Enciclica. La crisi c’è e si combatte con la carità e la verità
giu 27, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Dopodomani, lunedì 29 giugno, festività di san Pietro e Paolo, Benedetto XVI firmerà la sua terza enciclica, la Caritas in veritate: tre anni e mezzo dopo la Deus caritas est (25 dicembre 2005) e un anno e mezzo dopo la Spe salvi (30 novembre 2007). Il testo uscirà nei prossimi giorni, probabilmente entro il 10 del mese di luglio.
Il Riformista, da colloqui avuti con alcuni di coloro che hanno coadiuvato il Pontefice a stendere l’enciclica – un lavoro lungo e non facile -, può ricostruire in anteprima i punti essenziali di un testo il cui scopo è stato evidenziato bene dallo stesso Pontefice lo scorso 13 giugno, durante l’udienza concessa alla Fondazione Centesimus annus Pro Pontifice: con la Caritas in veritate – ha detto il Papa – si è cercato di «porre in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale».
Come questi obiettivi e valori possono essere perseguiti? Solo «con la carità nella verità», principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Infatti, è dalla carità di Dio che tutto proviene. Certo, sappiamo bene che solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta: la verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione.
La dottrina sociale della Chiesa ruota attorno al principio della Caritas in veritate. La dottrina sociale della Chiesa, infatti, è annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità. Non per niente, è la verità che preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. È, insieme, verità della fede e della ragione, nella distinzione e nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi che affliggono l’umanità, hanno bisogno di questa verità. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balìa di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali. Solo nella carità, illuminata alla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante.
La carità nella verità, esige giustizia: «ubi societas, ibi ius». Non posso donare all’altro del mio, senza avergli dato ciò che gli compete secondo giustizia. Ma – va detto – la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. Quindi, adoperarsi efficacemente per il bene comune è esigenza di giustizia e di carità.
Già nel 1967 con l’enciclica Populorum progressio Paolo VI illuminò il tema dello sviluppo dei popoli con la luce della verità e la forza della carità di Cristo. Ecco allora che Benedetto XVI, con la Caritas in veritate, è anzitutto alla memoria di Papa Montini che intende rendere omaggio, riprendendo in questo modo, attualizzandoli nel presente, i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale. Questo è l’insegnamento di Paolo VI: l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione.
Paolo VI nella Populorum Progressio volle dire che un autentico sviluppo è anzitutto una vocazione. Siccome la vocazione è un appello che chiede una risposta, lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana, una responsabilità capace di riconoscere nella visione dello sviluppo come vocazione la centralità della carità nella verità.
Anche oggi, come era ai tempi della Populorum Progressio, la carità nella verità chiede urgenti riforme per affrontare con coraggio e senza indugio i grandi problemi dell’ingiustizia nello sviluppo dei popoli. Infatti, lo sviluppo economico che auspicava Paolo VI doveva essere tale da produrre una crescita reale, estensibile a tutti e concretamente sostenibile. Va tuttavia riconosciuto che, a distanza di quarant’anni, quello stesso sviluppo economico è stato e continua a essere gravato da distorsioni e problemi drammatici.
Oggi occorre assumere con fiducia e realismo le nuove responsabilità a cui chiama lo scenario del mondo il quale necessita di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta dei valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. È l’attuale situazione di crisi che obbliga a riprogettare il cammino, a dare nuove regole e a trovare nove forme d’impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi può diventare occasione di discernimento e di nuova progettualità: si tratta di dilatare la ragione e di renderla capace di conoscere e di orientare le nuove dinamiche derivanti da quella esplosione dell’interconnessione planetaria oramai comunemente nota come globalizzazione. Questa, infatti, può essere vista come una grande opportunità.
Oggi lo sviluppo è poliedrico. Le cause dello sviluppo e del sottosviluppo sono molteplici. Continua però lo scandalo di disuguaglianze clamorose nonostante molte aree del pianeta si siano evolute. Qui occorre dire che non serve progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico: l’uscita dall’arretratezza economica, infatti, seppure positiva non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo.
