Enciclica. La crisi c’è e si combatte con la carità e la verità

Dopodomani, lunedì 29 giugno, festività di san Pietro e Paolo, Benedetto XVI firmerà la sua terza enciclica, la Caritas in veritate: tre anni e mezzo dopo la Deus caritas est (25 dicembre 2005) e un anno e mezzo dopo la Spe salvi (30 novembre 2007). Il testo uscirà nei prossimi giorni, probabilmente entro il 10 del mese di luglio.
Il Riformista, da colloqui avuti con alcuni di coloro che hanno coadiuvato il Pontefice a stendere l’enciclica – un lavoro lungo e non facile -, può ricostruire in anteprima i punti essenziali di un testo il cui scopo è stato evidenziato bene dallo stesso Pontefice lo scorso 13 giugno, durante l’udienza concessa alla Fondazione Centesimus annus Pro Pontifice: con la Caritas in veritate – ha detto il Papa – si è cercato di «porre in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale».
Come questi obiettivi e valori possono essere perseguiti? Solo «con la carità nella verità», principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Infatti, è dalla carità di Dio che tutto proviene. Certo, sappiamo bene che solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta: la verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione.
La dottrina sociale della Chiesa ruota attorno al principio della Caritas in veritate. La dottrina sociale della Chiesa, infatti, è annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità. Non per niente, è la verità che preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. È, insieme, verità della fede e della ragione, nella distinzione e nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi che affliggono l’umanità, hanno bisogno di questa verità. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balìa di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali. Solo nella carità, illuminata alla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante.
La carità nella verità, esige giustizia: «ubi societas, ibi ius». Non posso donare all’altro del mio, senza avergli dato ciò che gli compete secondo giustizia. Ma – va detto – la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. Quindi, adoperarsi efficacemente per il bene comune è esigenza di giustizia e di carità.
Già nel 1967 con l’enciclica Populorum progressio Paolo VI illuminò il tema dello sviluppo dei popoli con la luce della verità e la forza della carità di Cristo. Ecco allora che Benedetto XVI, con la Caritas in veritate, è anzitutto alla memoria di Papa Montini che intende rendere omaggio, riprendendo in questo modo, attualizzandoli nel presente, i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale. Questo è l’insegnamento di Paolo VI: l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione.
Paolo VI nella Populorum Progressio volle dire che un autentico sviluppo è anzitutto una vocazione. Siccome la vocazione è un appello che chiede una risposta, lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana, una responsabilità capace di riconoscere nella visione dello sviluppo come vocazione la centralità della carità nella verità.
Anche oggi, come era ai tempi della Populorum Progressio, la carità nella verità chiede urgenti riforme per affrontare con coraggio e senza indugio i grandi problemi dell’ingiustizia nello sviluppo dei popoli. Infatti, lo sviluppo economico che auspicava Paolo VI doveva essere tale da produrre una crescita reale, estensibile a tutti e concretamente sostenibile. Va tuttavia riconosciuto che, a distanza di quarant’anni, quello stesso sviluppo economico è stato e continua a essere gravato da distorsioni e problemi drammatici.
Oggi occorre assumere con fiducia e realismo le nuove responsabilità a cui chiama lo scenario del mondo il quale necessita di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta dei valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. È l’attuale situazione di crisi che obbliga a riprogettare il cammino, a dare nuove regole e a trovare nove forme d’impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi può diventare occasione di discernimento e di nuova progettualità: si tratta di dilatare la ragione e di renderla capace di conoscere e di orientare le nuove dinamiche derivanti da quella esplosione dell’interconnessione planetaria oramai comunemente nota come globalizzazione. Questa, infatti, può essere vista come una grande opportunità.
Oggi lo sviluppo è poliedrico. Le cause dello sviluppo e del sottosviluppo sono molteplici. Continua però lo scandalo di disuguaglianze clamorose nonostante molte aree del pianeta si siano evolute. Qui occorre dire che non serve progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico: l’uscita dall’arretratezza economica, infatti, seppure positiva non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo.
Cosa sta allora al centro di un vero sviluppo? L’apertura alla vita. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita si inaridiscono. Anche il diritto alla libertà religiosa è collegato in modo stretto con lo sviluppo. Dio, infatti, è il garante del vero sviluppo dell’uomo. Inoltre, uno sviluppo imperniato a un assolutismo della tecnologia e a una visione prometeica dell’uomo finisce per negare lo sviluppo stesso e rendere l’uomo schiavo. La libertà umana è sé stessa quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale. E lo sviluppo economico è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune.
In molti Paesi è la fame a mietere vittime. Dare da mangiare agli affamati è un imperativo categorico della Chiesa. Occorre eliminare le cause strutturali della fame nel mondo e promuovere lo sviluppo agricolo dei Paesi poveri. Poi occorre una coscienza solidale che consideri il cibo e l’acqua come diritti universali di tutti. È evidente che la soluzione della crisi globale passa anche dal percorrere una via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri.
Il ruolo e il potere degli Stati – limitati oggi di fronte al nuovo contesto economico finanziario – debbono essere rivalutati in modo che gli stessi Stati siano in grado di far fronte alle sfide del mondo odierno. Anche la partecipazione dei cittadini alla politica e l’impegno delle associazioni di lavoratori debbono essere rivalutati perché non va dimenticato che il primo capitale da salvaguardare è l’uomo, la persona nella sua integrità. In questo senso, tutte le scienze, comprese la teologia e la ragione metafisica, debbono interagire e collaborare a servizio dell’uomo.
È dunque necessaria una nuova riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, insomma una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo. Riconoscendo il significato plurivalente dei termini «imprenditorialità» e «autorità politica», e il fatto che l’economia ha bisogno dell’etica per funzionare correttamente, questo approfondimento deve portare alla valorizzazione della solidarietà reciproca, al recupero della gratuità, e al riconoscimento che l’economia di mercato va finalizzata al bene comune.
Occorre ripensare nuovi stili di vita che aiutino a salvaguardare la vita e l’ambiente: i doveri che si hanno verso l’ambiente si collegano con quelli che si hanno verso la persona considerata in sé stessa e in relazione con gli altri.
Inoltre, è evidente che lo sviluppo dei popoli non può che dipendere dal riconoscimento d’essere una sola famiglia che collabora in comunione, l’uno in relazione con gli altri e con Dio. Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz’altro il principio di sussidiarietà. Un principio adatto a governare la globalizzazione, soprattutto se connesso al principio di solidarietà.
Di fronte a queste tematiche, per lavorare per un commercio internazionale equo, per una condivisione delle risorse energetiche, occorre una vera Autorità mondiale che dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai princìpi di sussidiarietà e solidarietà, essere subordinata alla realizzazione del bene comune e impegnarsi nella promozione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Questo sviluppo però deve comprendere una crescita spirituale, oltre che materiale, perché la persona umana è le due cose assieme: è anima e corpo.

