Benedetto XVI Papa, teologo e dopo la Terra Santa anche capo di Stato

Ha in qualche modo ragione il quotidiano Haaretz quando scrive – la stessa tesi la fa propria Le Monde – che «la missione di Benedetto XVI in Israele è stata molto politica». Ha meno ragione quando condisce la cosa in termini negativi dicendo che per questo motivo chi «ha vinto» sono stati i palestinesi. Ma il carattere principalmente politico del dire e del fare del Papa in Giordania e Israele resta. Come resta un altro dato: le cose non potevano che andare così, almeno se si paragona questo viaggio a un altro, quello in Terra Santa di Giovanni Paolo II nel 2000, un viaggio che fu pieno di contenuti politici ma percepiti dai più principalmente in termini profetici.
Wojtyla arrivò in Terra Santa con una biografia d’un certo tipo. Alla vecchia domanda yiddish: «Sarà buono con noi?», egli seppe rispondere positivamente fin dall’inizio del suo pontificato. Era anche avvantaggiato rispetto a Ratzinger: polacco, aveva sperimentato sulla propria pelle le medesime sofferenze patite dagli ebrei durante il nazismo. Era naturale, dunque, che gli ebrei lo sentissero vicino a loro. Fu lui a definirli i «fratelli maggiori» della Chiesa cattolica. Con loro Wojtyla aveva messo in campo relazioni e aperture storiche. Egli, poi, arrivava in Terra Santa già molto malato. E la cosa lo agevolò molto a tingere di profezia i contenuti del viaggio stesso. Quanto all’islam, il 2000 non era il 2009. Un certo fanatismo di stampo islamico non era ancora del tutto recepito nel mondo occidentale e, dunque, quanto ai rapporti coi musulmani, il suo arrivo era meno sentito.
Benedetto XVI è atterrato in Terra Santa avvertito come un nemico. Non che egli sia nemico del popolo ebraico, né dei musulmani, ma l’immagine che di sé entrambi i popoli hanno di lui non è totalmente positiva. Perché una parte del mondo ebraico lo considera un nemico è presto detto: è a motivo del suo essere tedesco. Nemico per quel sospetto, ancora non sopito del tutto, che la sua nazionalità sia sinonimo d’un antisemitismo cronico, insito consapevolmente o meno anche nel suo dna. Paradossalmente, se Wojtyla in quanto polacco aveva gioco facile con gli ebrei e difficile con gli ortodossi di Mosca, col tedesco Ratzinger al soglio di Pietro le cose si sono ribaltate: Benedetto XVI, nonostante la sua posizione in merito, fatica con gli ebrei mentre veleggia col patriarcato moscovita. Quanto all’islam, Ratisbona resta per una parte più estremista della galassia musulmana una macchia che qualsiasi gesto successivo ha faticato a cancellare.
Fatte queste premesse, Benedetto XVI in Giordania e Israele ha fatto il massimo. Se nel 2000 il Corriere della Sera titolava l’articolo di presentazione del viaggio di Wojtyla per la Terra Santa così: Il viaggio più difficile. Una settimana fa avrebbe dovuto usare un titolo più forte, sì da rendere esplicite le asperità di gran lunga maggiori che sulla carta aveva davanti il Pontefice tedesco.
Ratzinger si è mosso bene: sui temi sensibili per l’islam e l’ebraismo ha ribadito il suo pensiero forte senza dire di più di quanto fosse lecito, mentre ha puntato molto sull’analisi politica della situazione mediorientale concedendo punti di vista noti ma conditi di qualche novità (del muro nei termini espliciti usati in questi giorni non aveva mai parlato).
Due giorni fa l’Economist ha fatto un’analisi impietosa del viaggio dicendo che Benedetto XVI in Terra Santa «ha aggiunto alla lista un altro disastro nelle pubbliche relazioni». In sostanza il settimanale inglese ha collazionato le critiche principali che sono state mosse a Ratzinger in questi giorni: allo Yad Vashem ha parlato di milioni di ebrei vittime dell’Olocausto e non di sei milioni. Ha parlato della tragedia della Shoah senza attribuirne la colpa (cioè non ha citato i nazisti) e, dunque, non facendo mea culpa. E poi ha creato malcontento anche in una parte del mondo islamico che voleva accuse più vivaci alla politica israeliana nella regione.
L’analisi è, appunto, impietosa. Ed è tra l’altro uscita prima del congedo di ieri nel quale il Papa ha detto che la Shoah fu lo sterminio perpetrato «sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio». Ma pur nella sua impetuosità dice di una difficoltà reale che Benedetto XVI aveva davanti e che Wojtyla, invece, non ebbe: un pregiudizio sulla sua persona forse inestirpabile.
Ratzinger era consapevole di questo pregiudizio: già lo sperimentò a Ratisbona, durante il recente conflitto di Gaza, in Africa, e in modo potente in occasione della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani dei quali uno, il noto Richard Williamson, negazionista sulla Shoah. Ma non si è dato per perso. Ha voluto portare fino in fondo ogni cosa, superando anche le titubanze d’una parte del Vaticano spaventata dalle paure espresse dai cristiani residenti in Israele e nei territori per una visita che avrebbe potuto essere uno spot pro Israele ai danni dei palestinesi.
Benedetto XVI non è caduto in nessuna trappola. Ha mostrato quanto sia necessario un serio dialogo interreligioso. È lui che lo vuole prima degli altri. È lui che lo vuole con l’ebraismo fondato sull’inscindibile legame che accomuna le due religioni e con l’islam sganciato d’ogni riferimento teologico: un dialogo, dunque, basato sulla ragione, su una sapienza etica che viene prima della teologia.
Affondato il colpo sul dialogo con islam ed ebraismo, condannato l’antisemitismo e ogni tesi negazionista, ha spostato l’attenzione sull’analisi politica, facendo in qualche modo il percorso inverso di quello fatto da Wojtyla nel 2000. Giovanni Paolo II, ribadita la sua idea politica quanto a Israele e a una «patria palestinese», virò con forza sul profetismo, su ciò che, in quanto polacco, si poteva permettere maggiormente: i musulmani, disse, sono nostri «fratelli» mentre gli ebrei sono «fratelli maggiori», talmente maggiori che nei loro confronti la Chiesa cattolica fa un gesto di mea culpa. Ratzinger, invece, si è indirizzato subito sulla praticità. Come dire, parliamo prima di cose concrete: sulla tesi dei due Stati, sul muro «segno tragico», sui cristiani che debbono restare dove sono perché parte integrante di quella martoriata terra, sulla pace alla quale debbono contribuire tutti. E ieri, partendo per Roma, non a caso davanti al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente Shimon Peres, ha ridetto con parole ancora più forti la sua agenda politica: «Sono amico di entrambi i popoli non posso fare a meno di piangere per le loro sofferenze»; il «muro è stata una delle visioni più tristi»; date «uno Stato a Israele» e un patria «indipendente e sovrana» ai palestinesi (concetto ripreso nel titolo di oggi dell’Osservatore Romano, un titolo che enfatizza l’aspetto politico: Due Stati in Terra Santa, una realtà possibile. Insomma, le stesse condizioni politiche a entrambi: non hanno, dunque, vinto solo i palestinesi come scrivevano Haaretz e Le Monde.