Cosa sta allora al centro di un vero sviluppo? L’apertura alla vita. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita si inaridiscono. Anche il diritto alla libertà religiosa è collegato in modo stretto con lo sviluppo. Dio, infatti, è il garante del vero sviluppo dell’uomo. Inoltre, uno sviluppo imperniato a un assolutismo della tecnologia e a una visione prometeica dell’uomo finisce per negare lo sviluppo stesso e rendere l’uomo schiavo. La libertà umana è sé stessa quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale. E lo sviluppo economico è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune.
In molti Paesi è la fame a mietere vittime. Dare da mangiare agli affamati è un imperativo categorico della Chiesa. Occorre eliminare le cause strutturali della fame nel mondo e promuovere lo sviluppo agricolo dei Paesi poveri. Poi occorre una coscienza solidale che consideri il cibo e l’acqua come diritti universali di tutti. È evidente che la soluzione della crisi globale passa anche dal percorrere una via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri.
Il ruolo e il potere degli Stati – limitati oggi di fronte al nuovo contesto economico finanziario – debbono essere rivalutati in modo che gli stessi Stati siano in grado di far fronte alle sfide del mondo odierno. Anche la partecipazione dei cittadini alla politica e l’impegno delle associazioni di lavoratori debbono essere rivalutati perché non va dimenticato che il primo capitale da salvaguardare è l’uomo, la persona nella sua integrità. In questo senso, tutte le scienze, comprese la teologia e la ragione metafisica, debbono interagire e collaborare a servizio dell’uomo.
È dunque necessaria una nuova riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, insomma una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo. Riconoscendo il significato plurivalente dei termini «imprenditorialità» e «autorità politica», e il fatto che l’economia ha bisogno dell’etica per funzionare correttamente, questo approfondimento deve portare alla valorizzazione della solidarietà reciproca, al recupero della gratuità, e al riconoscimento che l’economia di mercato va finalizzata al bene comune.
Occorre ripensare nuovi stili di vita che aiutino a salvaguardare la vita e l’ambiente: i doveri che si hanno verso l’ambiente si collegano con quelli che si hanno verso la persona considerata in sé stessa e in relazione con gli altri.
Inoltre, è evidente che lo sviluppo dei popoli non può che dipendere dal riconoscimento d’essere una sola famiglia che collabora in comunione, l’uno in relazione con gli altri e con Dio. Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz’altro il principio di sussidiarietà. Un principio adatto a governare la globalizzazione, soprattutto se connesso al principio di solidarietà.
Di fronte a queste tematiche, per lavorare per un commercio internazionale equo, per una condivisione delle risorse energetiche, occorre una vera Autorità mondiale che dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai princìpi di sussidiarietà e solidarietà, essere subordinata alla realizzazione del bene comune e impegnarsi nella promozione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Questo sviluppo però deve comprendere una crescita spirituale, oltre che materiale, perché la persona umana è le due cose assieme: è anima e corpo.
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Teheran: il cardinale Scola rompe il silenzio della Chiesa
giu 26, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Sentito dal Riformista, il nunzio vaticano a Teheran, l’arcivescovo Jean-Paul Gobel, ha detto di preferire, vista la situazione che sta attraversando il Paese, non rilasciare commenti. Come lui, sono le gerarchie della Chiesa cattolica a mantenere il silenzio, anche per tutelare quelle poche migliaia di fedeli residenti nell’ex Persia. Nel silenzio, tuttavia, un’eccezione: il patriarca di Venezia Angelo Scola. Questi, in un’intervista al National Catholic Reporter delle scorse ore, ha messo «il dito nella piaga» nel rapporto ancora non risolto, tra islam e laicità. Scola ha detto, infatti, di «non aver dubbi che molti in Iran vogliono migliori relazioni con l’Occidente» ma insieme ha denunciato il fatto che dalle parti di Teheran «il messianismo sciita, quasi incapace di sopportare il peso delle aspettative cui esso è strutturalmente legato, è stato trasformato durante i secoli, almeno in alcuni circoli, in un’ideologia politica».
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Barack Obama arriva in Vaticano. Due fazioni lo attendono.
giu 25, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Due anime, due fronti, due pensieri distinti guarderanno il prossimo 10 luglio, dall’interno del Vaticano, Benedetto XVI ricevere Barack Obama: la notizia della visita di Barack, confermata dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi, era stata data ieri dal Catholic News Service, l’agenzia di stampa dei vescovi americani.
