Modello Ratzinger: Gerusalemme città aperta

Benedetto XVI ai luoghi sacri di Gerusalemme. I luoghi sacri dell’ebraismo e dell’islam. Vicinissimi tra loro: il muro del Pianto (l’unica parte superstite dell’antico Tempio di Erode distrutto dai soldati romani nel 70 d.C. e mai più ricostruito) e la Cupola della Roccia nella Spianata delle Moschee (qui Abramo cercò di sacrificare il figlio Isacco, qui ha pregato Maometto prima di intraprendere il suo viaggio verso il cielo). Poche decine di metri dividono i due posti, ma sono profonde le divisioni delle religioni che entrambi rappresentano.
Sono le due tappe principali toccate ieri dal Papa durante il suo lungo viaggio in Terra Santa. Due tappe che dicono molto a prescindere dalle parole che il Pontefice ha pronunciato. Due tappe seguite dalla visita al Cenacolo, dove Gesù celebrò l’ultima cena, alla Concattedrale dei Latini e nella Valle di Giosafat. È qui, nella valle di Giosafat, che Ratzinger ha parlato di Gerusalemme, città che «continua a essere minacciata dall’egoismo, dal conflitto, dalla divisione e dal peso delle passate offese». Città che il Papa si è augurato diventi «città della pace», città che ebrei, musulmani e cristiani definiscono come «loro patria spirituale». Una società dove il modello di laicità aperta già espresso in passato trovi piena espressione. Laicità aperta: dove tutti possano professare la propria fede e incontrarsi non tanto sui princìpi teologici quanto su una sapienza etica e laica riconoscibile da tutti.
Alla Cupola della Roccia il Papa (prima di lui nessun Pontefice vi aveva avuto accesso: è la terza moschea visitata da Ratzinger da quando è salito al soglio di Pietro), questa volta senza scarpe ai piedi, si è rivolto all’islam chiedendo che il dialogo tra Chiesa cattolica e islam avvenga senza «riluttanza o ambiguità». Al Papa ha replicato il Mufti di Gerusalemme Mohammed Hussein, con parole più politiche: gli ha chiesto di «operare attivamente perché cessi l’aggressione israeliana contro i palestinesi».
Al Muro del Pianto, Benedetto XVI, come già aveva fatto Giovanni Paolo II nel 2000, ha deposto tra le fenditure del muro una preghiera: «Dio di tutti i tempi manda la pace sulla Terra Santa, sul Medio Oriente e su tutta la famiglia umana».
E poi, ai rabbini capo di Israele, il sefardita Shlomo Amar e l’ashknazita Yona Metzger, ha assicurato che «la Chiesa Cattolica è irrevocabilmente impegnata sulla strada decisa dal Concilio Vaticano II per una autentica e durevole riconciliazione fra cristiani ed ebrei». Una mutua comprensione che deve percorrere strade «degli studi biblici e teologici e dei dialoghi fraterni».
Col Riformista è il gesuita Samir Khalil Samir a commentare la giornata di ieri del Pontefice, soprattutto alla luce dei rapporti che Ratzinger sta intessendo con l’islam. Egiziano di nascita, islamologo ascoltato in Vaticano (insegna alla Saint Joseph University di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale a Roma), all’incontro che Ratzinger organizzò nel 2005 a Castelgandolfo per discutere di islam assieme ai suoi ex allievi di teologia, Samir tenne la relazione introduttiva.
«Sia oggi che i giorni passati nella moschea di Amman e durante l’incontro con i rettori delle università giordane – spiega Samir -, il Papa ha ripreso i concetti principali esposti nella lectio di Ratisbona. Ha cioè parlato dei rapporti tra fede e ragione e tra fede e società. Dappertutto Benedetto XVI ricorda come le religioni debbano e possano convivere all’interno di una società che garantisca loro piena libertà d’espressione. È il concetto di laicità aperta. Benedetto XVI è convinto che un serio dialogo tra religioni possa enuclearsi su tre princìpi, tutti e tre laici: il giuramento d’Ippocrate del terzo secolo a.C. La dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. E la convenzione di Ginevra. Sono tre testi “laici” e, dunque, condivisibili da tutti. Sono modelli sui quali le religioni possono dialogare per trovare le giuste strade della convivenza. Si tratta d’una sapienza etica che elimina i dissidi che possono sorgere quando invece il dialogo è anzitutto teologico. Se, ad esempio, con l’islam si parte dalla teologia, si trova subito un muro: i musulmani non capiscono perché i cristiani non credono che Maometto sia un profeta. E Perché Dio sia trino. Sono differenze essenziali che nessun dialogo può colmare. Occorre allora garantire a tutti la piena libertà di fede, la libertà di scegliere se credere e in cosa credere e trovare nelle fedi di ognuno quella sapienza etica che sta alla base d’ogni rapporto umano».

Tratto da:

LASCIA UN COMMENTO... SEGNALA...