Il Papa in Israele onora la Shoah: “Mai negarla”

Alla fine, le due uniche note stonate della prima giornata del Papa in Israele (è arrivato ieri dalla Giordania), non sembrano in grado di intaccare il giudizio positivo complessivo. Da una parte la critica manifestata dal direttore dello Yad Vashed, il museo della memoria dell’Olocausto raggiunto dal Papa nel pomeriggio, al quale non è piaciuto che Ratzinger non abbia nominato «direttamente i persecutori: i nazisti tedeschi», e dall’altra il fuori programma verificatosi durante l’incontro svoltosi in serata tra Benedetto XVI e i leader religiosi della Terra Santa nel quale uno dei rappresentanti musulmani – si tratta dello sceicco Taisir Tamini, capo della corte della sharia dell’Autorità palestinese – ha pronunciato in arabo forti accuse contro Israele costringendo alcuni esponenti ebrei a lasciare l’aula magna del Pontificio Istituto Notre Dame, non hanno distratto troppo l’attenzione dalle alte e significative parole che Benedetto XVI ha dedicato agli ebrei, e ai crimini della Shoah. Quanto all’incidente dell’imam, è stato il portavoce vaticano a reagire prontamente augurandosi che «il dialogo interreligioso nella Terra Santa non venga compromesso da questo incidente». E sulla cosa ha espresso «dispiacere» pure il Gran Rabbinato di Israele.
Sono pagliuzze, infatti, se paragonate alla reazione ebraica all’arrivo del Papa: in duecento rabbini hanno sottoscritto un messaggio di benvenuto al Pontefice chiedendo maggiore dialogo coi cristiani e il messaggio sta vedendo i propri firmatari aumentare di ora in ora. L’arrivo al memoriale dello Yad Vashem era il momento clou della giornata di ieri. Il Papa, come fece nel 2000 Giovanni Paolo II, si è fermato nella hall, dove è il memoriale dell’Olocausto e, come previsto dal programma, non ha visitato l’intero museo nel quale, tra le altre cose, è esposta la controversa didascalia dedicata a Pio XII e ai suoi presunti silenzi sui crimini commessi dal nazismo.
Benedetto XVI ha cavalcato bene il momento, toccando i tasti giusti senza omettere nulla. Oltre alla parole, i gesti: il Papa ha acceso una fiamma, deposto una corona di fiori e incontrato anche alcuni sopravvissuti all’Olocausto. I nomi delle vittime della Shoah non devono mai «perire» – ha detto – e «le loro sofferenze» non devono «essere mai negate, sminuite o dimenticate». L’Olocausto è un’«orrenda tragedia». Occorre «non permettere mai più che un simile orrore possa disonorare ancora l’umanità».
È vero: il Papa non ha citato i nazisti, come il direttore del museo di Gerusalemme avrebbe auspicato, ma le parole che ha pronunciato non sono state di poco spessore. La condanna della negazione dell’Olocausto – c’era attesa in tale senso dopo quanto accaduto a seguito della revoca della scomunica al vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson – c’è stata e non è stata di poco conto.
Già in mattinata Benedetto XVI aveva cominciato la giornata con parole significative per gli ebrei. Arrivando a Tel Aviv dalla Giordania, accolto dal presidente israeliano Shimon Peres, suo ospite ufficiale, e dal premier Benjamin Netanyahu, aveva ribadito con fermezza la volontà di «onorare la memoria dei sei milioni di ebrei vittime della Shoah»: «Posso soltanto immaginare – aveva detto – la gioiosa aspettativa dei loro genitori, mentre attendevano con ansia la nascita dei loro bambini. Quale nome daremo a questo figlio? Che vita avrà? Mai avrebbero immaginato per loro un destino così lacrimevole». Quindi aveva condannato l’antisemitismo, che «continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo», in modo inaccettabile. Non poco per un Papa accusato in passato d’essere connivente con certi sentimenti antisemiti radicati nel mondo cattolico.
Da un punto di vista prettamente diplomatico e politico, le parole che Benedetto XVI ha dedicate alla soluzione del conflitto che coinvolge palestinesi e israeliani vanno in qualche modo a collimare con il piano di pace pensato da Barack Obama per il Medio Oriente. Ratzinger, infatti, ha auspicato che possano procedere speditamente i negoziati. E ha chiesto che presto si trovi «una pace giusta». E una pace giusta non si può che raggiungere garantendo che ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, «all’interno di confini sicuri e internazionalmente riconosciuti». È un concetto già espresso in passato dal Vaticano. È il convincimento che soltanto garantendo a ambo le parti i medesimi diritti, due Stati con le medesime garanzie di sicurezza, si può arrivare a una qualche soluzione. A Gerusalemme, ha ricordato il Papa, che da lungo tempo è «un crocevia di popoli di diversa origine», ebrei, cristiani e musulmani sono chiamati «ad assumersi il dovere e a godere del privilegio di dare insieme testimonianza della pacifica coesistenza a lungo desiderata dagli adoratori dell’unico Dio».
Shimon Peres – con lui Ratzinger ha piantato un albero di ulivo, simbolo di pace – ha risposto assicurando che lo Stato ebraico sta negoziando la pace con i palestinesi: «Abbiamo fatto la pace con Egitto e Giordania – ha detto accogliendo il Pontefice all’aeroporto di Tel Aviv – e stiamo negoziando per fare la pace con i palestinesi, e addirittura arrivare ad una pace regionale globale».

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Lunedì mattina in radio

Ci sentiamo domani mattina (lunedì 11 maggio) su Radio 24 alle nove in diretta con Giuliano Ferrara e la sua “Parliamo con l’Elefante”. A domani, Paolo.


