Chi è che non vuole un futuro per l’Iraq?
A sentire monsignor Najim, ma anche ciò che da mesi ripetono monsignor Warduni e le autorità delle chiese cristiane del posto, non è in atto un conflitto religioso. Cristiani e musulmani, infatti, hanno sempre vissuto assieme in Iraq, senza problemi: «Questi attacchi – spiega piuttosto Najim – vengono fatti contro le etnie che compongono il popolo iracheno; perciò è un attacco contro l’Iraq e contro il suo popolo che un giorno potrebbe reinserirsi di nuovo nel consesso della comunità internazionale».
Già, ma attacchi perpetrati da chi esattamente? Sicuramente da frange islamiche minoritarie ma comunque molto combattive. Le aggressioni sono aumentate dopo il 2006, dopo la proclamazione a Baghdad e nelle regioni a maggioranza sunnita di uno Stato islamico dell’Iraq. Gruppi malavitosi assieme a movimenti islamici che mirano a sottomettere tutti alla «dhimmis» (protezione-sottomissione al potere musulmano), approfittano della vulnerabilità dei cristiani e di altre minoranze etico-religiose. Attaccano queste minoranze ponendole innanzi a un bivio terribile: o la fuga o la morte sicura.
Nel 2006 la proclamazione dello Stato islamico dell’Iraq è avvenuta per mano di un ramo iracheno di Al Qaida, ovvero l’«Alleanza degli Imbalsamati», in reazione all’adozione da parte del Parlamento di una legge che dava vita a uno Stato federale. Da quel momento la vita quotidiana dei cristiani non ebbe tregua. Nel Paese andò in scena una costante e mirata epurazione religiosa il cui scopo era soltanto uno: liberare il Paese delle minoranza religiose avverse all’Alleanza al fine di permettere la definitiva espansione dell’Alleanza stessa.
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Choice ma pro life: lo scambio di doni tra Obama e Ratzinger
11 luglio 2009 -
La prima visita di Barack Obama al Papa (ieri pomeriggio in Vaticano) verrà ricordata anzitutto per i gesti. Tra questi, molto significativi, i regali che Benedetto XVI ha fatto al presidente americano e viceversa.
Obama ha usato un’attenzione particolare donando al Pontefice una stola liturgica che è stata per diciotto anni, nel santuario di Philadelphia, sul corpo di san Giovanni Napomuceno Neumann, ovvero il primo vescovo degli Stati Uniti elevato agli onori degli altari. La stola, a conti fatti, è una vera e propria reliquia per contatto.
Benedetto XVI, invece, oltre a un mosaico raffigurante piazza San Pietro e la basilica vaticana,ha donato a Obama le copie autografate di due testi che dicono molto: l’ultima enciclica sociale Caritas in veritate e l’istruzione della congregazione per la Dottrina della Fede Dignitas personae dedicata ad alcune questioni di bioetica. Ed è il dono di questo testo che è risultato importantissimo per lo svolgimento dell’incontro di ieri.
Prima che Obama lasciasse la Santa Sede, infatti, è stato il segretario del Papa, monsignor Georg Gaenswein, a commentare la consegna della Dignitas personae: «La lettura di questo documento – ha detto – potrebbe aiutare il presidente Usa a comprendere meglio la posizione della Chiesa su queste tematiche». Mentre è stato Obama, salutando Ratzinger, a dire: «Avrò qualcosa da leggere sull’aereo». E ancora, è stato sempre Obama ad assicurare circa l’impegno di ridurre il numero degli aborti negli Stati Uniti. Un impegno già manifestato dal presidente americano in occasione della sua visita alla Notre Dame University del 17 maggio scorso. Una promessa sulla quale la Santa Sede manterrà un’attenzione vigile.
Si era parlato, prima dell’arrivo di Obama, delle divergenze tra Washington e il Vaticano quanto ai temi inerenti la vita e delle maggiori affinità che invece si registrano sulle tematiche sociali e sulla politica internazionale degli Usa. E la visita di ieri, conferma la cosa. Il regalo della Dignitas personae, infatti – ovvero del documento vaticano che riassume le posizioni della Chiesa sull’aborto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali, l’eutanasia e altre questioni relative al rispetto e al valore della vita umana in ogni sua fase – mostra la volontà della Santa Sede di rimanere ferma quanto ai princìpi inerente le tematiche cosiddette eticamente sensibili (soprattutto le tematiche bioetiche) e, insieme, la volontà che la nuova Casa Bianca conosca con esattezza il pensiero della Chiesa cattolica in merito. E la medesima cosa, seppure riferita alle tematiche più di carattere sociale, la si può dire quanto al dono della Caritas in veritate.