C’è il fronte dei duri che ritiene che l’arrivo di Obama serva a poco se non a nulla. Le scelte di Barack – soprattutto quelle «pro choice» prese nei primi mesi di mandato alla casa Bianca -, infatti, direbbero tutto di lui e a poco servirebbe dialogare. E, per questo, il 10 luglio altro non sarebbe se non una bella ma inutile photo-opportunity.
E c’è il fronte di coloro che, all’opposto, ritengono che prima di chiudere occorra aprire e dopo valutare come comportarsi. Prima di giudicare occorra mettere in campo ogni tentativo per comprendere e, insieme, cercare di mediare laddove le differenze sono acute.
Il primo fronte è formato principalmente dai vescovi americani in servizio oltre il Tevere. Questi sono legati a doppio filo con quella parte, non esigua, dell’episcopato statunitense che criticò la scelta della Notre Dame University d’invitare Obama per il “commencement speech” del 17 maggio scorso e per offrirgli un laurea ad honorem. Il loro guru, ovvero colui al quale si riferiscono quando debbono prendere decisioni rilevanti, è il 74enne arcivescovo di Philadelphia, il cardinale Francis Rigali. È lui a dettare la linea. In passato segretario della congregazione dei Vescovi, da quando risiede a Philadelphia prende spesso l’aereo per Roma. Della congregazione dei Vescovi, infatti, è ancora membro influente tanto che si dice che la maggior parte delle nomine di vescovi per il mondo anglo-americano passino il vaglio suo e dei suoi aficionados: il penitenziere maggiore della Penitenzieria Apostolica il cardinale James Francis Stafford, il prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede il cardinale William Joseph Levada (che deve a Rigali l’arrivo a Roma da San Francisco) e l’arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore il cardinale Bernard Francis Law. Rigali ha “dettato” come comportarsi già dal marzo scorso. Fu lui a definire «una triste vittoria della politica sulla scienza e l’etica» la decisione di Obama di firmare l’ordine esecutivo che revoca i limiti sui finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Parole fatte proprie anche dal presidente della conferenza episcopale Francis Eugene George.
Il secondo fronte, trova spago nella politica messa in campo dal nunzio vaticano negli Stati Uniti Piero Sambi. Questi – come è logico che sia visto il ruolo che ricopre -, lavora per sanare gli attriti tra l’amministrazione Usa e la Santa Sede. E, in questo senso, si è adoperato per far sì che il nome del successore di Mary Ann Glendon (ex ambasciatrice Usa presso la Santa Sede) trovasse l’agreement vaticano. È stato infatti lui a definire, a dispetto di quanto non hanno fatto la maggior parte dei suoi confratelli americani, la scelta del successore della Glendon, Miguel Diaz, come «eccellente».
È tra coloro che fanno parte di questo secondo fronte che l’arrivo di Obama alla Notre Dame venne letto non negativamente soprattutto alla luce di quel lampo nel discorso nel quale lo stesso Barack tracciò i confini di un dialogo necessario per aiutare le donne a non abortire. Una lettura, quest’ultima, che in qualche modo sembra essere stata fatta propria anche dall’Osservatore Romano che, nonostante le critiche dei principali promulgatori del pensiero cattolico neoconservatore americano, promosse nero su bianco i primi cento giorni alla casa Bianca di Obama.
Più defilati restano altri due americani in curia: l’arcivescovo James Harvey, prefetto della Casa pontificia e Raymond Leo Burke, prefetto del supremo tribunale della segnatura apostolica. Quest’ultimo è tenuto in disparte dal gruppetto capitanato da Rigali, nonostante il suo pensiero su Obama sia critico e lo sia da tempi non sospetti. Quanto ad Harvey, è difficile decifrare il suo pensiero. Si sa che è molto influente e che, vista la frequentazione che per il ruolo che ricopre ha con l’appartamento papale, possa favorire o sfavorire agli occhi del Pontefice l’immagine del successore de George W. Bush. Harvey ha dato una dimostrazione della sua influenza con la recente nomina di Timothy Dolan ad arcivescovo di New York. L’ascesa di Dolan, infatti, si deve principalmente ad Harvey il quale, non per niente, è nato a Milwaukee, appunto la città dove Dolan era arcivescovo prima dell’arrivo a New York.
