Le lettere di Avvenire al Silvio peccatore
29 luglio 2009 -
È la linea di Dino Boffo. Resa evidente su pagina. O meglio, sulla pagina delle lettere del suo giornale Avvenire. E la cosa non è a caso. Perché è nella rubrica delle lettere, lì dove le prese di posizione possono essere meno ufficiali e più dibattute, meno trancianti e più ragionate, che Boffo può dare il meglio di sé e giostrarsi sull’equilibrio. Quale? Quello del dire senza dire. Del dire, insomma, senza troppo ferire le parti in causa. Quello che gli permette di dare un colpo al cerchio, ovvero ai lettori (molti sono sacerdoti) che s’indignano per i presunti silenzi del giornale della Cei sulla questione morale e la kermesse delle escort di Palazzo Grazioli, e uno alla botte, ovvero a Silvio Berlusconi che nonostante dimostri tranquillità e spavalderia, nonostante abbia in Gianni Letta una voce ascoltata oltre il Tevere, un qualche segno di morigeratezza lo deve pur dare.
La rubrica delle lettere di ieri di Avvenire sintetizzava bene questa politica precisa presa dal suo direttore. Boffo ha spiegato a un prete di Limbiate, don Angelo Gornati, che non ci sono stati «silenzi di convenienza» di fronte alle vicende personali del presidente del Consiglio e agli «spettacoli niente affatto confortanti» che offre la scena pubblica. E lo ha spiegato senza affondare fino in fondo il colpo contro Berlusconi ma insieme valorizzando le parole «appropriate» dette dal suo giornale sul premier. Equilibrio, dunque, per dire senza urlare. Per dare un segnale tenendo conto di ogni possibile conseguenza. Una linea, quella di Boffo che per quanto riguarda la vicenda escort si è resa visibile su carta non poco tempo fa.
Era il 26 giugno 2009. Avvenire pubblicò in una pagina centrale del giornale, due pezzi sotto il titolo “Perché sì e perché no”. Pare che fossero troppe le lettere arrivate in redazione. Troppi i sacerdoti indignati contro il premier. Troppi coloro che chiedevano una presa di posizione chiara. Che chiedevano di fugare i dubbi di connivenza. Boffo, che forse più di altri direttori sa essere sensibile alle missive e alle critiche dei propri lettori (soprattutto se preti), s’inventa due uscite: una per dire «questo», l’altra per dire «quello». Una affidata alla penna di Marina Corradi, editorialista di Avvenire e collaboratrice del settimanale Tempi (inserto del berlusconiano Giornale) e l’altra alla penna di Piero Chinellato, colui che, coadiuvando Boffo nella stesura della pagine delle lettere, aveva ed ha il polso del montare della protesta dei lettori. Chinellato, non a caso, si schierò coi lettori tanto che scrisse: «Da piccolo credente protesto: non si fa carta straccia dei valori».
Beninteso: non è che la linea di Boffo sia dell’equilibrio in senso più piccino del termine. Non è che non voglia dire né al «primo» né al «secondo» ciò che pensa. D’altro si tratta: lui, come molti nella gerarchia della Chiesa fa uso dell’arte del dire poco per dire molto. Del parlare sintetico lasciando intuire le tante e più parole che si sarebbero potute sprecare.
Non a caso Boffo ieri più che dire ha ricordato. Cosa? Gli interventi dedicati al caso escort su Avvenire scritti da Rossana Sisti. Poi quello di Gianfranco Marcelli. Quello di Chinellato (stranamente non viene citata la Corradi) e una risposta collettiva dello stesso Boffo ad alcune missive (risposta precedente quella di ieri). E ancora, Boffo ha ricordato gli interventi offerti in «occasioni pastorali» dal cardinale Angelo Bagnasco e da monsignor Mariano Crociata. E qui, il direttore, ha offerto una notizia niente male: l’intervento in cui Crociata aveva denunciato lo scorso 6 luglio il «libertinaggio gaio e irresponsabile» a cui oggi si assiste, era stato fatto pensando a Berlsuconi: in molti l’avevano pensato, ma la certezza non c’era. Da ieri ogni dubbio è fugato: Crociata pensava al premier. Vi pensava col suo stile: quello appunto che dice senza dire.
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO... Ci sono 62 commenti: leggi...
Il Wojtyla di Socci. Così la mistica entrò in politica
29 luglio 2009 -
Ad attuare l’unica vera rivoluzione politica dei tempi moderni non è stato un uomo o un insieme di uomini. È stata una forza soprannaturale, segreta, che a un certo punto ha agito (questo sì) grazie alla sofferenza di un singolo uomo. Una sofferenza che ha giocato un ruolo espiatorio, dunque, medicale, terapeutico nei confronti del male. È la sofferenza patita in silenzio da Karol Wojtyla, patita e insieme offerta a Dio e alla Madonna per il bene di tutti.
In sintesi potrebbe essere questo il nodo teoretico dell’ultimo lavoro di Antonio Socci: I segreti di Karol Wojtyla (Rizzoli, 238 pagine, 18 euro). Un nodo teoretico che dice di un uomo, Giovanni Paolo II, che trovò nelle proprie sofferenze fisiche offerte in preghiera la chiave per indirizzare la storia, per modificare (in qualche modo) quanto svariate profezie (a cominciare da Fatima) sembravano aver ineludibilmente previsto. La chiave, insomma, per tradurre in risultato politico ideali soprannaturali e intimi.
