La valigia con lo spago
mag 21, 2009 PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Il nuovo direttore di Rai Uno deve essere contento. A giugno, quando Porta a Porta finisce, va in onda sulla sua rete un documentario di Luca De Mata. Qui trovate il link al sito del programma: LA VALIGIA CON LO SPAGO. Finalmente tra tanta spazzatura – reality, contro reality, etc. – un programma serio e che aiuta a riflettere. Questo dovrebbe essere servizio pubblico. Mica altro.
Intervista ad Andrea Riccardi: “I respingimenti? Solo un inutile slogan”
mag 20, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
C’è un legame profondo tra l’idea d’Europa propria della Comunità di Sant’Egidio e il premio che domani lo stesso fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, riceverà in quel di Aquisgrana (Germania): il Carlo Magno, prestigioso premio tedesco conferito, negli anni scorsi, a statisti e grandi europei. «Ricevo il premio come “non politico” – spiega Riccardi al Riformista -. E la cosa è significativa: non è, infatti, con i piccoli passi ai quali la politica spesso è costretta che si costruisce l’Europa».
Come si costruisce l’Europa?
«Di certo non coi dibattiti urlati o gli slogan venduti per nulla. L’Europa si costruisce con un progetto di lungo periodo che sappia riconoscere l’importanza stessa che il concetto d’Europa ha. Sono convinto che in questi dieci-quindici anni d’inizio secolo saremo chiamati a fare le scelte fondamentali per il futuro dell’Europa. E la prima scelta è quella verso una politica di forte integrazione».
Integrazione è una parola difficile di questi tempi, soprattutto in Italia.
«Se non sceglieremo una forte integrazione europea saremo indeboliti perché andremo da soli all’appuntamento col mondo. Vi andremo come tante piccole monadi (Belgio, Olanda, Italia, etc), sconfitte in partenza. Faccio un esempio. Mi trovavo recentemente a New Delhi. All’ambasciata italiana c’era chi mi esaltava il futuro del made in Italy in India. E gli indiani mi chiedevano: “Ma dov’è l´Italia? Quanto è grande? E perché non parlate inglese come gli altri in Europa?”. La domanda è legittima: o abbiamo il coraggio d’essere insieme, d’essere Europa, oppure restiamo tante monadi isolate senza futuro».
Lei è per la politica dell’aprire le frontiere e dentro tutti?
«Non sono per un’Europa che diventi come un grande Libano. Ma sono per il riconoscimento di ciò che l’Europa già è: un mondo dalle mille “heimat”, mille patrie locali: realtà da armonizzare. L’Europa è complessa e con questa complessità occorre fare i conti. E poi noi tutti siamo più europei di quello che pensiamo. Gran parte della nostra vita viene influenzata da quello che capita a Bruxelles».
I cosiddetti «respingimenti» che il governo italiano vuole mettere in pratica nei confronti dei clandestini che bussano alle nostre coste cozzano con questa visione d’Europa?
«Ho molti dubbi sull’opportunità di far fare un lavoro umanitario di comprensione della realtà di persone che fuggono situazioni di guerra alla Libia. Ho molti dubbi su questo modo di operare. Stavo recentemente in Etiopia. Ho parlato con un ragazzo che mi ha raccontato la sua esperienza di immigrato in Libia. L’hanno respinto dopo averlo torturato. Non possiamo illuderci che coi fili spinati o coi centri di permanenza temporanea risolviamo il problema. L’immigrazione è un fenomeno storico di portata epocale e non si può affrontare così. Anzi:l’immigrazione non si ferma proprio. Piuttosto investiamo sull’Africa. Aiutiamo i governi africani a non far scappare i loro cittadini. Facciamo politiche di sviluppo serie. Di questo noi e loro abbiamo bisogno».
Ma gli italiani spesso si sentono soli di fronte al problema di tantissimi stranieri che arrivano nelle nostre città…
«Occorre avere i nervi saldi e guardare i fenomeni sul lungo periodo. Si diceva che l’Italia sarebbe divenuta un paese musulmano. E, invece, non lo siamo. Semmai siamo un paese ortodosso. Abbiamo 1 milione e 200 mila ortodossi nel nostro paese. Abbiamo 800 mila romeni: vogliamo dire che i romeni non sono integrabili? Ripeto: non è come un grande Libano che credo l’Italia debba diventare. Ma un paese capace di guardare ai fenomeni senza politiche urlate e basate sul nulla, questo sì».
