Il perché dei vescovi austriaci a rapporto da Ratzinger
16 giugno 2009 -
C’erano ieri – e ci saranno domani – Benedetto XVI, il prefetto dei Vescovi Giovanni Battista Re, il prefetto della Dottrina della Fede William Levada, il prefetto del Clero Claudio Hummes e quindi, i principali esponenti dell’episcopato austriaco a cominciare dall’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn, il suo vice Egon Kapellari, il vescovo di Linz Ludwig Schwarz, il vescovo di Salisburgo Alois Kothgasser e il nunzio Peter Stephan Zurbriggen. Si tratta di una riunione a porte chiuse nella quale il Papa ha deciso di vederci chiaro. Dopo la nomina, poi ritirata per le proteste degli stessi vescovi, del prelato austriaco Gerhard Maria Wagner a Linz, il Pontefice è stato informato di disobbedienze e di atteggiamenti anti-romani presenti nella stessa conferenza austriaca. I vescovi, in sostanza, si sono opposti alla nomina di Wagner perché ritenuto troppo conservatore ma nelle proprie diocesi ammettono il continuo ripetersi di abusi liturgici fino a tollerare che alcuni preti vivano in stato di concubinato. Per Ratzinger è davvero troppo.
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«Santità, la medicina». Va in pensione Buzzonetti, medico di quattro Pontefici
16 giugno 2009 -
Quante ne ha viste l’oramai ottantenne Renato Buzzonetti – per ventisei anni medico principale di Giovanni Paolo II, per quattro di Benedetto XVI e, prima, di Paolo VI (come secondo del dottor Mario Fontana) e di Giovanni Paolo I – lo sa soltanto lui. E chissà se, ora che è andato in pensione (al suo posto è stato nominato ieri il cardiologo Patrizio Polisca) e Benedetto XVI gli ha concesso il titolo onorifico di “archiatra pontificio emerito” (tecnicamente il termine, oggi in disuso, significa “primo medico del Papa”), gli capiterà di raccontare con meno riservatezza di quanta ne abbia usata finora i mille e più aneddoti ai quali ha assistito nel corso del suo lungo servizio alla corte papale, soprattutto la sua versione d’un mestiere difficile e unico al mondo.
Perché di questo si tratta. Essere medico del Papa non è una professione qualunque. È un mestiere privilegiato ma dagli innumerevoli oneri. Quali? Ad esempio la riservatezza: quando la situazione si fa critica, quando le porte dell’appartamento papale si fanno invalicabili a motivo d’una malattia in qualche modo da celare ai media o addirittura a causa dell’agonia pre mortem dello stesso Pontefice, è lui, il medico principale, a instaurare con l’agonizzante un rapporto intimo e unico e quindi, a posteriori, a dover custodire i dettagli di questo rapporto.
Dove sta il privilegio? Basti ricordare un episodio: quando Karol Wojtyla subì l’attentato da parte di Alì Agca, dovette sottoporsi a due interventi. Dopo il primo, un secondo, quello per chiudergli la colostomia. Il segretario di Stato vaticano convocò tutta l’équipe medica che aveva partecipato al primo intervento e comunicò a tutti che la seconda operazione l’avrebbe eseguita nuovamente il dottor Francesco Crucitti: «Sapeva che stava per entrare nella storia», commentò qualche tempo dopo un suo collega «dai suoi occhi trapelava una felicità infinita, ma sorrideva dolcemente con l’umiltà e la serenità di sempre».
Quanto a Wojtyla, Buzzonetti ha rotto il silenzio poco tempo fa. Era il 16 settembre del 2007 quando, in un’intervista a Repubblica, disse che, sì, effettivamente, Giovanni Paolo II pronunciò il pomeriggio del 2 aprile 2005, dunque a poche ore dalla morte, quella frase che alcuni interpretarono come la volontà, vista l’inutilità di ulteriori cure, di rinunzia alla vita: «Lasciatemi andare dal Signore», disse il Papa a suor Tobiana. Ma quella frase, spiegò Buzzonetti, non fu un invito a staccare la spina – da giorni veniva nutrito mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico -, quasi un’indiretta scelta di eutanasia ipotizzò qualcuno, quanto una «frase ascetica», un’altissima forma di preghiera finale di un uomo che stava soffrendo tanto e che sentiva il forte desiderio di volersi avvicinar al Padre Celeste.
È lì, negli ultimi momenti di vita del Pontefice, che la figura del principale medico papale diviene fondamentale. Seppure, spesso, la sua presenza non serva. Ne sanno qualcosa Benedetto XV (morì in soli quattro giorni per colpa di una polmonite) e Pio XI (morì per un attacco cardiaco). E ne sa qualcosa Giovanni Paolo I, il predecessore di Wojtyla. Morì all’improvviso nella notte. Erano passati soltanto 33 giorni dall’elezione. Fu Buzzonetti ad accorrere al capezzale del Pontefice. Ne constatò il decesso, avvenuto presumibilmente verso le 11 della sera, per «infarto acuto del miocardio». Ma, anche se la versione dell’assassinio avanzata dall’inglese David Yallop e più avanti dal sacerdote spagnolo Jesús López Sáez appare inverosimile, pare che Luciani non sia morto per infarto, quanto per embolia.