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Privacy e divorzi. La lettera al Papa di Enrico VIII
giu 24, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Il Vaticano, ufficialmente, sulla tribolata questione berlusconiana tace. E, in effetti, c’è poco da dire. Se non che, come ha scritto recentemente Avvenire, ci vorrebbe più moderazione e maggiore chiarezza. Eppure il parere della Chiesa e delle gerarchie vaticane interessa eccome il premier e i suoi: non a caso, proprio in questi giorni difficili, è stato il fido Gianni Letta a esordire sull’Osservatore Romano con un intervento dedicato alla necessità di coniugare «sviluppo» e «imperativi morali». Non un intervento riparatore, quello di Letta, ma comunque un segnale offerto dentro e fuori le sacre mura.
La questione comunque resta atavica. Nel senso che, a ben vedere, la necessità dei potenti del mondo di ricevere una benedizione dalla Chiesa quando le cose vanno bene (e soprattutto quando vanno poco bene a motivo d’una condotta morale poco ortodossa) è di lunga data. E una dimostrazione è arrivata ieri proprio dal Vaticano che, cinquecento anni dopo l’incoronazione di Enrico VIII, ha presentato ufficialmente il documento con cui, nel 1530, il sovrano inglese chiedeva il divorzio da Caterina d’Aragona.
Una pubblicazione che ricorda una vicenda dolorosa per la Chiesa cattolica: il tutto portò allo scisma anglicano. Una vicenda che, in un certo senso, resta attuale ancora oggi anche se, occorre dirlo, né Gianni Letta è Thomas More – questi, cancelliere del re, si dimise allorquando Enrico VIII sancì la sottomissione del clero al potere temporale – né Berlusconi è Enrico VIII – quest’ultimo, appurato che il Papa Clemente VII non voleva rispondere affermativamente alla richiesta d’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona al fine di impalmare l’amante Anna Bolena, ruppe con Roma e buona notte al secchio.
Ieri, è stato l’Archivio segreto vaticano in collaborazione con la società “Scrinium” a mostrare un fac simile delle lettera pergamena – l’originale è gelosamente custodito nello studio di monsignor Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio – con la quale il re inglese avanzò la richiesta di divorzio da Caterina d’Aragona. Una lettera riprodotta in 200 esemplari e venduta alla cifra di ben cinquantamila euro. Una lettera, quella di Enrico VIII, facilmente “intercettabile”, oggi come allora, viste le dimensioni: redatta su una pergamena larga un metro, alta due volte tanto, pesa due chili e mezzo. Appiccicati sopra, a mo‘ d’appendice, pendono più di ottanta sigilli di cera raccolti in piccole teche di latta e sostenuti da un nastro di sera. Sopra i sigilli, ecco ottantatre sottoscrizioni accuratamente ripartite in tredici colonne delimitate da un’unica lunga fettuccia di seta abilmente intrecciata.
È vero, Enrico VIII scrivendo al Pontefice mostra la volontà d’una benedizione vaticana. Ma, nello stesso tempo, mostra carattere e determinazione: «Ma se il Pontefice non volesse farlo, trascurando le esigenze degli inglesi – si legge alla fine dello scritto dopo la richiesta avanzata al Papa -, questi si sentirebbero autorizzati a risolvere da se stessi la questione e cercherebbero rimedi altrove. La causa del re è la loro causa. Se (il Pontefice) non interverrà o tarderà ad agire, la loro condizione diverrà più grave ma non irrisolvibile: i rimedi estremi sono sempre i più sgradevoli, ma l’ammalato tiene soprattutto alla propria guarigione…».
Parole, quelle della pergamena, che mostrano come dalle alle autorità religiose sia possibile (eccome) smarcarsi, seppure lo smarcamento non sia mai senza conseguenze.
Ne sanno qualcosa gli oltre ottanta firmatari della lettera: questi, nei mesi successivi la firma, sarebbero stati messi davanti all’assunzione di una posizione definita anche a costo della vita. E, infatti, coloro che fecero un passo indietro, coloro che successivamente alla firma del documento ebbero un ripensamento, subirono pesanti conseguenze. Due di loro furono giustiziati nel 1537. Un marchese e un barone dopo furono condannati a morte come cospiratori e anche due abati intimamente contrari alle profonde innovazioni religiose attuate nel regno subirono la stessa sorte a causa del loro «animo intimamente corrotto». Una tragica fine ebbe in sorte anche il fratello di Anna Bolena, Lord Rochefort che, accusato di relazioni incestuose con la regina, venne giustiziato con lei nel 1536.