Lo spaesamento degli italiani però resta.
«Lo spaesamento è originato da un allarmismo ingiustificato. Prendiamo gli zingari: vogliamo dire che gli zingari sono una minaccia all’identità nazionale? No, piuttosto, anche grazie a certi allarmismi, è un antigitanismo che si sta radicando nel paese. Certi allarmi fanno bene solo in chiave elettorale ma non aiutano il paese. Anzi, a furia di porci in un certo modo stiamo diventano antipatici all’estero».
Ritiene che le leggi italiane, oltre che gli stranieri, debbano tutelare anche le diverse fedi presenti?
«Benedetto Croce diceva che non possiamo non dirci cristiani. Io dico che non possiamo non dirci laici. Io sono cattolico e sono laico. E per questo ritengo che il cristianesimo è un fondamento e una risorsa della nostra società. Perché buttarlo via?».
| Tratto da: |
Caso Notre Dame. Vian: “Sto coi vescovi Usa ma il discorso di Obama mi è piaciuto”
mag 19, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Un mese fa l’Osservatore Romano aveva stupito i più promovendo in qualche modo il nuovo inquilino della Casa Bianca: «I primi cento giorni che non hanno sconvolto il mondo», scriveva il giornale vaticano riferendosi ai primi tre mesi di mandato ricoperti a Washington da Barack Obama, tre mesi che, appunto, non avrebbero sconvolto il mondo come positivamente o negativamente in molti si sarebbero aspettati.
E ieri, ventiquattro ore dopo l’arrivo, contestatissimo da alcuni vescovi, semplici fedeli e ambienti pro life, del presidente americano nel più prestigioso degli atenei cattolici degli Stati Uniti, la Notre Dame University, per tenere un discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa in legge, è il direttore dell’Osservatore Gian Maria Vian a stupire ancora confermando al Riformista che, «in effetti, il mondo non è sconvolto da Obama, anzi». «Direi – spiega Vian – che il discorso di Obama alla Notre Dame sia stato rispettoso delle diverse posizioni. Ha cercato di spostare il dibattito fuori da punti di vista ideologici e fuori da ogni logica di scontro. In questo senso il suo è stato un discorso da apprezzare». E ancora: «Quello di Obama è uno sforzo volto verso tutti, qualsiasi credo o convinzione si abbia, a venirsi incontro. E cercare di venirsi incontro su un terreno delicatissimo come è quello dell’aborto è un qualcosa che va valorizzato. Beninteso: l’Osservatore è sulla stessa posizione dei vescovi americani che considerano l’aborto come un disastro. È sempre necessario e decisivo, infatti, promuovere una cultura della vita a ogni livello. Ciò che voglio sottolineare è semplicemente il fatto che ieri, proprio su questo punto molto delicato, il presidente americano abbia ridetto come il varo della nuova legge sull’aborto non sia una priorità della sua amministrazione. E il fatto che l’abbia detto mi conforta molto. Mi conforta anche in un mio chiaro convincimento: Obama non è un presidente abortista».
A onor del vero, nell’edizione odierna dell’Osservatore, accanto a una cronaca abbastanza asciutta della giornata di domenica alla Notre Dame University, il giornale vaticano riporta anche le critiche della conferenza episcopale americana proprio a Obama, reo di usare per la prima volta le tasse dei contribuenti «per uccidere essere umani in stato embrionale per ricavarne cellule staminali». Insomma, da una parte si conferma un giudizio non negativo su Obama nonostante contro di lui e le sue posizioni sulla vita si siano schierati diversi vescovi americani, dall’altra si riportano alcune critiche proprio dei vescovi americani allo stesso Obama. A che gioco giochiamo? «È la nostra linea – dice Vian -. O meglio, è il nostro modo d’informare. Se una conferenza episcopale si esprime noi riportiamo naturalmente quanto dice. Ma da parte nostra riteniamo anche che sia opportuno fornire altri elementi di giudizio relativi all’informazione internazionale».
Le parole di Vian sono importanti. Perché dicono di uno scontro tra Obama e la Chiesa cattolica che sembra per il momento circoscritto principalmente a una parte dell’episcopato americano. Uno scontro che la Santa Sede né approva né disapprova. Semplicemente osserva. In Vaticano, insomma, sembra si sia ancora fermi a quel «wait and see» («aspettiamo e vediamo») che lo stesso Osservatore diceva essere la posizione più giusta da tenere quando Obama venne eletto.
