Nazaret: La diplomazia papale con Netanyahu e arabo-cristiani
15 maggio 2009 -
La tappa di Nazaret toccata da Benedetto XVI ieri durante il suo viaggio in Giordania e Israele era delicatissima per due motivi.
Primo: il Papa andava direttamente all’interno di quella che è la roccaforte degli arabo-cristiani in Terra Santa: ventimila persone almeno. Una minoranza nel Paese. Ma un minoranza agguerrita, e cioè parecchio preoccupata che questi giorni di permanenza del Pontefice nella regione si tramutassero principalmente in un tour pro Israele. Una minoranza prevaricata dalla massiccia presenza musulmana la quale, per le medesime preoccupazioni avanzate dai cristiani ma anche per contenziosi di lunga data con gli stessi cristiani, aveva messo sull’allarme i servizi israeliani diffondendo volantini ostili all’arrivo del Papa. Una minoranza che in qualche modo il Pontefice doveva riuscire a “fare sua”.
Secondo: Benedetto XVI aveva da cimentarsi in un colloquio a porte chiuse con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Un incontro difficile dopo la giornata filo palestinese del Papa dell’altro ieri. Dopo il richiamo alla necessità di dare una «patria» ai palestinesi, possibilità di fatto osteggiata da Netanyahu. Dopo le parole di Ratzinger dedicate al muro – «segno tragico» per tutti -, quel muro costruito attorno alla Cisgiordania e a Gerusalemme proprio dal governo israeliano.
Partiamo dal primo punto. Ce la fatta Benedetto XVI a conquistare i cristiani della regione? Stando alla massiccia affluenza di fedeli presenti ieri alla Messa che il Pontefice ha celebrato sulla spianata naturale sotto il Monte del Precipizio verrebbe da dire di sì. Il numero dei fedeli ha superato ogni previsione: c’erano più di quarantamila persone: «La più grande assemblea di cristiani mai tenuta nello Stato d’Israele», battevano le agenzie di stampa già di prima mattina.
Dire che una presenza così massiccia sulla spianata sia stata favorita dalle parole in favore dei due Stati (Israele e Palestina) pronunciate dal Papa il giorno precedente è senz’altro troppo. Eppure quanto sviscerato dal Pontefice davanti ad Abu Mazen mercoledì non può che essere stato di gradimento ai cristiani i quali, per voce del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, già giorni addietro avevano fatto giungere alle orecchie di Benedetto XVI un’eco del proprio malessere.
C’è un momento in cui Benedetto XVI ha toccato con maggiore profondità la sensibilità del popolo cristiano. È stato nella serata di ieri. Nella basilica Superiore del Santuario dell’Annunciazione di Nazaret, Ratzinger ha ricordato l’emigrazione alla quale sono stati costretti tantissimi cristiani del posto: «Abbiate il coraggio di rimanere qui», ha detto loro il Papa. Parole che rispondono a quanto in mattina aveva detto il vicario greco melkita di Nazaret, Elias Chacour: «L’esodo dei cristiani ci angoscia con dolore e ci mostra una prospettiva poco incoraggiante».
A Nazaret i rapporti coi musulmani non sono rosei. In particolare, è Nizam Sakhafa, l’imam della moschea Shihab-e-din, a rappresentare meglio di altri il malcontento musulmano: voleva costruire una nuova grande moschea a ridosso della Basilica dell’Annunciazione, ma dovette rinunciarvi nel 2001 per decisione dei giudici israeliani. Il Papa non ha eluso l’argomento dicendo apertamente che ambo le parti – cristiani e musulmani – debbono superare le tensioni, «riparare il danno che è stato fatto», operare «per edificare ponti e trovare modi per una pacifica coesistenza». Una coesistenza nella quale le «donne» hanno un posto particolare. Una coesistenza che Benedetto XVI ha promosso anche con un gesto fuori programma: incontrando nel pomeriggio i capi religiosi di Galilea, ha preso per mano un rabbino e un imam e con loro ha pregato per la pace.
Secondo punto. L’incontro con Netanyahu. Il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha detto che al centro del colloquio ci sono stati «i temi del processo di pace in Medio Oriente». Il primo ministro conosce bene la linea che il Vaticano propone per una soluzione del conflitto: due Stati indipendenti. Una linea che di fatto si rifà alla road map di bushiana memoria. Una linea che Netanyahu potrebbe anche accogliere. Non a caso ieri, dopo le parole del Papa pronunciate intorno alla necessità di concedere ai palestinesi una loro «patria», Netanyahu ha incontrato di persona re Abdullah II di Giordania il quale, pochi giorni fa, aveva incontrato il Papa: «Non vi è alternativa a una soluzione con due Stati», è il messaggio di Abdullah per Netanyahu. Ma prima di prospettare nuove soluzioni, il primo ministro israeliano vuole gesti concreti. Uno l’ha chiesto ieri al Papa: «Gli ho chiesto – ha detto – di levare la voce contro le dichiarazioni dell’Iran per la distruzione d’Israele».
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