Il medico del Papa non deve, ovviamente, soltanto gestire l’agonia del suo assistito. C’è anche la quotidianità fatta di grandi ma spesso piccole malattie a tenerlo occupato. Andando indietro nel tempo, in qualche modo mitologico fu il singhiozzo di Pio XII. Un singhiozzo chiacchierato, a motivo del fatto che, in pubblico, Papa Pacelli non riusciva a contenerlo. Il medico Galeazzi Lisi non riuscì a risolvere la cosa in tempi brevi. E così la Curia decise di chiamare a consulto altri due medici: Antonio Gasbarini di Bologna e Raffaele Paolucci di Roma. I due vennero convocati lo stesso giorno. Si sedettero nell’anticamera dello studio privato del Papa e, d’improvviso, si fecero venire in mente un’idea geniale. Quale? Quella di visitare il Pontefice separatamente, di scrivere la diagnosi su un foglio, e quindi di confrontarsi. Per Gasbarrini si trattò di gastrite. Per Paolucci di ernia iatale. Passarono i giorni e ulteriori consulti confermarono l’ernia, con soddisfazione di Paolucci.
Di Pio XII, ovviamente, si ricorda la morte, anch’essa mitologica. Nel senso che fu lui l’unico Pontefice a “morire due volte”. Le cose andarono così. Pacelli, nell’ottobre del 1958, si trovava a Castelgandolfo. Malato, entrò in coma. Nel tardo pomeriggio dell’8 ottobre qualcuno chiuse incautamente un’imposta della finestra dove giaceva il Pontefice. Il gesto venne interpretato come un segnale dell’avvenuto decesso. A Roma i quotidiani uscirono con un’edizione straordinaria con l’annuncio della morte. Il Vaticano smentì e, infatti, il Papa morì il giorno dopo. Ma i colpi di scena non finirono qui. E riguardarono il medico Galeazzi Lisi. Questi, come logico, aveva accesso al capezzale del Papa. Ma non contento di limitarsi a svolgere il proprio lavoro, scattò delle foto di Pio XII in agonia e se le rivendette ai media. Uno scandalo enorme per il Vaticano. Uno scandalo che, ovviamente, comportò al medico la perdita del posto.
Il Vaticano ha degli uffici adibiti alle visite mediche seppure, almeno negli ultimi tempi, quando il Papa deve subire interventi importanti, si è sempre deciso d’utilizzare strutture esterne. Non fece così Paolo VI. Nel 1967 stava trascorrendo una settimana di riposo a Castelgandolfo. Era il mese di settembre e, a dispetto delle condizione meteorologiche propizie per concedersi qualche passeggiata, Montini non si faceva vedere nei giardini. Avvertiva, insomma, qualche disturbo. Il predecessore di Buzzonetti, Mario Fontana, appurò come il Papa soffrisse di disturbi urinari con ritenzione di urine in vescica. A seguito di vari consulti si rese inevitabile un intervento alla prostata. Dove operare il Pontefice? Si pensa all’Umberto I, poi al San Camillo, quindi ad alcune cliniche private. C’era il problema di riuscire a gestire la privacy del Pontefice e, per questo motivo, si optò per allestire ex novo una sala operatoria negli appartamenti del Papa in Vaticano. Vi lavoravano ingegneri e medici. Il 4 novembre 1967 era il giorno dell’operazione. Poco prima dell’incipit, il segretario del Papa, monsignor Macchi, entrò nella stanza di Montini: «Santità – dice -, è giunto il momento… ». Paolo VI lo interruppe con un cenno della mano e gli disse: «Procedemus in nomine Domini».
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Qualche considerazione su un libro molto temuto
12 giugno 2009 -
Ho letto per intero il libro di Gian Luigi Nuzzi: Vaticano S.pA. Un libro molto letto in Vaticano e anche molto temuto. Siccome alcuni di voi mi hanno chiesto un commento, scrivo quanto segue.
Devo dire che l’archivio di monsignor Renato Dardozzi sul quale il libro è basato, le rivelazioni di una gestione delle finanze vaticane da Marcinkus in poi, è roba impressionante. A volte, davvero, è nella curia romana che si concentrano le peggiori competenze.
La tesi del libro è una: lo Ior, da Marcinkus in poi, è stata la sede di operazioni finanziarie spericolate e mascherate da opere di beneficienza. E, in parte, l’archivio Dardozzi dimostra la verità di questo assunto.
Di qui alcune considerazioni. Sono le medesime considerazioni che ho fatto ieri a Roma presentando il libro con l’autore, con Giancarlo Capaldo (procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Roma), con Gian Antonio Stella (giornalista – Corriere della Sera), e con Massimo Teodori (professore e scrittore). Una presentazione nella quale, gioco forza, ho giocato la parte (convinta, non era una recita) in difesa del Vaticano.
1. Angelo Caloja, presidente dello Ior, ricorre spessissimo nel libro. Appaiono sue lettere a Wojtyla, Dziwisz, Sodano e altri, nelle quali denuncia certe operazioni spericolate condotte tramite la banca con la complicità di monsignor Renato De Bonis. La domanda che mi pongo è la seguente: possibile che Caloja in anni e anni e più di gestione dello Ior non sia riuscito a fare qualcosa di più dello scrivere qualche lettera ogni tanto?