Ancora «wait and see», dunque, oltre Tevere: nonostante le parole che diversi vescovi americani abbiano riservato al rettore della Notre Dame John Jenkins reo d’aver invitato il «pro choice» Obama nell’università dei cattolici, siano state tutt’altro che attendiste. Per molti Jenkins doveva fare un passo indietro: glielo chiedevano i «veri cattolici», quelli che su certe cose non negoziano mai.
L’«aspettiamo e vediamo» vaticano, comunque, potrebbe avere anche una motivazione pratica. È, infatti, in vista del G8 di luglio che le diplomazie vaticana e americana stanno lavorando per organizzare un incontro tra Obama e Benedetto XVI. E sembra oltre Tevere si voglia aspettare il primo faccia a faccia tra i due prima d’esprimere ogni giudizio. A meno che i promotori della teoria del “no limits” al diritto di aborto, non abbiano la meglio. A meno che, insomma, Obama non li segua approvando un “Freedom of Choice Act” che cancelli l’attuale legislazione sul diritto di aborto. In questo caso la Santa Sede difficilmente potrà aspettare il faccia a faccia Obama-Ratzinger.
| Tratto da: |
Prete arrestato alla Notre Dame University
mag 18, 2009 VIDEO
Ecco come combatte un vero prete: arrestato domenica all’università cattolica di Notre Dame perché pregava nel giorno in cui l’abortista Barack Obama ritirava un premio.
Benedetto XVI Papa, teologo e dopo la Terra Santa anche capo di Stato
mag 16, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Ha in qualche modo ragione il quotidiano Haaretz quando scrive – la stessa tesi la fa propria Le Monde – che «la missione di Benedetto XVI in Israele è stata molto politica». Ha meno ragione quando condisce la cosa in termini negativi dicendo che per questo motivo chi «ha vinto» sono stati i palestinesi. Ma il carattere principalmente politico del dire e del fare del Papa in Giordania e Israele resta. Come resta un altro dato: le cose non potevano che andare così, almeno se si paragona questo viaggio a un altro, quello in Terra Santa di Giovanni Paolo II nel 2000, un viaggio che fu pieno di contenuti politici ma percepiti dai più principalmente in termini profetici.
Wojtyla arrivò in Terra Santa con una biografia d’un certo tipo. Alla vecchia domanda yiddish: «Sarà buono con noi?», egli seppe rispondere positivamente fin dall’inizio del suo pontificato. Era anche avvantaggiato rispetto a Ratzinger: polacco, aveva sperimentato sulla propria pelle le medesime sofferenze patite dagli ebrei durante il nazismo. Era naturale, dunque, che gli ebrei lo sentissero vicino a loro. Fu lui a definirli i «fratelli maggiori» della Chiesa cattolica. Con loro Wojtyla aveva messo in campo relazioni e aperture storiche. Egli, poi, arrivava in Terra Santa già molto malato. E la cosa lo agevolò molto a tingere di profezia i contenuti del viaggio stesso. Quanto all’islam, il 2000 non era il 2009. Un certo fanatismo di stampo islamico non era ancora del tutto recepito nel mondo occidentale e, dunque, quanto ai rapporti coi musulmani, il suo arrivo era meno sentito.
Benedetto XVI è atterrato in Terra Santa avvertito come un nemico. Non che egli sia nemico del popolo ebraico, né dei musulmani, ma l’immagine che di sé entrambi i popoli hanno di lui non è totalmente positiva. Perché una parte del mondo ebraico lo considera un nemico è presto detto: è a motivo del suo essere tedesco. Nemico per quel sospetto, ancora non sopito del tutto, che la sua nazionalità sia sinonimo d’un antisemitismo cronico, insito consapevolmente o meno anche nel suo dna. Paradossalmente, se Wojtyla in quanto polacco aveva gioco facile con gli ebrei e difficile con gli ortodossi di Mosca, col tedesco Ratzinger al soglio di Pietro le cose si sono ribaltate: Benedetto XVI, nonostante la sua posizione in merito, fatica con gli ebrei mentre veleggia col patriarcato moscovita. Quanto all’islam, Ratisbona resta per una parte più estremista della galassia musulmana una macchia che qualsiasi gesto successivo ha faticato a cancellare.
Fatte queste premesse, Benedetto XVI in Giordania e Israele ha fatto il massimo. Se nel 2000 il Corriere della Sera titolava l’articolo di presentazione del viaggio di Wojtyla per la Terra Santa così: Il viaggio più difficile. Una settimana fa avrebbe dovuto usare un titolo più forte, sì da rendere esplicite le asperità di gran lunga maggiori che sulla carta aveva davanti il Pontefice tedesco.