Certo, è il dono della Dignitas personae a porre in essere una novità nei rapporti Vaticano-Stati Uniti. E cioè il fatto che sulle tematiche inerenti la vita, Benedetto XVI dica per la prima volta in forma diretta la sua ad Obama. È vero, già lo scorso febbraio il Papa aveva ricordato, ricevendo in udienza la speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, che tutti i cattolici, e specialmente i legislatori, hanno il dovere di «promuovere un ordinamento giuridico giusto, inteso a proteggere la vita umana in ogni suo momento». Ma parole simili dette dal Papa direttamente al presidente americano hanno un altro effetto.
Il colloquio a porte chiuse tra Obama e Benedetto XVI è durato circa quaranta minuti. Secondo un comunicato della sala stampa vaticana i due hanno parlato della «difesa e la promozione della vita e il diritto all’obiezione di coscienza». Quindi dell’«immigrazione – sulle politiche migratorie Obama aveva già in passato ricevuto il plauso dei vescovi americani -, con particolare attenzione all’aspetto del ricongiungimento familiare», sulle prospettive di pace in Medio Oriente (su cui si registrano convergenze), sul dialogo tra culture e religioni, la crisi economico-finanziaria, la sicurezza alimentare, l’aiuto allo sviluppo e il problema del narcotraffico.
All’uscita, il Papa e Obama erano rilassati e sorridenti. «Abbiamo l’aspettativa di relazioni molto forti», ha detto il presidente congedandosi dal Papa. «Presidente prego per lei, per il suo lavoro» ha replicato Benedetto XVI. Poco prima era arrivata anche la moglie di Barack, Michelle. La first lady, abito nero e capelli raccolti in un velo, era visibilmente emozionata. Anche le figlie Maila e Sasha e la madre di Michelle, Marian Robinson, sono state presentate al Papa.
A conti fatti, un incontro riuscito: le due parti hanno mostrato volontà di dialogo pur non nascondendo le rispettive le divergenze. Ma l’impegno a venirsi incontro (soprattutto l’impegno di Obama sulla vita nascente) resta il risultato più significativo.
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Oggi Obama va in Vaticano: dal conflitto al tentativo di dialogo
10 luglio 2009 -
Che Barack Obama vada in Chiesa la domenica – è dei giorni scorsi la decisione presa dal presidente degli Stati Uniti di frequentare, come già fece George W. Bush, la ecumenica Evergreen Chapel, a Camp David, nel Maryland – interessa poco al Vaticano. Più interessanti, oltre il Tevere, paiono invece le parole che il presidente spende intorno alle cose religiose e alle politiche che interessano la Chiesa, ai rapporti coi cattolici d’America e i credenti in generale, fino al pensiero sul Papa e la sua figura.
Per questo motivo, ciò che Obama ha detto giovedì 2 luglio riunendo attorno a se, alla Casa Bianca, un giornalista del Washington Post, sei giornalisti di testate cattoliche americane – Catholic News Service, America, National Catholic Reporter, Catholic Digest, National Catholic Register, Commonweal – e una giornalista della Radio Vaticana e di Avvenire, è stato setacciato a dovere da coloro che nella terza loggia del palazzo apostolico hanno coadiuvato Benedetto XVI a prepararsi all’udienza col presidente americano (quest’oggi, ore 16).
Un passaggio dell’intervista riportata in italiano il 3 luglio su Avvenire, in particolare, ha dato da pensare in Vaticano. È laddove Obama offre delucidazioni circa quel gruppo di lavoro composto da rappresentanti dei movimenti che difendono la vita e di associazioni che sostengono il diritto all’aborto, da lui istituito con lo scopo di trovare posizioni comuni. Obama ha spiegato che quel gruppo dovrà fornirgli «un rapporto finale entro l’estate» ma «non ho l’illusione – ha detto – che sia in grado, con il solo dibattito, di fare scomparire le differenze». E ancora: «So che ci sono punti in cui il conflitto non è conciliabile».
