«Santità, la medicina». Va in pensione Buzzonetti, medico di quattro Pontefici

Quante ne ha viste l’oramai ottantenne Renato Buzzonetti – per ventisei anni medico principale di Giovanni Paolo II, per quattro di Benedetto XVI e, prima, di Paolo VI (come secondo del dottor Mario Fontana) e di Giovanni Paolo I – lo sa soltanto lui. E chissà se, ora che è andato in pensione (al suo posto è stato nominato ieri il cardiologo Patrizio Polisca) e Benedetto XVI gli ha concesso il titolo onorifico di “archiatra pontificio emerito” (tecnicamente il termine, oggi in disuso, significa “primo medico del Papa”), gli capiterà di raccontare con meno riservatezza di quanta ne abbia usata finora i mille e più aneddoti ai quali ha assistito nel corso del suo lungo servizio alla corte papale, soprattutto la sua versione d’un mestiere difficile e unico al mondo.
Perché di questo si tratta. Essere medico del Papa non è una professione qualunque. È un mestiere privilegiato ma dagli innumerevoli oneri. Quali? Ad esempio la riservatezza: quando la situazione si fa critica, quando le porte dell’appartamento papale si fanno invalicabili a motivo d’una malattia in qualche modo da celare ai media o addirittura a causa dell’agonia pre mortem dello stesso Pontefice, è lui, il medico principale, a instaurare con l’agonizzante un rapporto intimo e unico e quindi, a posteriori, a dover custodire i dettagli di questo rapporto.
Dove sta il privilegio? Basti ricordare un episodio: quando Karol Wojtyla subì l’attentato da parte di Alì Agca, dovette sottoporsi a due interventi. Dopo il primo, un secondo, quello per chiudergli la colostomia. Il segretario di Stato vaticano convocò tutta l’équipe medica che aveva partecipato al primo intervento e comunicò a tutti che la seconda operazione l’avrebbe eseguita nuovamente il dottor Francesco Crucitti: «Sapeva che stava per entrare nella storia», commentò qualche tempo dopo un suo collega «dai suoi occhi trapelava una felicità infinita, ma sorrideva dolcemente con l’umiltà e la serenità di sempre».
Quanto a Wojtyla, Buzzonetti ha rotto il silenzio poco tempo fa. Era il 16 settembre del 2007 quando, in un’intervista a Repubblica, disse che, sì, effettivamente, Giovanni Paolo II pronunciò il pomeriggio del 2 aprile 2005, dunque a poche ore dalla morte, quella frase che alcuni interpretarono come la volontà, vista l’inutilità di ulteriori cure, di rinunzia alla vita: «Lasciatemi andare dal Signore», disse il Papa a suor Tobiana. Ma quella frase, spiegò Buzzonetti, non fu un invito a staccare la spina – da giorni veniva nutrito mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico -, quasi un’indiretta scelta di eutanasia ipotizzò qualcuno, quanto una «frase ascetica», un’altissima forma di preghiera finale di un uomo che stava soffrendo tanto e che sentiva il forte desiderio di volersi avvicinar al Padre Celeste.
È lì, negli ultimi momenti di vita del Pontefice, che la figura del principale medico papale diviene fondamentale. Seppure, spesso, la sua presenza non serva. Ne sanno qualcosa Benedetto XV (morì in soli quattro giorni per colpa di una polmonite) e Pio XI (morì per un attacco cardiaco). E ne sa qualcosa Giovanni Paolo I, il predecessore di Wojtyla. Morì all’improvviso nella notte. Erano passati soltanto 33 giorni dall’elezione. Fu Buzzonetti ad accorrere al capezzale del Pontefice. Ne constatò il decesso, avvenuto presumibilmente verso le 11 della sera, per «infarto acuto del miocardio». Ma, anche se la versione dell’assassinio avanzata dall’inglese David Yallop e più avanti dal sacerdote spagnolo Jesús López Sáez appare inverosimile, pare che Luciani non sia morto per infarto, quanto per embolia.
Il medico del Papa non deve, ovviamente, soltanto gestire l’agonia del suo assistito. C’è anche la quotidianità fatta di grandi ma spesso piccole malattie a tenerlo occupato. Andando indietro nel tempo, in qualche modo mitologico fu il singhiozzo di Pio XII. Un singhiozzo chiacchierato, a motivo del fatto che, in pubblico, Papa Pacelli non riusciva a contenerlo. Il medico Galeazzi Lisi non riuscì a risolvere la cosa in tempi brevi. E così la Curia decise di chiamare a consulto altri due medici: Antonio Gasbarini di Bologna e Raffaele Paolucci di Roma. I due vennero convocati lo stesso giorno. Si sedettero nell’anticamera dello studio privato del Papa e, d’improvviso, si fecero venire in mente un’idea geniale. Quale? Quella di visitare il Pontefice separatamente, di scrivere la diagnosi su un foglio, e quindi di confrontarsi. Per Gasbarrini si trattò di gastrite. Per Paolucci di ernia iatale. Passarono i giorni e ulteriori consulti confermarono l’ernia, con soddisfazione di Paolucci.
Di Pio XII, ovviamente, si ricorda la morte, anch’essa mitologica. Nel senso che fu lui l’unico Pontefice a “morire due volte”. Le cose andarono così. Pacelli, nell’ottobre del 1958, si trovava a Castelgandolfo. Malato, entrò in coma. Nel tardo pomeriggio dell’8 ottobre qualcuno chiuse incautamente un’imposta della finestra dove giaceva il Pontefice. Il gesto venne interpretato come un segnale dell’avvenuto decesso. A Roma i quotidiani uscirono con un’edizione straordinaria con l’annuncio della morte. Il Vaticano smentì e, infatti, il Papa morì il giorno dopo. Ma i colpi di scena non finirono qui. E riguardarono il medico Galeazzi Lisi. Questi, come logico, aveva accesso al capezzale del Papa. Ma non contento di limitarsi a svolgere il proprio lavoro, scattò delle foto di Pio XII in agonia e se le rivendette ai media. Uno scandalo enorme per il Vaticano. Uno scandalo che, ovviamente, comportò al medico la perdita del posto.
Il Vaticano ha degli uffici adibiti alle visite mediche seppure, almeno negli ultimi tempi, quando il Papa deve subire interventi importanti, si è sempre deciso d’utilizzare strutture esterne. Non fece così Paolo VI. Nel 1967 stava trascorrendo una settimana di riposo a Castelgandolfo. Era il mese di settembre e, a dispetto delle condizione meteorologiche propizie per concedersi qualche passeggiata, Montini non si faceva vedere nei giardini. Avvertiva, insomma, qualche disturbo. Il predecessore di Buzzonetti, Mario Fontana, appurò come il Papa soffrisse di disturbi urinari con ritenzione di urine in vescica. A seguito di vari consulti si rese inevitabile un intervento alla prostata. Dove operare il Pontefice? Si pensa all’Umberto I, poi al San Camillo, quindi ad alcune cliniche private. C’era il problema di riuscire a gestire la privacy del Pontefice e, per questo motivo, si optò per allestire ex novo una sala operatoria negli appartamenti del Papa in Vaticano. Vi lavoravano ingegneri e medici. Il 4 novembre 1967 era il giorno dell’operazione. Poco prima dell’incipit, il segretario del Papa, monsignor Macchi, entrò nella stanza di Montini: «Santità – dice -, è giunto il momento… ». Paolo VI lo interruppe con un cenno della mano e gli disse: «Procedemus in nomine Domini».

Tratto da:

SEGNALA...