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Avvenire spedisce un avviso al premier. Ma l’ultima chance è la legge sul fine vita
giu 20, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Se Avvenire se ne esce – è capitato nell’edizione di ieri – con la richiesta esplicita d’un chiarimento rivolta al premier Silvio Berlusconi sulle vicende delle presunte feste con ragazze a pagamento a Palazzo Grazioli in quanto la «catena della non chiarezze» si sta allungando, significa che, dall’alto, ovvero dalla presidenza della conferenza episcopale italiana, è arrivato un input. O, comunque, è arrivato un ok a un’idea avanzata dal giornale d’intervenire.
E la cosa non è da poco. Perché evidenzia, anzitutto, la necessità di dare un segnale ai tanti lettori del quotidiano cattolico. Insieme, perché mostra un certo imbarazzo delle gerarchie per come il premier sta gestendo la vicenda. Infine, perché il tutto può essere letto come una sorta di “avvertimento”. Vista la mancanza di politiche adeguate – nonostante le promesse – per la famiglia, vista la mancanza di aiuti – nonostante i tanti proclami – per l’Abruzzo e per la Chiesa che lì lavora in prima linea, vista l’indifferenza oramai atavica per le scuole pubbliche non statali (scuole private o cattoliche, dunque), e ancora viste le soluzioni adottate per la questione sicurezza e le risposte al fenomeno dell’immigrazione, insomma appurate e messe assieme tutte queste “disattenzioni”, quello che sta facendo la Chiesa italiana è di mandare, tramite l’editoriale pubblicato ieri, un avviso al governo. Un avviso che, sullo sfondo, tiene dentro anche la legge sul fine vita che la Camera deve discutere entro l’estate: se anche la legge sul fine vita andrà a farsi benedire – quante promesse sono state fatte dopo la vicenda di Eluana Englaro – il fronte cattolico, capitanato dalla presidenza della Cei, potrebbe voltare le spalle a un governo fino a ieri ritenuto più che amico e cominciare così una sorta d’offensiva dalla quale poi sarà difficile tornare indietro. E fa niente se – detto in soldoni – grazie a Gianni Letta il Vaticano, dal segretario di Stato Tarcisio Bertone in giù, ancora considera il Pdl l’unica risposta decente ai malanni del Paese. Il fine vita è sarà la prova del nove.
Che l’editoriale di Avvenire sia una sorta di “avvertimento” lo dice anche la storia: un mese fa un pezzo analogo, allora si era in piena vicenda Noemi, lo scrisse la responsabile dell’inserto per bambini Popotus, mentre oggi la cosa – senza nulla togliere all’ottima penna di Rossana Sisti – si è alzata di livello tanto che la stesura è stata affidata al responsabile della politica a Roma con grado di vice direttore ad personam, ovvero Gianfranco Marcelli. E che sia un “avvertimento” lo dice anche il contenuto dell’editoriale. A iniziare da quella frase che così recita: Berlusconi deve rispondere a interrogativi «che non vengono solo dagli avversari politici, ma anche da una parte di opinione pubblica non pregiudizialmente avversa al premier». Come a dire: anche coloro che nel Paese non hanno pregiudizi sul premier – e Avvenire e moltissimi cattolici sono tra questi – potrebbero d’ora in avanti averne. Potrebbero d’ora in avanti virare per altri lidi e farlo nonostante nell’insieme il panorama politico non sia dei migliori: non soltanto i quasi del tutto scomparsi teodem, ma pure l’Udc – nonostante l’“exploit”, o presunto tale, delle europee – non è che siano poi così tenuti in considerazione dai vescovi e dal loro quotidiano.