2. A Wojtyla è imputata una certa connivenza con quanto accadeva: ha difeso Marcinkus, non ha mandato via De Bonis, e soprattutto ha lasciato che dallo Ior arrivassero fondi che lui stesso usava per finanziare, ad esempio, Solidarnosc e la sua battaglia contro il regime polacco. Qui mi domando: chi l’ha detto che il Papa debba per forza di cose verificare la provenienza dei soldi che i suoi collaboratori gli danno? Se i suoi collaboratori gli dicono che lo Ior ha a disposizione tot, lui è libero di prendere quel tot senza per forza di cose verificare che quel tot venga da versamenti fatti nella banca vaticana da gente esterna con lo scopo di riciclare soldi. Inoltre mi domando: se Wojtyla ha usato tanti soldi per aiutare Solidarnosc e finanziare la sua battaglia contro il regime, non ha forse fatto bene? Quante vite sono state salvate grazie a Solidarnosc? Forse ci si dimentica in che anni si era: oltre Berlino la gente moriva ammazzata. Veniva torturata: stava male.
3. Certamente il libro può essere utile oggi al Vaticano. A capire che una certa trasparenza nella gestione della sua banca è necessaria. E soprattutto è necessario mettere in un posto così delicato come è lo Ior persone competenti e che non ripercorrano gli errori dei propri predecessori.
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Vaticano S.p.A. La nuova fabbrica di San Pietro sforna best-seller
11 giugno 2009 -
Non c’è niente da fare. Sia che se ne parli bene, sia che se ne parli male, sia che se ne scriva con intenti apologetici piuttosto che denigratori, il marchio tira. Eccome se tira. Un marchio di antica data ma di sicuro e immediato impatto: il Vaticano. È come una «fabbrica di San Pietro» all’incontrario, dove a guadagnarci, fama e soprattutto soldi, sono quegli autori anche “esterni” alla Santa Sede che fanno della Santa Sede l’oggetto dei propri scritti.
Proprio così. E una delle ultime fatiche dedicata a ciò che avviene all’interno delle sacre mura – Vaticano S.p.A., Chiarelettere editore, 280 pagine, 15 euro – è lì a dimostrarlo. Il libro inchiesta, scritto dall’inviato di Panorama Gianluigi Nuzzi, vola nelle librerie. Anche se gran parte della stampa italiana non ne parla. Anche se la tv, più o meno, lo ignora, Vaticano S.p.A. è oggi tra i grandi della saggistica: suo il terzo posto in classifica (in due settimane ha già bruciato 15 mila copie).
È vero: il libro, dedicato ai segreti delle finanze d’Oltre il Tevere degli anni ’90, è naturale che attiri: il dopo Paul Casimir Marcinkus, gli anni turbolenti d’una Tangentopoli arrivata fino in Vaticano, la direzione della banca vaticana, lo Ior, diretta da Angelo Caloja con operazioni finanziarie che Nuzzi definisce «spericolate», sono tutti argomenti che stimolano la curiosità dei lettori. Eppure, occorre dirlo, se l’archivio inedito di monsignor Renato Dardozzi sul quale il volume di Nuzzi si basa non fosse stato inerente gli affari della Santa Sede, meno, molto meno lo stesso libro avrebbe venduto.
Il caso più eclatante degli ultimi anni è Dan Brown. Il Codice da Vinci e prima Angeli e Demoni debbono la loro fortuna alle sacre mura. I suoi sono romanzi, thriller, conditi di molta fantasia e poca, molto poca, verità storica. Eppure, appena uscito, il Codice da Vinci, con tutte quelle accuse lanciate contro l’Opus Dei, divenne un bestseller: 70 milioni di copie vendute. Mica briciole. Un successo che trainò anche i tre romanzi precedenti dell’autore. Un successo che permise allo stesso Opus di mettere in campo un’“operazione verità” sulla stessa prelatura anch’essa degna di nota. Il Cammino – ovvero l’opera più importante di Josemaría Escrivá de Balaguer – che già prima dell’arrivo nelle librerie di Dan Brown aveva venduto parecchio, ha impennato ulteriormente la propria diffusione in ogni parte del mondo.
Il thriller vaticano – o comunque il romanzo ambientato dentro le sacre mura – è un genere di indubbio successo. Non c’è solo Dan Brown, ovviamente: nel 1975 ci fu Mario Pomilio: Il quinto evangelio pubblicato per Rusconi fu un successo. E indietro nel tempo vi sono anche quel I sotterranei del Vaticano di André Gide, certi racconti di Stendhal e poi Morris West: L’avvocato del diavolo, uscito nel 1959, vinse il James Tait Black Memorial Prize. In tempi più recenti, altri thriller. Per Piemme scrive l’americano Joseph Thornborn: nato a Denver, Colorado, nel 1969, ha esordito con Il quarto segreto, divenuto un bestseller internazionale. Quindi L’ultima rivelazione.