Nella Santa Sede c’è chi ritiene che su questo punto occorra essere fermi. E cioè ricordare a Obama che per superare queste differenze, quelle cioè che si fanno marcate laddove la tematiche sono le cosiddette questioni eticamente sensibili, il presidente debba fare un passo indietro nel rispetto non soltanto dei cattolici americani, ma anche e soprattutto degli americani stessi. Il report che gira in queste ore in segreteria di Stato, infatti, è un sondaggio significativo. Effettuato dalla Gallup lo scorso maggio, sorprendentemente si allinea, quanto a risultati, a un altro sondaggio effettuato dalla conferenza episcopale statunitense lo scorso gennaio. E dice che il 51 per cento degli americani si definisce «pro life» quanto all’aborto, mentre il 42 per cento si definisce «pro choice». Un esito non irrilevante, dunque, se si tiene conto che i «pro life» non sono mai stati maggioranza da quando, nel 1995, Gallup ha iniziato a porre queste domande.
Certo, nell’udienza di oggi i temi all’ordine del giorni sono tanti e non riguardano solo i divergenti punti di vista sulle cose inerenti la vita, la famiglia, la ricerca scientifica. Si parlerà anche della pace in Medio Oriente, della lotta alla povertà, dell’ambiente, e delle politiche per l’immigrazione. Si parlerà tenendo conto del fatto che altri incontri vi saranno in futuro, che quel «wait and see» pronunciato dai vescovi americani appena Obama venne eletto potrebbe continuare a essere in vigore ancora a lungo (non tutto, ovviamente, deve essere chiarito e definito oggi), ma, insieme, la cosa essenziale verrà fuori francamente: su alcuni temi la Chiesa chiede rispetto. Lo chiedono i vescovi americani, lo chiedono nonostante l’arcivescovo Pietro Sambi, nunzio papale a Washington, abbia privatamente avvertito i presuli che duri attacchi al presidente rischiano di far apparire la Chiesa di parte. Lo chiedono – è convinzione romana – anche buona parte degli americani.
Obama già il 17 maggio scorso alla Notre Dame University aveva offerto dialogo, manifestando di volersi aprire ai princìpi promossi dai difensori della vita nascente. A lui l’Osservatore Romano aveva manifestato immediata fiducia ma diversamente si era espresso il presidente della conferenza episcopale statunitense, il cardinale Francis E. George, arcivescovo di Chicago. Questi ha ringraziato il presidente per le cose dette circa il diritto all’obiezione di coscienza da parte degli operatori sanitari contrari all’aborto, ma ha anche chiesto contestualmente di tradurre in pratica quanto promesso. Parole franche, appunto, come il dialogo di questo pomeriggio tra Benedetto XVI e Obama.
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Da Montini a Ratzinger. Tradizione e novità nell’enciclica sociale di Benedetto XVI
8 luglio 2009 -
Due i messaggi di Benedetto XVI con la sua terza enciclica, la “Caritas in veritate”. Uno intra ecclesiale, uno extra.
Quello intra è una straordinaria rilettura del pontificato montiniano, con un’esegesi del vero significato della “Populorum Progressio”, l’enciclica sociale di Paolo VI troppe volte usata come uno corpo estraneo rispetto alla Tradizione della Chiesa. Una rilettura che riguarda anche le varie storpiature del Concilio Vaticano II, spesso interpretato come una tappa di rottura rispetto a quanto la Chiesa ha detto e fatto precedentemente.
Quello extra è una riflessione sull’impronta generale dell’economia mondiale, imperniata strutturalmente sui concetti di responsabilità, solidarietà e sussidiarietà. È l’insegnamento di sempre del cristianesimo, secondo il quale la fede aiuta a interpretare meglio la vita intera, economia compresa. Nella pratica, il modello di società nel quale questa visione economica deve essere calato è quello in cui la gestione del potere sia di tipo «poliarchico», termine coniato per la prima volta da Robert Dahl e mai prima d’ora apparso nel magistero papale.
Il primo messaggio è chiaro e sviscerato nel primo capitolo a mo’ d’indispensabile premessa: occorre ridare ciò che a Paolo VI è stato tolto. Cosa? Il fatto che la sua enciclica sociale dedicata allo sviluppo integrale dell’uomo sarebbe un documento senza radici e, a motivo della mancanza di ancoraggio al patrimonio antico e nuovo della Tradizione della fede apostolica, un testo di contenuto eminentemente sociologico. Niente di più falso: l’enciclica montiniana si legò a stretto giro al Vaticano II il quale, a sua volta, «approfondì quanto appartiene da sempre alla verità della fede ossia che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è a servizio del mondo in termini di amore e di verità».
