È la linea di Dino Boffo. Resa evidente su pagina. O meglio, sulla pagina delle lettere del suo giornale Avvenire. E la cosa non è a caso. Perché è nella rubrica delle lettere, lì dove le prese di posizione possono essere meno ufficiali e più dibattute, meno trancianti e più ragionate, che Boffo può dare il meglio di sé e giostrarsi sull’equilibrio. Quale? Quello del dire senza dire. Del dire, insomma, senza troppo ferire le parti in causa. Quello che gli permette di dare un colpo al cerchio, ovvero ai lettori (molti sono sacerdoti) che s’indignano per i presunti silenzi del giornale della Cei sulla questione morale e la kermesse delle escort di Palazzo Grazioli, e uno alla botte, ovvero a Silvio Berlusconi che nonostante dimostri tranquillità e spavalderia, nonostante abbia in Gianni Letta una voce ascoltata oltre il Tevere, un qualche segno di morigeratezza lo deve pur dare.
La rubrica delle lettere di ieri di Avvenire sintetizzava bene questa politica precisa presa dal suo direttore. Boffo ha spiegato a un prete di Limbiate, don Angelo Gornati, che non ci sono stati «silenzi di convenienza» di fronte alle vicende personali del presidente del Consiglio e agli «spettacoli niente affatto confortanti» che offre la scena pubblica. E lo ha spiegato senza affondare fino in fondo il colpo contro Berlusconi ma insieme valorizzando le parole «appropriate» dette dal suo giornale sul premier. Equilibrio, dunque, per dire senza urlare. Per dare un segnale tenendo conto di ogni possibile conseguenza. Una linea, quella di Boffo che per quanto riguarda la vicenda escort si è resa visibile su carta non poco tempo fa.
Era il 26 giugno 2009. Avvenire pubblicò in una pagina centrale del giornale, due pezzi sotto il titolo “Perché sì e perché no”. Pare che fossero troppe le lettere arrivate in redazione. Troppi i sacerdoti indignati contro il premier. Troppi coloro che chiedevano una presa di posizione chiara. Che chiedevano di fugare i dubbi di connivenza. Boffo, che forse più di altri direttori sa essere sensibile alle missive e alle critiche dei propri lettori (soprattutto se preti), s’inventa due uscite: una per dire «questo», l’altra per dire «quello». Una affidata alla penna di Marina Corradi, editorialista di Avvenire e collaboratrice del settimanale Tempi (inserto del berlusconiano Giornale) e l’altra alla penna di Piero Chinellato, colui che, coadiuvando Boffo nella stesura della pagine delle lettere, aveva ed ha il polso del montare della protesta dei lettori. Chinellato, non a caso, si schierò coi lettori tanto che scrisse: «Da piccolo credente protesto: non si fa carta straccia dei valori».
Beninteso: non è che la linea di Boffo sia dell’equilibrio in senso più piccino del termine. Non è che non voglia dire né al «primo» né al «secondo» ciò che pensa. D’altro si tratta: lui, come molti nella gerarchia della Chiesa fa uso dell’arte del dire poco per dire molto. Del parlare sintetico lasciando intuire le tante e più parole che si sarebbero potute sprecare.
Non a caso Boffo ieri più che dire ha ricordato. Cosa? Gli interventi dedicati al caso escort su Avvenire scritti da Rossana Sisti. Poi quello di Gianfranco Marcelli. Quello di Chinellato (stranamente non viene citata la Corradi) e una risposta collettiva dello stesso Boffo ad alcune missive (risposta precedente quella di ieri). E ancora, Boffo ha ricordato gli interventi offerti in «occasioni pastorali» dal cardinale Angelo Bagnasco e da monsignor Mariano Crociata. E qui, il direttore, ha offerto una notizia niente male: l’intervento in cui Crociata aveva denunciato lo scorso 6 luglio il «libertinaggio gaio e irresponsabile» a cui oggi si assiste, era stato fatto pensando a Berlsuconi: in molti l’avevano pensato, ma la certezza non c’era. Da ieri ogni dubbio è fugato: Crociata pensava al premier. Vi pensava col suo stile: quello appunto che dice senza dire.
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