Si apre a Roma lunedì l’assembela generale della Cei. Bagnasco detta la linea sull’immigrazione
23 maggio 2009 -
La ricerca del giusto equilibrio. In sostanza una messa a punto per spiegare bene e senza sbavature i temi caldi che hanno percorso negli ultimi giorni gli interventi di presuli e personalità ecclesiastiche in tema d’immigrazione. Una recognitio perché le due parole per la Chiesa determinanti al fine di affrontare seriamente il problema – «integrazione» e «legalità» – vengano sviscerate come si deve: in una società interculturale le differenti culture interagiscono tra di loro, si accolgono e si ascoltano. Mentre è proprio d’una società multietnica il rischio dell’indifferenza. Ma l’accoglienza che è propria d’una società che vuole essere multiculturale – come l’Italia – non può che avvenire nel rispetto della legalità e, insieme, senza dimenticare il posto che il cattolicesimo ricopre all’interno della società italiana.
Oltre al tema all’ordine del giorno – ovvero la questione educativa – ci saranno anche questi concetti nella prolusione di lunedì mattina dell’arcivescovo di Genova e presidente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, in apertura dei lavori dell’assemblea generale dei vescovi che si svolge in Vaticano. Una prolusione attesa dopo settimane in cui, un giorno sì e l’altro pure, presuli vaticani e illustri rappresentanti della Chiesa italiana, si sono succeduti nel ribadire con sempre maggiore convinzione il proprio “no” alle politiche per l’immigrazione messe in campo dall’attuale governo. “No” ai rimpatri. “No” ai respingimenti.
Il primo a intervenire, come sempre, è stato monsignor Agostino Marchetto, segretario in procinto di promozione (nel senso che presto lascerà la curia romana per altri lidi) del pontificio consiglio vaticano che si occupa della pastorale dei migranti e degli itineranti. Dopo di lui, ecco il cappello messo sull’argomento dal suo superiore, ovvero il presidente dello stesso dicastero monsignor Antonio Maria Vegliò. Come a dire: l’organo competente della Santa Sede in tema di immigrazione dice due volte “no” a Maroni e al governo.
Poi, ecco gli esponenti della Chiesa italiana. Essendo la questione nazionale, non poteva mancare la voce di chi, all’interno della conferenza episcopale, ricopre l’incarico di direttore dell’ufficio per la pastorale degli immigrati, padre Gianromano Gnesotto. Quindi, ecco le parole del segretario della commissione per le migrazioni, Domenico Sigalini, E, ancora, la voce di colui che presiede la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace: il vescovo d’Ivrea Arrigo Miglio.
Tante opinioni, tutte d’un certo tipo, e tutte dai toni accesi. Non proprio – in parte sì ma non del tutto – come la condotta tenuta da Avvenire: pochi interventi all’insegna dell’«integrazione» che una società «interculturale» deve garantire a tutti a patto che ognuno rispetti la «legalità». Appunto la medesima linea che Bagnasco andrà a sviscerare lunedì.
Non tutti nella Chiesa italiana condividono le “sparate” contro il governo mosse dagli ecclesiastici. Il tema dell’immigrazione è sì importante, ma non è per tutti “il” tema sul quale mettere in campo una battaglia epocale. Anche perché la posizione della Chiesa sulla dignità della persona, sull’accoglienza da dare a chiunque, è nota. Piuttosto, meno noti (fuori dalla Chiesa) sono gli innumerevoli capo ufficio adibiti in Vaticano e nella Cei a parlare dell’argomento: davvero tanti. Come tanti sono, a volte, i protagonismi di coloro che li conducono. È un problema atavico quello del proliferare (in Vaticano come in Cei) di uffici adibiti a qualcosa. Forse è per questo proliferare che su ogni argomento c’è un qualcuno della Chiesa pronto a dire un qualcosa nonostante l’evidente rischio che ora questa ora quella parte politica usi le stesse dichiarazioni per i propri comodi.
L’assemblea dei vescovi che inizia dopo domani è un appuntamento importante. Sembra che il fronte ecclesiastico antagonista del governo in tema d’immigrazione sia pronto a dare un ulteriore prova di sé nel corso dell’assise. E, probabilmente, è anche per questo motivo che le parole di Bagnasco sono attese. A seconda dell’equilibrio che egli riuscirà a mostrare, farà capire ai vescovi come e in che modo certe cose vanno dette.
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Ma perché l’Italia dovrebbe diventare multiculturale? Perché? Perché? Perché? Ma l’Italia ha o non ha una sua propria cultura? E la sua propria cultura è o non è a vocazione universale? E se sì, non dovremmo essere noi a comunicare agli altri la nostra cultura, anziché vergognarcene?
Ecco i risultati del ’68 e del postconcilio: gente ignorante, che non sa chi è e che ciancia di “multiculturalismo” perché disprezza se stessa.
L’accoglienza non ha nulla a che vedere né col Multiculturalismo né con le migrazioni di popoli né tanto meno con l’ingresso forzato in Italia di gente che non si sa chi sia e che magari è membro di qualche organizzazione terroristica o pretende di vivere a spese della “ricca” (?) Italia. L’aiuto al prossimo è una cosa molto diversa, e comincia dalla quotidianità della vita con chi abbiamo accanto, non coi “lontani” che servirebbero a “cambiare il mondo”. Imparate a rispettare, ad esempio, il “secchione”, imparate a evitare il bullismo, a ammirare ciò che è vero, bello e buono, se poi volete aiutare veramente gli altri e non fare solo demagogia sinistreggiante.