Ratzinger si è mosso bene: sui temi sensibili per l’islam e l’ebraismo ha ribadito il suo pensiero forte senza dire di più di quanto fosse lecito, mentre ha puntato molto sull’analisi politica della situazione mediorientale concedendo punti di vista noti ma conditi di qualche novità (del muro nei termini espliciti usati in questi giorni non aveva mai parlato).
Due giorni fa l’Economist ha fatto un’analisi impietosa del viaggio dicendo che Benedetto XVI in Terra Santa «ha aggiunto alla lista un altro disastro nelle pubbliche relazioni». In sostanza il settimanale inglese ha collazionato le critiche principali che sono state mosse a Ratzinger in questi giorni: allo Yad Vashem ha parlato di milioni di ebrei vittime dell’Olocausto e non di sei milioni. Ha parlato della tragedia della Shoah senza attribuirne la colpa (cioè non ha citato i nazisti) e, dunque, non facendo mea culpa. E poi ha creato malcontento anche in una parte del mondo islamico che voleva accuse più vivaci alla politica israeliana nella regione.
L’analisi è, appunto, impietosa. Ed è tra l’altro uscita prima del congedo di ieri nel quale il Papa ha detto che la Shoah fu lo sterminio perpetrato «sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio». Ma pur nella sua impetuosità dice di una difficoltà reale che Benedetto XVI aveva davanti e che Wojtyla, invece, non ebbe: un pregiudizio sulla sua persona forse inestirpabile.
Ratzinger era consapevole di questo pregiudizio: già lo sperimentò a Ratisbona, durante il recente conflitto di Gaza, in Africa, e in modo potente in occasione della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani dei quali uno, il noto Richard Williamson, negazionista sulla Shoah. Ma non si è dato per perso. Ha voluto portare fino in fondo ogni cosa, superando anche le titubanze d’una parte del Vaticano spaventata dalle paure espresse dai cristiani residenti in Israele e nei territori per una visita che avrebbe potuto essere uno spot pro Israele ai danni dei palestinesi.
Benedetto XVI non è caduto in nessuna trappola. Ha mostrato quanto sia necessario un serio dialogo interreligioso. È lui che lo vuole prima degli altri. È lui che lo vuole con l’ebraismo fondato sull’inscindibile legame che accomuna le due religioni e con l’islam sganciato d’ogni riferimento teologico: un dialogo, dunque, basato sulla ragione, su una sapienza etica che viene prima della teologia.
Affondato il colpo sul dialogo con islam ed ebraismo, condannato l’antisemitismo e ogni tesi negazionista, ha spostato l’attenzione sull’analisi politica, facendo in qualche modo il percorso inverso di quello fatto da Wojtyla nel 2000. Giovanni Paolo II, ribadita la sua idea politica quanto a Israele e a una «patria palestinese», virò con forza sul profetismo, su ciò che, in quanto polacco, si poteva permettere maggiormente: i musulmani, disse, sono nostri «fratelli» mentre gli ebrei sono «fratelli maggiori», talmente maggiori che nei loro confronti la Chiesa cattolica fa un gesto di mea culpa. Ratzinger, invece, si è indirizzato subito sulla praticità. Come dire, parliamo prima di cose concrete: sulla tesi dei due Stati, sul muro «segno tragico», sui cristiani che debbono restare dove sono perché parte integrante di quella martoriata terra, sulla pace alla quale debbono contribuire tutti. E ieri, partendo per Roma, non a caso davanti al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente Shimon Peres, ha ridetto con parole ancora più forti la sua agenda politica: «Sono amico di entrambi i popoli non posso fare a meno di piangere per le loro sofferenze»; il «muro è stata una delle visioni più tristi»; date «uno Stato a Israele» e un patria «indipendente e sovrana» ai palestinesi (concetto ripreso nel titolo di oggi dell’Osservatore Romano, un titolo che enfatizza l’aspetto politico: Due Stati in Terra Santa, una realtà possibile. Insomma, le stesse condizioni politiche a entrambi: non hanno, dunque, vinto solo i palestinesi come scrivevano Haaretz e Le Monde.
| Tratto da: |
Nazaret: La diplomazia papale con Netanyahu e arabo-cristiani
mag 15, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
La tappa di Nazaret toccata da Benedetto XVI ieri durante il suo viaggio in Giordania e Israele era delicatissima per due motivi.
