L’abecedario del neoconservatorismo secondo Irvin Kristol

Cos’è esattamente il neoconservatorismo? Facile rispondere, se si legge l’edizione italiana che Rubbettino ha appena deciso di dare alle stampe d’un libro che ha fatto a suo modo epoca. Ovvero, quel The Neoconservative Imagination. Essays in Honor of irving Kristol (curato da Christopher DeMuth e William Kristol) che nel 1995 raccolse i contributi che diversi esponenti di spicco della galassia neoconservatrice (Nathan Glazer, Sir Peregrine Worsthorne, Norman Podhoretz, Michael Novak, Irwin Stelzer, Leon R. Kass, Robert H. Bork e Mark Gerson) diedero attorno al «godfather» del neoconservatorismo, appunto Irving Kristol, in occasione dei suoi settantacinque anni. Un’edizione, quella italiana, intitolata La visione politica di Irving Kristol e impreziosita da tre cose: una prefazione di Flavio Felice (professore di dottrine economiche e politiche alla Lateranense e presidente del Centro studi Tocqueville-Acton); una serie di passi scelti ed epigrammi celebri di Kristol leggendo i quali quanto disse Mattehw Arnold di Edmund Burke – «È così grande perché offre pensieri che hanno un impatto sulla politica, satura la politica del pensiero» – non risulta fuori luogo se riferito al «godfather»; una bibliografia completa degli scritti di Kristol a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso.
Cos’è il neoconservatorismo? Lo spiega lo stesso Kristol tra le pieghe de libro: «Direi – racconta – che si tratti di un termine descrittivo più che normativo. Descrive l’erosione della fede liberal in un gruppo relativamente ristretto di intellettuali di grande acume e diversi tra di loro a favore di una posizione più conservatrice: conservatrice ma differente in alcuni aspetti fondamentali dal conservatorismo tradizionale del partito Repubblicano. Molti di noi provenivano dalla classe medio-bassa e da famiglie di operai, eravamo i figli della Grande Depressione, veterani della Seconda Guerra Mondiale che accettarono il principio del New Deal e che poco amavano l’isolazionismo che allora caratterizzava il conservatorismo americano. Ci consideravamo sin dall’inizio dei dissidenti liberal, dissidenti in quanto eravamo scettici nei confronti di buona parte del programma Great Society di Lyndon Johnson e sempre più disillusi rispetto alla metafisica liberal, l’idea di natura umana e delle realtà economiche e sociali sulle quali si fondavano quei programmi».
Parole che provano a descrivere un qualcosa difficile da circoscrivere: un fenomeno che non può essere ridotto a movimento, scuola, né tanto meno a corrente di pensiero all’interno d’un partito politico. Esso, piuttosto, assume la forma di un punto di vista irriducibile a un unico aspetto, ma relativo a un ampio spettro di argomenti, che ha suscitato negli anni un gran numero di dispute e che tuttavia presenta alcuni nuclei teorici fondamentali.
Ma chi sono esattamente i neocon? Kristol, colui che in quanto ebreo e americano è per Michael Novak «due volte eletto», li definì così: «Liberal assaliti dal realismo», oppure «marxisti venuti dal freddo». Detto in modo grezzo: intellettuali un tempo di sinistra poi passati dall’altra parte. Un gruppo di persone accomunate dal riconoscimento al proprio interno d’una figura dominante, Kristol appunto.
Fu un social democratico, Michael Harrington, che coniò per la prima volta il termine «neoconservatore»: intendeva indicare la linea politica seguita dai suoi ex compagni di sinistra che non condividevano più il suo stesso entusiasmo per il socialismo, per i programmi assistenziali della Great Society, per l’“interventismo statale”, e per l’“anti-anti- comunismo”. Harrington coniò il termine in senso dispregiativo: voleva screditare quegli intellettuali che a un certo punto del loro percorso presero le distanze dalla sinistra liberal americana. Il prefisso “neo”, infatti, non indicava un modo nuovo d’essere conservatori, quanto una sentenza d’espulsione dalle file della sinistra, in quanto apostati, pur non potendo essere accolti dalla destra.
Al di là del termine, inizialmente mal digerito da Kristol, resta il dato che le radici del fenomeno neoconservatore, almeno da un punto di vista storico, affondano senz’altro nel movimento liberal anticomunista degli anni Cinquanta. Liberal perché chi vi faceva parte era fautore di un sistema basato sull’uguaglianza universale. Proponevano un’economia mista, e ritenevano che una democrazia liberale dovesse promuovere uno spirito di tolleranza riconoscendo la piena libertà di pensiero. In questo senso aveva ragione Kristol a mal tollerare l’accezione neoconservatrice propugnata da Harrington: loro, i neoconservatori, fin dall’inizio avevano avversari sia nella destra che nella sinistra.
Un punto qualificante il pensiero neoconservatore è stato senz’altro l’anticomunsimo. La critica è sempre stata diretta ai quegli intellettuali e componenti dell’élite politica, rei di non essere sufficientemente consapevoli del male che si annida nei sistemi totalitari in generale e in particolare nel comunismo.
Altro punto qualificante la difesa delle cosiddette “istituzioni borghesi”. È sulle virtù borghesi dell’operosità, dell’umiltà, del senso di responsabilità, della prudenza e della temperanza che le istituzioni d’una democrazia sana debbono fondarsi. Lo spiegò Krystol, citando Matthew Arnold: «Le nazioni non sono veramente grandi perché gli individui che le c compongono sono numerosi, liberi e attivi; ma sono grandi quando questi numeri, questa libertà e questa attività sono impiegate al servizio di un ideale più alto di quello di ogni singolo uomo».
Quindi, l’idea di welfare: un giusto welfare dovrebbe essere articolato in una società «libera e virtuosa». È sempre Kristol a domandasi perché alla predisposizione della più solida e ampia politica assistenziale che la Nazione americana ricordi – la politica di Lotta alla povertà inaugurata nel 1964 dal presidente Lyndon Johnson – il numero delle persone povere ed emarginate, dipendenti dal welfare, piuttosto che diminuire sia aumentato. La risposta è complessa ma è evidente che l’esplosione della dipendenza dal welfare è stata creata dagli stessi che hanno enfaticamente predisposto le misure di “Lotta alla povertà”. E ancora: «Non sono giunto a tal punto – scrisse Kristol -, non riuscirò mai a raggiungerlo, da dichiarare che lo Stato è nostro Nemico. È il nostro alleato, ma un alleato incerto, inaffidabile e, a volte, persino traditore».
Infine la politica estera. «Coloro che fanno politica estera americana scopriranno – spiega Kristol – che qualsiasi concezione vitale di “interesse nazionale” degli Stati Uniti non sarà utile se non correlata a quella filosofia politica – ideologia, se si vuole – che è alla base di ciò che noi chiamiamo “il modo di vivere americano”». E ancora: «Nessuno può seriamente sostenere che i numerosi regimi autoritari che ora sono diffusi nel mondo costituiscano una minaccia all’America e all’Occidente liberale. Le società totalitarie, d’altra parte, sono realtà post liberali che emergono da un rifiuto esplicito della tradizione liberale occidentale, sono i nemici dichiarati di questa tradizione e il loro fine è quello di sostituirla».

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