Via gli americani. Scatta la caccia ai cristiani iracheni
lug 14, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Via gli americani scattano le vendette e gli omicidi. Contro e ai danni dei cristiani, anzitutto. Ma anche contro le diverse etnie numericamente minoritarie presenti in Iraq. Sono ondate di violenza che hanno uno scopo preciso: minare alle fondamenta le certezze di un popolo che, seppure lentamente e a fatica, prova a tenere. Prova, cioè, a costruire il proprio futuro.
L’ennesima ondata di violenza – deplorata anche da Benedetto XVI – è scattata ieri: «È un attacco disumano fatto per rallentare il processo di pace e la stabilità del Paese – spiega alla Radio Vaticana il corepiscopo Philip Najim, visitatore apostolico per i fedeli caldei in Europa -; cercano di creare questa grande paura, dentro i cristiani, affinché lascino il Paese. Gli attacchi, però, sono stati fatti anche a Mosul: una moschea, che si trovava vicino alla chiesa è stata danneggiata insieme alla chiesa stessa. È chiaro che questi attacchi vengono fatti proprio contro le etnie che compongono il popolo iracheno; perciò è un attacco contro l’Iraq e contro il suo popolo che un giorno potrebbe reinserirsi di nuovo nel consesso della comunità internazionale».
Colpite (e affondate) sono state sei chiese cristiane a Baghdad e una moschea a Mosul, nel nord del Paese, dove è anche scattato il coprifuoco. Se il movente generale è quello di bloccare il processo di ricostruzione del Paese, quello più particolare potrebbero essere le prossime elezioni provinciali nel Kurdistan irakeno. Le chiese abbattute e i morti rappresenterebbero un messaggio di avvertimento lanciato verso la comunità cristiana in vista del voto.
Ieri i morti sono stati quattro: almeno trentaquattro i feriti. Tra le chiese colpite, quella di San Giuseppe nel quartiere occidentale, e quella di Santa Maria dove officia monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare caldeo nella capitale irachena. Quindi l’agguato mortale contro Aziz Razqo Nisan, esponente di spicco della comunità cristiana di Domiz, nei pressi di Kirkuk. E, ancora, l’autobomba esplosa a Mosul, nel quartiere di Faisalia, cha ha colpito sia la chiesa cristiana della Madonna di Fatima che l’adiacente moschea sciita: qui, fortunatamente, nessuna vittima.
Agli attacchi non è scampato nemmeno il sud del Paese. Sul ciglio di una strada nella provincia di Dhi Qar, è stato piazzato un ordigno che ha mancato di poco l’auto sulla quale viaggiava l’ambasciatore statunitense Christopher Hill.
A due settimane dal ritiro delle truppe americane dalle città irachene, c’è chi si domanda come sia possibile ancora tanta violenza. E poi le domande di sempre: chi ha piazzato gli ordigni? Chi si ostina a non volere la pace? Chi è che costringe i cristiani, ma anche la meglio intellighenzia del Paese – sono professionisti del mondo culturale e scientifico, professori universitari, medici, ingegneri -, a scappare dalle proprie case senza più tornare? Chi è che vuole questa terribile diaspora? Chi è che non vuole un futuro per l’Iraq?
A sentire monsignor Najim, ma anche ciò che da mesi ripetono monsignor Warduni e le autorità delle chiese cristiane del posto, non è in atto un conflitto religioso. Cristiani e musulmani, infatti, hanno sempre vissuto assieme in Iraq, senza problemi: «Questi attacchi – spiega piuttosto Najim – vengono fatti contro le etnie che compongono il popolo iracheno; perciò è un attacco contro l’Iraq e contro il suo popolo che un giorno potrebbe reinserirsi di nuovo nel consesso della comunità internazionale».
Già , ma attacchi perpetrati da chi esattamente? Sicuramente da frange islamiche minoritarie ma comunque molto combattive. Le aggressioni sono aumentate dopo il 2006, dopo la proclamazione a Baghdad e nelle regioni a maggioranza sunnita di uno Stato islamico dell’Iraq. Gruppi malavitosi assieme a movimenti islamici che mirano a sottomettere tutti alla «dhimmis» (protezione-sottomissione al potere musulmano), approfittano della vulnerabilità dei cristiani e di altre minoranze etico-religiose. Attaccano queste minoranze ponendole innanzi a un bivio terribile: o la fuga o la morte sicura.
Nel 2006 la proclamazione dello Stato islamico dell’Iraq è avvenuta per mano di un ramo iracheno di Al Qaida, ovvero l’«Alleanza degli Imbalsamati», in reazione all’adozione da parte del Parlamento di una legge che dava vita a uno Stato federale. Da quel momento la vita quotidiana dei cristiani non ebbe tregua. Nel Paese andò in scena una costante e mirata epurazione religiosa il cui scopo era soltanto uno: liberare il Paese delle minoranza religiose avverse all’Alleanza al fine di permettere la definitiva espansione dell’Alleanza stessa.
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