Primo: il Papa andava direttamente all’interno di quella che è la roccaforte degli arabo-cristiani in Terra Santa: ventimila persone almeno. Una minoranza nel Paese. Ma un minoranza agguerrita, e cioè parecchio preoccupata che questi giorni di permanenza del Pontefice nella regione si tramutassero principalmente in un tour pro Israele. Una minoranza prevaricata dalla massiccia presenza musulmana la quale, per le medesime preoccupazioni avanzate dai cristiani ma anche per contenziosi di lunga data con gli stessi cristiani, aveva messo sull’allarme i servizi israeliani diffondendo volantini ostili all’arrivo del Papa. Una minoranza che in qualche modo il Pontefice doveva riuscire a “fare sua”.
Secondo: Benedetto XVI aveva da cimentarsi in un colloquio a porte chiuse con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Un incontro difficile dopo la giornata filo palestinese del Papa dell’altro ieri. Dopo il richiamo alla necessità di dare una «patria» ai palestinesi, possibilità di fatto osteggiata da Netanyahu. Dopo le parole di Ratzinger dedicate al muro – «segno tragico» per tutti -, quel muro costruito attorno alla Cisgiordania e a Gerusalemme proprio dal governo israeliano.
Partiamo dal primo punto. Ce la fatta Benedetto XVI a conquistare i cristiani della regione? Stando alla massiccia affluenza di fedeli presenti ieri alla Messa che il Pontefice ha celebrato sulla spianata naturale sotto il Monte del Precipizio verrebbe da dire di sì. Il numero dei fedeli ha superato ogni previsione: c’erano più di quarantamila persone: «La più grande assemblea di cristiani mai tenuta nello Stato d’Israele», battevano le agenzie di stampa già di prima mattina.
Dire che una presenza così massiccia sulla spianata sia stata favorita dalle parole in favore dei due Stati (Israele e Palestina) pronunciate dal Papa il giorno precedente è senz’altro troppo. Eppure quanto sviscerato dal Pontefice davanti ad Abu Mazen mercoledì non può che essere stato di gradimento ai cristiani i quali, per voce del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, già giorni addietro avevano fatto giungere alle orecchie di Benedetto XVI un’eco del proprio malessere.
C’è un momento in cui Benedetto XVI ha toccato con maggiore profondità la sensibilità del popolo cristiano. È stato nella serata di ieri. Nella basilica Superiore del Santuario dell’Annunciazione di Nazaret, Ratzinger ha ricordato l’emigrazione alla quale sono stati costretti tantissimi cristiani del posto: «Abbiate il coraggio di rimanere qui», ha detto loro il Papa. Parole che rispondono a quanto in mattina aveva detto il vicario greco melkita di Nazaret, Elias Chacour: «L’esodo dei cristiani ci angoscia con dolore e ci mostra una prospettiva poco incoraggiante».
A Nazaret i rapporti coi musulmani non sono rosei. In particolare, è Nizam Sakhafa, l’imam della moschea Shihab-e-din, a rappresentare meglio di altri il malcontento musulmano: voleva costruire una nuova grande moschea a ridosso della Basilica dell’Annunciazione, ma dovette rinunciarvi nel 2001 per decisione dei giudici israeliani. Il Papa non ha eluso l’argomento dicendo apertamente che ambo le parti – cristiani e musulmani – debbono superare le tensioni, «riparare il danno che è stato fatto», operare «per edificare ponti e trovare modi per una pacifica coesistenza». Una coesistenza nella quale le «donne» hanno un posto particolare. Una coesistenza che Benedetto XVI ha promosso anche con un gesto fuori programma: incontrando nel pomeriggio i capi religiosi di Galilea, ha preso per mano un rabbino e un imam e con loro ha pregato per la pace.