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  1. marco ha scritto il 16 maggio 2009 alle 1:41 pm:

    E’ vero i media nazionali, ma soprattutto internazionali hanno dato poca rilevanza al viaggio del papa. La maggior parte hanno ai discorsi del papa un giudizio scadente intercalato da ovvietà.


  2. Bento ha scritto il 16 maggio 2009 alle 7:38 pm:

    Una sola parola per definire il Papa e il viaggio: MAGISTRALE!


  3. vittorio ha scritto il 17 maggio 2009 alle 12:32 pm:

    BENEDETTO XVI ha i grande peccato di essere una persona aristocratica , nel senso etimologico della parola , inoltre ha il grave difetto di essere una persona colta di primo livello , essere disprezzato di questi tempi può essere solo un punto d’ onore per lui e per i cattolici veri .
    neanche si pone il problema di voler essere popolare , va dritto al naso . non fa nulla per raccogliere consensi , spariti gli applausi
    la stampa è quella che è , la nostra fa veramente schifo per qualità ed è manovrata …. vedi il caso WILLIAMSON , per quel che mi viene in mente al momento ….
    la gente , per prppria libera scelta si è abituata ormai a grufolare nel trogolo come i maiali …. speriamo bene !!!!


  4. LDCaterina63 ha scritto il 17 maggio 2009 alle 3:19 pm:

    Ottima analisi si, sig. Rodari….ma stiamo sempre li: chi è che fornisce all’ampio pubblico l’immagine che si vuole dare del Pontefice?
    E’ la stampa….
    se qualcuno critica la stampa viene a sua volta accusato di volerla farla tacere, ma così non è….chi è che deve vigilare affinchè l’etica professionale di un giornalista rispetti le persone che si vogliono portare all’attenzione dei lettori?
    Parliamo infatti sempre di “IMMAGINI” proposto o imposte… si impone dunque l’immagine del Pontefice che meglio corrisponda a certi giochi del politicamente corretto (o scorretto, faccia lei)^__^ ieri toccò a Giovanni Paolo II sul quale giocò indubbiamente la nazionalità ma anche la malattia…oggi si gioca sull’immagine di Ratzinger ma sempre a seconda dell’andamento politico del momento, oscurandone spesso il vero carattere mite ma fermo nella Dottrina…
    In tutto questo si dimenticano due aspetti:
    1) il Papa NON è il salvatore di nulla, egli è chiamato a quel ruolo per indicare LA VIA, LA VERITA’ E LA VITA per la quale un certo Gesù Cristo (nostro Signore e nostro Dio) attribuì a sè stesso tale via, tale essere Verità e tale essere Vita, e questo il Papa l’ha fatto egregiamente, ha seminato il VERBO;
    2) questa Via, Verità e Vita sono la famosa strada “stretta”, scomoda, la strada che molti non vogliono intraprendere perchè costa sacrifici e perchè è nemica dell’egoismo che alberga ogni Uomo e che anima certe politiche ideologiche…inutile dunque tentare di difendere a tutti i costi il Papa, il Papa NON va difeso, ma sostenuto quando percorre e addita questa Via, questa Verità e questa Vita, forse è proprio questo l’errore più grande che fanno molti giornalisti ^__^ un Papa è votato di per sè al martirio, non c’è necessità di difendere la Verità che dice, quanto piuttosto di fare da eco alle sue parole e potenziarle nell’applicazione vera senza compromessi, senza il politicamente corretto, senza giri di parole…

    Caro Rodari, a volte ci vuole davvero poco per sostenere il Pontefice, basta dire la Verità e offrire ai lettori ciò che il Papa ha realmente offerto, il resto cadrà da solo come ogni casa costruita sulla sabbia ^__^

    Fraternamente CaterinaLD