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Per la seconda volta in moschea. Benedetto XVI batte Wojtyla 2 a 1

Prima dell’immersione nella parte più mistica e misterica del viaggio in Terra Santa, prima dell’arrivo sui luoghi sacri un tempo calpestati da Gesù, prima delle ore in cui il «viaggio» diverrà un vero e proprio «pellegrinaggio», per Benedetto XVI è ed è stato ancora tempo di Giordania, di incontri con i leader spirituali e le autorità istituzionali del paese mediorientale. Oggi, l’ultimo sforzo in tal senso: ad Amman, la grande messa all’International Stadium prima della partenza per Tel Aviv.
Ieri, in due luoghi simbolo delle consorelle religioni islamica ed ebraica – il memoriale di Mosè sul monte Nebo e la moschea Al-Hussein – il Papa ha pronunciato ancora una volta parole misurate e chiare. Parole che in qualche modo riassumevano quanto già Benedetto XVI volle dire in passato a ebrei e cristiani. Parole che, implicitamente, cercavano di fare chiarezza sulle più o meno recenti incomprensioni: da Ratisbona all’“affaire Richard Williamson”, la lista dei malintesi è abbastanza lunga.
Sul monte Nebo, Ratzinger ha voluto dire una cosa al popolo ebraico: c’è un vincolo che unisce ebrei e cristiani «inseparabile». Alla moschea di Al-Hussein questo ha voluto dire ai musulmani: la religione, ogni religione, «può snaturarsi se serve la violenza» ma musulmani e cristiani, entrambi «adoratori di Dio», possono fare molto perché questa storpiatura non accada.
Le incomprensioni con gli ebrei si sono acuite negli ultimi mesi a motivo della liberalizzazione voluta da Ratzinger dell’antico messale di san Pio V che nella versione precedente a quella rivista nel 1962 da Giovanni XXIII contiene l’invocazione «pro perfidis iudaeis». Diversi rabbini hanno rinfacciato al Pontefice la cosa sostenendo che fosse la prova d’un antisemitismo di fondo mai estirpato totalmente dal cattolicesimo. A questo si aggiunse la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebrviani (di cui uno, Williamson, sostenitore di tesi negazioniste sulla Shoah), e il rimbalzare di notizie attorno alla possibilità che il Papa sblocchi in tempi brevi il processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII, il Pontefice accusato da una certa vulgata di silenzio sull’Olocausto.
Sulla terrazza naturale che affaccia sulla Terrasanta e la Giordania meridionale, sul luogo da dove Mosè vide la Terra Promessa, Benedetto XVI ha chiesto di superare le incomprensioni parlando di fede. Una fede che unisce ebrei e cristiani: «Qui, sulle orme degli innumerevoli pellegrini che ci hanno preceduto lungo i secoli – ha detto – siamo spinti quasi come una sfida, ad apprezzare più pienamente il dono della nostra fede e a crescere in quella comunione che trascende ogni limite di lingua, di razza, di cultura». Un’«inseparabile vincolo» unisce ebrei e cristiani, un vincolo che deve far «superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione tra cristiani ed ebrei».
I dissidi coi musulmani muovono non soltanto dalla lectio che il Pontefice tenne a Ratisbona nel settembre del 2006. Ma anche da più antiche lezioni che il cardinale Ratzinger dedicò alla sfera musulmana. Eppure Papa Ratzinger ha visitato più moschee di Wojtyla: due (questa e quella di Istanbul nel 2006) rispetto all’unica del Papa polacco (Damasco), segno che attenzione all’islam questo Pontefice ne ha.
La visione di Ratzinger quanto ai rapporti coi musulmani era chiara già da prima che divenisse Papa: era la visione di una impossibilità che i due credo, almeno teologicamente, s’incontrassero. Visione rimasta intatta anche ora, tanto che sovente Benedetto XVI parla di incontro tra culture – islamica e cristiana – e non tra religioni. Anche ieri ha auspicato «un’alleanza di civiltà» – di civiltà, non altro – con il mondo musulmano. Ma ha anche ricordato che seppure «segnata da incomprensioni», cristiani e musulmani hanno «una storia in comune». Quanto alla religione, occorre semplicemente non sfigurarla costringendola «a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso». Quando così accade, non c’è soltanto «la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l’obnubilarsi della mente». Parole, queste ultime, che ricordano bene (seppure senza riferimenti espliciti all’islam) i concetti espressi a Ratisbona.
Ratzinger a Istanbul entrò in moschea scalzo, qui no: il principe Ghazi gli ha spiegato che avrebbe potuto tenere le scarpe, contrariamente alla prescrizione musulmana, perché il pavimento della moschea era stato coperto da spesse stuoie. Padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, ha spiegato così l’arrivo del Papa in moschea: qui il Papa «non prega, nel senso di fare una preghiera cristiana nel luogo di culto di un’altra religione, ma ha sostato in raccoglimento per rispetto del luogo di fede e di preghiera e per rispetto della preghiera di tantissime persone che si svolge in questo luogo. Non sarebbe giusto dire che ha pregato, ma che ha sostato in raccoglimento rispettoso».

