Sulla strada d’Anselmo, il santo razionalista
24 luglio 2009 -
In città il Papa vi scende oggi. Per la preghiera dei Vespri. E la cosa non è di poco conto. La visita di Benedetto XVI, infatti, è un vero e proprio omaggio – con tanto di omelia – a un modello di santità, quella di Anselmo, che lo affascina: santità unita a intelligenza. Vita cristiana caratterizzata dalla capacità di leggere dentro le cose, dentro i fatti, dentro la realtà. Anche a costo di risultare fuori dal coro. Un modus vivendi che rispecchia molto la indole di Papa Ratzinger.
L’omaggio a sant’Anselmo, filosofo valdostano, già arcivescovo di Canterbury e dottore della Chiesa (dottore magnifico), è evidente: è quest’anno che ricorre il novantesimo centenario della morte (1033-1109). La cattedrale è dedicata a Maria Assunta, ma il legame col santo è palese. Benedetto XVI vedrà anche il cenotafio “Tribute to Saint Anselm” realizzato dallo scultore inglese Stephen Cox e collocato all’ingresso sud della chiesa. È inoltre nella cattedrale che si svolgono molte delle iniziative con le quali la regione della Valle d’Aosta ha deciso di celebrare l’“anno anselmiano”.
Il Papa aveva parlato recentemente di Anselmo. Era l’aprile di quest’anno. In una lettera indirizzata all’abate primate dei monaci benedettini confederati, dom Notker Wolf, lo aveva definito «un vero santo europeo». La memoria lasciata da Anselmo, aveva spiegato Ratzinger, è tutta da «meditare devotamente» e «il tesoro della sua sapienza da esaltare ed esplorare». Un modello di santità, quello anselmiano, che ricorda molto quello di altre figure che, in questo pontificato, faranno parlare di sé. Tra queste, senz’altro, quella del cardinale britannico John Henry Newman. Convertitosi al cattolicesimo dalla chiesa anglicana, diventerà beato sotto Ratzinger. Una vita, quella di Newman, caratterizzata come quella di sant’Anselmo dall’unione di fede e intelligenza, fede e ragione.
Chi era Anselmo? Quale il suo lascito? Quali idee di Anselmo Ratzinger sente più vicine alla propria spiritualità? Anselmo era anzitutto un monaco. Benché arcivescovo, infatti, voleva rimanere prima di tutto monaco benedettino, fortemente consapevole dell’importanza della vita monastica. Si sa che probabilmente anche Ratzinger, se non fosse divenuto Papa, avrebbe prediletto una vecchiaia “monastica”, ritirata a studiare e ad approfondire il mistero della fede. Senz’altro è di Anselmo la nostalgia del chiostro. «La nostalgia del monastero – disse sempre Ratzinger nella lettera a Wolf – lo accompagnerà per il resto della sua vita». «Lo confessò egli stesso quando fu costretto, con vivissimo dolore suo e dei suoi monaci, a lasciare il monastero per assumere il ministero episcopale al quale non si sentiva adatto».
C’è un cardine nella vita di Anselmo in cui vi si può ritrovare molto del temperamento di Ratzinger: è la lectio divina, quella da non leggere nel tumulto ma nella quiete, non nella fretta ma nella calma, «con attenta ed amorevole meditazione», scrisse Benedetto XVI a Wolf. E ancora: «Nei suoi scritti, in cui studia i misteri della fede, non c’è separazione tra erudizione e devozione, tra mistica e teologia».
Quella di Anselmo è una luce oggi attuale. Nel sottofondo di moltissimi testi ratzingeriani si trova quell’attenzione propria anselmiana dell’amore per le verità della fede e del gusto per il loro approfondimento mediante la ragione. E, infatti, fede e ragione – fides et ratio – si trovano in Anselmo mirabilmente unite».
È una battaglia propria di Benedetto XVI quella che vuole unire fede e ragione, due forme di cognizione giudicate spesso come incompatibili e alternative: come se chi ragioni – spiegò quale mese fa sempre in quel di Aosta il cardinale arcivescovo emerito di Bologna Giacomo Biffi – non abbia bisogno di credere e come se chi creda debba per forze di cose uscire dall’ambito della razionalità. «Anselmo – disse Biffi – rabbrividirebbe davanti a questo atteggiamento mentale. Per lui, e per ogni cristiano adeguatamente informato, la fede non solo non è separabile dalla ragione e non la mortifica, ma è addirittura l’esercizio estremo e più alto della nostra facoltà intellettiva».