L’operazione di Ratzinger è quella di spiegare bene un concetto che, evidentemente, ancora necessita di chiarimenti: il legame tra la “Populorum Progressio” e il Vaticano II non rappresenta una cesura tra il magistero sociale di Montini e quello dei Pontefici suoi predecessori. Il Concilio, infatti – spiega il Papa -, «costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita della Chiesa». Infine, la bordata che fa più male ai fautori dell’ermeneutica della rottura: «Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo». Il corpus dottrinale ha una coerenza interna sempre fedele all’insegnamento globale della Chiesa stessa.
Il secondo messaggio è rivolto al mondo che tanto sta annaspando a motivo d’una crisi economico-finanziaria della quale si fatica a delineare i confini. Serve, spiega il Papa, «un’economia etica». Non «un’etica qualsiasi, bensì un’etica amica della persona». In sostanza, oltre il socialismo e il capitalismo (peraltro mai citato nel testo papale), c’è il modello cristiano, quello di uno sviluppo del mercato e dell’economia di tipo umanistico, all’insegna della fraternità. Oltre la competizione hobbesiana del «mors tua, vita mea», oltre l’immorale principio utilitaristico per il quale l’attività economica è il luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole, altro non c’è che la dottrina sociale della Chiesa: una buona società è frutto del mercato e della libertà ma, insieme, ci sono esigenze riconducibili al principio di fraternità che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia.
Vari passaggi del testo papale parlano dei pericoli della povertà, del rispetto da dare ai migranti, del fatto che non vi può essere sviluppo senza il rispetto della vita, controllando le nascite e favorendo aborto ed eutanasia. Ma forse il passaggio più interessante è quello nel quale il Pontefice ridefinisce il concetto di autorità politica. Per Benedetto XVI l’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i governi a una più forte collaborazione. Ma gli Stati debbono lavorare all’insegna del principio di sussidiarietà e in modo poliarchico. Se il principio di sussidiarietà è noto alla Chiesa, il termine politologico di poliarchia è nuovo. E intende la necessità di vedere lo Stato come un attore non monopolistico e lo spazio pubblico come caratterizzato dalla competizione tra varie proposte politiche e vari interessi.
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Due anni di lavoro per l’Enciclica. Due anni di testi bocciati da Ratzinger
7 luglio 2009 -
Soltanto quest’oggi a mezzodì l’enigma verrà risolto. Solamente questa mattina, cioè, si saprà chi è stato ad aiutare maggiormente Benedetto XVI nella stesura della sua enciclica dedicata ai temi sociali, la Caritas in veritate (la firma è del 29 giugno), delle tre lettere encicliche di Papa Ratzinger la più difficile per ideazione e gestazione. Caritas in veritate: oltre cento pagine di aggiornamento della Populorum Progressio di Paolo VI e, soprattutto, della Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Nessuna condanna, dunque, del capitalismo come invece è stato ipotizzato in questi giorni in alcune delle innumerevoli anticipazioni dei contenuti del testo papale. Piuttosto, la richiesta esplicita che lo sviluppo economico dei paesi venga attuato secondo tre direttrici tra loro inscindibili: responsabilità, solidarietà e sussidiarietà.
Le stesure del documento sono state svariate: il Papa, infatti, come fu per la sua prima enciclica, la Deus caritas est, si è lasciato coadiuvare parecchio da terzi. Non così, invece, avvenne per la Spe salvi la quale fu frutto integrale del suo scrivere.
La prima bozza della Caritas in veritate arrivò sul tavolo del Papa direttamente dal pontificio consiglio Iustitia et Pax presieduto dal cardinale Renato Raffaele Martino. Il testo, visto e rivisto anche dal neo arcivescovo di Trieste e fino a pochi giorni fa numero due dello stesso pontificio consiglio, monsignor Giampaolo Crepaldi, non ha soddisfatto appieno il Pontefice che ha rispedito il tutto al dicastero e, insieme, alla segreteria di Stato.
Di qui, dalla segreteria di Stato, la bozza “Iustitia et Pax” è arrivata su due tavoli importunati. Trattando l’enciclica i temi sociali alla luce della «carità» da una parte e della «verità» dall’altra, sono stati coinvolti il pontificio consiglio Cor Unum, presieduto dal tedesco Paul Josef Cordes, e la congregazione per la Dottrina della Fede diretta dal cardinale statunitense William Joseph Levada.