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Quando il cardinale Siri disse a Baget Bozzo: “Fatti prete”

Il cardinale arcivescovo di Genova Giuseppe Siri diceva di lui così: «Più che di grande cultura, Baget Bozzo è un uomo di grande erudizione». Non era una diminutio. Ma un modo per dire ciò che «don Baget» – come Siri l’ha sempre chiamato – era per il porporato: «Più erudito che colto – diceva Siri – ma certo d’una erudizione grandissima».
I due si conobbero che Baget era bambino. Questi entrò in seminario a dodici anni. Poi uscì. Poco dopo s’iscrisse al Liceo Andrea Doria di Genova. Siri vi insegnava. Qui nacque la loro amicizia. Un’amicizia che non tramontò mai, nemmeno dopo la sospensione a divinis comminata a don Baget dopo che questi accettò – era il 1984 – la candidatura al Parlamento Europeo nelle liste del Psi nella circoscrizione di Bari. «Don Baget è un uomo geniale – disse in quell’occasione Siri -. Ma la sua genialità è un po’ catalana – nel senso delle origini del sacerdote, ndr – e, dunque, è un po’ folle».
Giuseppe Siri era fatto così. I suoi ex alunni, per quanto prendessero strade che egli non condivideva, non li lasciava mai. Un po’ come oggi fa Joseph Ratzinger col gruppo di suoi allievi a cui un tempo insegnava teologia: ogni anno li rivede nella cornice di Castelgandolfo.
Fu dopo i suoi quarant’anni che Baget ebbe un incontro decisivo ancora con Siri. Questi, visto che il suo ex alunno non si sposava, gli ricordò di quando da piccolo era stato in seminario e gli propose di pensarci su seriamente. A cosa? Alla possibilità di farsi prete. Oltretutto aveva da poco finito il dottorato in teologia alla Lateranense e, dunque, per lui, la strada verso l’ordinazione sarebbe stata breve. E poi Siri gli assicurò che avrebbe potuto continuare a dedicarsi all’analisi dei fenomeni dell’attualità. L’avrebbe fatto alla luce della visione della fede. Certo, in diocesi c’era chi malignava attorno alla sua presunta omosessualità. Ma Siri era convinto che quella «casta omosessualità» che successivamente don Baget definì essere l’orizzonte del suo universo affettivo, proprio perché «casta» non fosse un ostacolo all’ordinazione.
Di Baget seminarista si ricorda poco. Del resto Siri lo dispensava da una frequenza assidua del seminario. Baget si palesava soltanto poche ore alla settimana. Siri capiva che non avrebbe potuto fare altrimenti: il suo ascetismo, i suoi studi, la sua continua voglia di pensare e riflettere lo portavano lontano dai rapporti con la gente. E la cosa continuò anche un volta ordinato prete: don Baget non spiccò mai quanto a capacità pastorali. Anzi, manco gli venne affidata una parrocchia. Soltanto la domenica si recava alla parrocchia del Sacro Cuore nella zona Carignano. Qui confessava e recitava una messa.
Militante nella Democrazia Cristiana e vicino a Paolo Emilio Taviani e Fernando Tambroni, nel 1967 lascia la politica e diviene prete. Siri affidò a lui il lavoro culturale dedicato a un lettura non di rottura del Concilio Vaticano II: questo era l’intento della rivista «Renovatio», nata per contrastare la più progressista «Concilium». Don Baget la dirigeva. Siri si limitava a scrivere l’editoriale di prima.
Nella seconda metà degli anni Settanta, l’idea di compromesso storico Dc e Pci, è invisa a don Baget. Fino a farlo avvicinare a Craxi. Siri lascia fare ma poi, quando tutto sfocia nella militanza politica e nella candidatura al Parlamento Europeo, deve intervenire.
Negli anni in cui rimase sospeso a divinis, don Gianni continuò a celebrare Messa da solo, in una cappella di Bruxelles. A Genova arrivavano gli echi di certi suoi epigrammi: «Sono in politica per volere dello Spirito Santo». E poi quella sua definizione del Paradiso: «È come una grande chiavata». Troppo per Siri? Sì, ma anche no. È vero: don Baget diceva quelle cose. Ma nello steso tempo era sempre pronto a difendere il Papa. E le sue visioni teologiche non erano mai contro quelle della dottrina della Chiesa. Il porporato continuò a seguirlo. Non lo lasciò solo. È vero: Siri non era più vivo quando nel 1994 don Baget chiese, con successo, di essere riammesso all’esercizio delle facoltà sacerdotali. Ma si dice in diocesi che il porporato fosse certo del fatto che prima o poi sarebbe successo: Siri conosceva bene il suo ex allievo e amico.

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Intervista. Robert Royal: “Il Papa ammira gli ebrei e i rabbini Usa lo sanno”