Secondo punto. L’incontro con Netanyahu. Il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha detto che al centro del colloquio ci sono stati «i temi del processo di pace in Medio Oriente». Il primo ministro conosce bene la linea che il Vaticano propone per una soluzione del conflitto: due Stati indipendenti. Una linea che di fatto si rifà alla road map di bushiana memoria. Una linea che Netanyahu potrebbe anche accogliere. Non a caso ieri, dopo le parole del Papa pronunciate intorno alla necessità di concedere ai palestinesi una loro «patria», Netanyahu ha incontrato di persona re Abdullah II di Giordania il quale, pochi giorni fa, aveva incontrato il Papa: «Non vi è alternativa a una soluzione con due Stati», è il messaggio di Abdullah per Netanyahu. Ma prima di prospettare nuove soluzioni, il primo ministro israeliano vuole gesti concreti. Uno l’ha chiesto ieri al Papa: «Gli ho chiesto – ha detto – di levare la voce contro le dichiarazioni dell’Iran per la distruzione d’Israele».
| Tratto da: |
Il Papa dei territori: i muri non durano
mag 14, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
A Betlemme accolto dal presidente palestinese Abu Mazen, il Papa ha snocciolato ieri in poche parole la sua idea per un’equa soluzione del conflitto israelo-palestinese: occorre dare ai palestinesi una «sovrana patria», «sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti». Occorre che i popoli in conflitto accantonino «qualsiasi rancore e contrasto».
Parole simili a quelle pronunciate nel pomeriggio all’Aida Refugee Camp di Betlemme, uno dei campi profughi nei territori palestinesi dove convivono musulmani e cristiani: «Voi ora vivete in condizioni precarie e difficili, con limitate opportunità di occupazione – ha detto il Papa agli abitanti dei territori -. È comprensibile che vi sentiate spesso frustrati. Le vostre legittime aspirazioni a una patria permanente, a uno Stato palestinese indipendente, restano incompiute».
Parole che appoggiano le aspettative palestinesi di godere di una sovrana patria. Parole che, poco dopo, intervengono anche su quel «muro» che divide la regione. Il muro è un «segno tragico» di divisione, la fotografia «del punto morto a cui sembrano essere giunti i contatti tra israeliani e palestinesi», ha detto Benedetto XVI. E ancora: «Da entrambe le parti del muro è necessario grande coraggio per superare la paura e la sfiducia, se si vuole contrastare il bisogno di vendetta per perdite o ferimenti: ardentemente preghiamo perché finiscano le ostilità che hanno causato l’erezione di questo muro».
Come si è affrettato a spiegare ieri – forse, anche per evitare frizioni tra il Papa e il premier israeliano Benyamin Netanyahu – il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, «la posizione della Santa Sede» sul conflitto israelo-palestinese «è sempre stata questa». Quella dei «due Stati sovrani – Israele e Palestina coesistenti, ndr – è la soluzione già indicata più volte dalla Chiesa». Eppure i problemi restano. Come conciliare queste posizioni con la linea del nuovo governo israeliano, contrario a una piena indipendenza palestinese, è l’interrogativo che ora si pongono in tanti. E poi ci sono le parole dedicate al muro: che impressioni avranno suscitato in Israele?
Ma oltre che con Israele, c’è da fare i conti anche con Hamas. Il portavoce del movimento islamico che da due anni controlla la Striscia di Gaza, Taher Nunu, ha sminuito infatti il significato delle parole del Papa: «Benedetto XVI ha deluso le nostre aspettative – ha affermato – avrebbe dovuto chiedere uno Stato per i palestinesi e invece ha parlato genericamente di “patria”. In realtà questa visita in Terra Santa è servita al Papa solo per esprimere il suo appoggio a Israele e per chiedere perdono agli ebrei».
In mattinata al Papa si era si era rivolto Abu Mazen, il quale aveva denunciato l’occupazione israeliana. Ma Benedetto XVI non ha parlato direttamente dell’occupazione israeliana. Ha semplicemente ricordato il diritto dei palestinesi a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’istruzione e all’assistenza sanitaria.
Ha ragione padre Lombardi: l’idea politica con la quale Benedetto XVI ritiene che il conflitto possa trovare una soluzione è la medesima di quella che aveva Giovanni Paolo II. Tanto è vero che in occasione del recente conflitto di Gaza, come nel 2000 allo scoppio della seconda Intifada, la condanna vaticana (e dunque papale) alla risposta di Israele alle rivolte palestinesi è stata la medesima. Nel 2000 la seconda Intifada bloccò per qualche tempo le relazioni diplomatiche tra Israele eVaticano. Oggi le relazioni, dopo la condanna dello scorso gennaio del Papa della «massiccia violenza» israeliana mossa in risposta ad «altra violenza» – quella palestinese – sono comunque buone. Anche perché fu già dalla seconda Intifada che la Santa Sede usò un’arguzia: mise maggiore enfasi nella dimensione ebraico-cattolica delle relazioni, tralasciando in secondo piano questioni politiche. Questioni politiche che comunque restano. Come resta il fatto che ieri, il Papa, ha parlato esplicitamente anche del muro, segno tragico per ambo le parti.