Sofferenza e preghiera. Queste due azioni c’erano dietro e dentro la vita del Pontefice più dinamico, attivo, energetico degli ultimi decenni. Sofferenza e preghiera che, assieme, non solo hanno spezzato le catene del gioco comunista ma, anche, hanno scongiurato una guerra atomica (proprio così) che avrebbe dovuto scoppiare nel 1985.
Molti fatti sono noti, altri lo sono meno: come scrive Socci, fu proprio nei mesi del 1983-1984 che si raggiunse il massimo di tensione fra il blocco sovietico e la Nato. E, sempre in quel periodo, divenne evidente come l’opzione nucleare fosse concretamente sul tavolo. La collocazione degli euro missili Pershing II e Cruise segna il momento più drammatico di tutta la guerra fredda insieme all’iniziativa SDI, il cosiddetto «scudo spaziale». La tensione salì sempre più e si andò ad aggiungere, in Urss, a un’estrema confusione politica al Cremlino. Jurij Andropov non riusciva più a tenere salde le redini del governo. Fu l’ex spia del Kgb Oleg Gordievskij a rivelare che, quando la Nato realizzò un’esercitazione segreta simulando un attacco nucleare, «i sovietici considerarono seriamente la possibilità di impiegare armi nucleari contro gli Usa». E ancora: «Sembrava che l’incredibile stesse per accadere, che i Paesi del Patto di Varsavia sospettassero davvero che un attacco nucleare dell’Ovest fosse imminente». I sovietici, in particolare, «tra l’8 e il 9 novembre del 1983, tennero il dito pericolosamente vicino al bottone che avrebbe scatenato la guerra nucleare».
Col passaggio da Andropov a Cernenko le cose peggiorano ulteriormente: la leadership sovietica era sempre più convinta che alla pressione militare ed economica dell’America di Reagan e della Nato, l’Urss si potesse salvare solo con un attacco preventivo. Scrive Socci: «C’erano in campo circa 70 mila armi nucleari, più che sufficienti per ridurre tutto il pianeta a un panorama di rovine».
È in questo scenario apocalittico che un uomo, Wojtyla, passa all’azione. Il 25 marzo 1984, in piazza San Pietro, davanti alla statua della Madonna di Fatima, supplica la Madonna di liberare il mondo dalla minaccia di «un’auto distruzione incalcolabile». E dopo due mesi da quella accorata supplica, un fatto aiuta a risolvere in parte la situazione: nella base sovietica di Severomorsk, nel Mare del Nord, un incidente imprevisto mette in ginocchio l’apparato missilistico sovietico che controllava l’Atlantico. Senza quell’apparato, l’Urss non aveva alcuna speranza di vittoria.
L’incidente di Severomorsk probabilmente non fu un caso. Avvenne il 13 maggio 1984, festa della Madonna di Fatima e anniversario della prima apparizione (1917) e dell’attentato al Papa (1981). E dopo Severomorsk, altri fatti si susseguono e spingono i sovietici a un cambiamento di strategia fondamentale per i destini del mondo. Muore, infatti, Cernenko e viene eletto Michail Gorbaciov. E di qui in poi, dalla Polonia a Berlino fino alla caduta del comunismo in Urss, la storia è nota.
Certo, Wojtyla potrebbe non c’entrare nulla. Tutto potrebbe essere accaduto per caso. Eppure, varie profezie sembrano aver predetto il ruolo del Pontefice polacco in tutto questo. Un ruolo interpretato con molto coraggio se è vero (come racconta Socci) che tutto fu possibile, che cioè la caduta del comunismo e il non verificarsi d’una terribile guerra nucleare furono possibili, grazie alla sofferenza di un uomo offerta alla Madonna per quell’intento. Grazie alla venuta di un Papa del quale, tempo addietro, una sua conterranea, ovvero suor Faustina Kowalska, aveva predetto scopi e risultati del suo agire.
Fu una grande santa, una grande mistica, suor Faustina, il cui destino (sconosciuto ai più almeno fino al giorno della sua morte avvenuto in convento a Cracovia nel 1938, a soli 33 anni) fu legato misteriosamente a quello di Wojtyla. Fu lo stesso Wojtyla, dopo la morte della suora, a svelare tutto. E cioè quella profezia che Gesù fece alla suora. Scrisse suor Faustina in un suo diario: «Una volta che pregavo per la Polonia udii queste parole: “Amo la Polonia in modo particolare e se ubbidirà al mio volere l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo per la mia ultima venuta». Di chi parla? È il Papa polacco la scintilla? È il suo pontificato che nei piani di Dio ha preparato il mondo al ritorno di Gesù? Wojtyla non mai detto di essere lui quella scintilla della quale suor Faustina ne aveva predetto l’avvento. Tuttavia, i fatti dicono molto: l’offerta della malattia per la salvezza del mondo, il concatenarsi di avvenimenti (descritti più a fondo di quanto non si possa fare qui nel libri di Socci), fanno dire di sì. E poi quella frase rivelatrice pronunciata il 9 novembre 1976 dallo stesso Wojtyla alla vigilia della sua elezione: «Ci troviamo oggi – disse – di fronte al più grande combattimento che l’umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l’abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e le anti-Chiese, tra il Vangelo e gli anti-Vangelo».
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO... Ci sono 3 commenti: leggi...
Cammilleri e i 40 mila samurai giapponesi uccisi in nome di Cristo
25 luglio 2009 -
Rino Cammilleri, giornalista e saggista, ha un sito web da guardare: rinocammilleri.com. Si tratta di pillole di antidoti, appunto, contro quel politically correct al quale anche i cattolici (come è Cammilleri), sovente sottostanno. Antidoti sono pillole di saggezza, ma anche i libri di Cammilleri non scherzano. Tra questi, l’ultimo: Il crocifisso del samurai (Rizzoli, pagine 275, euro 18,50). Libri che vanno sempre controcorrente. Come controcorrente è il genere letterario, «un filone» in qualche modo, nel quale Cammilleri prova a esercitarsi: il romanzo cattolico.
