Dalla gotta segreta di Pio III al dolore pubblico di Wojtyla

Succede sempre così. Ogni volta che un Papa sta male, ogni volta che ha qualcosa che non va – fosse anche soltanto un mal di gola oppure qualcosa di più serio -, la prima, si può dire istintiva, reazione della Santa Sede e delle persone che stanno attorno al Pontefice e ne preservano la privacy è una e una sola: «Nulla di grave». «Le condizioni del paziente sono buone». «Anzi, diciamolo pure, non ha nulla».
Così, anche ieri (giustificatamente), in quel di Aosta. E così nei secoli precedenti quando, anche a motivo della possibilità di concedersi al pubblico molto meno rispetto a quanto non accada oggi, per mesi le mura vaticane riuscivano a tenere secretate le malattie dell’inquilino del piano più alto, il Papa appunto.
A volte il segreto era motivato politicamente. Occorreva non far muovere troppo presto i giochi interni in vista del conclave: un conclave, si sa, è questione di tempistica, oltre al contributo dello Spirito Santo c’è quello dell’uomo, ovvero di quanto tempo questa o quella fazione riescono a racimolare per organizzarsi. Oppure, per scadenze (anche esterne alla Santa Sede) che si ritenevano importanti, occorreva far credere che la salute del Papa fosse perfetta e che ancora per molto, molto tempo, egli sarebbe rimasto al proprio posto.
Poi, certo, c’erano anche motivi più pratici che spingevano i collaboratori del Papa a tenere segrete le sue malattie. Uno di questi era la malattia stessa, a volte troppo imbarazzante per essere comunicata. Fu così per Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Questi contrasse un’infezione celtica, in sostanza una malattia sifilitica presa a motivo della sua condotta non del tutto moralmente accettabile (almeno per uno che è Papa).
In tempi passati, si sa, il Papa godeva di agi che per il popolo erano inarrivabili. E così da tenere nascoste, per la vergogna, erano le malattie tipiche di chi viveva in situazioni d’agiatezza. Tra queste va annoverata la gotta: colpiva i ricchi e i benestanti. Ne soffrirono Sisto IV, Giulio II, Clemente VIII, Innocenzo XI e Pio III. Quest’ultimo, per colpa della gotta, fu anche operato: due incisioni profonde nella gamba destra. Fu il primo Pontefice a subire un intervento chirurgico.
Non tutte le cure riservate ai Pontefice erano adatte. Molte anzi, erano particolarmente fuori luogo. Oggi le definiremmo ridicole. Giulio I, ad esempio, soffriva di artrosi e di gotta. Si curava con intrugli improbabili a base di latte e vermi. Paolo IV, invece, per rimediare ai forti attacchi di catarro, usava mangiare parmigiano in grande quantità. Clemente VIII curava l’apoplessia fasciandosi il capo con viscere di agnello castrato.
Nell’epoca moderna, il Papa più ammalato fu Innocenzo XIII (secondo decennio del Settecento). Soffriva di calcolosi cronica. Patì dolori fortissimi. Tanto che i canonisti quando debbono discutere attorno alla possibilità che un Papa rinunci al Pontificato, pensano a lui. Tuttavia non abdicò. Ma andò avanti sino alla fine. Morì il 7 marzo 1724 e, anche per le lunghe sofferenze patite, volle che il suo cuore fosse conservato nel Santuario della Mentorella presso Guadagnolo e cioè nelle terre della sua famiglia.
Quindi i tempi più recenti. Mitologico è divenuto il singhiozzo di Pio XII: in pubblico Pacelli non riusciva a contenerlo. E così, anche per il mormorio che generava ogni sua apparizione pubblica, in Vaticano decisero di consultare i migliori esperti per risolvere la cosa, visto anche che il suo medico personale, Galeazzi Lisi, non riusciva a guarirlo.
Vennero consultati Antonio Gasbarini di Bologna e Raffaele Paolucci di Roma. Furono convocati lo stesso giorno. Decisero di visitare il Pontefice separatamente, di scrivere la diagnosi su di un foglio, e quindi di confrontarsi. Per Gasbarrini si trattò di gastrite. Per Paolucci di ernia iatale. Passarono i giorni e ulteriori consulti confermarono l’ernia, con soddisfazione di Paolucci.
Il Papa che ha subìto più operazioni chirurgiche è stato Giovanni Paolo II. È stato anche il primo che non è riuscito a tenere segrete di fronte l’opinione pubblica le proprie malattie. D’altronde non sarebbe potuto essere altrimenti. Le viveva con naturalezza. In lui, infatti, anche il patire era occasione di comunicazione.
La Santa Sede, comunque, ha degli uffici adibiti alle visite mediche seppure gli interventi chirurgici vengano effettuati in strutture esterne. Fu Paolo VI che nel 1967 preferì subire un intervento in Vaticano e non in una struttura esterna. Era il mese di settembre. Montini si trovava a Castelgandolfo quando avvertì qualche disturbo urinario. A seguito di vari consulti si rese inevitabile un intervento alla prostata. La Santa Sede pensò come gestire al meglio la privacy papale. Fu così che si optò per allestire ex novo una sala operatoria negli appartamenti del Papa. Il 4 novembre 1967 era il giorno dell’operazione. Poco prima dell’incipit, il segretario del Papa, monsignor Macchi, entrò nella stanza di Montini: «Santità – dice -, è giunto il momento… ». Paolo VI lo interruppe con un cenno della mano e gli disse: «Procedemus in nomine Domini».

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