Il quarto segreto, ovvero l’ipotesi che le apparizioni della Madonna a Fatima nascondano un ulteriore segreto custodito chissà dove, ha affascinato diversi autori. Tra questi Antonio Socci: il suo saggio Il quarto segreto di Fatima (Rizzoli, 2006) ha fatto il giro del mondo “costringendo” addirittura il segretario di Stato Tarcisio Bertone a una replica anch’essa libraria: L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia (Edizioni Rai-Eri e Rizzoli, 2007). Una replica che valse a Bertone anche un’intera puntata di Porta a Porta: Non esiste il quarto segreto di Fatima intitolò Bruno Vespa la trasmissione alla quale, tuttavia, Socci non venne invitato.
Inutile dire come tra gli autori di cose vaticane siano innanzitutto i Pontefici a vendere. Il Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger ha venduto molte copie in tutto il mondo. E la seconda parte, ancora non ultimata, promette di vendere altrettanto. Vendono talmente bene, i Papi, che la Libreria Editrice Vaticana (Lev) dal 2005 ha assunto ufficialmente – non senza polemiche – i diritti d’autore su ogni scritto del Magistero del Papa e della Santa Sede. Insomma: chiunque voglia citare stralci d’un testo pontificio è alla Lev che deve rivolgersi. E che i Papi vendano bene lo dimostra anche una polemica che scoppiò proprio pochi giorni dopo l’uscita di Gesù di Nazaret nelle librerie: la Lev si disse stupita che il libro non rientrasse nelle top ten delle principali classifiche.
Un capitolo a parte lo meritano i “diari vaticani”. Scritti principalmente da vaticanisti, subiscono un fenomeno particolare: vendono cifre discrete ma in modo costante, ovvero senza particolari picchi ma nemmeno senza flessioni. Ne sono una dimostrazione i diari scritti da Benny Lay negli anni Sessanta. Sono stati tutti da poco rieditati. E i titoli di diari vaticani continuano a sprecarsi ancora oggi: Santità e potere. Dal Concilio a Benedetto XVIdi Giancarlo Zizola (Sperling & Kupfer, 2009) vende e attira con quel suo sottotitolo significativo: Il Vaticano visto dall’interno.
Un discorso a parte lo meriterebbero anche quegli autori che più che di Vaticano scrivono di cose religiose, di Chiesa, svolgono inchieste contro o pro la religione cattolica e la sua storia. È da notare come l’ultima fatica di Corrado Augias e Vito Mancuso – Disputa su Dio -, nonostante il famoso “copia e incolla” di alcuni passaggi, voli in classifica. Qui a tirare più che il Vaticano è la fede soft, la teologia low profile dei due. Ma questa è un’altra storia.
La fortuna degli autori di cose vaticane, dunque, resta il Vaticano stesso. Se non fosse chiuso, inaccessibile ai più, se non avesse in sé quel misto unico al mondo di mistero e arte disponibile per tutti ma non sempre accessibile da tutti, tirerebbe molto meno. In questo senso ha ragione John Wauck, professore di letteratura e comunicazione della fede all’Università Pontificia dell’Opus Dei: «Il fascino – racconta – viene dal fatto che in Vaticano si può trovare quello che non si trova facilmente altrove: grandi tradizioni della storia, dell’arte, della religione. Quando ci si trova in piazza San Pietro, si hanno davanti un obelisco egizio, una necropoli romana, la basilica più famosa del mondo, la Cappella Sistina, la Pietà, la tomba di san Pietro, gli appartamenti del Papa, il posto dove Giovanni Paolo II subì un attentato, le stanze di Raffaello, il colonnato del Bernini… Sono tutte cose che non ci sono altrove. Sono cose che messe assieme formano un cocktail perfetto per un romanzo. Perciò non mi sorprende che l’effetto principale del Codice Da Vinci non sia stato un calo nella pratica religiosa, ma piuttosto un aumento nel turismo a Roma e al Louvre».
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La Chiesa non commenta. Ma in fondo è contenta della “scomparsa” dei radicali
9 giugno 2009 -
La Chiesa italiana, tanto più il Vaticano, ha tenuto rispetto alle elezioni europee un profilo bassissimo. Nessun commento, nessuna indicazione non soltanto di voto ma pure d’indirizzo generale. Lo stesso presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, ha fatto la propria parte, durante l’assemblea generale dell’episcopato chiusasi pochi giorni fa, per smorzare ogni polemica attorno alle politiche sulla sicurezza portate avanti dal governo e, insieme, circa la questione morale e il caso Noemi: niente battute fuori luogo, niente spinte per questo o quel partito.
Un profilo, quello della Chiesa italiana, tenuto basso anche ieri, immediatamente dopo il voto, nonostante, dietro le quinte, vi sia chi esulti. Per cosa? Per l’uscita di scena dallo scenario europeo dei radicali. Questi, per colpa dello sbarramento al quattro per cento, non ce l’hanno fatta. E viste le campagne che da Bruxelles il pur piccolo contingente radicale promuoveva – con cascate italiane – in favore d’una rivoluzione antropologica non certo apprezzata da vescovi e prelati, la loro “scomparsa” non dispiace.