Il “romanzo cattolico” di Cammilleri è anzitutto un romanzo storico. Un romanzo cioè incentrato su un fatto poco noto ma davvero avvenuto. Di cosa si tratta? Della grande rivolta dei samurai cristiani avvenuta nel 1637. Allora, circa quarantamila cristiani giapponesi, donne e bambini compresi, si ribellarono alla persecuzione e si arroccarono nella penisola di Shimabara, nel castello in disuso di Hara. Qui tennero testa per cinque mesi al più grande esercito di samurai che la storia del Giappone avesse mai visto. Vennero massacrati fino all’ultimo e fu la loro rivolta a provocare la chiusura ermetica del Giappone al mondo esterno per due secoli.
Quando i missionari europei poterono tornare in Giappone, nella seconda metà dell’Ottocento, trovarono incredibilmente che i discendenti di quegli antichi cristiani avevano conservato la fede nella clandestinità, tramandandosela di generazione in generazione. Solo alla fine del XIX secolo cessarono le persecuzioni dei cristiani nel Sol Levante. I pochi rimasti erano quasi tutti concentrati a Nagasaki. E furono centrati, com’è noto, da una delle due bombe atomiche.
Per due secoli, comunque, proprio a causa di quella rivolta, il Giappone si chiuse al mondo esterno. Quando i missionari poterono tornare, nella seconda metà dell’Ottocento, trovarono che il cristianesimo era sopravvissuto nelle catacombe, tramandato di padre in figlio. I «cristiani nascosti», sfidando la morte (il cristianesimo sul suolo giapponese ebbe il permesso di esistere solo alla fine del secolo), contattarono il primo missionario e gli fecero addirittura l’esame per vedere se era cattolico o protestante. Non si è mai vista una fedeltà così tenace.
La fatica di Cammilleri è una storia meravigliosa. Un’epopea unica e in certo qual modo magica. Lontana nel tempo ma affascinante. Come nel suo precedente libro – Immortale odium -, Cammilleri aveva messo in scena il braccio di ferro ottocentesco tra la Chiesa e la Massoneria prendendo spunto dall’attacco al corteo funebre di Pio IX nel 1881, con Il crocifisso del samurai ha voluto puntare il riflettore sulla grande rivolta di Shimabara dove i samurai cristiani si immolarono in nome della libertà religiosa e del loro diritto a professare la religione di Cristo.
Con la battaglia di Sekigahara erano finite le eterne guerre feudali e il clan dei Tokugawa si era imposto su tutto il Giappone, governando al posto dell’Imperatore. Il cristianesimo portato da Francesco Saverio era stato dapprima bene accolto e quasi trecentomila giapponesi si erano fatti battezzare. Ma contro di loro “remavano” i bonzi buddisti e i mercanti protestanti, invidiosi della concorrenza spagnola e portoghese. Misero la pulce nell’orecchio allo Shogun (il dittatore): i missionari cattolici erano l’avanguardia dell’invasione spagnola e portoghese. La prova? Il fatto che i cristiani, quando erano messi di fronte alla scelta tra le leggi dello Shogun e quelle di Cristo, preferivano farsi uccidere anziché disobbedire a quest’ultimo.
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO... Ci sono 3 commenti: leggi...
Sulla strada d’Anselmo, il santo razionalista
24 luglio 2009 -
In città il Papa vi scende oggi. Per la preghiera dei Vespri. E la cosa non è di poco conto. La visita di Benedetto XVI, infatti, è un vero e proprio omaggio – con tanto di omelia – a un modello di santità, quella di Anselmo, che lo affascina: santità unita a intelligenza. Vita cristiana caratterizzata dalla capacità di leggere dentro le cose, dentro i fatti, dentro la realtà. Anche a costo di risultare fuori dal coro. Un modus vivendi che rispecchia molto la indole di Papa Ratzinger.
L’omaggio a sant’Anselmo, filosofo valdostano, già arcivescovo di Canterbury e dottore della Chiesa (dottore magnifico), è evidente: è quest’anno che ricorre il novantesimo centenario della morte (1033-1109). La cattedrale è dedicata a Maria Assunta, ma il legame col santo è palese. Benedetto XVI vedrà anche il cenotafio “Tribute to Saint Anselm” realizzato dallo scultore inglese Stephen Cox e collocato all’ingresso sud della chiesa. È inoltre nella cattedrale che si svolgono molte delle iniziative con le quali la regione della Valle d’Aosta ha deciso di celebrare l’“anno anselmiano”.
Il Papa aveva parlato recentemente di Anselmo. Era l’aprile di quest’anno. In una lettera indirizzata all’abate primate dei monaci benedettini confederati, dom Notker Wolf, lo aveva definito «un vero santo europeo». La memoria lasciata da Anselmo, aveva spiegato Ratzinger, è tutta da «meditare devotamente» e «il tesoro della sua sapienza da esaltare ed esplorare». Un modello di santità, quello anselmiano, che ricorda molto quello di altre figure che, in questo pontificato, faranno parlare di sé. Tra queste, senz’altro, quella del cardinale britannico John Henry Newman. Convertitosi al cattolicesimo dalla chiesa anglicana, diventerà beato sotto Ratzinger. Una vita, quella di Newman, caratterizzata come quella di sant’Anselmo dall’unione di fede e intelligenza, fede e ragione.