Teologo, filosofo cattolico, presidente del Faith & Reason Institute di Washington, corresponding fellow del Centro Studi Tocqueville-Acton, in questi giorni in Italia per presentare Il Dio che non ha fallito. Come la religione ha costituito e sostenuto l’Occidente da poco editato da Rubbettino, stima Benedetto XVI perché è un «grande intellettuale, gentile e sincero nello stesso tempo». Aspetta con interesse l’evolversi del viaggio in Terra Santa consapevole che è sulla «forza della parola che il Pontefice concentrerà i propri sforzi».
Robert Royal cosa occorre attendersi da questi giorni di pellegrinaggio del Papa in Terra Santa?
Il viaggio è difficile. Non si può prevedere cosa capiterà. Quella è una terra dove da millenni si combatte, si lotta, ci si scontra. L’arrivo del Papa resta a mio avviso un grande segno. Immagino che la Santa Sede abbia preparato con cura tutto il pellegrinaggio: i gesti ma soprattutto le parole del Pontefice. Occorre non sbagliare nulla perché il campo, davvero, è minato. Ci sono insidie ovunque.
Le insidie da chi vengono? Soprattutto da come musulmani ed ebrei potranno recepire i suoi messaggi?
Anche qui è difficile rispondere. Seppure le sensibilità in gioco siano diverse e variegate. Per quanto riguarda il mondo ebraico devo dire che a oggi vedo molta benevolenza nei confronti di Ratzinger: più che acredine, vedo benevolenza. Soprattutto nel mondo ebraico americano. Ricordo un episodio. Quando Ratzinger venne eletto Papa vi furono dei giornali che dissero dei suoi presunti legami col nazismo. Fu l’occasione per dire che egli aveva nella sua personalità delle componenti anti semite. Per fortuna i rabbini americani spiegarono come le cose stessero davvero. E cioè dissero a tutti che se c’era un uomo vicino agli ebrei e totalmente lontano da ogni logica antisemita questi era proprio Joseph Ratzinger. Certo, resta qualche problema per la vicenda di Richard Williamson. Ma è un problema episodico. In generale questo Pontefice è amato dagli ebrei. Quanto all’islam mi sembra che il messaggio di pace e di dialogo pronunciato ad Amman non possa che lasciare un segno.
Lei è una voce molto ascoltata negli Stati Uniti. L’America come vede Ratzinger?
Tutto è cambiato dopo il suo viaggio dell’aprile scorso. Ha dato agli Stati Uniti un’immagine magnifica di sé. Umile e insieme colto. Direi che il popolo americano s’è accorto che l’immagine del Grande Inquisitore che sovente i media pennellavano era totalmente fasulla. Debbo dire che ci ha conquistato con la sua semplicità. E poi, certo, resta il dato che è un grande intellettuale: a volte forse troppo intellettuale, troppo “professore”.
In che senso?
Nel senso che a volte la gente fatica a entrare nelle dinamiche del suo dire. A volte per la gente è difficile da ascoltare, ma è normale che sia così. Faccio un esempio. Se si legge il suo Introduzione al cristianesimo si trova tra le pieghe del libro una persona briosa, sprintosa, capace di andare con estrema semplicità al nocciolo delle questioni. A volte quando parla non mantiene lo stesso sprint. Ma lui è fatto così: è un Papa che appena eletto ha chiesto d’incontrare Hans Kung e che, come passatempo, si mette al piano e suona Mozart. Anche a me piace Mozart. Ma forse è una dimensione difficile per la gente.
I cattolici americani lo capiscono?
Ripeto: negli Stati Uniti ha fatto centro. Parlando però dei cattolici americani occorre chiarire una cosa. Chi è davvero cattolico tra coloro che negli Stati Uniti si professano cattolici? Io rispondo: davvero in pochi. Spesso tra coloro che si definiscono cattolici vi sono persone attente alle questioni sociali ma poco capaci di sapere davvero cosa significhi essere cattolici. In questo senso, come i cattolici vedono Obama resta significativo.
Ci spieghi.
La maggior parte dei cattolici americani pensano che Obama sia cattolico. E non si rendono conto come la sua visione della vita sia totalmente altra e lontana dalla visione cattolica. Ma vedo che anche in Vaticano c’è chi fatica a comprendere questa cosa.
Ad esempio?
Beh, ho letto un articolo qualche giorno fa dell’Osservatore Romano che in qualche modo promuoveva i primi cento giorni del presidente americano. Sinceramente non capisco come si possa sostenere una cosa simile. Obama è una persona buona, non cattiva, ma deve per forza di cose accontentare chi l’ha eletto. E chi l’ha eletto è anche una sinistra radicale che sulla vita e sui temi etici la pensa in un certo modo. La campagna di Obama è stata appoggiata dal governatore del Kansas Kathleen Sebelius. Poche settimane fa Obama ha nominato la Sebelius ministero della Salute. Per capire chi è la Sebelius basta ricordare un fatto: è stata interdetta dalla Comunione con un provvedimento dell’arcivescovo di Kansas City, Joseph F. Naumann, a causa delle sue posizioni favorevoli all’aborto.
I vescovi cosa pensano di Obama?
I vescovi Usa sono stati molto duri con Obama. L’invito poi che l’università cattolica di Notre Dame gli ha rivolto – il 17 maggio gli conferisce una laurea “honoris causa” – ha acuito le tensioni. Molti vescovi si sono ribellati. Ma anche il presidente della conferenza episcopale americana, il cardinale di Francis Eugene George, arcivescovo di Chicago, è molto perplesso. Recentemente ha incontrato Obama a Washington. Questi gli ha assicurato che sarebbe stato il presidente di tutti, anche dei cattolici. Ma per essere davvero così lo deve dimostrare coi fatti.

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Primo giorno in Terra Santa. Il Papa punta sul dialogo ma senza malintesi