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grazie paolo per questo bellissimo articolo in cui dimostri di aver colto il nocciolo della stile di b.xvi.
MI PERMETTO DI POSTARE LA SECONDA PARTE DELL’OMELIA DI BIFFI AD AOSTA NELL’APRILE SCORSO:
Un secondo non trascurabile insegnamento concerne il rapporto tra fede e ragione. Ai nostri giorni non sono pochi – e non sono tra i meno sicuri di sé e i meno loquaci – quelli che giudicano fede e ragione due forme di cognizione tra loro incompatibili e del tutto alternative: chi ragiona (essi affermano) non ha bisogno di credere; e chi crede per ciò stesso esce dall’ambito della razionalità (così ritengono con irremovibile e dogmatica convinzione).
Anselmo rabbrividirebbe davanti a questo atteggiamento mentale. Per lui – e per ogni cristiano adeguatamente informato – la fede non solo non è separabile dalla ragione e non la mortifica, ma è addirittura l’esercizio estremo e più alto della nostra facoltà intellettiva.
D’altro canto nella cultura odierna, condizionata e dominata da un soggettivismo assoluto, si va affermando altresì una visione pessimistica della naturale conoscenza umana. L’uomo (così pensano in molti) non è in grado di approdare a nessuna verità, che non sia provvisoria e intrinsecamente relativa.
Quando si tratta delle questioni che contano – sulla nostra origine, sulla sorte ultima dell’uomo, su una qualche persuasiva ragione del nostro esistere – le certezze oggi vengono addirittura irrise e persino colpevolizzate. Le domande più serie, quando non sono censurate sul nascere dalle varie ideologie dominanti, sono consentite solo come premessa e impulso alla proliferazione dei dubbi. Ma così si estingue nell’uomo ogni necessaria fiducia: come possiamo rassegnarci ad aggrappare la nostra unica vita ai punti interrogativi che non hanno risposta?
Anselmo invece riconosce la dignità e l’efficacia della ragione. Per lui – e per tutti i discepoli di Gesù – la ragione va onorata già per se stessa come un grande dono di Dio. In più, essa entra come elemento costitutivo indispensabile nell’atto di fede, e resta come elemento costitutivo indispensabile di quella “intelligenza della fede” nella quale Anselmo è riconosciuto maestro.
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C’è un terzo ammonimento che Anselmo rivolge alla vita ecclesiale dei nostri giorni: non perdete mai di vista, egli ci esorta, la funzione primaria e insostituibile della Sede di Pietro.
Durante la lunga e aspra lotta per salvare la “libertas Ecclesiae” dalle invadenze arbitrarie del potere politico, il Primate d’Inghilterra rimane solo. “Anche i miei vescovi suffraganei – egli scrive con qualche malinconia – non mi davano altri consigli che quelli conformi alla volontà del re” (Epistola 210). Allora cerca, e ottiene, l’appoggio, l’incoraggiamento, la difesa del vescovo di Roma, cui fiduciosamente ricorre.
Anselmo sa che a Pietro e ai suoi successori (e non ad altri) Gesù ha detto: “Conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32); sa che a Pietro e ai suoi successori (e non ai vari opinionisti nella “sacra doctrina”, per quanto dotti e geniali) Gesù ha promesso: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19); sa che a Pietro e ai suoi successori (e non all’una o all’altra colleganza ecclesiastica o culturale) Gesù ha dato il compito di pascere l’intero suo gregge (cf Gv 21,17).
Egli lo sa, e anche noi non dobbiamo mai dimenticarlo: la Sede Apostolica è sempre il normale punto di riferimento e l’ultimo insindacabile giudizio per ogni problema che riguarda la verità rivelata, la disciplina ecclesiale, l’indirizzo pastorale da scegliere.
L’arcivescovo di Canterbury ricambiò poi l’aiuto ricevuto dal Romano Pontefice con una fedeltà intemerata, che tra l’altro gli costò a più riprese il disagio e l’amarezza dell’esilio.
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Anselmo d’Aosta, come si vede, ha un posto prestigioso e benefico nella storia della Chiesa, nella storia della santità, nella storia del pensiero umano; e noi diciamo grazie al Signore che ce lo ha suscitato.
Oggi ancora è una figura e una personalità davvero attuale. Sicché ci viene spontaneo contare sulla sua intercessione presso Dio a favore di questi nostri tempi; di questi nostri tempi che così spesso sono costretti ad ascoltare dai più diversi pulpiti la voce baldanzosa dei molti profeti del niente e i discorsi dei compiaciuti assertori di un destino umano senza plausibilità, senza significato, senza speranza.