Chi era Anselmo? Quale il suo lascito? Quali idee di Anselmo Ratzinger sente più vicine alla propria spiritualità? Anselmo era anzitutto un monaco. Benché arcivescovo, infatti, voleva rimanere prima di tutto monaco benedettino, fortemente consapevole dell’importanza della vita monastica. Si sa che probabilmente anche Ratzinger, se non fosse divenuto Papa, avrebbe prediletto una vecchiaia “monastica”, ritirata a studiare e ad approfondire il mistero della fede. Senz’altro è di Anselmo la nostalgia del chiostro. «La nostalgia del monastero – disse sempre Ratzinger nella lettera a Wolf – lo accompagnerà per il resto della sua vita». «Lo confessò egli stesso quando fu costretto, con vivissimo dolore suo e dei suoi monaci, a lasciare il monastero per assumere il ministero episcopale al quale non si sentiva adatto».
C’è un cardine nella vita di Anselmo in cui vi si può ritrovare molto del temperamento di Ratzinger: è la lectio divina, quella da non leggere nel tumulto ma nella quiete, non nella fretta ma nella calma, «con attenta ed amorevole meditazione», scrisse Benedetto XVI a Wolf. E ancora: «Nei suoi scritti, in cui studia i misteri della fede, non c’è separazione tra erudizione e devozione, tra mistica e teologia».
Quella di Anselmo è una luce oggi attuale. Nel sottofondo di moltissimi testi ratzingeriani si trova quell’attenzione propria anselmiana dell’amore per le verità della fede e del gusto per il loro approfondimento mediante la ragione. E, infatti, fede e ragione – fides et ratio – si trovano in Anselmo mirabilmente unite».
È una battaglia propria di Benedetto XVI quella che vuole unire fede e ragione, due forme di cognizione giudicate spesso come incompatibili e alternative: come se chi ragioni – spiegò quale mese fa sempre in quel di Aosta il cardinale arcivescovo emerito di Bologna Giacomo Biffi – non abbia bisogno di credere e come se chi creda debba per forze di cose uscire dall’ambito della razionalità. «Anselmo – disse Biffi – rabbrividirebbe davanti a questo atteggiamento mentale. Per lui, e per ogni cristiano adeguatamente informato, la fede non solo non è separabile dalla ragione e non la mortifica, ma è addirittura l’esercizio estremo e più alto della nostra facoltà intellettiva».
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO... Ci sono 2 commenti: leggi...
Oscar Mariadiaga non parla di Golpe ma si fa capire
19 luglio 2009 -
Il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, 66 anni, arcivescovo di Tegucicalpa e presidente della Conferenza Episcopale dell’Honduras è fatto così. Quello che deve dire dice. Perché la verità vale più delle mezze parole. E, soprattutto, la verità spazza via le etichette che, sovente, media e intellighenzia appiccicano addosso alle persone.
Così si è comportato Mariadaga pochi giorni fa quando, intervistato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), ha detto la sua sul golpe honduregno dicendo, in sostanza, che di golpe non si tratta: «È assurdo paragonare la deposizione di Zelaya con i tanti colpi di Stato nella storia dell’America Latina che hanno portato i militari al potere – ha detto -. Qui non c’è alcun appartenente alle forze armate che in qualche modo sia nel Governo».
Maradiaga ha ribadito d’essere contrario al rientro in patria di Manuel Zelaya e, per la prima volta, ha spiegato la sua ostilità nei confronti del presidente spodestato. A suo avviso, infatti, Zelaya ha perso il potere perché si è dimostrato incapace di governare nel quadro della Costituzione del paese: fomentava tensioni sociali e mirava a instaurare in Honduras un regime “bolivariano” sul modello del Venezuela, Ecuador e Bolivia. «Occorre sapere – ha detto – che noi da molto tempo lottiamo contro una potente campagna che viene finanziata con molto denaro dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Siamo al punto che agenti del servizio segreto venezuelano operano nel nostro paese e organizzano le presunte proteste popolari contro la deposizione di Zelaya. Sono state portate nel paese anche armi. Grazie a Dio finora non c’è stato un grande spargimento di sangue. Ma non passa giorno senza che io riceva minacce di morte».
La situazione in Honduras non è facile. Il presunto golpe è stato prontamente condannato dalla maggioranza delle democrazie occidentali. Ma nessuno, tranne la Chiesa, ha avuto finora il coraggio di dire le cose come stanno: la mossa del presidente deposto d’indire un referendum popolare era di fatto un attentato contro la Costituzione tanto che gli premetteva di ripresentarsi alle elezioni del prossimo novembre. Un giochetto, insomma, benedetto anche da altri “despota” sudamericani, a cominciare da Hugo Chavez.
La posizione della Chiesa in Honduras, insomma, è realista. Tanto che è l’unica ad aver registrato che attualmente nel Paese «i tre poteri dello Stato, esecutivo, legislativo e giudiziario agiscono in senso legale e democratico e in accordo con la Costituzione della Repubblica dell’Honduras». Insieme, ci sono le parole del Papa. Il richiamo lanciato due domeniche fa da Benedetto XVI al dialogo e alla riconciliazione è stato molto ascoltato in Honduras. E ha colpito il fatto che il Papa non abbia parlato di golpe e non abbia citato Zelayya.
Mariadaga, dicevamo, è fatto così. Va sempre al nocciolo delle cose, anche se andarci può significare remare contro corrente. Salesiano, docente di teologia, conosce cinque lingue. In Sud America è popolarissimo e infatti, nell’ultimo conclave, è anche a lui che i cardinali del suo continente pensavano qualora avessero dovuto sostenere un nome per l’elezione.