La questione morale ha spinto una parte dell’elettorato cattolico dal Pdl verso la Lega e l’Udc? Difficile rispondere. Certo è che il low profile dell’istituzione Chiesa può aver giovato in questo senso. L’elettore cattolico, sensibile alle parole dei vescovi, si è senz’altro sentito in questa tornata elettorale più libero. E, quindi, può aver scelto in coscienza di non votare per Berlusconi e di indirizzarsi sulla Lega e sull’Udc. Ma, a conti fatti, sembra poca roba. Probabilmente, se vi fosse stata una campagna massiccia della Cei, promossa attraverso le varie associazioni cattoliche, attorno alla questione sicurezza, all’immigrazione, la Lega avrebbe preso meno voti. Quanto all’Udc, è probabile che alcuni voti gli siano arrivati da alcuni degli elettori cattolici che alle scorse politiche avevano votato per il Pd: dirimente la vicenda Eluana Englaro. Ma anche qui è molto difficile azzardare ipotesi.
I movimenti e le associazioni cattoliche avevano in diversi partiti dei propri rappresentanti. Il ciellino Mario Mauro (Pdl) ha fatto la sua parte in Lombardia. Bene è andato anche Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita e a Magdi Allam. Meno bene ad altri cattolici doc i quali, di per sé, avrebbero dovuto portare parecchi voti: Gianluigi Gigli, presidente della Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici (scalzato da Tiziano Motti) e Luca Marconi di area Rinnovamento nello Spirito.
Se la Chiesa, in generale, mantiene un basso profilo nel commentare i risvolti politici della tornata elettorale, qualche giudizio è stato espresso comunque, in particolare sul bollettino dei vescovi italiani, il Sir e sulla Radio Vaticana. Sono due le preoccupazioni sentite: una per il forte astensionismo, l’altra per l’affermazione di forze xenofobe in molti paesi dell’Ue: «Serve una seria riflessione sull’aumento dell’astensionismo e dell’euroscetticismo», ha scritto il Sir. E ancora: «Il primo compito che avranno i neodeputati sarà quello di un’analisi serrata del problema, per non arrivare ancora tra cinque anni a domandarsi i motivi del peso del “deficit democratico” sulla costruzione comunitaria».
A esprimere preoccupazione per «l’avanzata della destra xenofoba in Olanda, Ungheria, Austria e Gran Bretagna» è sulla Radio Vaticana<+tondo> l’Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa: monsignor Aldo Giordano. Ma anche da lui non mancano allarmismi per l’astensionismo record: «Questo denuncia la mancata coscienza del ruolo che l’Europa dovrebbe avere e potrebbe avere per le sfide mondiali – ha detto -. Solo un’Europa più unita e più stabile può affrontare le grandi domande del mondo e del ruolo che l’Europa ha per la vita concreta locale dei singoli cittadini».
Sull’astensionismo, fa il titolo in prima pagine anche l’Osservatore Romano: “Vince l’Europa dell’astensionismo” scrive il giornale diretto da Gian Maria Vian.
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Paolo VI e quel fumo di Satana che entrò nelle fessure del Vaticano
7 giugno 2009 -
29 giugno 1972. Omelia nella festa dei santi Pietro e Paolo: «Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida della Chiesa… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza… Crediamo in qualche cosa di preternaturale (il Diavolo) venuto nel mondo proprio a turbare, per soffocare, i frutti del Concilio Ecumenico e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno di gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé».
15 novembre 1972. Udienza generale: «Uno dei bisogni maggiori della Chiesa è la difesa da quel male che chiamiamo Demonio. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa… Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente… È il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero e con proditoria astuzia agisce ancora: è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana».
3 febbraio 1977. Udienza generale: «Non è meraviglia se la Scrittura acerbamente ci ammonisce che “tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno”».
Siamo agli sgoccioli del pontificato di Paolo VI. Papa Giovanni Battista Montini ripete, quasi ossessivamente, un solo concetto: la Chiesa è sotto l’attacco di Satana, il tentatore, un essere oscuro realmente esistente. Parole, quelle di Montini, ricordate in uno degli ultimi capitoli d’una biografia in uscita per Mondadori (Le Scie) e firmata dal vaticanista del Giornale Andrea Tornielli: Paolo VI. L’audacia di un papa (pp.728, euro 28). Una biografia basata su documenti inediti scovati in archivi ancora non esplorati. Una biografia che in uno dei suoi punti più avvincenti, proprio di Satana tratta. O meglio, del perché il successore del popolarissimo Giovanni XXIII e insieme predecessore del grande Giovanni Paolo II, Paolo VI appunto – «Paolo mesto», «Papa amletico», come lo ribattezzarono – si trovò a parlare più volte del Diavolo, avvertendone la presenza nel marasma post conciliare.
Perché questo continuo riferirsi a Satana? Tutto iniziò il 21 maggio 1972. Un episodio grave: un geologo australiano di origini ungheresi, instabile di mente, Laszlo Toth, dopo aver eluso la sorveglianza si arrampica sulla Pietà di Michelangelo e la sfigura con quindici colpi. La Pietà subisce danni seri ma non irreparabili. Montini, tuttavia, è sconvolto. Percepisce l’attentato come un segno, un presagio. Fu da quel mese di maggio che cominciò a parlare della presenza di Satana nella Chiesa.
Ne parlò anche in colloqui privati. Utili per capire come, al di là dell’episodio della Pietà, quando parlava del demonio Montini pensasse a fatti precisi, a circostanze concrete che la sua Chiesa stava attraversando nel difficilissimo periodo dell’immediato post Concilio.