Cordes, come è nella sua indole quando è chiamato ad affrontare questioni di cui è competente, è intervenuto a piè pari. Ovvero, ha stravolto l’impianto della bozza. Più moderati e meno trancianti, invece, le osservazioni giunte dalla Dottrina della Fede, seppure queste non siano state numericamente irrilevanti.
Benedetto XVI, che già dalle vacanze estive del 2007 in quel di Lorenzago di Cadore aveva deciso di dedicarsi a un’enciclica sociale, ha visionato accuratamente la bozza “Iustitia et Pax” alla luce degli stravolgimenti di Cordes e delle osservazioni dell’ex Sant’Uffizio. E il suo giudizio in merito è stato tutt’altro che positivo. Troppo poco, e in modo troppo approssimativo, i testi pervenuti sul tavolo del Papa affrontavano gli scenari apertisi all’improvviso dallo scatenarsi della crisi economico finanziaria nel mondo e le difficoltà sempre più reali (e sempre meno risolte) dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. E così la richiesta del Papa alla segreteria di Stato fu una: coinvolgere nella cosa altra gente, esperti e studiosi.
Anzitutto entrò in scena un salesiano: Mario Toso, rettore magnifico dell’Ups (Università Pontificia Salesiana), esperto di Dottrina Sociale della Chiesa, il cui coinvolgimento non è servito soltanto alla stesura definitiva del testo papale, ma anche a mettere la sua persona in vista. E la cosa è riuscita: Toso, a metà luglio, prenderà il posto lasciato vacante da Crepaldi a Iustitia et Pax. Come sottosegretario del pontificio consiglio, però, risponderà del proprio lavoro non più al cardinale Martino, ma a un porporato africano il cui nome verrà ufficializzato a breve. Su quest’ultimo vige il massimo riserbo, ma si sa per certo che non sarà il tante volte ipotizzato monsignor Robert Sarah. Oltre a Toso, altri studiosi ed esperti sono stati coinvolti nel lavoro dell’enciclica: tra questi il banchiere Ettore Gotti Tedeschi. E poi Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna, presidente dell’Autorità per le Onlus e il Volontariato, e voce ascoltata oltre il Tevere.
Vista la difficile e lunga gestazione, la presentazione odierna dell’enciclica viene vista in Vaticano non senza un certo sollievo. Ma anche con un po’ di rammarico dovuto a una nota singolare. Ovvero al fatto che l’enciclica dedicata ai temi sociali, alla necessità di rivedere gli stili di vita in ottica di responsabilità verso sé e gli altri, esca in un momento difficilissimo quanto alla gestione delle finanze della Santa Sede. La scorsa settimana la commissione cardinalizia che presiede lo Ior ha provato a fare chiarezza sul pesante bilancio (il disavanzo è di quasi un milione di euro) che attanaglia i conti del Vaticano ma nessuno snellimento significativo della curia romana (soluzione che in molti ritengono logica) è stato messo in cantiere. Gli imputati, comunque, erano due: da un parte il cardinale statunitense Edmund Casimir Szoka che, quando era presidente del Governatorato, investì parecchio in prodotti Goldman Sachs. Dall’altra i conti (spaventosi) della Radio Vaticana, un buco difficilmente ripianabile.
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Libertinaggio e badanti. Le due uscite anti governative in casa Cei
7 luglio 2009 -
Le due uscite di ieri – quella del segretario della conferenza episcopale italiana, monsignor Mariano Cociata, sulla questione morale (no al libertinaggio) e quella del segretario della commissione episcopale per le Migrazioni, monsignor Domenico Sigalini, su colf e badanti (sì a una sanatoria) – erano attese da giorni: da un po’ di tempo, infatti, si aspettava soprattutto l’uscita del numero due della Cei su una questione, quella morale, che, seppure pronunciata in termini generali, ha ripercussioni particolari. Ha, cioè, riferimenti impliciti alle vicende che riguardano Silvio Berlusconi.