Questa volta la partenza da Fiumicino è andata via liscia. La breve conferenza stampa che Benedetto XVI ha tenuto ieri prima che il volo Alitalia decollasse per Amman, non ha infatti avuto lo strascico di polemiche come avvenuto in Africa. Segno che la segreteria di Stato vaticana e la sala stampa della Santa Sede sono state attente, questa volta più che allora, a passare al Pontefice domande ben selezionate a priori.
Le prime parole, non a caso, sono state per l’islam. Normale che così fosse: il primo incontro del Pontefice è stato ieri con il Re Abdullah II: «La mia visita in Giordania – ha detto Benedetto XVI – mi offre la gradita opportunità di esprimere il mio profondo rispetto per la comunità musulmana, e di rendere omaggio al ruolo di guida svolto da Sua Maestà il Re nel promuovere una migliore comprensione delle virtù proclamate dall’islam».
Quello con Abdullah II è un feeling non nuovo. Fu il Re a promuovere il Messaggio di Amman con il quale s’invitava le tre grandi religioni monoteiste – cristianesimo, islam ed ebraismo – al reciproco ascolto – «dialogo trilaterale» l’ha chiamato ieri il Papa usando un termine usato anche dal suo amico rabbino Jacob Neusner -. Uno sforzo gradito e valorizzato oltre il Tevere e l’affabilità con la quale il Papa è stato accolto ieri nella capitale giordana conferma questo stato di cose.
Non solo islam, ovviamente. Il viaggio è destinato a segnare un punto importante nel dialogo con l’ebraismo. Come lo segnerà, se bene o male, dipenderà dall’evolversi delle giornate. Ieri, però, il Papa ha detto una cosa: d’essere convinto che il dialogo con gli ebrei «nonostante i malintesi», faccia «progressi» e che questo «aiuterà la pace e il cammino reciproco». E ancora: «È importante – ha detto – che ebrei e cristiani abbiamo la stessa radice nella Bibbia e gli stessi libri dell’Antico testamento, che sono libri di liberazione: naturalmente dove per duemila anni si è stati distinti, anzi separati, non c’è da meravigliarsi che ci siano malintesi; c’è un cosmo semantico diverso sicché le stesse parole significano cose diverse».
Come a dire: le differenze ci sono. E da queste occorre partire e ripartire sempre. I malintesi anche ci sono: l’affaire Richard Willimson è stato uno degli ultimi. Ma da questi si può ricostruire.
Però, c’è un però. Ed è la questione dei cristiani: Ratzinger ha specificato che il Vaticano incoraggia «i cristiani della Terrasanta e del Medio Oriente a restare nelle loro terre» di cui sono «componente importante», e chiedendo per loro «cose concrete» come «scuole e ospedali». Un messaggio diretto innanzitutto a Israele, più che al mondo ebraico, ovvero alla necessità che questi faccia dei passi concreti verso il riconoscimento della presenza cristiana nella regione. Verso la conclusione di quegli accordi fondamentali che da più di quindici anni non trovano pace.
Israele ha incassato il colpo. Anche se precedentemente aveva chiesto esplicitamente al Papa di pronunciare una chiara condanna del negazionismo. Il ministro degli Affari religiosi avea scritto a Benedetto XVI qualche giorno fa una lettera in cui esprime la «speranza» che egli «condanni chiaramente i negazionisti dell’Olocausto e i sostenitori dell’antisemitismo, diversi dei quali si dicono fedeli alla sua Chiesa».
In realtà Benedetto XVI ha già fatto quanto Israele chiede. Nella lettera che un mese fa ha pubblicato di spiegazione della revoca della scomunica ai lefebvriani, ha assicurato la sua stima per gli ebrei, il rigetto delle tesi negazioniste e per ogni forma di antisemitismo. Evidentemente non basta. Ma è anche vero che, probabilmente, la lettera del ministro degli Affari religiosi è stata più un qualcosa di dovuto all’interno d’un gioco diplomatico.
Benedetto XVI non ha dimenticato il processo di pace. Ieri, sull’aereo, ha assicurato che la Chiesa appoggia «posizioni realmente ragionevoli» per il processo di pace in Medio Oriente. «Questo abbiamo già fatto e vogliamo fare in futuro», ha detto il Pontefice prima di atterrare in Giordania. Rispondendo a una domanda sul contributo del suo viaggio al processo di pace, alla vigilia dell’incontro dei leader israeliani e palestinesi con il presidente Usa Barack Obama, il Papa ha ricordato che la Chiesa può contribuire a tre livelli: con la preghiera che «apre a Dio e può agire nella storia e può portare alla pace»; con la «formazione delle coscienze» per evitare che siano «ostacolate da interessi particolari»; con la «ragione: non essendo parte politica più facilmente possiamo aiutare a vedere i criteri veri e ciò che serve realmente alla pace». È il realismo ratzingeriano applicato alla politica estera. Non una parola di troppo, non una parola di meno.
Dopo l’incontro con Abdullah II, quello con i giovani disabili accolti dalla Chiesa Cattolica della Giordania nel Centro Regina Pacis di Amman: «Nelle nostre personali prove cogliamo l’essenza della nostra umanità, diventiamo più umani» ha detto il Papa indossando una kefiah a scacchi rossi regalatagli da due boy scout. Ad accoglierlo c’erano i due principali fautori del suo arrivo in Terra Santa: il patriarca di Gerusalemme Fouad Twal e il suo vicario per la Giordania, mons. Salim Sayegh.

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Benedetto in Terra Santa: la sfida d’un Papa mai “politically correct”