L’attacco del giornale della Cei viene prima di un altro attacco, mosso direttamente da un rappresentante dell’episcopato italiano – il cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma Agostino Vallini – questa volta contro un governo di centro sinistra, quello della Provincia di Roma, reo d’aver proposto d’installare distributori di preservativi nelle scuole della capitale. Vallini ha espresso «viva preoccupazione» per l’iniziativa che ha «l’unico coraggio di banalizzare nuovamente i temi dell’affettività, della sessualità, dell’educazione giovanile, proprio in un tempo in cui è all’attenzione di tutti la questione della emergenza educativa».
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Preti e celibato. Una Lettera papale contro i detrattori
giu 19, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
L’anno sacerdotale che si apre questa sera in Vaticano con la recita dei Vespri condita da un’importante omelia di Benedetto XVI (il testo riassumerà l’intensa Lettera del Papa per l’apertura dell’anno sacerdotale resa nota ieri dal Vaticano) cade nel momento giusto. A scorrere le cronache di questi giorni, infatti, svariati appaiono gli attacchi diretti proprio alla vocazione sacerdotale, cuore pulsante della vita della Chiesa. E, infatti, non a caso, è stato ieri il segretario del Clero, l’arcivescovo Mauro Piacenza, a parlare sull’Osservatore Romano di attacchi senza precedenti contro il sacerdozio. Attacchi che, in qualche modo, sono diretti anche contro una delle caratteristiche principali della stessa vocazione sacerdotale, il celibato. Divenuto una prassi nella Chiesa cattolica di rito latino, il celibato è oggi un vincolo sul quale, non ultimo, Benedetto XVI ha speso svariate parole.
Prima ci si è messo Emmanuel Milingo. È di questi giorni la notizia che il vescovo scomunicato dalla Chiesa cattolica dopo le sue note vicende con Moon, sta lavorando in Africa per togliere consensi e preti alla Chiesa: nello Zambia, il Vaticano ha dovuto scomunicare padre Luciano Mbewe con l’accusa di aver creato la Chiesa Apostolica Nazionale Cattolica dello Zambia unendosi apertamente al movimento “Preti Sposati Ora” di Milingo. In Kenya, invece, è stato un piccolo gruppo di preti cattolici impegnati nell’abolizione della regola del celibato per il clero latino a sostenere di volere ordinare – incapperebbe con questo gesto automaticamente nella scomunica – un vescovo senza il permesso della Santa Sede.
Poi è stata la volta del cardinale Christoph Schoenborn. Il presidente dei vescovi austriaci, convocato tre giorni fa da Ratzinger per relazionare sul caso Gerhard Wagner (nominato vescovo ausiliare di Linz, si è dovuto fare da parte per le proteste del clero locale che lo hanno ritenuto troppo conservatore), ha portato al prefetto del Clero, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, la cosiddetta “Iniziativa dei laici” (Laieninitiativ). Si tratta, in sostanza, di un appello di cattolici austriaci che chiede l’abolizione dell’obbligo del celibato per i sacerdoti, il ritorno in attività dei preti sposati, l’apertura del diaconato anche alle donne e l’ordinazione dei cosiddetti “viri probati”. Schoenborn ha chiesto a Hummes di leggere il documento «con attenzione». E ha anche parlato della cosa in un’intervista rilasciata alla Radio Vaticana.
Infine ecco un’intervista (di ieri) del cardinale arcivescovo emerito di Milano, Carlo Maria Martini, il quale oltre a proporre non tanto un Concilio Vaticano III quanto un Concilio dedicato interamente alla questione dei divorziati, dice che uno dei problemi che attanagliano la Chiesa è quello del «celibato dei preti».
La Lettera di Benedetto XVI si muove a un’altezza diversa. Non risponde direttamente alla questione del celibato, ma alza lo sguardo indicando il cuore d’una vocazione, quella sacerdotale, che nell’accettazione del celibato ha senz’altro uno dei suoi punti di maggiore forza e fascino.
L’esempio a cui Ratzinger vuole tutti guardino è uno: San Giovanni Maria Vianney, altrimenti noto come Curato d’Ars. È il suo esempio, la sua storia fatta di lunghi anni trascorsi in parrocchia a confessare e dire messa, a dipingere quell’identikit di prete a cui il Pontefice vuole tutti guardino.