Tratto da:

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  1. ilSignorDiSanFirenze ha scritto il 27 giugno 2009 alle 2:32 pm:

    Il motto di Pio XII, di Santa Memoria. era “Opus Justitiae Pax”…


  2. ilSignorDiSanFirenze ha scritto il 27 giugno 2009 alle 2:33 pm:

    Il motto di Pio XII, di Santa Memoria, era “Opus Justitiae Pax”…


  3. Nicola (cattolico infante) ha scritto il 27 giugno 2009 alle 9:02 pm:

    mah! e chi le legge più le encicliche sociali? ne abbiamo avute già quattro, a partire dalla Rerum novarum, e personalmente non sentivo il bisogno di questo, ma semmai di interventi su temi più strettamente di… fede. infatti avrei preferito un’enciclica che chiudesse la trilogia delle virtù teologali: dopo la carità e la speranza, appunto la fede. che è il grande problema del mondo di oggi. perché credere in Dio? perché in Gesù Cristo? perché la Chiesa Cattolica?


  4. massimo ha scritto il 28 giugno 2009 alle 2:46 pm:

    ottimo articolo Paolo.grazie.


  5. massimo ha scritto il 3 luglio 2009 alle 1:06 am:

    nicola,allora basta leggersi le omelie del papa che via via i giorni passano pronuncia vera e propia straordinaria nuova patristica sulla fede.
    ciao mas.


  6. Luca ha scritto il 4 luglio 2009 alle 9:52 pm:

    http://wdtprs.com/blog/2009/07/the-fruits-of-presidential-common-ground-and-dialogue/

    So now we begin to see the fruits of “common ground” and “dialogue” between the Obama Administration and the Catholic Church on the abortion issue.