Il giusto equilibrio senza tradire la verità. Questo cercheranno d’essere le ventotto meditazioni che Benedetto XVI terrà in occasione del pellegrinaggio in Terra Santa – quarantacinque anni dopo Paolo VI, nove dopo Giovanni Paolo II – in programma da oggi a venerdì prossimo.
Un giusto equilibrio che coloro che hanno coadiuvato il Pontefice nella stesura dei testi (saluti, omelie e discorsi), promettono verrà mantenuto. Anche se, a ben vedere, l’impresa non è facile.
Benedetto XVI non guarda mai a quel politically correct che la maggior parte dei suoi uditori, immancabilmente, si aspetterebbe facesse. Non l’ha fatto a Ratisbona tanto che la lectio attorno alla verità che deve sottendere ogni incontro tra fedi diverse ha provocato una tempesta furiosa non soltanto nel mondo musulmano ma pure nella maggior parte dell’intellighenzia occidentale da tempo non più abituata a quella componente di scandalo insita all’interno d’ogni genuino pensiero cattolico. Non l’ha fatto partendo per l’Africa, chiamando i condom «profilattici» – inusuale per un Pontefice – e ribadendo come una sregolata vita sessuale (che è messa in preventivo e forse invogliata dalla distribuzione dei condom) non aiuta la lotta all’aids. Non l’ha fatto negli Stati Uniti d’America nell’aprile di un anno fa: la lotta al terrorismo internazionale – disse – deve essere condotta «in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta». Parole non comode per l’amministrazione Bush ma che, accolte senza pregiudizi come gli americani più di altri sanno fare, hanno provocato una standing ovation al posto dei fischi.
Ratzinger è teologo oltre che Papa. Gentile e mite. Il suo argomentare è alto, un’altro passo per la frenesia del mondo. Per questo, spesso, non viene capito. I due mondi, il suo e quello dei suoi uditori, viaggiano su dimensioni differenti, parallele. Il rischio insito dietro ogni suo discorso è tutto qui: sarà in grado l’uditorio di capire? Sarà capace di sganciarsi dal giogo di quello che il cardinale arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra ha definito recentemente «il potere del politically correct» ed entrare nella porta stretta, altra, contro corrente, del messaggio cristiano?
Certo, la verità che Benedetto XVI cercherà di dipanare nel suo dire in Terra Santa terrà conto delle varie sfumature. Terrà conto delle sensibilità in gioco: un argomentare da equilibrista in un campo minato. Perché un conto è non tradire la verità, altro è essere sprovveduti.
Sono tanti i “se” e i “ma” che Benedetto XVI ha dovuto considerare stendendo (coadiuvato dai suoi) le ventotto meditazioni. C’è da parlare, infatti, non dimenticando che è sui luoghi sacri calpestati dal Messia che egli si sta recando come un pellegrino, anzitutto quindi per scoprire e riscoprire il mistero che celano i posti descritti nel suo primo libro da Pontefice: <+corsivo>Gesù di Nazaret<+tondo>.
C’è da parlare tenendo in considerazione la tregua – surrogato d’una vera pace – in atto; le sensibilità di Israele (lo scorso gennaio durante l’operazione “piombo fuso” Gerusalemme, riferendosi a dichiarazioni rilasciate dal cardinale Renato Raffaele Martino, lanciò pesanti accuse alla Santa Sede rea di aver speso parole pro Hamas «basate sulla propaganda» di quest’ultima), e dei palestinesi (sempre lo scorso gennaio il Papa spiegò loro che la «massiccia violenza» d’Israele era stata causata «da altra violenza», la loro appunto).
C’è da parlare ricordando le enormi difficoltà dei cristiani residenti nella regione. Questi, dai territori palestinesi sono in continua emigrazione, vessati dalla mancanza di alloggi e lavoro, mentre al di là del muro costituito da Israele lottano per la libertà d’espressione all’interno dei propri luoghi di culto.
C’è da parlare considerando che la Commissione bilaterale permanente di lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele manca a ogni appuntamento (il prossimo sarà nel dicembre 2009) i suoi goal principali: un trattato che dovrebbe riconoscere alla Chiesa le storiche esenzioni dalle tasse nella Terra Santa, fissare regole per la protezione delle proprietà della Chiesa e ottenere il ritorno di alcuni luoghi sacri.
E c’è da parlare ricordando che oltre a Israele e ai palestinesi, è parte del mondo musulmano ed ebraico che egli incontra da oggi a venerdì prossimo (domani si recherà alla Basilica del Memoriale di Mosè e visiterà la moschea Al-Hussein Bin Talal di Amman. Poi la visita al sito del Battesimo sulle rive del Giordano. Quindi Israele e i Territori palestinesi).
Quanto all’islam, la partenza del viaggio è in discesa: l’incontro con il Re e la Regina di Giordania è garanzia di distensione. Abd Allah II è promotore del Messaggio di Amman che diede un forte impulso al mondo islamico sulla strada del dialogo con ebrei e cristiani.
Quanto agli ebrei ci sono le incrostazioni lasciate dall’affaire Richard Williamson. A parte del mondo ebraico è risultato incomprensibile il fatto che egli non si sia accorto delle tesi negazioniste del vescovo lefebvriano prima di concedergli la revoca della scomunica. E di queste incomprensioni Ratzinger dovrà tener conto. Anche se a pochi, tuttavia, è sfuggita una spiegazione pratica del pasticciaccio lefebvriano: il mondo Internet, che avrebbe facilmente aiutato il Pontefice ad accorgersi dell’inghippo, non è ancora di casa oltre il Tevere. Soprattutto non lo è nella segreteria di Stato la quale, per difendere i propri archivi, lavora senza tenere il passo delle nuove tecnologie. Lavora su carta.

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L’abecedario del neoconservatorismo secondo Irvin Kristol