Il Curato d’Ars era mezzo analfabeta. Ma riuscì con il suo amore all’eucaristia e con una dedizione incondizionata ai suoi parrocchiani – «Mio Dio accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita», disse la prima volta che giunse ad Ars – riuscì a creare un movimento spirituale incredibile attorno alla sua chiesa. Scrive Benedetto XVI: «Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui». Ai suoi parrocchiani insegnava con la testimonianza della vita. Era dal suo esempio che i fedeli imparavano a pregare: era convinto che dalla messa dipendesse tutto il fervore d’un prete.
Passava con un solo movimento interiore dall’altare al confessionale, dove vi rimaneva anche per sedici ore al giorno: «I sacerdoti – ha spiegato Benedetto XVI – non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo o quel sacramento».
Quello di Benedetto XVI è un invito ai preti a riscoprire la grandezza della propria vocazione. Certo, ci vuole anche allenamento: «La grande disavventura per noi parroci – disse il Curato d’Ars – è che l’anima s’intorpidisce». Sono continuate le infedeltà dei preti: situazioni «mai abbastanza deplorate». Il Curato d’Ars rispondeva al peccato in questo modo: «Teneva a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla sua anima sacerdotale». In confessionale faceva così: «Dó ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto». Egli seppe vivere in interezza i tre consigli evangelici: povertà, castità e obbedienza. Una possibilità valida anche oggi.
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Il cardinal Martini e il Concilio sul divorzio
giu 18, 2009 PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Oggi leggiamo su Repubblica una lunghissima intervista che il cardinale arcivescovo emerito di Milano ha rilasciato a Eugenio Scalfari. Martini, oltre che proporre un Concilio dedicato al rapporto della Chiesa con i divorziati, fa la classifica dei problemi che attanagliano la Chiesa:
1. L’atteggiamento – appunto, ndr – della Chiesa verso i divorziati.
2. La nomina o l’elezione dei vescovi.
3. Il celibato dei preti.
4. Il ruolo del laicato cattolico.
5. I rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica.
Anche se – personalmente – mi sembra che tutti e cinque questi problemi non siano tanto della Chiesa e dei cattolici quanto di coloro che, fuori dalla Chiesa, vogliono che la Chiesa si adegui al loro sentire, mi pongo una domanda: ma Benedetto XVI non ha già ampiamente risposto con chiarezza e senza titubanze a ognuna di queste questioni?
I casi sono due: o non l’ha fatto, oppure, se l’ha fatto, occorre confrontarsi con quanto ha detto e non ogni volta riproporre sempre gli stessi canovacci.
Il Papa entra nel mistero di Padre Pio (ma non dice Messa nella Chiesa di Renzo Piano)
giu 18, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
È domenica che Benedetto XVI andrà in visita a San Giovani Rotondo. Una visita significativa due giorni dopo l’apertura dell’anno sacerdotale. Infatti, è il Padre Pio figura emblematica di sacerdote che il Papa andrà a evocare: uomo di preghiera, devotissimo dell’eucaristia, celebrava la santa messa con rigore e intensità tanto che a lui – un privilegio accordato a pochi altri: tra questi José Maria Escrivà de Balaguer – fu concesso di celebrare sino alla fine dei suoi giorni usando il Messale del 1962.
Ratzinger non disdegna, come invece prima di lui fece Giovanni XXIII, il Padre Pio uomo dei tanti miracoli, il Padre Pio delle locuzioni interiori, delle visioni mistiche, delle stimmate. Già nel 2000 all’interno del libro “Dio e il mondo”, parlando del ruolo dei santi, Ratzinger ricordò positivamente la preghiera che una donna ammalata aveva rivolto al Santo di Pietrelcina: «Aiuta me e il mio bambino», pregò la donna convinta che in questo modo non le sarebbe accaduto nulla. Ma è anzitutto all’esempio di vocazione sacerdotale tutta incentrata attorno alla preghiera e all’eucaristia che il Pontefice resterà attaccato nelle ore di permanenza in Puglia. Ore nelle quali, significativamente, non pregherà nella nuova chiesa di Renzo Piano intitolata a “San Pio da Pietrelcina”. Qui si limiterà a incontrare nel pomeriggio i sacerdoti, i religiosi e i giovani. La Messa verrà celebrata sul sagrato. Forse la cosa è soltanto un caso. Ma le numerose polemiche per un luogo di culto ritenuto da molti cristianamente incompatibile con la liturgia e la presenza di Cristo – non mancano coloro che vi hanno visto incise simbologie occultistiche e massoniche – sono ancora vive.
