Per la seconda volta in moschea. Benedetto XVI batte Wojtyla 2 a 1

Prima dell’immersione nella parte più mistica e misterica del viaggio in Terra Santa, prima dell’arrivo sui luoghi sacri un tempo calpestati da Gesù, prima delle ore in cui il «viaggio» diverrà un vero e proprio «pellegrinaggio», per Benedetto XVI è ed è stato ancora tempo di Giordania, di incontri con i leader spirituali e le autorità istituzionali del paese mediorientale. Oggi, l’ultimo sforzo in tal senso: ad Amman, la grande messa all’International Stadium prima della partenza per Tel Aviv.
Ieri, in due luoghi simbolo delle consorelle religioni islamica ed ebraica – il memoriale di Mosè sul monte Nebo e la moschea Al-Hussein – il Papa ha pronunciato ancora una volta parole misurate e chiare. Parole che in qualche modo riassumevano quanto già Benedetto XVI volle dire in passato a ebrei e cristiani. Parole che, implicitamente, cercavano di fare chiarezza sulle più o meno recenti incomprensioni: da Ratisbona all’“affaire Richard Williamson”, la lista dei malintesi è abbastanza lunga.
Sul monte Nebo, Ratzinger ha voluto dire una cosa al popolo ebraico: c’è un vincolo che unisce ebrei e cristiani «inseparabile». Alla moschea di Al-Hussein questo ha voluto dire ai musulmani: la religione, ogni religione, «può snaturarsi se serve la violenza» ma musulmani e cristiani, entrambi «adoratori di Dio», possono fare molto perché questa storpiatura non accada.
Le incomprensioni con gli ebrei si sono acuite negli ultimi mesi a motivo della liberalizzazione voluta da Ratzinger dell’antico messale di san Pio V che nella versione precedente a quella rivista nel 1962 da Giovanni XXIII contiene l’invocazione «pro perfidis iudaeis». Diversi rabbini hanno rinfacciato al Pontefice la cosa sostenendo che fosse la prova d’un antisemitismo di fondo mai estirpato totalmente dal cattolicesimo. A questo si aggiunse la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebrviani (di cui uno, Williamson, sostenitore di tesi negazioniste sulla Shoah), e il rimbalzare di notizie attorno alla possibilità che il Papa sblocchi in tempi brevi il processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII, il Pontefice accusato da una certa vulgata di silenzio sull’Olocausto.
Sulla terrazza naturale che affaccia sulla Terrasanta e la Giordania meridionale, sul luogo da dove Mosè vide la Terra Promessa, Benedetto XVI ha chiesto di superare le incomprensioni parlando di fede. Una fede che unisce ebrei e cristiani: «Qui, sulle orme degli innumerevoli pellegrini che ci hanno preceduto lungo i secoli – ha detto – siamo spinti quasi come una sfida, ad apprezzare più pienamente il dono della nostra fede e a crescere in quella comunione che trascende ogni limite di lingua, di razza, di cultura». Un’«inseparabile vincolo» unisce ebrei e cristiani, un vincolo che deve far «superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione tra cristiani ed ebrei».
I dissidi coi musulmani muovono non soltanto dalla lectio che il Pontefice tenne a Ratisbona nel settembre del 2006. Ma anche da più antiche lezioni che il cardinale Ratzinger dedicò alla sfera musulmana. Eppure Papa Ratzinger ha visitato più moschee di Wojtyla: due (questa e quella di Istanbul nel 2006) rispetto all’unica del Papa polacco (Damasco), segno che attenzione all’islam questo Pontefice ne ha.
La visione di Ratzinger quanto ai rapporti coi musulmani era chiara già da prima che divenisse Papa: era la visione di una impossibilità che i due credo, almeno teologicamente, s’incontrassero. Visione rimasta intatta anche ora, tanto che sovente Benedetto XVI parla di incontro tra culture – islamica e cristiana – e non tra religioni. Anche ieri ha auspicato «un’alleanza di civiltà» – di civiltà, non altro – con il mondo musulmano. Ma ha anche ricordato che seppure «segnata da incomprensioni», cristiani e musulmani hanno «una storia in comune». Quanto alla religione, occorre semplicemente non sfigurarla costringendola «a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso». Quando così accade, non c’è soltanto «la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l’obnubilarsi della mente». Parole, queste ultime, che ricordano bene (seppure senza riferimenti espliciti all’islam) i concetti espressi a Ratisbona.
Ratzinger a Istanbul entrò in moschea scalzo, qui no: il principe Ghazi gli ha spiegato che avrebbe potuto tenere le scarpe, contrariamente alla prescrizione musulmana, perché il pavimento della moschea era stato coperto da spesse stuoie. Padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, ha spiegato così l’arrivo del Papa in moschea: qui il Papa «non prega, nel senso di fare una preghiera cristiana nel luogo di culto di un’altra religione, ma ha sostato in raccoglimento per rispetto del luogo di fede e di preghiera e per rispetto della preghiera di tantissime persone che si svolge in questo luogo. Non sarebbe giusto dire che ha pregato, ma che ha sostato in raccoglimento rispettoso».

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  1. vittorio ha scritto il 11 maggio 2009 alle 11:01 am:

    BENEDETTO XVI è di una delicatezza unica ….

    è altamente apprezzabile il fatto che si sia precisato che il Pontefice non abbia pregato in moscea , ma solo sostato in raccoglimento rispettoso ……

    ma non finiscono la sorprese .. il Principe GHAZI discendente diretto di Maometto ha avuto parole di apprezzamento per Benedetto XVI circa la liberalizzazione della MESSA in latino ….

    mi piacerebbe sapere cosa ne pensa a proposito una certa parte dei Vescovi !?!?!?