La vicenda di Zelaya di queste ore dimostra quanto egli sia un porporato fuori dagli schemi. Ci avevano provato a definirlo come vicino alla istanze della cosiddetta teologia della liberazione. Ma lui è riuscito sempre ad andare oltre. Fino, appunto, al nocciolo delle cose. E a dimostrare che, anzitutto, egli è un vescovo vicino alla sua gente. Il popolo honduregno, che da sempre si caratterizza per un profondo spirito religioso, lo ama. E, a conti fatti, resta ancora lui una delle promesse della Chiesa del Sud America.
In Honduras ci sono otto diocesi, undici vescovi, 191 parrocchie, 438 sacerdoti (diocesani e religiosi), 800 religiose e 148 seminaristi. Un popolo, dunque, piccolo ma particolarmente vivo. Un popolo che vede in Mariadga il proprio pastore e, assieme, una mente lucida quanto ad analisi politica.
Qualche anno fa fece scalpore la pubblicazione in Francia di un suo libro-intervista. S’intitolava “De la difficulté d’évoquer Dieu dans un monde qui pense ne pas en avoir besoin”. Venne considerato da Le Figaro come un’autocandidatura al papato. In realtà l’autocandidatura non c’era. Ma un qualche fraintendimento non era del tutto fuori luogo. Nel senso che Mariadaga fa così: parla direttamente, a volte troppo, e per questo motivo c’è chi lo fraintende e lo riduce a qualche suo piccolo schema.
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO... Ci sono 11 commenti: leggi...
Papa discreto. Benedetto cade, si rompe un polso e in silenzio torna a dormire
18 luglio 2009 -
Cade ma non disturba. È andata così ieri, nel cuore della notte. Benedetto XVI si trovava nella sua camera da letto, al primo piano dello chalet di Les Combes dove sta trascorrendo qualche giorno di riposo. Quando oramai era andato a letto da qualche ora, si è alzato per recarsi in bagno. E nel tragitto che separa la camera da letto dal bagno è scivolato. Cadendo si è fratturato in più punti il polso destro. Ma, probabilmente per non disturbare il sonno del suo segretario particolare don Georg Gaenswein, non ha detto nulla fino al mattino. È tornato a letto e ha aspettato le luci dell’alba. Alzatosi si è preparato per dire Messa. E, prima di celebrare e poi di fare colazione, ha comunicato l’accaduto.
È la cronaca di quanto successo ieri in Valle d’Aosta. Un incidente, quello che ha coinvolto Ratzinger, che l’Osservatore Romano racconta in prima pagina intitolando – significativamente – “Un piccolo incidente movimenta le vacanze del Papa”. Un piccolo incidente: in effetti di questo si tratta. Tanto che, ieri mattina, i medici del Papa immediatamente accorsi a Les Combes, non hanno ritenuto opportuno portare Benedetto XVI al Gemelli a Roma. Bensì ad Aosta, all’ospedale Parini, dove si è sottoposto a un intervento in anestesia locale di riduzione della frattura e dove gli è stato applicato un tutore gessato. In sostanza i medici hanno appurato una cosa: il Papa non ha avuto un malore. È soltanto scivolato. E, dunque, non corre rischi particolari.
L’ipotesi malore non era del tutto peregrina. Più che altro per motivi di altitudine. Benedetto XVI, che secondo quanto dichiarò suo fratello Georg nel 1991 venne ricoverato per un ictus e già avrebbe avuto in precedenza problemi di cuore, quando soggiorna in montagna deve sempre riguardarsi. Ma, ieri, sono stati direttamente il suo medico personale, il cardiologo Patrizio Polisca, e il suo rianimatore, a capire dopo qualche attimo iniziale di concitazione che non si era trattato di un malore.
All’ospedale di Aosta l’intervento è durato 25 minuti. Un intervento «perfettamente riuscito», ha assicurato il chirurgo che lo ha operato. Tanto che potrà recuperare con un’adeguata riabilitazione il pieno possesso della mano destra e tornare a scrivere e a suonare, senza problemi.
Già, scrivere e suonare. In vacanza il Papa usa suonare spesso. Quanto allo scrivere, pure. Seppure, c’è chi sostiene che i numerosi impegni presi in questi giorni di permanenza in Valle d’Aosta (dalla visita a Romano Canavese fino a quella nella cattedrale di Aosta dedicata a sant’Anselmo), stiano a indicare che ha già terminato la seconda parte del libro dedicato a Gesù di Nazaret.
Ieri, terminata l’operazione, Benedetto XVI è uscito dall’ospedale con il polso ingessato ma con un gran sorriso rassicurante per la piccola folla di giornalisti che lo aspettava. «Tutto bene, santità?», gli è stato chiesto. E lui ha fatto cenno di sì, guardando il proprio braccio destro e benedicendo poi con il sinistro. Quindi il ritorno in auto a Les Combes dove proseguirà la vacanza.
Papa Ratzinger in ospedale è stato classificato, per ragioni di privacy, come «paziente ignoto numero 917». Ha chiesto d’essere trattato come qualsiasi altra persona e ha aspettato il suo turno per la sala operatoria dove, nel frattempo, veniva eseguito un più urgente intervento su un paziente affetto da peritonite. Poi è toccato a lui: «Un paziente tranquillo, sereno, senza un lamento», lo ha descritto il chirurgo, il primario di ortopedia del Parini, Amedeo Emmanuel Mancini.