Dunque, Giovanni XXIII. Fu lui il Pontefice più ostile a Padre Pio. Certo, erano altri tempi. La figura del frate pugliese stava esplodendo in tutta la sua potenza: dopo San Francesco, era lui il secondo Alter Christus donato da Dio al suo popolo. E la cosa andava trattata con le molle. Sebbene, occorre dirlo, furono le invidie e le maldicenze dei confratelli cappuccini del religioso a influenzare negativamente sia il Pontefice che il suo segretario, monsignor Loris Capovilla.
Il paradosso fu Paolo VI. O meglio, il cardinale Giovanni Battista Montini. Questi seguiva attentamente ogni cosa capitava a San Giovanni Rotondo e, seppure ritenuto dalla vulgata comune «vescovo progressista», fu lui a “sdoganare” Padre Pio. Il 20 giugno 1960, infatti, in occasione del cinquantesimo di sacerdozio del frate, allorquando nuove inchieste della Santa Sede si stanno per abbattere su Padre Pio, gli scrive una lettera di incondizionato appoggio nella quale, tra le altre cose, lo ringrazia delle preghiere che «so Ella mi rivolge»: «Ne ho immenso bisogno», scrisse Montini. Fu sempre Montini, una volta divenuto Pontefice, a far decadere tutte le limitazioni che erano state imposte tempo prima al frate.
La vita di Giovanni Paolo II e quella di Padre Pio sono in qualche modo legate. E non solo per la canonizzazione del frate che Wojtyla volle celebrare in pompa magna e a tempo di record – Padre Pio era morto da pochi anni, nel 1968 – domenica 16 giugno 2002.
La vicinanza tra i due uomini aveva un qualcosa di mistico. S’incontrarono una sola volta, nel 1948. Karol Wojtyla, giovane pretino che studiava a Roma, si recò a San Giovanni Rotondo a conoscere il misterioso frate con le stimmate. Riuscì anche a confessarsi da lui. L’incontro segnò il futuro Pontefice, anche se, anni dopo, Giovanni Paolo II smentì che Padre Pio gli avesse detto che un giorno si sarebbe «vestito di bianco». Vera o presunta tale la rivelazione, il Papa polacco non smise mai di sentirsi legato al Santo di Pietrelcina: quando nel 1962 Wanda Poltawska, amica di lunga data di Wojtyla, si ammalò gravemente per un cancro all’addome, il futuro Papa, allora vescovo di Cracovia, non esitò a scrivere al frate che ammise con tono profetico: «A questo non si può dire di no». La donna guarì miracolosamente e Wojtyla gli inviò una commovente lettera di ringraziamento.
Quindi Ratzinger. Da Pontefice ha parlato di Padre Pio una sola volta, nel 2006, quando, rivolgendosi ai pellegrini di San Giovanni Rotondo arrivati a Roma per celebrare il cinquantesimo della “Casa Sollievo della Sofferenza”, disse: «Padre Pio è stato anzitutto un uomo di Dio. Fin da bambino, egli si è sentito chiamare da Lui e ha risposto con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Così l’amore divino ha potuto prendere possesso della sua umile persona e farne uno strumento eletto dei suoi disegni di salvezza». Un uomo anzitutto di Dio. Qui sta il segreto della vita del Santo di Pietrelcina che il Papa andrà domenica a evocare.
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Karol Wojtyla “Il Mistico” secondo Antonio Socci
giu 17, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Esce oggi per Rizzoli “I segreti di Karol Wojtyla” di Antonio Socci. Un libro che indaga, grazie alle testimonianze del cardinale Andrzej Maria Deskur (amico, confidente, e compagno di semiario di Wojtyla), su un aspetto poco conosciuto di Giovanni Paolo II: le sue esperienze mistiche. Il suo rapporto con Dio coltivato durante lunghe notti di preghiera in ginocchio o sdraiato faccia a terra. Il rapporto coi grandi mistici del Novecento (per esempio padre Pio e santa Faustina Kowalska) e il legame particolare con le grandi apparizioni mariane (da Fatima a Medjugorje), fino a quella volta in cui lo videro pregare con una luce non naturale davanti a lui.
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