| Tratto da: |
Modello Ratzinger: Gerusalemme città aperta
mag 13, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Benedetto XVI ai luoghi sacri di Gerusalemme. I luoghi sacri dell’ebraismo e dell’islam. Vicinissimi tra loro: il muro del Pianto (l’unica parte superstite dell’antico Tempio di Erode distrutto dai soldati romani nel 70 d.C. e mai più ricostruito) e la Cupola della Roccia nella Spianata delle Moschee (qui Abramo cercò di sacrificare il figlio Isacco, qui ha pregato Maometto prima di intraprendere il suo viaggio verso il cielo). Poche decine di metri dividono i due posti, ma sono profonde le divisioni delle religioni che entrambi rappresentano.
Sono le due tappe principali toccate ieri dal Papa durante il suo lungo viaggio in Terra Santa. Due tappe che dicono molto a prescindere dalle parole che il Pontefice ha pronunciato. Due tappe seguite dalla visita al Cenacolo, dove Gesù celebrò l’ultima cena, alla Concattedrale dei Latini e nella Valle di Giosafat. È qui, nella valle di Giosafat, che Ratzinger ha parlato di Gerusalemme, città che «continua a essere minacciata dall’egoismo, dal conflitto, dalla divisione e dal peso delle passate offese». Città che il Papa si è augurato diventi «città della pace», città che ebrei, musulmani e cristiani definiscono come «loro patria spirituale». Una società dove il modello di laicità aperta già espresso in passato trovi piena espressione. Laicità aperta: dove tutti possano professare la propria fede e incontrarsi non tanto sui princìpi teologici quanto su una sapienza etica e laica riconoscibile da tutti.
Alla Cupola della Roccia il Papa (prima di lui nessun Pontefice vi aveva avuto accesso: è la terza moschea visitata da Ratzinger da quando è salito al soglio di Pietro), questa volta senza scarpe ai piedi, si è rivolto all’islam chiedendo che il dialogo tra Chiesa cattolica e islam avvenga senza «riluttanza o ambiguità». Al Papa ha replicato il Mufti di Gerusalemme Mohammed Hussein, con parole più politiche: gli ha chiesto di «operare attivamente perché cessi l’aggressione israeliana contro i palestinesi».
Al Muro del Pianto, Benedetto XVI, come già aveva fatto Giovanni Paolo II nel 2000, ha deposto tra le fenditure del muro una preghiera: «Dio di tutti i tempi manda la pace sulla Terra Santa, sul Medio Oriente e su tutta la famiglia umana».
E poi, ai rabbini capo di Israele, il sefardita Shlomo Amar e l’ashknazita Yona Metzger, ha assicurato che «la Chiesa Cattolica è irrevocabilmente impegnata sulla strada decisa dal Concilio Vaticano II per una autentica e durevole riconciliazione fra cristiani ed ebrei». Una mutua comprensione che deve percorrere strade «degli studi biblici e teologici e dei dialoghi fraterni».
Col Riformista è il gesuita Samir Khalil Samir a commentare la giornata di ieri del Pontefice, soprattutto alla luce dei rapporti che Ratzinger sta intessendo con l’islam. Egiziano di nascita, islamologo ascoltato in Vaticano (insegna alla Saint Joseph University di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale a Roma), all’incontro che Ratzinger organizzò nel 2005 a Castelgandolfo per discutere di islam assieme ai suoi ex allievi di teologia, Samir tenne la relazione introduttiva.
«Sia oggi che i giorni passati nella moschea di Amman e durante l’incontro con i rettori delle università giordane – spiega Samir -, il Papa ha ripreso i concetti principali esposti nella lectio di Ratisbona. Ha cioè parlato dei rapporti tra fede e ragione e tra fede e società. Dappertutto Benedetto XVI ricorda come le religioni debbano e possano convivere all’interno di una società che garantisca loro piena libertà d’espressione. È il concetto di laicità aperta. Benedetto XVI è convinto che un serio dialogo tra religioni possa enuclearsi su tre princìpi, tutti e tre laici: il giuramento d’Ippocrate del terzo secolo a.C. La dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. E la convenzione di Ginevra. Sono tre testi “laici” e, dunque, condivisibili da tutti. Sono modelli sui quali le religioni possono dialogare per trovare le giuste strade della convivenza. Si tratta d’una sapienza etica che elimina i dissidi che possono sorgere quando invece il dialogo è anzitutto teologico. Se, ad esempio, con l’islam si parte dalla teologia, si trova subito un muro: i musulmani non capiscono perché i cristiani non credono che Maometto sia un profeta. E Perché Dio sia trino. Sono differenze essenziali che nessun dialogo può colmare. Occorre allora garantire a tutti la piena libertà di fede, la libertà di scegliere se credere e in cosa credere e trovare nelle fedi di ognuno quella sapienza etica che sta alla base d’ogni rapporto umano».