A poche ore dal G8 dell’Aquila, le dichiarazioni rispettivamente di monsignor Crociata e monsignor Sigalini, suonano come l’ennesimo avvertimento – impietoso, vista la tempistica – lanciato dalla Chiesa nei confronti del governo Berlusconi. L’avvertimento è importante anzitutto per chi ha parlato: questa volta non si sono pronunciati semplicemente i responsabili del dicastero vaticano che si occupa di migranti e itineranti, ovvero i vari Vegliò e Marchetto, bensì coloro che delle cose italiane hanno competenza a parlare nella Chiesa, Crociata e Sigalini appunto. Inoltre, è importante anche perché risulta essere reiterato. Non è cioè una voce sporadica buttata lì una tantum: dopo le due note di Avvenire sulla questione morale – la prima un mese fa, l’ultima sabato 20 giugno – e dopo le molteplici dichiarazioni negative dei vescovi del Paese sulle politiche dedicate dal governo all’immigrazione, il doppio affondo di ieri è l’ennesimo segnale d’insofferenza che il premier e i suoi sono chiamati a cogliere da parte del mondo cattolico. Certo, come ha giustamente ricordato sempre ieri monsignor Domenico Pompili, portavoce della Cei, le parole di Sigalini sono a titolo personale perché «la Chiesa Italiana non prende direttamente posizione su ogni proposta normativa», ma è anche oggettivo che le sue parole, pronunciate in questo momento, hanno una valenza non secondaria. Come lo hanno, ovviamente, quelle di Crociata.
Il segnale lanciato ieri dai due presuli dice più cose. Anzitutto che non esiste una particolare luna di miele tra la Chiesa italiana e l’attuale maggioranza di governo. È vero: la compagine guidata da Berlusconi non è nemica delle gerarchie della Chiesa. Ma è anche vero che nemica potrebbe divenire qualora anche l’ultima occasione, quella della legge sul fine vita che la Camera deve discutere entro l’estate, venisse disattesa nonostante le promesse. Né Crociata né Sigalini, ovviamente, hanno fatto riferimento ieri ai lavori parlamentari prossimi futuri, ma sembra chiaro che risieda lì, nella discussione di una legge sul fine vita, parte della motivazione che ha portato alle uscite degli esponenti ecclesiastici delle ultime ore.
Certo, ci sono anche i contenuti specifici e particolari espressi con dovizia di particolari ieri. C’è il fatto che nel campo del libertinaggio nessuno può pensare che «non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati, soprattutto quando sono implicati minori» (Crociata). E c’è il fatto che, a bocce ferme, ovvero a ddl sicurezza approvato, i vescovi italiani stanno dalla parte delle colf e delle badanti, anche di quelle clandestine, che assicurano assistenza e cura a molti anziani italiani. Quindi appoggiano il «sì» a una sanatoria «perché c’è da sistemare una situazione che va avanti da tanto tempo» (Sigalini). Ma c’è anche il fatto che su tante questioni che stanno particolarmente a cuore alla Chiesa – la famiglia, gli aiuti alle scuole pubbliche non statali, e le promesse di una legge dopo la morte di Eluana Englaro – il governo ancora non ha agito a dovere. O meglio, non ha agito come la Chiesa e molte delle associazioni cattoliche aderenti ai vari Forum delle Associazioni Familiari, Scienza e Vita, Rentionopera, si sarebbero aspettate.
Politicamente parlando, chi ne esce meglio da questa vicenda è il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi. Questi, agli occhi del suo ultimo amore (il Pdl) e del suo precedente amore (l’Udc) appare come interlocutore ascoltato nella Chiesa italiana. Se sia ascoltato davvero poco importa: ciò che conta è che poche ore dopo la sua proposta di andare incontro, al di là del pacchetto sicurezza, alle badanti che non possono stipulare il contratto di lavoro per problemi di permesso di soggiorno, la Chiesa italiana ha fatto proprie le parole del sottosegretario.
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Questa sera su Raiuno
6 luglio 2009 -
Sono stato una settimana fuori Roma. Internet andava a singhiozzo e per questo non ho potuto aggiornare prontamente i vostri commenti e nemmeno avvisarvi della mia assenza.
Ora, comunque, rieccomi qua. Questa sera (lunedì 6 luglio) guarderò in seconda serata su Raiuno il programma del direttore di Fides, Luca De Mata, dedicato agli immigrati. Si chiama “La valigia con lo spago” e quella di stasera è la seconda puntata. Qualche giorno fa avevo dedicato al programma un piccolo box sul Riformista. Dicevo che la cosa strana era la lettura che i giornali davano (e stanno dando) del programma. Alcuni lo leggono a destra, altri a sinistra. Conoscendo De Mata so che il suo è un programma serio, che parla del fenomeno immigrazione dal campo, dalla strada, in presa diretta. E senz’altro non è di parte (di nessuna parte), ma ricorda a tutti che, al di là degli slogan, ogni immigrato è una persona e come tale va trattata (ovviamente nel rispetto delle leggi).
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