Oggi Obama va in Vaticano: dal conflitto al tentativo di dialogo

Che Barack Obama vada in Chiesa la domenica – è dei giorni scorsi la decisione presa dal presidente degli Stati Uniti di frequentare, come già fece George W. Bush, la ecumenica Evergreen Chapel, a Camp David, nel Maryland – interessa poco al Vaticano. Più interessanti, oltre il Tevere, paiono invece le parole che il presidente spende intorno alle cose religiose e alle politiche che interessano la Chiesa, ai rapporti coi cattolici d’America e i credenti in generale, fino al pensiero sul Papa e la sua figura.
Per questo motivo, ciò che Obama ha detto giovedì 2 luglio riunendo attorno a se, alla Casa Bianca, un giornalista del Washington Post, sei giornalisti di testate cattoliche americane – Catholic News Service, America, National Catholic Reporter, Catholic Digest, National Catholic Register, Commonweal – e una giornalista della Radio Vaticana e di Avvenire, è stato setacciato a dovere da coloro che nella terza loggia del palazzo apostolico hanno coadiuvato Benedetto XVI a prepararsi all’udienza col presidente americano (quest’oggi, ore 16).
Un passaggio dell’intervista riportata in italiano il 3 luglio su Avvenire, in particolare, ha dato da pensare in Vaticano. È laddove Obama offre delucidazioni circa quel gruppo di lavoro composto da rappresentanti dei movimenti che difendono la vita e di associazioni che sostengono il diritto all’aborto, da lui istituito con lo scopo di trovare posizioni comuni. Obama ha spiegato che quel gruppo dovrà fornirgli «un rapporto finale entro l’estate» ma «non ho l’illusione – ha detto – che sia in grado, con il solo dibattito, di fare scomparire le differenze». E ancora: «So che ci sono punti in cui il conflitto non è conciliabile».
Nella Santa Sede c’è chi ritiene che su questo punto occorra essere fermi. E cioè ricordare a Obama che per superare queste differenze, quelle cioè che si fanno marcate laddove la tematiche sono le cosiddette questioni eticamente sensibili, il presidente debba fare un passo indietro nel rispetto non soltanto dei cattolici americani, ma anche e soprattutto degli americani stessi. Il report che gira in queste ore in segreteria di Stato, infatti, è un sondaggio significativo. Effettuato dalla Gallup lo scorso maggio, sorprendentemente si allinea, quanto a risultati, a un altro sondaggio effettuato dalla conferenza episcopale statunitense lo scorso gennaio. E dice che il 51 per cento degli americani si definisce «pro life» quanto all’aborto, mentre il 42 per cento si definisce «pro choice». Un esito non irrilevante, dunque, se si tiene conto che i «pro life» non sono mai stati maggioranza da quando, nel 1995, Gallup ha iniziato a porre queste domande.
Certo, nell’udienza di oggi i temi all’ordine del giorni sono tanti e non riguardano solo i divergenti punti di vista sulle cose inerenti la vita, la famiglia, la ricerca scientifica. Si parlerà anche della pace in Medio Oriente, della lotta alla povertà, dell’ambiente, e delle politiche per l’immigrazione. Si parlerà tenendo conto del fatto che altri incontri vi saranno in futuro, che quel «wait and see» pronunciato dai vescovi americani appena Obama venne eletto potrebbe continuare a essere in vigore ancora a lungo (non tutto, ovviamente, deve essere chiarito e definito oggi), ma, insieme, la cosa essenziale verrà fuori francamente: su alcuni temi la Chiesa chiede rispetto. Lo chiedono i vescovi americani, lo chiedono nonostante l’arcivescovo Pietro Sambi, nunzio papale a Washington, abbia privatamente avvertito i presuli che duri attacchi al presidente rischiano di far apparire la Chiesa di parte. Lo chiedono – è convinzione romana – anche buona parte degli americani.
Obama già il 17 maggio scorso alla Notre Dame University aveva offerto dialogo, manifestando di volersi aprire ai princìpi promossi dai difensori della vita nascente. A lui l’Osservatore Romano aveva manifestato immediata fiducia ma diversamente si era espresso il presidente della conferenza episcopale statunitense, il cardinale Francis E. George, arcivescovo di Chicago. Questi ha ringraziato il presidente per le cose dette circa il diritto all’obiezione di coscienza da parte degli operatori sanitari contrari all’aborto, ma ha anche chiesto contestualmente di tradurre in pratica quanto promesso. Parole franche, appunto, come il dialogo di questo pomeriggio tra Benedetto XVI e Obama.

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  1. Diego Ruggiero ha scritto il 10 luglio 2009 alle 2:43 pm:

    “Rispetto” per le posizioni della Chiesa in materie ericamente sensibili, vuol dire che Obama “debba fare un passo indietro nel rispetto non soltanto dei cattolici americani, ma anche e soprattutto degli americani stessi.”?
    E’ un rispetto che mi pare un poco unilateralista!
    Prendiamo atto che le posizioni in campo bioetico sulla disponibilità/indisponibilità della vita sono irriducibili, rispettiamole tutte e cerchiamo terreni di convergenza pratica: questo mi pare in nuce il discorso di Obama.
    Aggiungere altro o pretendere altro in nome di qualche sondaggio è semplice fondamentalismo bioetico irrazionale.