| Tratto da: |
Intervista al rabbino Giuseppe Laras: “Il Papa è stato fermato da una didascalia?”
mag 12, 2009 IL RIFORMISTA (OLD)
Rabbino Giuseppe Laras, Benedetto XVI ieri pomeriggio è arrivato al memoriale dello Yad Vashem – memoriale delle vittime dell’Olocausto – ma come in passato fece Wojtyla e come di per sé fanno tutti i capi di Stato, non è entrato nel museo dove, tra le altre cose, è esposta una didascalia dedicata a Pio XII in cui Papa Pacelli viene definito responsabile del «silenzio» e dell’«assenza di linee guida» per denunciare lo stesso Olocausto. Come commenta l’arrivo del Pontefice?
È difficile parlare dell’arrivo del Pontefice allo Yad Vashem in modo del tutto favorevole. Mi rendo conto che la didascalia dedicata a Pio XII possa non piacere, ma entrare nel museo avrebbe avuto un valore simbolico enorme. Però certo, non era in programma e dunque non vi sono problemi. Dico soltanto che , in generale, una visita più approfondita avrebbe significato testimoniare con un gesto altamente simbolico un sentimento di maggiore partecipazione verso le sofferenze del popolo ebraico. E poi, in fondo non sarebbe stata una cosa così sconvolgente per il Papa: la didascalia dedicata a Pio XII è ben poca cosa rispetto all’intero museo.
Ratzinger ha un approccio diverso ai rapporti con l’ebraismo di quello che aveva Giovanni Paolo II?
Quando Ratzinger è divenuto Pontefice sono stato chiamato dalla rivista Jesus a commentare la cosa. Ho parlato di lui in termini positivi e ho espresso l’auspicio che Benedetto XVI avesse nel suo magistero un approccio rispetto alla Shoah, alle sofferenze del nostro popolo, il più possibile simile a quello del Pontefice polacco. Purtroppo debbo dire che non sempre è stato così. Certo, occorre ricordare che tra i due Pontefici vi sono differenze caratteriali non da poco. Ma io ritengo che ancora oggi sia unica l’apertura al dialogo e alla reciproca comprensione propria del pontificato wojtyliano.
Ieri però Benedetto XVI ha detto cose notevoli: ha ricordato la Shoah dicendo che non va mai negata e che un simile orrore disonora l’umanità. Poche ore prima aveva condannato ogni forma d’antisemitisimo e in Giordania ha parlato della medesima radice che accomuna i due credo.
Beninteso. Le parole che il Papa ha detto sono importanti e positive. La mia è una velata critica riferita soltanto al fatto che una visita al museo sarebbe stata molto significativa. In generale l’arrivo del Papa in Israele lo giudico positivamente.
Perché?
In passato, anche nel passato recente, ci sono state polemiche e tensioni difficili. Diciamo dei malintesi. E un arrivo di Benedetto XVI non può che aiutare a far sì che queste tensioni si sciolgano.
Tra queste tensioni brucia ancora la vicenda della revoca della scomunica al vescovo lefebvriano (negazionista sulla Shoah) Richard Williamson?
Quella vicenda per noi resta incomprensibile. Il Papa con la lettera di spiegazione della stessa revoca ha fatto molto. Anche se mi sembra che la cosa di per sé sussista ancora. A Williamson la scomunica resta revocata.
Arrivando ieri mattina a Tel Aviv il Papa ha supplicato tutti a esplorare ogni possibile via per la ricerca di una soluzione giusta al conflitto tra israeliani e palestinesi «così che ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri e internazionalmente riconosciuti». Come commenta?
Un discorso dedicato alla situazione politica ce lo aspettavamo. La strada indicata dal Papa è nota. Occorre comunque che vengano anzitutto estirpati ovunque i sentimenti di anti-semitismo e anti-israelianesimo diffusi.
| Tratto da: |



Loading ...