Anzitutto la crisi dei preti: in molti abbandonavano l’abito: «Satana agisce – disse al vescovo Bernardo Citterio -. Non è possibile arrivare a tanta malvagità senza l’influsso di una forza prenaturale che insidia l’uomo e lo rovina».
Quindi il problema degli abusi liturgici: «Parlando di Satana – rivelò il cardinale Virgilio Noè – Montini pensava a tutti quei preti che della santa messa facevano paglia in nome della creatività»: persone «possedute da vanagloria e dalla superbia del Maligno».
Fu alla fine del 1975 che Paolo VI prese una decisione clamorosa. Rimosse – senza promuoverlo – uno dei protagonisti della riforma liturgica del post Concilio: l’arcivescovo Annibale Bugnini, spostato dalla curia romana direttamente in Iran, come pro nunzio. Allontanato senza preavviso. Bugnini si convinse che venne spostato a motivo di una vera e propria congiura imbastita su documenti che riportavano una sua presunta appartenenza massonica. Era un momento particolare per la curia romana: lotte sotterranee, combattute a suon di dossier, si sprecavano. Ma, a conti fatti, Bugnini non comprese il vero motivo dell’allontanamento: non tanto il contenuto del dossier, quanto, come disse l’allora segretario di Stato Jean-Marie Villot, il fatto «che nella riforma liturgica alcune cose vennero nascoste al Papa».
Erano anni difficili. Il Satana di Montini sembrava davvero presente un po’ ovunque: preti in aperto contrasto con la Chiesa e il Papa. Una riforma liturgica che lo stesso Paolo VI non riuscì a gestire come probabilmente avrebbe voluto. Il referendum abrogativo della legge sul divorzio che lacerò il mondo cattolico: Montini si accorse d’incanto della massiccia secolarizzazione in atto. La rottura con l’arcivescovo tradizionalista Marcel Lefebvre. La sospensione a divinis dell’abate di San Paolo fuori le Mura, Giovanni Franzoni. Le accuse al Papa d’aver avuto una relazione con l’attore teatrale Paolo Carlini mosse dallo scrittore omosessuale francese Roger Peyrefitte. E poi le voci intorno alle possibili dimissioni proprio del Pontefice. Lo stesso Paolo VI, nel 1976, «meditò seriamente di dimettersi», scrive Tornielli. Non lo fece. E chissà se se ne penti quando, poco dopo, nel 1978, a pochi mesi dalla morte, dovette attraversare uno dei casi più devastanti nella storia della Repubblica italiana: il rapimento e la morte di Aldo Moro: «Tra i brigatisti coinvolti nel rapimento – spiega Tornielli – c’era il figlio di un dipendente del Vaticano dal Papa ben conosciuto, del quale aveva celebrato il matrimonio».
Come se non bastasse, un altro pesante macigno sul cuore. In Italia si sta per arrivare all’approvazione della legge sull’aborto. Montini è particolarmente colpito dalle voci di dissenso sull’argomento che si sollevano all’interno della Chiesa: articoli in favore di un ammorbidimento della dottrina cattolica antiabortista vengono pubblicati dalla rivista dei gesuiti francesi Études, mentre in Italia è il gruppo di padre Ernesto Balducci ad affermare che non si può imporre alla donna di generare contro la sua volontà.
Dopo l’introduzione del divorzio in Italia, una scossa che aveva dimostrato come il paese fosse cambiato, la messa in discussione del valore inviolabile della vita nascente amareggia profondamente il Pontefice, le cui condizioni di salute si vanno visibilmente deteriorando. Per Montini è l’inizio della fine. Apparentemente sembra la vittoria del Demonio, di quel Demonio il cui fumo era già precedentemente entrato nel tempio di Dio, attraverso una qualche fessura.
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Linea dura sulla castità dei sacerdoti
6 giugno 2009 -
Aveva fatto scalpore un’intervista che il prefetto del Clero, il cardinale Claudio Hummes, aveva rilasciato qualche giorno fa all’agenzia Catholic news service. Il porporato brasiliano aveva letto le nuove norme volute dal Papa per i preti che violano l’obbligo della castità come una volontà di apertura della Chiesa in merito: per volere di Benedetto XVI sarebbe stato più facile, per i preti che convivono con una donna e che hanno i figli, rinunciare all’abito sacerdotale.
L’intervista ha allarmato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, che ieri è corso ai ripari chiedendo al numero due del Clero, l’arcivescovo Mauro Piacenza, un’intervista per la Radio Vaticana. La versione di Piacenza è stata opposta a quella del suo superiore: le punizioni per i preti che violano l’obbligo di castità sono più severe: «Si deve purtroppo rilevare – ha detto – che talvolta si possono verificare situazioni di grave indisciplina da parte del clero». A queste la Chiesa risponde con la riduzione allo stato laicale che diviene, con le nuove norme, «una punizione» vera e propria, «con relativa dispensa da tutti gli obblighi decorrenti dall’ordinazione».