Tecnicamente Ratzinger si è sottoposto a una «riduzione e sintesi» della frattura: il medico ha spiegato ai giornalisti che l’intervento consiste, previa anestesia locale, nel fare due fori, con una sorta di trapano chirurgico, e nell’infilare a “cielo coperto” (ovvero senza aprire con il bisturi) due fili metallici per mettere in trazione la frattura. Dopodiché, il polso di Benedetto XVI è stato fasciato con un’ingessatura in vetroresina leggera. Il tutto è avvenuto, dall’inizio alla fine, con una grande tranquillità da parte dei medici, del Papa e del suo staff.
Il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, ha espresso fiducia sui prossimi giorni di vacanza del Pontefice. A conti fatti, l’unico punto interrogativo riguarda l’Angelus di domenica prossima, programmato a Romano Canavese, il paesino dove è nato il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Si tratterà di vedere se Benedetto XVI, con un braccio immobilizzato, se la sentirà di affrontare la trasferta, il caldo e il trambusto della pianura piemontese. A Romano Canavese era in programma anche un mega pranzo con parecchi invitati.
Il Papa è tornato nel suo chalet poco dopo le 16.30. Ad accoglierlo a Les Combes c’era l’intero suo staff: le due memores, due delle quattro donne laiche che si prendono cura di lui solitamente, il suo segretario don Georg e il suo Servo di camera.
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO...
Dalla gotta segreta di Pio III al dolore pubblico di Wojtyla
18 luglio 2009 -
Succede sempre così. Ogni volta che un Papa sta male, ogni volta che ha qualcosa che non va – fosse anche soltanto un mal di gola oppure qualcosa di più serio -, la prima, si può dire istintiva, reazione della Santa Sede e delle persone che stanno attorno al Pontefice e ne preservano la privacy è una e una sola: «Nulla di grave». «Le condizioni del paziente sono buone». «Anzi, diciamolo pure, non ha nulla».
Così, anche ieri (giustificatamente), in quel di Aosta. E così nei secoli precedenti quando, anche a motivo della possibilità di concedersi al pubblico molto meno rispetto a quanto non accada oggi, per mesi le mura vaticane riuscivano a tenere secretate le malattie dell’inquilino del piano più alto, il Papa appunto.
A volte il segreto era motivato politicamente. Occorreva non far muovere troppo presto i giochi interni in vista del conclave: un conclave, si sa, è questione di tempistica, oltre al contributo dello Spirito Santo c’è quello dell’uomo, ovvero di quanto tempo questa o quella fazione riescono a racimolare per organizzarsi. Oppure, per scadenze (anche esterne alla Santa Sede) che si ritenevano importanti, occorreva far credere che la salute del Papa fosse perfetta e che ancora per molto, molto tempo, egli sarebbe rimasto al proprio posto.
Poi, certo, c’erano anche motivi più pratici che spingevano i collaboratori del Papa a tenere segrete le sue malattie. Uno di questi era la malattia stessa, a volte troppo imbarazzante per essere comunicata. Fu così per Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Questi contrasse un’infezione celtica, in sostanza una malattia sifilitica presa a motivo della sua condotta non del tutto moralmente accettabile (almeno per uno che è Papa).
In tempi passati, si sa, il Papa godeva di agi che per il popolo erano inarrivabili. E così da tenere nascoste, per la vergogna, erano le malattie tipiche di chi viveva in situazioni d’agiatezza. Tra queste va annoverata la gotta: colpiva i ricchi e i benestanti. Ne soffrirono Sisto IV, Giulio II, Clemente VIII, Innocenzo XI e Pio III. Quest’ultimo, per colpa della gotta, fu anche operato: due incisioni profonde nella gamba destra. Fu il primo Pontefice a subire un intervento chirurgico.
Non tutte le cure riservate ai Pontefice erano adatte. Molte anzi, erano particolarmente fuori luogo. Oggi le definiremmo ridicole. Giulio I, ad esempio, soffriva di artrosi e di gotta. Si curava con intrugli improbabili a base di latte e vermi. Paolo IV, invece, per rimediare ai forti attacchi di catarro, usava mangiare parmigiano in grande quantità. Clemente VIII curava l’apoplessia fasciandosi il capo con viscere di agnello castrato.
Nell’epoca moderna, il Papa più ammalato fu Innocenzo XIII (secondo decennio del Settecento). Soffriva di calcolosi cronica. Patì dolori fortissimi. Tanto che i canonisti quando debbono discutere attorno alla possibilità che un Papa rinunci al Pontificato, pensano a lui. Tuttavia non abdicò. Ma andò avanti sino alla fine. Morì il 7 marzo 1724 e, anche per le lunghe sofferenze patite, volle che il suo cuore fosse conservato nel Santuario della Mentorella presso Guadagnolo e cioè nelle terre della sua famiglia.
Quindi i tempi più recenti. Mitologico è divenuto il singhiozzo di Pio XII: in pubblico Pacelli non riusciva a contenerlo. E così, anche per il mormorio che generava ogni sua apparizione pubblica, in Vaticano decisero di consultare i migliori esperti per risolvere la cosa, visto anche che il suo medico personale, Galeazzi Lisi, non riusciva a guarirlo.
Vennero consultati Antonio Gasbarini di Bologna e Raffaele Paolucci di Roma. Furono convocati lo stesso giorno. Decisero di visitare il Pontefice separatamente, di scrivere la diagnosi su di un foglio, e quindi di confrontarsi. Per Gasbarrini si trattò di gastrite. Per Paolucci di ernia iatale. Passarono i giorni e ulteriori consulti confermarono l’ernia, con soddisfazione di Paolucci.