    Obama Administration Calls for Universal Access to Abortion at UN Meeting

    By Samantha Singson

    Obama Clinton

    (NEW YORK – C-FAM) At United Nations (UN) headquarters this week, the Obama administration continued its push for ever increasing access to legal abortion around the world. The Obama team has introduced language that has thrown a high level negotiation into a roil. The US proposal calls for “universal access” to “sexual and reproductive health services including universal access to family planning.” The document under consideration will culminate in the 2009 Annual Ministerial Review, which convenes next week in Geneva.

    The sticking point for many delegations and what has driven apart the usual solid European bloc is the use of the word “services” in the context of “reproductive health.” Way back in 2001 during negotiations related to the ten year review of the Child Convention, a Canadian delegate blurted out “of course everyone knows ‘services’ means abortion.” Ever since, the word “services” has been a topic of hot debate.

    So controversial is the topic of “services” in the context of “reproductive health” that the usually impenetrable negotiating bloc of the 27 member European Union has imploded with Malta, Poland and Ireland splitting from their allies and joining the Holy See in opposing the measure. [And who will be the new US Ambassador to Malta?]

    In addition to the word “services,” delegates are also concerned with attempts to link “sexual and reproductive health” to “universal access,” something the UN has never agreed to and what would amount to a major gain for pro-abortion forces. There have been numerous attempts at the UN to insert language on “universal access to sexual and reproductive health services.” In 2005 at the Commission on Population and Development, the UN Population Fund (UNFPA) joined with pro-abortion lobby groups to call for “universal access to sexual and reproductive health services and programmes.” They were defeated in large part by the Bush-appointed US delegates who insisted that none of the terms related to reproductive health be interpreted to include abortion.

    In recent weeks the new US administration has interpreted “reproductive health” to include abortion. In April, Secretary of State Hillary Clinton told a US House subcommittee, “We [the Obama administration] happen to think that family planning is an important part of women’s health and reproductive health includes access to abortion that I believe should be safe, legal and rare.” In this statement, Clinton also contradicted the agreement reached at the Cairo Conference which said that abortion can never be used as a part of family planning. This was a document that Clinton helped to negotiate.

    Apart from the US, other delegations including Belgium, the Netherlands, Switzerland, Sweden, Denmark, Finland, France, Estonia and the United Kingdom are pushing for the language.

    The G-77 developing nations’ bloc is still holding its own negotiations to determine whether or not they will have a common position on the paragraph.

    Negotiations are scheduled to continue this week and the draft declaration will be adopted by high level government ministers at the end of next week’s meeting in Geneva.


  7. Orsobruno ha scritto il 5 luglio 2009 alle 11:42 am:

    Ce ne sono state PIU’ di quattro. Eppure la gente di sinistra continua a ignorare metà dei punti essenziali della dottrina sociale della Chiesa, e la gente di destra ignora l’altra metà.
    Su 1’000 e rotti parlamentari, che lottino per portare avanti tutta la dottrina sociale della Chiesa, ce ne saranno… 10?
    Allora forse un’altra enciclica sociale non è inutile.
    E poi gli anni passano, dalla Centesimus Annus sono passati 18 anni.


  8. Nicola (cattolico infante) ha scritto il 5 luglio 2009 alle 4:53 pm:

    massimo, encicliche e udienze hanno un peso e un’incisività diversi… di udienze ne hai tantissime, di encicliche poche.


  9. Nicola ha scritto il 6 luglio 2009 alle 12:46 am:

    guarda che non serve continuare a sfornare encicliche sociali, se quelli non vogliono ascoltare, nemmeno se uno risuscitasse dai morti servirebbe…


  10. pignolo ha scritto il 8 luglio 2009 alle 5:04 pm:

    caro Nicola, ti ricordo che noi cristiani non crediamo nella Chiesa. Tutte le domeniche diciamo di credere “la Chiesa”.
    una differenza c’è.


  11. Nicola ha scritto il 8 luglio 2009 alle 7:28 pm:

    Caro pignolo, cerca di leggere meglio: ho scritto infatti Perché IN Gesù Cristo? Perché LA Chiesa cattolica? come vedi, non c’è nessun in o ne fuori posto.