Sotto l’Himalaya si muore per la fede. I cattolici nel mirino dei fanatici indù
28 maggio 2009 -
I padri cappuccini che nel 1715, su invito del Re Malla, entrarono nella valle di Kathmandu – oggi la città è capitale del Nepal – mai avrebbero immaginato che quel seme di cattolicesimo da loro portato dalla lontana Europa avrebbe dovuto patire, circa tre secoli dopo il loro arrivo, persecuzioni e violenze. Allora, agli albori del diciottesimo secolo, nel paese vigeva una piena libertà d’esercizio religioso. I sacerdoti cattolici, in particolare, potevano predicare il cristianesimo senza restrizioni. Beninteso, non che oggi le cose siano poi così diverse. Eppure, quanto recentemente ha dovuto patire quella che padre Pius Perumana, pro-vicario apostolico del paese, ha definito all’agenzia di stampa vaticana Fides «la nostra piccola comunità», è un qualcosa che un tempo non sarebbe accaduta. Come mai sarebbe capitato, un tempo, che sempre il pro-vicario apostolico del paese fosse costretto a definire questa stessa piccola comunità in questo modo: «Triste, amareggiata e scioccata».
Guardi il Nepal, i prati e le montagne che si estendono tra la pianura del Gange e la catena dell’Himalaya, e pensi che certe cose, in questi silenzi e spettacoli della natura, è impossibile che capitino. E, invece, no. Capitano pure qui.
L’ultimo episodio ha avuto inizio la mattina di sabato scorso. Nella cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu vi erano raccolte oltre 300 persone attorno a un prete che celebrava Messa. Una donna vestita di nero – «una strana signora», ha raccontato un testimone oculare – è entrata in chiesa. Poco dopo è uscita e, all’improvviso, una bomba è deflagrata. L’ordigno – piazzato nel centro della cattedrale col chiaro intento di fare una strage – altro non era che una pentola a pressione imbottita d’esplosivo. Un botto tremendo. Finestre e arredi sacri in frantumi. E due donne morte sul colpo: Celeste Joseph, studentessa 15enne e Deepa Patrik, una 30enne che di recente aveva sposato un uomo indiano del Bihar e che era in visita con la sua famiglia a Kathamandu. Entrambe, Celeste e Deepa, erano di fede cattolica.
Strana vita quella del piccolo gregge cattolico nepalese. Circa settemila fedeli, ogni anno vengono battezzate 300 persone. Sei sono le congregazioni religiose maschili e diciassette quelle femminili. In tutto si parla di 65 preti e di 155 suore. Ventisette le scuole gestite in tutto il paese, sei nella sola Kathmandu. Tra la capitale, i villaggi rurali e quelli montuosi, sono circa 17 mila gli studenti che frequentano le scuole cattoliche.
Davvero una strana vita: tutto scorre tranquillo, lento. Non vi sono particolari problemi. Se non fosse per quelli del Nepal Defence Army. Chi? Non si sa bene chi siano. Si sa solo che ogni tanto uccidono qualche cattolico. L’hanno fatto nel 2007 colpendo a morte il salesiano padre John Prakash. L’hanno fatto quattro giorni fa, nella cattedrale della capitale. L’unica certezza è il movente: lottano per la nascita di uno Stato indù in Nepal. Ma lo fanno con azioni violente. Quando colpiscono lasciano un segno: volantini con slogan induisti e una immagine di Krishna, divinità indù. «Movimento fondamentalista», lo chiamano nel paese e a vedere gli effetti che produce la sua azione non vi è termine più appropriato. Da tempo hanno lanciato strani avvertimenti non soltanto ai cattolici, ma anche a tutte le Ong presenti: «Non interferite nei nostri affari», dicono.
Ufficialmente molte personalità hanno condannato l’attacco di sabato scorso, ma il rischio è un altro: che un fondamentalismo indù, simile a quello manifestatosi recentemente contro i cristiani di India, possa prendere piede in Nepal. L’ha spiegato due giorni fa anche l’Osservatore Romano con un articolo nel quale si ricorda che domenica 31 per sensibilizzare le autorità civili sulle condizioni in cui vivono i cristiani, è stata indetta una marcia cui sono stati invitati i fedeli di tutte le religioni presenti nel paese. Marcia a parte, una cosa va sottolineata: se il giornale diretto da Gian Maria Vian esce con una denuncia così diretta, significa che in Vaticano la cosa è sentita: la paura, per le sorti dei fedeli nepalesi, è reale.
Nei giorni scorsi comunque in molti hanno denunciato l’attacco. C’è stato Madhav Kumar, appena eletto, che ha condannato «l’abominevole attacco» e ha esortato le comunità delle minoranze cristiane e musulmane a essere vigilanti. Ci sono stati diversi leader religiosi, fra i quali il vertice della comunità induista nepalese, a condannare l’episodio. Come c’è stato Nazrul Hussein, presidente della Federazione islamica nepalese e segretario del Consiglio interreligioso, a dirsi «scioccato per l’attacco che ha colpito un luogo sacro». E, ancora, c’è stato Damodar Pokharel, leader indù, a esprimere una ferma condanna per il gesto e a chiedere che «gli attentati ai luoghi sacri siano fermati». Ma è anche vero che l’India si trova lì, oltre la valle del Gange, a un passo. E il fantasma del fondamentalismo indù potrebbe anche già essere arrivato a stabilirsi con la medesima irruenza mostrata in India.
Il problema, infatti, è sempre e soltanto uno: la monarchia, soprattutto in Nepal, è considerata dagli induisti di discendenza divina. Credono che il re sia un’incarnazione del Dio indù Vishnu. E oggi che la monarchia è stata destituita, c’è chi non riesce a darsi pace. E, in effetti, dopo secoli vissuti sempre in un certo modo, non è facile per nessuno cambiare. Come non facile è capire perché, a farne le spese, debbano essere vittime innocenti, come sembra siano diventati i membri della piccola comunità cattolica nepalese.
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