Il Papa che ha subìto più operazioni chirurgiche è stato Giovanni Paolo II. È stato anche il primo che non è riuscito a tenere segrete di fronte l’opinione pubblica le proprie malattie. D’altronde non sarebbe potuto essere altrimenti. Le viveva con naturalezza. In lui, infatti, anche il patire era occasione di comunicazione.
La Santa Sede, comunque, ha degli uffici adibiti alle visite mediche seppure gli interventi chirurgici vengano effettuati in strutture esterne. Fu Paolo VI che nel 1967 preferì subire un intervento in Vaticano e non in una struttura esterna. Era il mese di settembre. Montini si trovava a Castelgandolfo quando avvertì qualche disturbo urinario. A seguito di vari consulti si rese inevitabile un intervento alla prostata. La Santa Sede pensò come gestire al meglio la privacy papale. Fu così che si optò per allestire ex novo una sala operatoria negli appartamenti del Papa. Il 4 novembre 1967 era il giorno dell’operazione. Poco prima dell’incipit, il segretario del Papa, monsignor Macchi, entrò nella stanza di Montini: «Santità – dice -, è giunto il momento… ». Paolo VI lo interruppe con un cenno della mano e gli disse: «Procedemus in nomine Domini».
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO...
Tremano i Legionari. Arriva l’ispezione voluta da Benedetto XVI
16 luglio 2009 -
È sempre la solita storia. A volte – non capita di rado – le grandi cose nella Chiesa sono opera di grandi peccatori. È questo il caso della congregazione dei Legionari di Cristo e del movimento laicale Regnum Christi, fondati entrambi da Marcial Maciel Degollado, sacerdote che nel 2006 un’indagine vaticana ha condannato per abusi sessuali su numerosi suoi giovani discepoli. Ma non solo. Nel 2008, dopo la morte dello stesso sacerdote, si è scoperto un’altra verità scomoda: Maciel Degollado aveva pure un’amante messicana dalla quale ha avuto una figlia, oggi ventenne e residente in Spagna.
Davvero una grande opera la Legione: secondo l’annuario pontificio nel 2005 contava 125 case, 1960 religiosi di cui 664 sacerdoti. E anche quest’anno (da settembre) pare siano almeno cinquanta i giovani che hanno chiesto di entrare in seminario. Numeri da capogiro, insomma. Numeri importanti per una Chiesa, quella cattolica, che negli ultimi decenni, a parte poche eccezioni, annaspa quanto a vocazioni.
Dicevamo di Maciel Degollado. La sua pratica ancora non è stata archiviata del tutto. La parola fine alle sue malefatte, insomma, il Vaticano non l’ha ancora pronunciata completamente. Già, perché c’è ancora da scoprire una cosa non secondaria: quanto la condotta immorale del suo fondatore stia incidendo sulla vita della congregazione e del movimento laicale da lui fondato. Quanto gli attuali superiori della Legione stessa fossero a suo tempo a conoscenza della condotta del loro fondatore. E quanto questa presunta connivenza infici la vita presente della stessa congregazione.
È un’impresa non facile quella della Santa Sede. Un’impresa che ha avuto ieri il suo inizio. A ben vedere, infatti, è stata ieri la giornata più difficile per la Legione. Ieri: e cioè il giorno in cui i cinque vescovi inviati dal Vaticano (precisamente dal prefetto della Dottrina della Fede William Levada, dal segretario di Stato Tarcisio Bertone e dal prefetto dei Religiosi Franc Rodé) per fare luce sulla vita interna della congregazione e del movimento laicale si sono palesati al portone d’ingresso della sede romana della Legione stessa.
I cinque a cui è stato affidato il compito di portare a termine questa delicata visita apostolica sono Ricardo Watti Urquidi, vescovo di Tepic in Messico. Charles J. Chaput, arcivescovo di Denver. Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria. Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Concepción in Cile. E Ricardo Blázquez Pérez, vescovo di Bilbao. Si tratta di presuli che, nelle rispettive diocesi, hanno avuto contatti con diversi membri della Legione. Vescovi, dunque, che più di altri hanno i requisiti necessari per dire se l’attuale leadership della Legione, dal direttore generale Álvaro Corcuera in giù, hanno le carte in regola per continuare nella loro missione. Oppure se tutto debba cambiare: o soltanto la stessa leadership tramite la convocazione di un nuovo capitolo generale (è questa l’ipotesi più soft e quindi auspicata dalla stessa Legione) oppure se congregazione e movimento laicale debbano segnare in qualche modo la parola fine al proprio esistere (ipotesi temuta ma, probabilmente, non voluta nemmeno dal Vaticano).
La richiesta d’una visita apostolica della Santa Sede è venuta dall’interno della Legione. In particolare da membri residenti negli Stati Uniti. E la cosa non è secondaria: è negli Usa, infatti, che lo scandalo deplorevole dei preti pedofili spinge ecclesiastici e singoli fedeli a chiedere alla Chiesa pulizie interne repentine e definitive. È negli Usa che la Legione trova alcuni membri più convinti di altri circa la necessità di fare chiarezza fino in fondo.
Dove vogliono arrivare? Anzitutto a una cosa: che quella «dimenticanza» che da più parti si dica debba cadere sulla figura del fondatore della Legione, venga attuata fino in fondo. Che davvero, cioè, nel seminario, nelle stanze e nelle case dei Legionari, il fondatore non venga più nominato. Spariscano i suoi ritratti. Non si citino più i suoi testi. Solo così, dicono i più decisi della necessità di una reale pulizia all’interno della Legione, la congregazione e il movimento possono restare in piedi.
Dunque, una «dimenticanza». È meno di una vera propria «damnatio memoriae» – ovvero d’un rigetto completo del fondatore – ma è pur sempre una rivisitazione del proprio carisma parecchio dolorosa.