Piacenza ha dato una stoccata anche a coloro che ritengono che il celibato sacerdotale non sia un obbligo. Era stato lo stesso Hummes, appena eletto prefetto del Clero nel 2006, a ricordare un’ovvietà, cioè che il «celibato sacerdotale non è un dogma ma solo una norma disciplinare». E, insieme, a dire che, visto il calo di vocazioni sacerdotali, la stessa norma sarebbe stata rivista. Ecco in proposito quanto ha detto monsignor Piacenza: il celibato sacerdotale ha una «motivazione teologica» che risiede nel legame di convenienza che il celibato ha con l’ordinazione che configura il sacerdote a Gesù Cristo. Perciò la Chiesa ha ribadito nel Concilio Vaticano II e negli anni successivi la ferma volontà di mantenere la legge che esige il celibato per i preti.
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Caso Poltawska. Una polacca di nome Wanda: a chi fa paura la “psichiatra” di Wojtyla
5 giugno 2009 -
Nome: Wanda. Cognome: Poltawska. Nata 83 anni fa a Lublino (Polonia), vive tra Cracovia e Roma. Professione: psichiatra infantile. Segni particolari: fin dalla giovinezza amica del cuore di Giovanni Paolo II e, a tratti, sua consigliere di fiducia.
È lei, oggi, la donna del momento in Vaticano. O meglio: più che in Vaticano, a Cracovia. E precisamente nell’arcivescovado dove risiede il cardinale Stanislaw Dziwisz, noto come «don Stanislao», fino al 2 aprile del 2005 segretario personale di Giovanni Paolo II. Già, perché più che alla Santa Sede e a coloro che stanno vagliando la causa di beatificazione del Papa polacco, lo scambio epistolare tra Wanda e Karol Wojtyla – lettere inedite rese note dalla Stampa nei giorni scorsi, altre conosciute perché pubblicate in Polonia in un libro edito per i tipi della casa editrice dei Paolini – imbarazza in qualche misura Dziwisz, non quindi il Vaticano e la congregazione per le Cause dei Santi (come invece si è sostenuto in questi giorni) la quale, come ha detto ieri al Sole l’ex portavoce papale Joaquin Navarro-Valls, potrebbe arrivare alla pubblicazione del decreto sulle virtù eroiche del predecessore di Ratzinger «anche quest’anno».
La battaglia in corso, insomma, è più che altro polacca, tra Wanda appunto e don Stanislao. Una battaglia che non riguarda direttamente il processo di beatificazione e santificazione: è stato il Giornale, il 23 giugno, a spiegare come il processo proceda nonostante qualche criticità rilevabile in quel volume della Positio denominato sub secreto a motivo delle testimonianze raccolte attorno al caso Marcinkus e ai finanziamenti a Solidarnosc. Una battaglia già in corso quando Wojtyla era vivo. Una battaglia che se fino a ieri era narrata soltanto in forma riservata da coloro che frequentavano i sacri palazzi durante il pontificato wojtyliano, oggi potrebbe essere svelata nero su bianco dalle lettere della Poltawska ancora inedite.
Cosa imbarazza Dziwisz così tanto da fargli dire – sempre sulla Stampa – che quelle lettere «no», Wanda «non doveva metterle in piazza?». La risposta non è difficile da dare ed è il cuore della stessa battaglia: la Poltawska, in quanto psichiatra, aveva seguito alcuni sacerdoti polacchi con problemi legati alla sfera affettiva e sessuale, e laddove appurava che questi problemi non riuscivano a essere risolti, informava Wojtyla suggerendogli di non concedere a queste persone l’episcopato. E qui entra in gioco Dziwisz: questi, soprattutto negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, suggeriva al Papa nomi degni dell’episcopato. E spesso, suo malgrado, doveva scontrarsi con i «no» del Pontefice, «no» suggeriti dalla Poltawska. «No» motivati da un punto di vista medico, ma che cozzavano in qualche modo con queste o quelle strategie di potere presenti all’interno della curia.
Wanda aveva accesso all’appartamento papale con frequenza. Gli incontri con Wojtyla duravano circa un’ora. Con loro c’era sempre il marito di lei. Erano incontri conviviali nei quali l’amica psichiatra non mancava di parlare in modo franco al Pontefice. Wanda ricordava spesso al Papa una cosa di cui era fermamente convinta: «Se sei diventato Papa – le diceva – non devi soltanto pregare ma anche governare». E governare per lei significava fare le giuste nomine. Questi suggerimenti altro non erano che il suo modo per ricambiare quanto Wojtyla aveva fatto per lei: nel 1962, scopertasi affetta da un male incurabile, la Poltawska aveva chiesto a Wojtyla – allora ausiliare di Cracovia – d’aiutarla. Questi aveva pregato padre Pio per lei. E lei prontamente guarì.
Il chiodo fisso della Poltawska era dunque quello di suggerire al Papa nomi di possibili vescovi e di scoraggiarne la nomina di altri ritenuti non idonei. E in questa particolare operazione era sua cura favorire quei candidati all’episcopato che avessero a cuore la diffusione del Vangelo sine glossa. Amava le personalità forti e che parlassero del Vangelo senza preoccuparsi della reazione dei media e dell’intellighenzia dominante. Si sa che fece molto per le carriere di Crescenzio Sepe, Fiorenzo Angelini, Dario Castrillon Hoyos e Alfonso Lopez Trujillo. E quanto dispiacere le ha provocato la freddezza mostratagli da alcuni di questi una volta giunto al suo naturale termine il pontificato di Giovanni Paolo II, soltanto lei può saperlo.