Cos’è esattamente il neoconservatorismo? Facile rispondere, se si legge l’edizione italiana che Rubbettino ha appena deciso di dare alle stampe d’un libro che ha fatto a suo modo epoca. Ovvero, quel The Neoconservative Imagination. Essays in Honor of irving Kristol (curato da Christopher DeMuth e William Kristol) che nel 1995 raccolse i contributi che diversi esponenti di spicco della galassia neoconservatrice (Nathan Glazer, Sir Peregrine Worsthorne, Norman Podhoretz, Michael Novak, Irwin Stelzer, Leon R. Kass, Robert H. Bork e Mark Gerson) diedero attorno al «godfather» del neoconservatorismo, appunto Irving Kristol, in occasione dei suoi settantacinque anni. Un’edizione, quella italiana, intitolata La visione politica di Irving Kristol e impreziosita da tre cose: una prefazione di Flavio Felice (professore di dottrine economiche e politiche alla Lateranense e presidente del Centro studi Tocqueville-Acton); una serie di passi scelti ed epigrammi celebri di Kristol leggendo i quali quanto disse Mattehw Arnold di Edmund Burke – «È così grande perché offre pensieri che hanno un impatto sulla politica, satura la politica del pensiero» – non risulta fuori luogo se riferito al «godfather»; una bibliografia completa degli scritti di Kristol a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso.
Cos’è il neoconservatorismo? Lo spiega lo stesso Kristol tra le pieghe de libro: «Direi – racconta – che si tratti di un termine descrittivo più che normativo. Descrive l’erosione della fede liberal in un gruppo relativamente ristretto di intellettuali di grande acume e diversi tra di loro a favore di una posizione più conservatrice: conservatrice ma differente in alcuni aspetti fondamentali dal conservatorismo tradizionale del partito Repubblicano. Molti di noi provenivano dalla classe medio-bassa e da famiglie di operai, eravamo i figli della Grande Depressione, veterani della Seconda Guerra Mondiale che accettarono il principio del New Deal e che poco amavano l’isolazionismo che allora caratterizzava il conservatorismo americano. Ci consideravamo sin dall’inizio dei dissidenti liberal, dissidenti in quanto eravamo scettici nei confronti di buona parte del programma Great Society di Lyndon Johnson e sempre più disillusi rispetto alla metafisica liberal, l’idea di natura umana e delle realtà economiche e sociali sulle quali si fondavano quei programmi».
Parole che provano a descrivere un qualcosa difficile da circoscrivere: un fenomeno che non può essere ridotto a movimento, scuola, né tanto meno a corrente di pensiero all’interno d’un partito politico. Esso, piuttosto, assume la forma di un punto di vista irriducibile a un unico aspetto, ma relativo a un ampio spettro di argomenti, che ha suscitato negli anni un gran numero di dispute e che tuttavia presenta alcuni nuclei teorici fondamentali.
Ma chi sono esattamente i neocon? Kristol, colui che in quanto ebreo e americano è per Michael Novak «due volte eletto», li definì così: «Liberal assaliti dal realismo», oppure «marxisti venuti dal freddo». Detto in modo grezzo: intellettuali un tempo di sinistra poi passati dall’altra parte. Un gruppo di persone accomunate dal riconoscimento al proprio interno d’una figura dominante, Kristol appunto.
Fu un social democratico, Michael Harrington, che coniò per la prima volta il termine «neoconservatore»: intendeva indicare la linea politica seguita dai suoi ex compagni di sinistra che non condividevano più il suo stesso entusiasmo per il socialismo, per i programmi assistenziali della Great Society, per l’“interventismo statale”, e per l’“anti-anti- comunismo”. Harrington coniò il termine in senso dispregiativo: voleva screditare quegli intellettuali che a un certo punto del loro percorso presero le distanze dalla sinistra liberal americana. Il prefisso “neo”, infatti, non indicava un modo nuovo d’essere conservatori, quanto una sentenza d’espulsione dalle file della sinistra, in quanto apostati, pur non potendo essere accolti dalla destra.
Al di là del termine, inizialmente mal digerito da Kristol, resta il dato che le radici del fenomeno neoconservatore, almeno da un punto di vista storico, affondano senz’altro nel movimento liberal anticomunista degli anni Cinquanta. Liberal perché chi vi faceva parte era fautore di un sistema basato sull’uguaglianza universale. Proponevano un’economia mista, e ritenevano che una democrazia liberale dovesse promuovere uno spirito di tolleranza riconoscendo la piena libertà di pensiero. In questo senso aveva ragione Kristol a mal tollerare l’accezione neoconservatrice propugnata da Harrington: loro, i neoconservatori, fin dall’inizio avevano avversari sia nella destra che nella sinistra.
Un punto qualificante il pensiero neoconservatore è stato senz’altro l’anticomunsimo. La critica è sempre stata diretta ai quegli intellettuali e componenti dell’élite politica, rei di non essere sufficientemente consapevoli del male che si annida nei sistemi totalitari in generale e in particolare nel comunismo.
Altro punto qualificante la difesa delle cosiddette “istituzioni borghesi”. È sulle virtù borghesi dell’operosità, dell’umiltà, del senso di responsabilità, della prudenza e della temperanza che le istituzioni d’una democrazia sana debbono fondarsi. Lo spiegò Krystol, citando Matthew Arnold: «Le nazioni non sono veramente grandi perché gli individui che le c compongono sono numerosi, liberi e attivi; ma sono grandi quando questi numeri, questa libertà e questa attività sono impiegate al servizio di un ideale più alto di quello di ogni singolo uomo».
Quindi, l’idea di welfare: un giusto welfare dovrebbe essere articolato in una società «libera e virtuosa». È sempre Kristol a domandasi perché alla predisposizione della più solida e ampia politica assistenziale che la Nazione americana ricordi – la politica di Lotta alla povertà inaugurata nel 1964 dal presidente Lyndon Johnson – il numero delle persone povere ed emarginate, dipendenti dal welfare, piuttosto che diminuire sia aumentato. La risposta è complessa ma è evidente che l’esplosione della dipendenza dal welfare è stata creata dagli stessi che hanno enfaticamente predisposto le misure di “Lotta alla povertà”. E ancora: «Non sono giunto a tal punto – scrisse Kristol -, non riuscirò mai a raggiungerlo, da dichiarare che lo Stato è nostro Nemico. È il nostro alleato, ma un alleato incerto, inaffidabile e, a volte, persino traditore».
Infine la politica estera. «Coloro che fanno politica estera americana scopriranno – spiega Kristol – che qualsiasi concezione vitale di “interesse nazionale” degli Stati Uniti non sarà utile se non correlata a quella filosofia politica – ideologia, se si vuole – che è alla base di ciò che noi chiamiamo “il modo di vivere americano”». E ancora: «Nessuno può seriamente sostenere che i numerosi regimi autoritari che ora sono diffusi nel mondo costituiscano una minaccia all’America e all’Occidente liberale. Le società totalitarie, d’altra parte, sono realtà post liberali che emergono da un rifiuto esplicito della tradizione liberale occidentale, sono i nemici dichiarati di questa tradizione e il loro fine è quello di sostituirla».