Tra i cinque vescovi inviati dal Vaticano, quello che più degli altri potrebbe esprimersi per la sopravvivenza della Legione tramite l’attuazione (certificata) d’una reale operazione di «dimenticanza» è Chaput. Questi, infatti, in quanto frate minore cappuccino, sa cosa significhi dimenticare il proprio fondatore. Sono i cappuccini che secoli fa decisero di restare fedeli al proprio carisma pur dimenticando chi li aveva fondati: quel Matteo Da Bascio che nel 1520 si convinse della necessità d’una riforma del francescanesimo più fedele al Santo di Assisi. Di lui, a motivo della sua condotta morale tenuta successivamente alla fondazione, i cappuccini oggi non ricordano mai nulla.
Tra gli altri visitatori inviati dal Vaticano, molto temuto è l’arcivescovo di Alessandria Versaldi. Portato in alto da Bertone anche con lo scopo di spingerlo verso la diocesi di Torino allorquando il cardinale Severino Poletto andrà in pensione, pare abbia già preventivamente maturato un parere negativo sulla Legione.
Comunque sia, una cosa potrebbe aiutare i cinque presuli. Ed è la decisione presa nel 2006 da Benedetto XVI di annullare il voto di carità al quale, per volere di Maciel Degollado, i Legionari erano vincolati. Il voto – in scia al quarto voto dei gesuiti – impegnava i Legionari a non criticare nessuno e in particolare i superiori, perché la maldicenza è quanto di più anticristiano ci sia. Il Papa ha dispensato i Legionari da quest’obbligo ed è anche per questo motivo che, a ben vedere, eventuali ulteriori magagne all’interno della Legione potranno in questa visita apostolica venire fuori in modo naturale. Senza cioè sensi di colpa da parte degli stessi membri. In particolare, oltre a capire quanto e come la figura del fondatore sia presente ancora nella vita della Legione, l’annullamento del voto di carità può aiutare i visitatori vaticani a comprendere se, quanto e soprattutto come i membri siano dipendenti dai loro superiori. Quanto insomma, ciò che di buono il fondatore ha lasciato in eredità viene applicato nella congregazione e nel movimento e quanto invece del marcio, ovvero dell’aspetto meno santo e più terribilmente umano della sua esistenza, sia ancora in qualche misura presente. Un compito davvero difficile, dunque. Ma un compito necessario. Soprattutto in questo pontificato nel quale la pulizia interna – soprattutto la pulizia laddove i sacerdoti si sono macchiati di gravi colpe a sfondo sessuale – è stata messa in pratica senza censure e alcun tipo di connivenza. Del resto, è probabilmente alla necessità di attuare questa pulizia che l’allora cardinale Ratzinger si riferiva quando nella Via Crucis del 2005 disse: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui!».
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO... C’è un commento: leggi...
Tourbillon in segreteria di Stato e nelle diocesi umbre
16 luglio 2009 -
È probabilmente quest’oggi che la segreteria di Stato della Santa Sede cambia volto in modo importante. Sono le prime nomine numericamente e qualitativamente significative dopo il “caso Richard Williamson” – il vescovo lefebvriano negazionista sulla Shoah – che tanto aveva fatto auspicare spostamenti e nuovi innesti nella leadership della struttura vaticana.
È stato infati deciso l’avvicendamento di diverse seconde linee dell’ufficio centrale della Curia di oltretevere. Monsignor Carlo Maria Viganò, delegato per le rappresentanze pontificie, ha accettato di prendere il posto che sempre in queste ore lascia libero l’attuale numero due del Governatorato, monsignor Renato Boccardo, quest’ultimo essendo stato destinato alla diocesi di Spoleto. Viganò va al Governatorato con una promessa precisa in tasca: succedere all’attuale presidente, il cardinale Giovanni Lajolo, quando questi verrà promosso ad altri incarichi.
In segreteria di Stato Viganò libera una casella importante. Che viene subito occupata da quel Luciano Suriani il quale, inspiegabilmente (ma si sa che la cosa fu voluta dal sostituto Fernando Filoni), a pagina 1181 dell’ultima edizione dell’Annuario Pontificio, pur essendo ancora nunzio apostolico in Bolivia veniva già indicato tra i “superiori” della stessa segreteria di Stato.
Dal dicastero retto dal cardinale Tarcisio Bertone parte anche l’attuale assessore, monsignor Gabriele Caccia: diventa nunzio in Libano. Al suo posto arriva l’americano Peter Brian Wells, originario della diocesi di Tulsa, capo della sezione inglese dello stesso dicastero. Rinviata di qualche giorno, invece, la partenza del sottosegretario ai rapporti con gli Stati monsignor Pietro Parolin. Questi, da poco rientrato da una missione in Cina, sembra essere destinato a una nunziatura: quella del Venezuela o quella del Canada.
L’arrivo a Spoleto di Boccardo fa spostare l’attuale vescovo della città umbra, monsignor Riccardo Fontana, ad Arezzo. Dove prenderà il posto di Gualtiero Bassetti che va invece a Perugia. Con Boccardo a Spoleto aumentano le diocesi guidate da persone che di per sé dovrebbero avere incarichi in nunziature. Oltre a Spoleto anche Arezzo, Trento, Padova, Albenga-Imperia, Napoli e Palermo. Le rispettive nomine episcopali saranno effettive dal secondo sabato di settembre, al rientro dalla vacanze estive.
| Tratto da: |
LEGGI TUTTO... Ci sono 2 commenti: leggi...