Uno scontro particolarmente duro con Dziwisz si ebbe nel caso “Paetz”. Il polacco monsignor Juliusz Paetz, prelato d’anticamera di Paolo VI, poi di Giovanni Paolo II, allorquando Wojtyla lo fece arcivescovo di Poznàn venne accusato di molestie sessuali su dei seminaristi. Dziwisz, in parte, cercò di difendere il monsignore mentre la Poltawska disse a Wojtyla che la cosa era paradigmatica di come non si dovessero fare certe nomine di certe persone in certi posti.
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Anniversario (vent’anni dalla vittoria di Solidarnosc): Wojtyla e Walesa, dopo di loro il vuoto riempito da Ratzinger
4 giugno 2009 -
Scavi nei rapporti tra Lech Walesa, il suo Solidarnosc, e Giovanni Paolo II e ti accorgi di come, l’analisi, ti permetta di comprendere l’oggi, ovvero il significato profondo del pontificato attuale.
Già, perché l’insistenza di Benedetto XVI sul primato della fede, sulla vita dei cristiani che necessariamente deve tornare a essere circoscritta entro il mistero della fede celebrato quotidianamente come il tempo liturgico comanda, trova una sua genesi nel pontificato wojtyliano, ovvero in quella “liberazione” che il Papa polacco contribuì a portare nel mondo scardinando il sistema già in via di fallimento dell’ideologia marxista-comunista.
Papa Giovanni Paolo II appoggiò economicamente e spiritualmente la forza dirompente del sindacato di Walesa. L’obiettivo era liberare la popolazione dall’oppressione comunista. Obiettivo riuscito, prima in Polonia, poi in altre regioni dell’Est. Obiettivo al quale, tuttavia, l’Europa occidentale, l’Europa scampata al comunismo e rimasta, a parole, cristiana e cattolica, non seppe da subito contrapporre – in questo l’ottimismo di Wojtyla si rivelò a posteriori ingiustificato – una visione di fede forte, una propria veltanshaung precisa. Dopo la liberazione, insomma, il vuoto. Ed è per questo che, a posteriori, osservando una delle tante liberazioni che Wojtyla riuscì a portare – nella fattispecie quella polacca dal regime di Wojciech Jaruzelski – si comprende bene come l’attuale pontificato non possa fare altro che cercare di dare una riposta d’un certo tipo a quel guscio che Wojtyla ha contribuito ad aprire senza però fare in tempo a riempire: se Giovanni Paolo II “usò” di Solidarnosc per liberare i suoi connazionali, tocca oggi a Ratzinger mostrare ai polacchi, come a tutto l’Est Europa post-comunista, che soltanto una vita di fede, centrata attorno al mistero della fede, possa fare fruttare quella liberazione precedentemente acquisita, possa essere una degna risposta a quel capitalismo sfrenato che ha riempito di nulla le generazioni uscite dal buio del comunismo.
Karol Wojtyla capì che l’operaio oppresso e sfruttato dal regime e difeso invece da quello strano elettricista che prendeva il nome di Lech Walesa, era la chiave per far cadere i vari muri che dividevano in due l’Europa prima del 1989. Tanto che quando, nel 1983 (dal 16 al 23 giugno), il Papa polacco andò per la seconda volta in visita nella sua terra (il primo viaggio avvenne nel 1979), nonostante il regime fosse ancora saldamente in sella, usò più e più volte nei suoi discorsi e nelle sue omelie la parola “solidarietà”: come a dire, è a Solidarnosc, al sindacato guidato da Walesa che occorre guardare. Tanto che, quando urlò quello slogan fatto proprio già nel 1980 – «non c’è libertà senza Solidanrosc» – il regime comprese bene come la sua ora fosse prossima a venire.
E, infatti, a Danzica, Gdynia e Stettino, nell’agosto del 1980, tra i cantieri navali, fu Lech Walesa a dare vita al suo sindacato, Solidarnosc appunto, e a stringere d’assedio con scioperi il regime e, più in là, l’intero blocco sovietico.
Giovanni Paolo II fece sua la forza dirompente del sindacato Solidarnosc. L’aiutò anche finanziandolo: dagli Stati Uniti dell’amico Ronald Reagan arrivarono parecchi fondi. Gli diede una carica ideale. Gli fece sentire che le sue battaglie erano le medesime che la dottrina sociale della Chiesa portava avanti. Gli fece capire che la Chiesa, la sua Chiesa, stava con gli operai, era assieme alle loro lotte e sofferenze. E lo portò a vincere sul regime. Poi, appunto, il vuoto lasciato dal guscio scoperto. Il vuoto d’una liberazione alla quale mancò il supporto di un mondo, quello occidentale, che tranne poche eccezioni la fede l’aveva persa da un pezzo.
È per questo che i conti, la Chiesa dell’asse Wojtyla-Walesa, sta cercando di saldarli adesso con Joseph Ratzinger. Ovvero con colui che ai tempi gloriosi di Solidarnosc, osservava tutto da prefetto della Dottrina della Fede. Osservava, e forse non immaginava, che un giorno, oggi, sarebbe toccato a lui riportare la fede al centro della vita della Chiesa e della società uscita a pezzi dalle ideologie del XX secolo.
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