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Intervista a monsignor Luigi Negri: “I cattolici valutano i politici per le leggi che fanno”

Monsignor Luigi Negri, sessantasette anni, milanese, ordinato vescovo dal cardinale Dionigi Tettamanzi nel 2005, è uno degli ultimi vescovi destinati a una diocesi italiana da Giovanni Paolo II, quella di San Marino. Già docente di Introduzione alla Teologia e di Storia della Filosofia alla Cattolica di Milano, esperto di dottrina sociale della Chiesa, ha ideato la Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II che ha lo scopo di diffondere il magistero sociale della Chiesa e, in particolare, favorire la riflessione e lo studio sistematico dell’opera e del pensiero di Wojtyla.
Col Riformista, interviene su quanto ha scritto ieri il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire a proposito della vicenda che coinvolge Veronica Lario e Silvio Berlusconi.
Monsignor Negri, legittimo da parte del quotidiano dei vescovi il richiamo alla sobrietà?
Per me, che vengo dalla tradizione ambrosiana, la sobrietà è un qualcosa d’importante. Già il grande sant’Ambrogio insegnava la sobrietà. Essa, insieme, alla temperanza, ricorreva spesso nelle sue opere. La sobrietà è un invito a vivere nella Chiesa come nella società con il rispetto di sé, di Dio e degli altri.
Per i vescovi, dunque, è una virtù importante per un uomo politico.
Non c’è sobrietà se le vicende personali vengono usate come clava contro gli altri. Non c’è sobrietà se la propria vita privata viene usata sui media e sui giornali per scopi politici. In questo senso mi sembra che l’invito di Avvenire sia verso tutte le parti in causa. Nessuna esclusa.
Beh, è stato innanzitutto un richiamo a Berlusconi.
L’invito è a Berlusconi ma anche a tutti. Non ad alcuni invece che ad altri. E neppure ad alcuni più che ad altri. Tutti coloro che hanno responsabilità istituzionali e politiche dovrebbero non tradire il principio della sobrietà. Se non piace sant’Ambrogio, c’è anche Aristotele: lui parlava di sobrietà e mitezza. Anche a lui ci si può rifare.
I cattolici potranno mutare il proprio voto a seguito di questa vicenda?
Non vorrei entrare sulla questione del voto dei cattolici. I quali sono sempre liberi di votare per chi credono. Il punto è un altro: nessuna epoca è immune da situazioni immorali, da vicende personali poco edificanti. È per questo che ciò che i cittadini, più che i cattolici, dovrebbero chiedere a un personaggio politico, a un presidente del consiglio, è che lavori per il bene della polis. È che lavori per il bene comune del suo popolo, della sua gente. Che lo scopo del suo agire sia il bene di tutti. Poi, certo, se la dirittura morale di questa persona è simile a quella di san Luigi di Francia o di Carlo D’Asburgo bene. Anzi, benissimo. Ma di per sé questa dirittura morale non è a tutti i costi necessaria.
Insomma la vita privata di Berluconi non è affare di Stato?
Voglio dire questo: la vita privata in quanto tale di un uomo politico, almeno che questi non venga a parlarmi direttamente delle sue questioni, non è in cima ai miei interessi. In cima alle mie preoccupazioni c’è quanto lui fa per la società, quanto lui fa per il bene di tutti. Su questo lo giudico. Su questo non transigo. Sia chiaro: bene ha fatto Avvenire a richiamare alla sobrietà innanzi a una situazione che anche a livello educativo stava davvero degenerando. Ma io giudico un governo anzitutto dalle sue azioni: se, ad esempio, un uomo politico andasse tutte le domeniche a Messa e poi promuovesse i Dico avrei molto da dire.
Sul governo svariate critiche sono giunte dal mondo cattolico in merito alla questione sicurezza. Ieri Sempre Avvenire ha detto che ricorrere al voto di fiducia sul disegno di legge sulla sicurezza sarebbe «un grave errore». E ancora ieri il segretario del pontificio consiglio per i Migranti e gli Itineranti, Agostino Marchetto, ha detto che il ddl «è migliorato» rispetto al testo originario, ma resta per alcuni aspetti «preoccupante».
Ognuno nella Chiesa fa la sua parte. Il mondo cattolico è fatto di diverse sensibilità. È giusto che alcuni siano più critici nei confronti del governo per le questioni sociali e altri lo siano per quelle etiche. Quindi è legittimo che se l’attuale governo compie azioni sulla sicurezza discutibili, che vi sia chi le mette in discussione.
Insomma, non siete poi così critici con l’attuale governo…
I vescovi hanno il compito di ricordare quelli che sono i princìpi generali attorno ai quali le coscienze dei singoli si possono indirizzare. Sono i singoli cittadini che intendono ascoltare la voce dei vescovi che sono poi chiamati liberamente a tirare le conseguenze di quanto i vescovi dicono loro.

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